Stuprata dal mio operaio

di
genere
confessioni

La città, per molti è una grande opportunità, tanti servizi, negozi sotto casa, comodità perché in breve distanza hai cose diverse che possano soddisfare le esigenze più disparate ma anche i suoi lati negativi, tanta gente, traffico, sporcizia se non tenuta bene. Più la città è grande, più lo stress aumenta secondo me.
Per questo io amerò sempre la mia cittadina. Modeste dimensioni e massima vivibilità.
Nella mia cittadina ci sto bene e la gente anche se non proprio calorosa è educata e gentile. Io? Una trentenne. All'incirca un metro e settanta centimetri di altezza, mora, capelli di media lunghezza, un po’ mossi, snella, un bel fisico direi, insomma, una bella donna dai. Di me posso dire di essere una persona fortunata, ho avuto una bella vita, non intendo passata nella ricchezza sia chiaro, non avevo comunque mai sofferto le povertà e gli altri non se ne rendono conto ma nella vita è già un motivo per essere sereni. Anche se non viziata ho sempre avuto tutto il necessario per vivere bene e questo non è poco, molti invece non lo apprezzano e vogliono sempre più, non si accontentano mai e non sono mai felici. Ho un buon lavoro, lavoro tutt’ora in proprio, in smart working, mi da la tutta libertà che voglio e ho una bella casa, acquistata con un mutuo e quasi del tutto pagato ormai e niente figli. Sono sposata, ma non mi è proprio possibile. Non mi è possibile perché mi ritroverei a gestirli da sola, mio marito infatti al contrario di me ha un lavoro che lo porta a viaggiare abbastanza spesso. Tra me e lui un bel rapporto, nessun litigio, comprensione il più possibile in entrambe i sensi e innamoratissimi. Viviamo, affrontiamo le difficoltà insieme e siamo felici.
Abbiamo i nostri impegni e li portiamo a termine, così è la vita.
E per eliminare quel poco di stress io e mio marito avevamo deciso di ristrutturare la mia casa collinare.
Non era grande, era accogliente, e bastava, era in una buona posizione, isolata ma con una discreta vista ed era sempre stato un posto che riusciva a farti trovare tranquillità.
Avevo ereditato quella casa dai miei genitori qualche anno prima, i miei sono scomparsi troppo presto, avevano non più di sessant'anni, e volevamo sistemarla. Non avevamo scelta a dire la verità, sembrava si stesse rovinando, anche perché negli ultimi anni l’avevamo trascurata. Io ci avevo passato l’infanzia insieme a cugini e zii, non ci stavo a vederla morire. Piaceva anche a mio marito e durante il fidanzamento più volte abbiamo trascorso lì del tempo. Ristrutturavamo con la promessa di andarci più spesso. Alla fine noi, benché giovani, eravamo una coppia di abitudinari. Si, qualche vacanza in giro di breve permanenza, anche a noi è sempre piaciuto scoprire il mondo, ma poi durante l’anno rimanevamo sempre negli stessi luoghi; questa era una possibilità in più per spaziare un po’.
I lavori furono non sostanziosi però lunghi. Le ditte incaricate erano tutte composte da elementi singoli oppure imprese a conduzione famigliare e ci andavano tutti a tempo perso. Per noi era tutta gente nuova, di tutte queste persone non ne conoscevamo nessuna. Stargli dietro era complicato ma anche noi non avevamo tutta questa fretta. Con mio marito andavamo anche saltuariamente a vedere e incitare la fine dei lavori e a volte andavo io da sola quando lui partiva per lavoro.
Tra i diversi interventi arrivammo anche quelli di un singolo operaio incaricato di costruire le strutture interne in cartongesso e altri piccoli lavori manuali.
L’operaio : alto un metro e novanta circa, moro, capelli molto corti, e molto capace nel suo lavoro. Aveva la nostra età e ci era stato consigliato da alcuni conoscenti di mio marito. Quando arrivò il suo turno, mio marito era a casa e andavamo insieme a controllare e dare sempre nuove direttive; le direttive ovviamente partivano tutte dal mio compagno, io ero lì, loro si confrontavano e poi prendevano le decisioni del caso. Non dovrei dirlo ma il nuovo operaio era bello, aveva un bel fisico, lo ammetto, ma mai un pensiero su di lui; sempre stata fedele a mio marito,; nel frattempo però tra tutti noi era cresciuta una discreta confidenza, c’era meno distacco, qualche battuta. Io e lui ci guardavamo spesso negli occhi, immaginavo perché ci eravamo simpatici a vicenda o almeno io così volevo pensare. Mio mio marito non ci aveva mai fatto caso ad esempio e anche a me non ha mai dato alcun problema, non mi sembrava fosse qualcosa di straordinario e allarmante.
E poi, come spesso accadeva, mio marito dovette partire e il gravoso compito di controllare tornò a me.
Per due settimane non tornai a controllare ma dietro sollecitudine dovetti andare su. Quel giorno avevo diversi piani e per portare avanti quelli che sarebbero venuti dopo la visita alla casa mi vestii con una gonna nera poco sopra il ginocchio, calze nere e sopra una maglia bianca a maniche corte, scarpe con i lacci ma non ci stavano male. C’era il sole, si stava bene, volevo uscire vestendomi bene.
Ad un orario non proprio mattiniero mi diressi verso casa; mi ricordo che in auto sentivo parecchio caldo. Forse i vestiti messi non erano poi quelli più adatti ma ormai ero lì, magari dopo sarei tornata a cambiarli ma per il momento dovevo resistere.
Arrivai, un po’ provata ma tutto sommato il viaggio non era stato così disastroso.
Scesi con la mia calma e mi diressi all’interno.
La porta era socchiusa, realmente tutti la lasciavano così, pertanto non servì bussare. Entrai e lo trovai nella sala dove stava lavorando per la costruzione di una mensola. Ci salutammo con la giusta educazione e mi accolse con un gran sorriso. Io ricambiai. Facemmo giusto due minuti di convenevoli, come va, che si dice, tutto bene, tuo marito?, e poi iniziai a fare il giro stando attenta a dove mettere i piedi, le stanze non erano proprio vuote e nella sala ad esempio una catasta di pannelli di cartongesso.
Considerato il fatto che gli interventi li faceva a tempo perso mi sembrò che avesse fatto un bel lavoro; gli feci i miei complimenti, fatto in fretta e fatto bene.
Lui lo apprezzò, il suo sorriso si allargò.
“Vedi che bel sorriso” gli dissi ma in maniera per niente allusiva, intendevo più “guarda come è contento” .
“Hai un bellissimo sorriso anche tu” rispose. Arrossii al complimento e subito ringraziai.
“Sei veramente bella” aggiunse. Mi sentii un po’ a disagio.
Forse avevo sbagliato a fargli quel complimento, forse avevo innescato qualcosa che non dovevo. Tentai quindi di rimediare.
“Scusami, forse ho esagerato con quel complimento, non volevo mandarti segnali strani”
La situazione si era fatta particolarmente imbarazzante.
“Non preoccuparti, lo so. Sono io però che ti trovo bella e volevo dirtelo”
“E oggi ancora di più” aggiunse. Ringraziai ancora a arrossii ancora a testa bassa.
Imbarazzata com’ero non mi ero nemmeno resa conto che si era accostato più del normale così da prendermi di sorpresa quando riuscì a darmi un bacio sulla guancia.
“Ma..” solo quello riuscii a dire, completamente rossa.
“Ti ha dato fastidio?” mi chiese.
“Mi sembra un po’ troppo” gli dissi.
Iniziò ad innescarsi una strana tensione.
“Tranquilla, era solo un innocente bacio” disse.
Non posso negare che non mi avesse fatto piacere ma rimaneva inopportuno, ero sposata.
“Si lo so” gli dissi “Ma cosa penserebbe mio marito di questa cosa?”
“Ma tu invece che ne pensi?” replicò.
“Credo che non si dovrebbero fare queste cose”
“Sei troppo bella, troppo” accostandosi di nuovo a me.
La tensione era massima ormai e la cosa mi mise parecchio a disagio.
“Grazie” risposi ma semplicemente per educazione e perché confusa dall’imbarazzo.
“Forse ora è il caso che vada” gli dissi, ma non riuscii a raggiungerla quella porta.
E..
Mi spinse sopra i pannelli di cartongesso che erano lì accantonati, caddi di peso quando le mie gambe ostacolate dalla catasta non poterono farmi indietreggiare ulteriormente per mantenere l’equilibrio. Dopo l'impatto di istinto provai subito a rialzarmi puntando i gomiti e facendo leva ma lui si avventò rapidamente su di me. Mi rimise giù e afferrò le mie braccia per portarle sopra la mia testa. Iniziai ad urlare come reazione ma lui sebbene infastidito non lasciò la presa. Le mie urla non le avrebbe sentite nessuno fuori, ormai c'erano i nuovi infissi e la casa era più che sufficientemente lontana dalle altre per far sì che quello che rimaneva oltre i vetri giungesse alle orecchie di qualcuno. Presa dalla paura iniziai con le classiche frasi dettate dalla parte istintiva, quelle frasi che un aggressore ignora tranquillamente: “lasciami”, “ti prego non farmi del male”, “ti prego, posso pagarti”.
L'unica cosa che fece è lasciarmi un braccio ma solo per avere almeno una mano libera. Con quella corse ad armeggiare tra le mie gambe. Iniziò ad esplorare la mia parte sotto. Ironico che quei pannelli fossero di un quantitativo sufficiente per farmi stare alla stessa altezza del suo girovita.
Avevo paura, iniziai a piangere. Chiusi gli occhi e aspettai. Alla fine l'unica cosa che credevo mi rimanesse da fare era attendere la fine passando per la sofferenza che mi aspettava o magari sperare in qualche miracolo.
Sentii quella mano toccare la mia coscia e con lentezza passare sulla mia intimità; con le dita iniziò a premere all'ingresso del mio organo, non credo per stimolare anche il mio piacere ma sicuramente il suo. Rimasi immobile, anche se avevo un braccio libero non mi mossi, non feci nulla. La paura mi diceva che se fossi rimasta ferma tutto sarebbe andato per il meglio. Quel momento durò poco. Dopo qualche istante infatti sentii la sua mano salire e passare sotto la gonna per arrivare al bordo delle calze; con un certo sforzo in quanto scomodo sia da trovare che da afferrare iniziò a tirarlo con forza e le calze iniziarono a scendere ma di poco, in quanto il peso del mio corpo ne impediva il movimento. Ma questo non servì a farlo desistere; iniziò quindi a tirare con prepotenza e le calze iniziarono a lacerarsi per poi, con altro sforzo ancora, strapparsi completamente con un rumore alla fine non così intenso ma che la mia paura aveva amplificato particolarmente.
E una protezione era appena stata annientata. Strappate quel tanto che bastava, le sue dita tornarono a toccare l'ingresso del mio organo e stavolta sentii premere maggiormente sulla striscia delle mutandine e anche lì senza tanto aspettare fece il passo successivo. Afferrò la lingua di stoffa che copriva le grandi labbra; quando sentii le sue dita a contatto con il mio organo, il corpo reagì di sua iniziativa e la mia mano libera scese a fermare la sua, il tutto accompagnato con un verso di gola. Di risposta lui riprese la mia mano. la portò via per poi unirla a l'altra sopra la mia testa e riuscì poi a tenerle unite con la sua particolare forza. Dopodiché, ormai assicurata giù e senza via di scampo riportò la sua mano giù e con le dita avvolgere e afferrare il tessuto delle mie mutandine che tirò con forza; e un altro suono, che fu assordante nelle mie orecchie, annunciò che ogni barriera era stata eliminata.
La mia paura era aumentata, dalla mia bocca iniziarono dei no tremolanti a ripetizione. Non erano rivolte a lui, dentro di me già sapevo che non li avrebbe ascoltati, erano più che altro rivolte al destino beffardo che mi aveva imposto quel terribile momento.
Tornò a premere nuovamente sul mio ingresso, applicava una discreta forza alla quale reagivo con lamenti dati anche dal fastidio provocato e dal mio animo ormai ferito.
Stette un pochino, premette un po', forse anche per stimolarmi ma non fece effetto.
“Ti prego no” gli dissi.
Ero in preda al panico, iniziai a piangere, non volevo essere violentata, non volevo provare dolore, non volevo essere devastata nell'orgoglio.
Ma lui di certo voleva a tutti i costi il mio corpo.
Con la mano ormai libera mi afferrò sotto per il bacino per avvicinarmi meglio al bordo e avere una posizione più comoda, la gonna da sola si tirò su completamente, e iniziò tutto.
Con gli occhi ben stretti percepivo tutto ciò che stava facendo, sentivo forte anche il suo respiro, la sua prepotenza, la sua parte animale. Provai a quel punto a ribellarmi, le parole in testa di “collaborare” affinché andasse tutto bene erano forti ma non volli più ascoltarle.
Iniziai ad agitarmi quindi, a scalciare, con il tallone provavo a colpirlo alla schiena o dove potevo ma quei movimenti molto limitati non portarono ad un risultato sperato. Anzi, lui non ci fece proprio caso. Si abbassò rapidamente i pantaloni e tirò fuori il suo pene. Non lo vidi ma non serviva neanche immaginarlo. Sapevo che qualche istante dopo sarebbe successo tutto.
E così fu.
Mi sentii totalmente sconfitta appena il suo glande toccò le mie labbra vaginali. Entrò dentro, tutto in una volta, neanche il tempo di sentirlo premere sull'ingresso che lui mi penetrò completamente. Quasi immediatamente il dolore fu fortissimo. Con la bocca aperta e completamente libera iniziali ad urlare forte, dannatamente forte tale era il dolore provato.
Seguì un pianto fortissimo, le lacrime erano aumentate come anche i miei no.
Iniziai nuovamente a scalciare come reazione.
“Stai ferma” mi disse in modo imperativo fermandosi per un attimo, “se ti agiti sarà solo più lunga l'agonia, io non smetto fino a quando non vengo, quindi ti conviene farmi continuare” mi disse.
“Mi fai male, ti prego fermati”, gli supplicai.
“Stai ferma e basta” mi disse. Non aggiunse altro e riprese con forza. Appena si mosse riprese il forte dolore dovuto allo sfregamento a secco del suo pene dentro di me, ero asciutta e dannatamente contratta.
Di riflesso non potei che iniziare nuovamente a scalciare e urlare.
Un pianto sempre più acceso, dato dal dolore e dall'umiliazione, si era innescato e le lacrime vennero giù abbondanti. Quello sfregamento mi uccideva e il mio corpo non poteva che cercare scampo agitandosi sotto la sua presa. Non riuscivo in alcun modo a liberare le braccia dalla sua presa, mi sentivo distruggere.
Ero talmente agitata che anche per lui era diventato troppo.
“Smettila” mi fece.
Ma come potevo smettere dato il dolore che provavo.
“Mi fai male, dannatamente male” gli dissi singhiozzando, ”basta, non ci riesco più a sopportare”.
Rimase fermo ma bene in profondità con il suo pene, sembrava stesse pensando sul da farsi.
“Facciamo così, riparto piano, e poi ricomincio al mio ritmo, se ti abitui bene altrimenti…” e li si interrompe.
Era logico che il problema era sempre stato il mio ed ero io che tanto bene mi dovevo adeguare. Avevo una dannata paura e dovevo cercare di arrivare alla fine.
Nemmeno il tempo per pensarci che indietreggiò e rientrò con forza e velocità.
Il dolore fu immane di nuovo e urlai nuovamente.
“E ora abituati” mi disse.
Iniziò a quel punto con dei movimenti molto lenti.
Il dolore era forte, un bruciore nello sfregamento mi portava a contrarre le gambe e stringere i denti forzando anche sulle braccia ma comunque era minore rispetto a prima.
Il suo membro mi attraversava piano, lo sentivo scorrere e bene, ogni suo attraversamento era un lungo istante al quale se ne accodava un altro per creare un periodo di tempo interminabile.
Dopo il primo momento di agitazione alzai e allargai maggiormente le gambe, per cercare di trovare sollievo, speravo in quel modo di allargare il mio canale e favorire l'accesso e tra le lacrime pregavo di adattarmi. Mi aveva devastato la mente quella situazione e come un topo in trappola speravo di trovare una scappatoia per uscire da quella sofferenza che lui comunque avrebbe portato a termine con o senza la mia collaborazione.
Provai allora a desiderarlo, cercavo di impormelo affinché il mio canale si lubrificasse; provai a guardarlo negli occhi, a fissarlo per cercare di farmelo piacere, e non sarebbe stato un grande sforzo, lo ammetto, alla fine lui era bello, ma di certo non era la persona che avevo sposato e a cui dovevo la mia fedeltà. I miei occhi spalancati ora lo scrutavano cercando di desiderarlo in mezzo ad un'espressione di rabbia e sofferenza e denti stretti. E qualcosa stranamente iniziò a cambiare. Iniziai a sentirmi lubrificata, iniziai a sentirlo scorrere con meno frizione al mio interno e questo aveva alleviato di molto il mio dolore ma non di fatto sparire.
“Allora ti piace?” mi disse continuando in dei movimenti lenti; sicuramente si era accorto che qualcosa era cambiato.
“Mi fa male ancora, fermati un attimo per favore, ti prometto che mi abituerò ma fermati un attimo” gli dissi ma solo per prendere tempo. Glielo chiesi singhiozzando.
Si fermò. Certo, era strana la cosa. Mi stava stuprando ma in qualche modo aveva deciso di collaborare per alleviare le mie sofferenze. Fu altrettanto strano ammettere che avevo apprezzato parecchio il gesto. Chissà, forse quello stava modificando il mio corpo. Forse quello, inverosimilmente, mi aveva reso più collaborativa con il corpo. Riprese il suo movimento, sempre tenendomi ben ferma non più per le mani ma per le braccia. Lo fissai negli occhi e lui iniziò a fissare i miei.
Parliamoci chiaro, non è che mi stavo offrendo a lui, per me rimaneva un orco che mi stava violentando, tuttavia, forse, il topo aveva trovato il modo di uscire dalla trappola.
I suoi movimenti mi facevano ancora male ma fortunatamente l'avvio ad una non proprio consistente lubrificazione aveva di gran lunga alleviato la pena e di tanto.
Mi accontentai a questo punto. Lasciai le mie gambe bene aperte e sopportando il più possibile lo lasciai fare. Abbassai lo sguardo a questo punto e quello a cui stavo assistendo era il mio corpo con sopra il suo che si muoveva tra le mie gambe aperte dove il nero tranciato delle calze mostrava la mia pelle rosea. Scorgevo a malapena il suo pene che però sentivo anche troppo bene senza darmi gioia. Sempre e comunque stranamente la lubrificazione crebbe.
E lui piano piano aumentò il ritmo delle sue penetrazioni.
Nell'animo soffrivo ancora e di molto, la mia testa ancora lo rifiutava, nella testa era chiaro che mi stava violentando, tanto è vero che le lacrime non erano terminate e di lì a poco cominciarono a tornare abbondanti dopo aver ripreso il suo pieno ritmo ma il mio corpo invece si fece sempre più tollerante nei suoi confronti e ben presto fu pronto proprio per accoglierlo. Mi sentii profondamente confusa, a tratti piena di vergogna.
Pensai a mio marito, avevo paura ora che dalla violenza stavo passando al tradimento.
Questo mi portò un'altra volta a resistergli così che tornai a gridare a chiedergli di smettere.
Ma che stavo combinando? Perché il mio corpo si lasciava penetrare anziché sentirsi contrario e violentato?
Si, si muoveva con passione, forse se fosse stato consensuale quel rapporto mi avrebbe fatto godere da matti ma ora mi sembrava tutto così fuori dal normale e sinceramente avrei preferito tornare a sentire dolore.
E invece iniziai a provare piacere in una confusione e vergogna sempre più crescente. Non avevo visto le dimensioni del suo membro; non avevo certezza di come fosse in quanto la percezione nella violenza era tutt'altra rispetto alla normalità ma comunque mi dava l'idea che non fosse di piccole dimensioni. Il suo membro ora mi penetrava con meno fatica e lo sentivo scorrere in me in un bruciore leggero ma ben ricoperto dal piacere. Le sensazioni provate erano contrastanti, avevo i sensi confusi come i pensieri nella testa e pian piano scivolai verso il pieno coinvolgimento. Dolore e piacere. La tensione sulle mie braccia iniziò via via ad allentarsi lasciandole sempre più morbide, le lacrime diminuirono a poco a poco e così le mie gambe iniziarono a contrarsi ma non più dal dolore. Di tanto in tanto tornavo a piangere tra la realizzazione di essere stuprata e il completo opposto di un rapporto in cui stavo tradendo mio marito.
In quei momenti passavo tra il ringraziare di non sentire più il dolore e il maledire di provare piacere.
Piano piano aveva accelerato i suoi movimenti ed era passato ad un rapporto, sicuramente per lui, molto focoso. Il suo bacino giungeva a fine corsa fino a toccare il mio trasportando al mio interno più profondo il suo pene. Entrava con un ritmo sostenuto e, amaramente devo ammetterlo, a me il piacere aumentò .
Si intensificò quando iniziò ad accelerare per venire. Speravo lo facesse fuori ma dove mai sarebbe potuto venire uno che aveva il coraggio di violentare una donna?
A tutto ciò che già provato quindi si accompagnò una nuova paura nel sentirlo avvicinarsi al suo orgasmo.
Iniziai nuovamente a forzare le braccia ancora sotto la sua stretta e a occhi ben aperti iniziai a gridare “Nooo, ti prego, nooo, non dentro ti prego”
Ovviamente fu inutile. E si fermò. Una volta spinto bene a fondo il suo membro, nella massima profondità, tutto smise di muoversi e lui rimase dentro; in un verso liberatorio non si trattenne dal lasciarmi dentro tutto lo sperma che aveva.
La violenza di base mi faceva sentire tutto in maniera amplificata, tanto che quasi riuscivo anche a dare una stima della quantità che mi aveva versato dentro.
Ne percepivo talmente tanto che ormai mi ero già vista incinta del mio aggressore.
“Perché?” chiedevo, “nooo” ripetevo singhiozzando.
E lui rispose.
“Ti desidero dal primo giorno che ti ho vista qui dentro, dovevi essere mia”
Quelle parole paradossalmente mi avevano fatto piacere in parte ma di certo non avrei mai desiderato tale situazione.
Lasciò le mie braccia e appoggiò le sue mani sulla superficie del pannello senza uscire da me.
Di riflesso gli diedi un ceffone chiamandolo “bastardo” con un tono molto duro e guardandolo dritto negli occhi; stetti qualche secondo con il braccio rivolto verso la parte opposta dopodiché lo ritrassi per stenderlo sul pannello e nel frattempo distesi le gambe verso il pavimento. Mi guardò fisso negli occhi senza la minima espressione, forse un piccolo sorriso beffardo, e senza reagire, io invece chiusi gli occhi e iniziai a singhiozzare ancora penetrata dal suo membro che non aveva alcuna intenzione di togliere da me.
Stette in quel modo per diverso tempo e io non sapevo minimamente cosa fare, come reagire, rimasi lì immobile piangendo a più riprese ma senza accennare una fuga o richiesta di essere liberata.
La sua erezione rimase viva per tutto il tempo e accennava dei movimenti sporadici per capire il mio stato e credo per tenere viva la mia lubrificazione.
Non so quanto rimanemmo in quel modo, il tempo era la più grande incognita in quella situazione, forse furono dieci, forse venti minuti.
E poi iniziò a muoversi di nuovo.
Con le mani mi alzò le gambe affinché le mettessi intorno al suo corpo e poi portò le mani alla posizione di prima.
Iniziò di nuovo a muoversi prima con lentezza ma ben presto con ritmi molto accelerati. Ero ben lubrificata, mi sentivo anche colpevole ma rimasi ferma a farmi penetrare da lui. Ripresero anche le mie lacrime, stavolta più contenute però, il mio orco aveva ripreso un nuovo stupro. Le mie mani però inconsapevolmente si spostarono dal pannello al suo petto.
Non me ne resi assolutamente conto se non qualche minuto dopo ma le lasciami lì. Provai per non so quale motivo a stringere un po' le gambe, credo in segno di protesta ma ben presto le lasciai avvinghiate al suo corpo senza cercare di fargli alcun male.
Il mio canale ben lubrificato lasciava passare il suo membro comodamente e anche se mi vergogno a dirlo, anche pensando a mio marito, stavo provando un accentuato piacere. Mischiavo pianto con piccole grida ma ovviamente non erano di dolore, era la congiunzione di piacere e amarezza, ed era ormai palese un’arrendevolezza alla situazione diventata ormai più che strana.
Sentivo il suo fiatone mentre mi entrava dentro e lo sentivo spingere forte, e ne conseguiva una spiccata intensità di piacere. Le mie gambe, in quella posizione alta, oscillavano proprio guidate dalle sensazioni provate.
Più volte si fermò a fondo per qualche breve istante, mi sentivo il suo membro bene in fondo, penetrata totalmente, ma erano movimenti di piacere e non per rilasciare nuovo seme; lo capivo e ne ero ben consapevole, tuttavia ogni volta accendeva un'elevata agitazione perché mi riaccendeva il pensiero che sarei tornata ad essere sua, ovvero sarebbe venuto ancora dentro di me.
Continuò le sue penetrazioni per diverso tempo e il suo andare avanti e indietro portò il mio corpo a qualcosa di più; non credevo sarebbe stato possibile ma arrivai addirittura ad avere un orgasmo.
Sentendomi colpevole nel provarlo, anziché del classico “Si” iniziai ad alta voce un chiaro “No, no, noo” accompagnato con lo sguardo di una persona più sofferente che soddisfatta.
Non fu difficile capire cosa stesse succedendo in me e questo lo fece eccitare maggiormente.
Sentii il suo membro scorrermi ancora per poco avanti e indietro e poi arrivarmi con forza al fondo della mia vagina.
Ripresi con una serie di no mentre il suo membro si allargava maggiormente per cedere dentro di me lo sperma. Ne sentii diverso anche lì entrarmi dentro.
Mi vedevo ancora di più incinta dopo aver ricevuto un altro sostanzioso quantitativo di liquido di fecondazione.
Rimasi ferma, un po' impietrita, con le gambe alte, le mie mani sul suo petto ancora e sicuramente spaventata.
Lui anche rimase fermo, ancora in mezzo alle mie gambe, con quell’erezione che non accennava a diminuire, a tenere chiusa la mia vagina con tutto il suo sperma dentro.
Ormai tra nuove lacrime attesi che lui mi si togliesse da sopra.
Mi sentivo smarrita, mi sentivo colpevole di aver goduto, mi sentivo in trappola ancora.
Poco dopo decise di scendere col suo viso e baciarmi con una strana tenerezza la guancia.
Le lacrime si fermarono, non che stessi bene ora ma la cosa mi fece sentire diversa.
“Potresti avermi messo incinta lo sai? Si?” gli dissi con la mia bocca vicino al suo orecchio con un tono di rimprovero.
“Sarebbe meraviglioso” mi rispose ma con evidente intenzione ironica.
“Chissà come la prenderebbe tuo marito” continuò con tono da presa in giro.
Già, quello era un altro grande problema.
“Ma tu non gli racconterai niente vero?”
Ero tremendamente confusa e in effetti non sapevo come affrontare con lui il discorso.
“E poi non puoi negare che ti ho sentito godere, pensi che a tuo marito farebbe piacere?”
Non seppi cosa rispondere, andai sulla difensiva a quel punto e l'unica cosa che la testa mi dettò fu “Lasciami andare adesso, non ti è bastato?”
“Non credo di poter venire ancora una volta ma la mia erezione è ancora forte..”
“Basta, voglio tornare a casa” gli dissi.
“Ok, ma voglio stare ancora dentro di te per qualche minuto” rispose e la cosa mi sollevò il cuore ma allo stesso tempo sentire “stare ancora dentro di te” mi scatenò un piccolo brivido.
Rimanemmo così qualche minuto ancora dove lui accennava qualche movimento col bacino e poi uscì.
Mantenne la parola insomma.
Si vesti e mi diede una mano ad alzarmi, inizialmente, ferita nell’orgoglio la rifiutai, ma poi mi lasciai aiutare. Se fosse andato via sarei rimasta sdraiata su quei pannelli in un tentativo di rielaborazione dei fatti ma la sua mossa mi spiazzò e decisi di andarmene.
Appena in piedi dopo appena un passo sentii scendere il suo sperma.
Una goccia per terra il resto scese sulla mia pelle nuda fino a raggiungere i tessuti che incontrava lungo il cammino.
Mi prese il panico. Volevo sbottare in quel momento ma non ci riuscii.
Decisi di raggiungere la mia auto in fretta per fuggire e riordinare le idee.
Lui rimase lì. Avevo la certezza che come se nulla fosse successo, avrebbe ripreso a lavorare.
Aprii frettolosamente la portiera per rifugiarmi dentro, in quel momento l'auto rappresentava il mio “posto sicuro”.
Ero sporca, confusa, piansi ancora sentendo quella sensazione di umido bagnato nella mia zona intima.
E adesso? Cosa avrei fatto? In quel momento queste erano le domande che ciclicamente si ripresentavano nella mia testa
Respirai un po' e poi decisi di togliermi sia le calze che le mutandine per non dare nell'occhio semmai avessi incrociato qualcuno quando sarei tornata a casa.
Le tolsi e le nascosi sotto il sedile. Presi dei fazzoletti, mi pulii bene e me ne sistemai altri puliti sotto qualora fosse uscito altro per non sporcare gonna e sedile.
Accesi l'auto e abbandonai quel posto.
La concentrazione alla guida mi aiutava a non pensare però sapevo che i pensieri erano tutti lì pronti a riaffiorare.
Ero in parte smarrita, dove andare?
Dopo qualche chilometro quindi accostai per cercare di orientarmi nuovamente.
Non sapevo se andare a denunciare, se andare dal dottore, se andare in farmacia, se andare direttamente all'ospedale per farmi aiutare a non rimanere incinta.
Le priorità ovviamente erano se e come dire tutto a mio marito e come fare per non rimanere incinta.
In quel rapporto avevo anche goduto e avuto un orgasmo, mi vergognavo quindi di dirlo a mio marito; ero stata violentata, almeno credevo di esserlo stata, io non avrei fatto sesso di mia spontanea con quel tipo ma come avrei giustificato il piacere provato. In quel momento non sentivo neanche particolari fastidi che facessero pensare di avere lacerazioni, quindi cosa avrei mai potuto raccontare?
Denunciarlo quindi avrebbe dato il via ad una confessione di cui neanche io ero più tanto convinta.
Presi il telefono. Iniziai a fare ricerche per schiarire le idee, in quel momento rappresentava l'unico amico che avevo, ma anche il dottore, ma anche l'avvocato.
Lessi quanto più potei della pillola del giorno dopo, la conoscevo certo ma nell'ansia che avevo addosso cercavo continuamente conferme su conferme prima di dirigermi in farmacia e prenderla.
Cavolo, se almeno avessi continuato a prendere la pillola anticoncezionale ora non ci sarebbero stati problemi e invece ecco l'imprevisto. Ma chi si sarebbe immaginato che sarei stata stuprata?
Quando mio marito se ne andava via per lavoro per lunghi periodi, smettevo sempre di prenderla. Avevo paura di assumere tutte queste sostanze e quindi se potevo fare una pausa ne approfittavo, in più avevo notato di sentirmi meglio, più energica.
Dopo circa una mezz'ora passata in giro per internet mi decisi a ripartire e la decisione fu di andare in farmacia.
La soluzione della pillola del giorno dopo mi sembrava la più indicata per poter insabbiare l'accaduto e la vergogna.
Sarei andata ad una farmacia dove non mi conoscevano, dove non andavo mai, così che mai sarebbe uscito fuori con mio marito di aver fatto tale acquisto.
Ovviamente prima dovetti passare per casa, mi sarei lavata, sistemata, e poi sarei fuggita verso quella che pensavo fosse l’ancora di salvezza. Ero nei tempi, ne avevo in abbondanza per ottenere la massima efficacia, ma smaniavo per prenderla.
Feci rientro a casa quindi. Appena ferma con la macchina, senza abbassare lo sguardo, misi le dita tra le mie grandi labbra e i fazzoletti; li sentii bagnati, a quanto pare lo sperma che mi aveva riversato dentro era veramente di grande quantità. Quasi iniziai a piangere di nuovo ma non potevo farmi notare e ora dovevo scendere dall'auto e per farlo i fazzoletti dovevano essere rimossi. Li nascosi sotto il sedile insieme alle altre cose. Mi diressi dalla macchina parcheggiata al portone con aria furtiva, sperando di non incontrare nessuno, non solo perché ero senza calze e mutandine, anche se forse non ci avrebbe fatto caso nessuno, ma anche per non fare vedere l'agitazione che avevo addosso.
Chiusa la porta provai a tranquillizzarmi. Corsi a togliermi la gonna e andai subito in bagno a lavarmi le parti intime.
Mi palpai bene tra le piccole labbra per capire se avevo qualcosa di anormale e poi andai a mettermi un nuovo paio di mutandine e rivestirmi quindi.
Ero pronta per andare in farmacia.
Ne scelsi una a diversi chilometri di distanza ed entrai con uno spiccato disagio addosso. Fortuna volle che non c'era dentro nessuno a parte i commessi.
Parlai con la farmacista, fu un rapido scambio di domande veloci e poi presi la tanto ambita pillola.
Non uscii più tranquilla di certo ma sicuramente un passo verso la soluzione era stato fatto.
Corsi a casa e una volta isolata dal mondo esterno la ingoiai come fosse una pietanza preferita in pieno appetito.
Ero salva, almeno così doveva essere secondo le informazioni assimilate.
Gli indumenti strappati e i fazzoletti erano rimasti in auto ma non erano di sicuro la mia priorità. Ci avrei pensato poi, l'indomani sicuramente.
Passai il pomeriggio un po' smarrita, pensierosa, ferita soprattutto.
Avevo deciso di nascondere tutto, per tanti motivi, anche per non cambiare il rapporto che avevo costruito con mio marito, ma ora il problema è che quel tipo l'avrei incontrato di nuovo, da sola e la cosa mi spaventava, ma anche con mio marito e la cosa mi spaventava di più.
E oltretutto… arrivò la telefonata di mio marito. Provai e riuscii ad essere naturale nonostante che ciò che era successo avesse ripreso in quel momento a girare nella mia testa. Quello che mi chiese fu per lui ovviamente naturale e semplice mentre per me fu allucinante : mi chiese di tornare non il giorno dopo ma almeno uno di quelli a venire alla casa in ristrutturazione.
Mi sentii gelare, non sapevo neanche come dirgli di no pertanto non potei che dirgli di sì. Questo mi spinse a telefonare alla mia ginecologa appena terminata la mia chiamata.
Arrivai al dunque senza convenevoli “Ho avuto un rapporto a rischio e ho preso la pillola del giorno dopo, come faccio se lui vuole continuare ad eiaculare dentro?”
Ovviamente lei mi disse di ricominciare a prendere la pillola ma quella non era la risposta ottimale per me.
La mia testa aveva già pensato a tutto e per quanto speravo che la cosa non si fosse ripetuta la mia paura era che quando mi sarei presentata lì, lui avrebbe fatto di nuovo ciò che aveva fatto.
Fortunatamente la soluzione c'era, un nuovo tipo di anticoncezionale.
Le chiesi di poterlo avere subito e che mantenesse il massimo riserbo della nostra conversazione. Solo cinque giorni. Solo quelli avrei dovuto aspettare per averlo. Passarono lenti, carichi di pensieri e di nuove versioni inventate nella testa di ciò che era accaduto nella nostra casa di collina. A mio marito nella telefonata successiva dissi che sarei andata qualche giorno dopo che per il momento ero troppo indaffarata e con poca voglia di tornare. Tanto non dovevo portare messaggi urgenti, solo direttive nuove che potevano anche aspettare nell'essere comunicate. Le telefonate tra me e lui avevano lo stesso tono delle altre, non ci sentivamo tutti i giorni, circa ogni due tre giorni, a volte anche una settimana dopo, dipendeva dagli impegni, da quanto eravamo lontani e da cosa dovevamo comunicarci. E questo era un bene perché almeno diminuiva la possibilità che avessi fatto trapelare qualcosa. Arrivò il giorno tanto ambito; fremevo per arrivare all'appuntamento. Nel suo studio fece un minuscolo intervento per inserirmi sottopelle un bastoncino che funzionava appunto da anticoncezionale e l'effetto era immediato.
Una volta inserito, la mia ansia cadde vertiginosamente sapendomi meno a rischio di gravidanza.
A mio marito avrei detto altro per giustificare quel nuovo anticoncezionale.
Per il resto della giornata rimasi con la preoccupazione che il giorno dopo sarei dovuta tornare in quella casa a parlare con il mio stupratore. Almeno avremmo anche messo le cose in chiaro.
La sera nel mio letto si riaccese il ricordo di ciò che era successo e cercavo di capire cosa gli avrei dovuto dire, a possibili accordi tra di noi e convincerlo a tacere su tutto. Dovevo chiedere io a lui di tacere e la vittima realmente ero io. Ironico proprio.
Si fece mattina, ero frastornata dopo la notte piena di agitazione ma dovetti prepararmi e andare a quel dannato incontro.
Nel mio armadio non avevo jeans da mettere, il massimo che potei fare fu vestirmi con dei leggins e una maglia a maniche corte, più o meno come fossi dovuta andare a fare attività sportiva e c’era un perché; avevo più paia di quei vestiti. Avevo preso anche la borsa della palestra con dentro un ricambio, un altro paio di leggings e un'altra t-shirt appunto.
La sera prima la mia testa aveva viaggiato in tutte le direzioni e tra le varie ipotesi si, avevo pensato anche all'eventualità di essere stuprata nuovamente. Il cambio era identico quindi, se mi fossi dovuta cambiare, nessuno se ne sarebbe accorto. Speravo comunque che avendo dei pantaloni e non una gonna non sarebbe stato preso da fantasie e conseguenti iniziative.
Partii con l'auto e il cuore iniziò a battere all'impazzata.
Superato il cancello di ingresso il cuore iniziò a battere talmente forte che credevo sarebbe scoppiato.
Il suo mezzo era lì, quindi lui era lì presente.
Tale l'agitazione che dimenticai di spegnere l'auto la quale sobbalzò appena alzai la frizione.
Scesi e mi diressi dentro silenziosamente visto che la porta era aperta. Lui stava lavorando in una stanza diversa da quella dove mi aveva violentato. Era in camera da letto, lui mi aveva violentato nel salone.
Notai che la catasta di pannelli si era abbassata di poco, forse un paio di pannelli.
Lo chiamai. Avevo il cuore in gola.
Arrivò subito.
“Ciao” mi disse sorpreso. La sua espressione mi fece capire che non si aspettava di vedermi di nuovo lì, forse quel giorno, o forse in tutti i giorni a venire. Io risposi con un ciao smorzato e pieno di vergogna.
“Come stai?” Mi chiese.
“Come pensi che stia?” Gli risposi stizzita,“Ti interessa? Non credo”.
Abbassò lo sguardo. Il suo fare mi portò a pensare che in quei giorni lui aveva riflettuto su ciò che aveva fatto, o almeno mi auguravo fosse così.
Avevo però bisogno di vomitargli tutto addosso, quindi gli dissi ciò che in quei giorni era successo.
“Ho dovuto prendere la pillola del giorno dopo, potevo rimanere incinta bastardo. Ma come ti sei permesso? Sono sposata. Hai idea di ciò che ho passato? Ai casini che hai combinato?”
Alzò lo sguardo, sembrava colpevole, forse ci si sentiva davvero. Non disse niente.
Aspettai qualche secondo, sperai in una reazione ma niente.
A quel punto poiché il bisogno di risolvere la questione era troppo elevato, oppure perchè l’agitazione che in quel momento mi stava soffocando, partii a ruota.
“Non racconterò nulla a mio marito, non posso neanche denunciarti altrimenti lui scoprirebbe tutto e non voglio dargli questo dolore e portare un enorme cambiamento nel mio rapporto con lui. Ma tu non ti azzardare a dirgli niente, qui dentro non è successo niente e mi auguro tu non abbia alcuna sorta di malattia”
Il suo sguardo non cambiò di molto ma quel piccolo cambiamento mi fece intendere che fosse sollevato della mia decisione.
A quel punto, anche se non era risolto un bel niente, chiusi la questione e cambiai discorso “Mio marito mi ha mandata a controllare e ti manda delle indicazioni sui lavori”
Con la rabbia nel corpo iniziai a controllare in giro ciò che aveva fatto, e da quel giorno di cose ne aveva fatte; lui mi stava dietro in silenzio, io cercavo di non guardarlo in faccia e intanto continuavo con le indicazioni e richieste : “mio marito chiede…”, “mio marito vuole…”
Finito il giro ero pronta a quel punto a partire sperando di lasciare lì dentro la mia rabbia.
Mi sembrava strano che lui ancora non avesse detto o fatto nulla, quasi ne ero amareggiata.
“Torno tra qualche giorno” gli dissi e mi diressi alla porta.
“Aspetta dai, parliamo un po’” mi sentii dire da dietro.
Ebbi come un sussulto, senza girarmi gli dissi “Di cosa? di quello che mi hai fatto? Non credo che ci sia poi ancora da dire”
“E comunque non ho malattie, tranquilla”, in parte poteva sollevarmi la notizia ma non risolveva niente.
E ora dovevo dirigermi verso la porta.
Ero quasi riuscita a raggiungerla e varcarla ma lui allungando il braccio da dietro di me gli diede una spinta e la chiuse. Il rumore della porta che sbatteva fu veramente assordante per me e capii subito.
Mi sentii abbracciare da dietro. Mi sentii stringere. Spalancai gli occhi in quell’atto e l’agitazione che non mi aveva mai abbandonata ebbe un picco elevato.
“No, che fai? Lasciami” gridai. Mi spaventai ma tale eventualità non l’avevo esclusa, anzi l’avevo ben considerata.
Mi sentii dapprima le sue labbra sulla guancia, un bacio appassionato e poi stringermi un po’ più forte.
“Ti voglio ancora” mi disse all’orecchio, “tanto a tuo marito non dirai niente”
“No, lasciami”
Non mi ascoltò ovviamente. Cercai di divincolarmi più volte ma mi teneva stretta e nel frattempo si prendeva spazio dandomi baci sul collo e sulla guancia, un po’ teneramente, un po’ con passione. E poi…
Mi sollevò da terra e, ovviamente, mi riportò dove tutto era già successo.
Sentendomi sollevata da terra iniziai ad agitarmi e scalciare un po’ ma per lui non fu un problema, aveva una forza sorprendente, mio marito non era allo stesso livello e poi da un po’ aveva abbandonato la palestra, il suo lavoro poi non è che richiedesse particolare sforzo fisico.
In una serie di movimenti confusi, non so come c’era riuscito, mi ritrovai sdraiata in avanti su quei pannelli.
“No un’altra volta, ti prego” gli dissi.
Lui dietro di me, al contrario di ciò che gli chiedevo, non perse tempo.
Salì anche lui su pannelli e si poggiò dietro di me, con le mani mi fissò su quel piano tenendo le mie braccia e nel frattempo si teneva alto con la schiena. In quella posizione iniziò a forzare il suo bacino sul mio sedere. Iniziò a muoversi, a spingere e poi rilasciare come fosse un amplesso.
Fui da subito repulsiva e fissata in quel modo non sapevo come uscire fuori da quella situazione, quindi rimasi sotto di lui. Lui si sentiva da subito particolarmente eccitato, dai leggings sentii bene la sua erezione, lui poi lavorava con pantaloncini leggeri quindi c’era poco tessuto a separare i nostri corpi.
Qualche minuto, si divertì così. Spingeva, a volte più a volte meno, e allentava il suo bacino e tendendo la sua erezione comoda tra le natiche. Si insinuava bene per arrivare sotto, per quanto poteva ovviamente, ostacolato dai suoi pantaloncini che comunque sia, da ciò che sentivo, cedevano bene e lasciavano abbastanza libero il suo membro. Lasciò poi solo un istante un mio braccio per tirarla fuori quella dannatissima erezione e tornare a spingere sul mio sedere, dove ora la sentivo strusciare con più libertà fino a farla arrivare alle grandi labbra. Ero presa dall’agitazione, sentivo il cuore accelerato ma non ancora nel panico, rimasi inerme a lasciarlo fare. Ma poi passò ad altro. Si tirò su, arretrò.
Sentii subito le sue mani adoperarsi per prendersi ciò che voleva. Mi afferrò il bordo dei leggins per i fianchi e tirò forte, scese tutto in un solo colpo, calzoni e mutandine. Nel giro di qualche istante sfilò anche le scarpe. l’unico impedimento per sfilare completamente i miei indumenti. E poi, un attimo dopo, sotto, non ebbi più nulla.
“No” ripetevo, “non andare oltre"
Bloccò di nuovo le braccia, riprese per un po’ a spingere, ora pelle contro pelle per avere finalmente la sensazione più nuda. Ovviamente anche io ora sentivo di più; il calore del suo corpo a contatto con il mio, la pelle della sua erezione che si muoveva sul mio sedere intrufolandosi fino alle grandi labbra. Ancora un po’ e la situazione cambiò ancora.
Con una mano sotto il mio bacino mi tirò a sé per farlo alzare e in quel modo avere accesso.
Stava succedendo tutto di nuovo. Iniziò qualche lacrima, iniziai così a bagnare la superficie del pannello che assorbì subito ciò che ci versavo.
Ero stata posizionata come lui voleva e la sua erezione era pronta per entrarmi dentro.
Detto fatto. Spinse ed entrò. Stuprata nuovamente dall’operaio di casa.
Ma qualcosa di strano era successo. Nella mia completa agitazione non mi ero accorta che il mio corpo aveva reagito anche facendo altro. Il suo ingresso non fu per niente doloroso, lo sentii bene, lo sentii farsi strada al mio interno, forzare un po’ magari ma senza alcun dolore. Ero particolarmente lubrificata. Quel bastardo con i suoi movimenti era riuscito a prepararmi.
E dalla bocca iniziai con un verso di gola come a indicare lo sforzo di una intrusione dolorosa finendo ad un gemito chiaro.
Non credendomi pronta alla penetrazione, di istinto avevo fatto uscire un verso di sfogo a qualcosa che poi in effetti non si era verificato per questo tramutò in un verso di piacere, perchè, mi vergogno a dirlo, era quello che provai quasi da subito. Il mio corpo rispondeva anche troppo chiaramente agli stimoli e lui mi lesse come un libro scritto a caratteri cubitali.
“Lo vedi che piace anche a te?” mi disse.
La risposta a quella domanda fu solo uno sprofondamento nella vergogna e sensi di colpa. Nella mia testa mi ero convinta che non era più uno stupro ma ero passata a tradire mio marito, era ciò che poteva spiegare la mia lubrificazione.
Il tipo aveva preso a muoversi in maniera costante, non veloce, e arrivava dannatamente in fondo. Il suo corpo arrivava a premere forte contro il mio, tirato a sé dalle sue mani quando lui aveva terminato la sua corsa nel canale vaginale. Le lacrime avevano smesso di uscire.
Sentivo le sue mani sui fianchi tirarmi bene e quando la loro forza era più marcata mi accorgevo che ero penetrata completamente.
Dopo qualche spinta ero passata dalle lacrime a stringere i denti sentendomi presa e penetrata in quel modo e stavo provando così tanto piacere. Ero confusa, dai movimenti, dai pensieri ma dannatamente coinvolta, dannatamente, dannatamente, dannatamente e questo lui lo aveva capito bene. Anche perché i rumori che lui percepiva anche se non erano gemiti spiegavano bene cosa stessi provando. Entrava con costanza, con ritmo preciso, ci sapeva fare, e se prima aveva prepotentemente usato il mio corpo, ora lo aveva proprio conquistato. Avevo paura che piano avrebbe conquistato anche la mia testa, e questo sinceramente mi preoccupava di più, perché non avrei più guardato mio marito con gli stessi occhi. Salvare il nostro rapporto era il motivo della scelta di rimanere in silenzio, ma questo ora cambiava tutte le carte in tavola.
Dalla mia bocca usciva un piccolo verso per ogni penetrazione portata a fondo, stavo lentamente cadendo nell’orgasmo, speravo che lui venisse prima di me, prima che io provassi nuova vergogna. Distrarsi? non ci riuscivo. Soprattutto quando iniziò ad accelerare e arrivò a fare meglio il suo lavoro. I versi sulla mia bocca si fecero più frequenti fino ad arrivare ad un suono continuo. Era più veloce, arrivava a fondo, mi tirava con forza a sé. Era riuscito a stimolarmi in maniera eccellente. Fu umiliante per me.. mi dispiacque per mio marito ma io provai un orgasmo intensissimo e stavolta a quel tipo dovetti dargliela vinta.
Dopo tale intensità rimasi ferma, tanto dovevo aspettare lui, e poi non sapevo quali intenzioni aveva per dopo. Lo lasciai fare.
Dopo quel momento così intenso il piacere non era scomparso, lo provavo ancora, lui aveva mantenuto lo stesso ritmo, come prima, a fondo, veloce, mi tirava con forza, non sapevo se avrei provato un altro orgasmo ma sinceramente, lo volevo.
Se tanto eravamo finiti così, tanto valeva goderne il più possibile.
Credo che anche lui se lo era posto come obiettivo, in quanto non sembrava intenzionato a venire ma a proseguire il più a lungo possibile, in brevi momenti rallentava ma non credo per stanchezza.
Io volevo quindi un altro orgasmo, lui voleva darmene un altro.
Me ne convinsi quando iniziò ad avere movimenti ancora più veloci e rudi e Il mio corpo poco dopo gli comunicò quanto era l’intensità del piacere e quanto ne voleva ancora allargando, non per mia diretta intenzione, le gambe per una posizione più comoda per entrambi. Il secondo orgasmo arrivò pochi istanti dopo con uno sfogo diverso, strinsi forte i pugni e irrigidii gambe e piedi vinta dall’intensità delle sensazioni.
Attese lo scemare della mia intensità poi lo sfogo partì anche dalla sua bocca.
E rimase a fondo, versò tutto, versò tanto. Avevo di nuovo in corpo il suo sperma. Non arrivò alcun segnale da parte mia di resistenza, nessun verso che faceva pensare repulsione a ciò che era successo. Fu la mia totale sottomissione.
E ora..
Lui rimase a spingere insistentemente ancora, credo per almeno due minuti; questo faceva intendere con quale passione mi voleva. Mi sentivo tirare così forte dai fianchi con le sue mani che avevo paura avrebbe lasciato i segni sulla mia pelle. Mi sentivo presa, in vari sensi.
Io rimasi buona buona giù con la testa poggiata sul pannello, ad occhi chiusi, e si… a godere.
Sentire ancora il mio corpo invaso dal suo, mi stava dando ancora.
Ma non potevamo rimanere così ancora a lungo, era troppo stancante per entrambi così arretro e liberò la mia vagina da sé. Uscì ma non fu finita lì ovviamente, non chiese, mi fece girare e basta e tornò tra le mie gambe che divaricai senza neanche rendermene conto. In quel momento vidi la sua erezione, era la prima volta. Non era piccolo il suo membro, a quanto pare non mi ero sbagliata. Fu davanti ai miei occhi per poco, si abbassò, e lo rimise dove lo aveva tenuto fino ad ora.
Sentii di nuovo attraversarmi completamente e fu bello per quanto ancora imbarazzante.
E in questa posizione ci ritrovammo faccia a faccia.
Ormai davanti a lui con le braccia libere gli mollai un altro ceffone, “sei un bastardo” gli dissi di nuovo.
Ma lui rise. Mi guardò ancora negli occhi e poi scese con il suo viso. Mi baciò, sulle labbra. Non ebbi neanche l’istinto di scansarmi. Risposi a quel bacio. Ce ne fu un altro che non rifiutai e poi, da lì, iniziammo a baciarci con passione. E sì, ero sua. La mia più grande paura si era realizzata, aveva conquistato anche la mia testa. Avevo tra le gambe il mio stupratore e mi piaceva.
In un momento di pausa appena potei fissarlo nuovamente negli occhi, qualche lacrima scese giù; “Perchè mi hai fatto questo?” gli dissi.
Ovviamente il significato era ben diverso. Perché mi hai fatto tua? perché hai voluto farmi allontanare da mio marito? Questo intendevano le mie parole.
“Mi piaci da impazzire” mi rispose. E lui ora piaceva a me.
Aveva rimesso tutto in discussione nella mia vita, quei punti fermi si erano appena disintegrati e ciò che pensavo fosse inviolabile o inattaccabile era appena caduto a pezzi.
Dall’amore fedele per mio marito ero passata a provare piacere con quello che consideravo dapprima il mio stupratore e ora desiderato amante.
“Non dirò nulla a mio marito, ma per favore, non facciamolo più” gli dissi. Belle parole certo ma la realtà era che non ci credevamo nessuno dei due.
Fu talmente chiaro che appena accennò dei nuovi movimenti le mie mani passarono sul suo petto e le mie gambe si divaricarono di più per una migliore penetrazione.
Tanto lui lo aveva fatto anche adesso, mi aveva presa senza il mio consenso e lo avrebbe fatto di nuovo molto probabilmente e io ormai non sarei stata più in grado di dirgli di no.
E come la precedente volta lui rimase dentro, bene a fondo, aspettando per un nuovo rapporto, mi stimolava in continuazione con piccoli movimenti o sporadiche ritrazioni per tornare a penetrarmi completamente.
Fino a quando decise che era il momento di godere ancora e versare altro seme.
Quello fu il nostro primo amplesso, vero, consensuale, almeno credo.
Dapprima movimenti corti, arretrava di poco e poi tornava ad inserire il suo membro quanto più poteva, il piacere entrò di scena e si rese subito protagonista. La mia lubrificazione era al massimo e il suo membro avrebbe già potuto scorrere in me per penetrazioni più rudi che tanto bene non tardarono poi tanto ad arrivare.
Stavolta non avevo paura, stavolta non avevo ansia, stavolta lo volevo.
Ma le lacrime ci furono. Non furono abbondanti ma comunque furono.
E lui sapeva perché. Ad ogni penetrazione che in me generava piacere fisico, un’altra uguale e contraria generava dolore mentale perché stavo tradendo in maniera aperta mio marito.
Lui aveva le mani poggiate sul pannello, braccia larghe, così che potesse avvicinarsi con la testa, e intanto con il suo bacino forzava contro il mio per affondare il suo membro all’interno del mio corpo. Il suo viso era vicino al mio, mi dava baci passionali sulla guancia ma anche pieni di tenerezza e beveva le mie lacrime, un gesto simbolico, quasi a comunicarmi di non avere paura, quasi di protezione. Intanto, apprezzando tutto questo, sentivo il mio corpo amare ciò che lui stava facendo, sia sopra, sia sotto. Sopra entrava nella mia testa, sotto entrava nel mio corpo. Era tutto fantastico. Passammo anche a darci passionali baci sulle labbra, sentivo a pieno il sapore della sua bocca, della lingua che toccava la mia e che in alcuni momenti entrava anche bene a fondo. Il mio corpo ormai era invaso da tutto di lui.
Sentivo tutto, tutto. Mi ero persa, godevo di lui tra le mie gambe, le tenevo sempre bene larghe per permettergli tutto, amavo ogni singola penetrazione e sentivo qualcosa di più intenso quando lui era completamente a fondo. Sì.. talmente coinvolta che in quel momento un figlio lo avrei voluto concepire e proprio con lui. Sarà stato un istinto biologico ma il corpo sembrava proprio predisporsi in quel momento affinché accadesse; fortuna quell’anticoncezionale. Non so come mai, anche con mio marito questi istinti c’erano stati, ma ora li sentivo amplificati.
Ed entrava, entrava quanto più poteva, il suo corpo forzava discretamente contro il mio, poco di più e mi avrebbe fatto male con la pressione che avrebbe esercitato ma lo avrei sopportato volentieri. Sì, mi aveva fatta sua; sì, ero sua.
Baci appassionati, movimenti continui e profondi, mentamente conquistata, ero perdutamente sua.
Iniziò poco dopo a rincarare il ritmo, il rapporto salì ad un livello superiore di passione e il mio piacere era la sua piacevole conseguenza. Da qui iniziai ad essere più libera e a concedermi puri gemiti di piacere che lo facevano impazzire. A bocca aperta, versi di gola di discreta intensità accompagnavano le sue penetrazioni e lui ne traeva nuovo vigore. Limitò i baci pur di tenere la mia bocca libera e sentirmi gemere. Il suo piacere si amplificava ascoltandomi, questo gli faceva aumentare il ritmo e di conseguenza aumentava anche il mio piacere. In poche parole.. il mio piacere aumentava il mio piacere. Si scatenò in penetrazioni profonde, veloci, dure. Il rapporto in poco tempo si trasformo in qualcosa di veramente intenso, selvaggio direi. Non avevo mai provato simili stimoli e sensazioni. Le mie gambe era ancora più divaricate e i miei versi si fecero più forti. Iniziai a sudare forte tanto era il mio coinvolgimento, mi sentivo la fronte e la schiena bagnata e anche lui, a cui toccava il maggiore sforzo, era abbastanza umido, lo sentivo sotto le mie mani. I nostri corpi fusi, in un certe senso si stavano fondendo dal calore che provavamo. E arrivò un nuovo orgasmo. In un verso aperto, continuo, acuto, la mia bocca aveva appena annunciato che il mio corpo aveva appena provato la più grande intensità emotiva facendomi contorcere nuovamente gambe e piedi e forzare con le mani sul suo petto. Questo diede inizio ad un pianto liberatorio ma che lui sapeva interpretare. E non era finito lì, perché lui non si fermò, lui doveva continuare, io provavo ancora piacere e intenso, lui penetrava veloce, a fondo, con forza e il secondo orgasmo non fu tanto distante dal primo. Sentirmi gemere in quel modo produsse in lui il termine dell’istinto di procreazione. Spinse un’ultima volta e si fermò. Il nuovo seme fu dentro di me. Nuovi versi dalla mia bocca manifestarono soddisfazione nell’averlo dentro.
Ci fermammo, esausti.
Come a lui piaceva fare, rimase ancora dentro, bene a fondo. Scese con il viso e si abbandonò a baci profondi. Asciugò con la bocca le poche lacrime rimaste e si muoveva per tutto il mio viso, dietro le orecchie, il collo, le guance e la bocca. Assaporava anche il mio sudore, risultato di un momento, anche più di uno, in un cui avevamo perso totalmente il controllo. Ci guardavamo molto negli occhi, lo trovavo bello, mi trovavo bella con lui tra le mie gambe. Mi sentivo sua.
Tra i suoi gesti di tenerezza, gli piaceva accarezzare le mie guance e i miei capelli.
“Allora sai anche essere gentile, non sai solo violentarla una donna” pensavo nella mia testa.
Ed ero curiosa di saperlo.
“Quante donne hai stuprato nella tua vita?” gli chiesi diretta.
“Non l’ho mai fatto” mi rispose con occhi sinceri, “Ho solo provato un’attrazione inspiegabilmente forte nei tuoi confronti e ho sempre avuto l’idea che lo volessi anche tu, ci guardavamo spesso negli occhi quando ci incontravamo, ma per fedeltà nei confronti di tuo marito non volessi lasciarti andare, così da forzare un po’ la mano per farti cedere”
Non sapevo cosa pensare, e in qualche maniera la cosa poteva essere vera; la lubrificazione, il fatto che ora in effetti avevo avuto il rapporto più soddisfacente della mia vita. Un fondo di verità sicuramente c’era, forse il mio corpo in fondo lo aveva capito ma la testa no.
Forse anche il fatto di nascondere tutto a mio marito e aspettarsi nuovi stupri era solo una diversa interpretazione di desiderio e la scelta più logica per salvare tutto. Vista in questo modo, tutto tornava.
Se non mi avesse preso con la forza di sicuro non mi sarei mai concessa e ora non saremmo arrivati qui. Però certo, non era giusto il modo; ma quale altro sarebbe potuto essere?
Non seppi replicare a ciò che aveva detto, lo guardai con una certa compassione, forse anche comprensione; lui scese con il viso e ci baciammo di nuovo.
Ci alzammo poco dopo. Mi aiutò a scendere. Una volta in piedi guardammo sul pannello una traccia evidente della mia schiena, e qualche altra chiazza qua e là; non fummo sorpresi della cosa alla fine ma erano tracce che comunque dovevano sparire presto.
Ci guardammo un attimo negli occhi accennando un sorriso complice, e poi lo chiamai per nome. Un nuovo muro abbattuto? sì, può darsi. Richiamai la sua attenzione più altro. Mi guardò negli occhi e poi io abbassai lo sguardo. Lo portai a notare lo sperma che era uscito dal mio corpo e che stava scivolando via.
Fece un sorriso, si avvicinò a me e dopo avermi messo una mano sulla guancia mi baciò sulle labbra.
“Prendi un’altra pillola del giorno dopo?” mi chiese. Evidentemente non sapeva come funziona la cosa.
Sorrisi teneramente “Ho l’anticoncezionale” gli risposi.
Volli giocarci un po’ su e scoprii di lui un nuovo lato “Non lo vorresti un figlio da me?”
“Si, si che lo vorrei” mi ripose. Non so il perché ma io in qualche modo in cuore già lo sapevo, e quindi sapevo che stava dicendo la verità.
“Sai però che non posso dartelo?” gli dissi un po’ rammaricata.
“Lo so, ho preso anche troppa libertà ma non voglio arrivare a distruggere il tuo matrimonio.. la scelta di lasciare tuo marito deve essere tua”
Mi aveva appena teso una mano, spettava a me afferrarla quindi, ma sapevamo entrambi che era una presa molto difficile. Abbassai lo sguardo, e quel silenzio che ne seguì in effetti valeva più di mille parole.
Teneri discorsi, mentre le gocce del suo sperma continuavano la loro corsa lungo il mio corpo.
Un po’ anche per terminare lì la conversazione gli chiesi di prendermi della carta per pulirmi, lui che aveva ancora le scarpe e poteva muoversi in quell’ambiente un po’ troppo pericoloso da attraversare a piedi scalzi.
Lo prese e iniziò a pulirmi lui. Lo strusciare della carta trasportata dalla sua mano sulla mia pelle mi dava dei piccoli brividi e appena arrivò alle mie grandi labbra ci guardammo negli occhi con malizia. Puliva con cura, delicatezza e sostò per parecchio in quella zona, era un modo per darci ancora un po’ di piacere. Tutta quella complicità, mi sa che mi stavo innamorando, oppure prendendo una grossa cotta.
Rimanemmo più del dovuto a fare tali pulizie. Ci stavamo giocando parecchio e in assoluto silenzio.
Ma poi, anche quella parentesi finì. Provai a prendere i vestiti a questo punto ma lui mi fermò. “Aspetta” mi disse “Voglio vederti completamente nuda”
Mi prese la maglia all’altezza dei fianchi, alzai le braccia e tirò su con delicatezza, la poggiò sul pannello e rimasi solo il reggiseno. Mi guardava con forte ammirazione, guardava il mio reggiseno come si fa con il velo da togliere da un'opera d’arte. Quel velo lo tolsi direttamente io.
La meraviglia era la sua nuova espressione nel vedere i miei seni nudi.
Accostò la mano, con lentezza, quasi con timore, e un sorriso grande pieno di gioia gli si stampò sulla faccia appena il palmo entrò in contatto con il mio seno. Era dolce, mi fece una tenerezza enorme. Poco dopo anche l’altro palmo entrò in contatto con l’altro seno.
Aspettai qualche minuto, lo lasciai giocare un po’ e poi “Ora voglio vederti anche io” gli dissi.
Staccò i suoi palmi ed afferrò la sua maglia. Un attimo dopo anche io avevo il suo corpo seminudo. La parte sotto la conoscevo, l’avevo avuta dentro di me fino a poco prima, la parte sopra ora mi si era presentata. Era veramente un bel fisico, i suoi pettorali e i muscoli erano ben delineati, della giusta dimensione, veramente della giusta dimensione per piacere agli occhi. Poggiai io ora le mani sul suo corpo, iniziai dalle spalle e scesi con le mani sui suoi pettorali per scendere ancora fino a dove potevo. I miei occhi seguivano le mie mani. Le rimisi poi sul suo petto, lui rimise le sue sui miei seni. Ci guardavamo negli occhi sorridenti.
Non ci dicevamo niente e, almeno io, non pensavo neanche a niente.
Ancora un poco e poi ci rivestimmo.
Misi un pezzo di carta sulle mutandine appena le tirai su, qualcosa forse ancora sarebbe sceso.
Lui mi ammirava mentre io pezzo dopo pezzo tornavo ad essere completamente vestiva.
Un ultimo abbraccio e poi ognuno tornò alle proprie cose.
Arrivai alla macchina rilassata stavolta, l’idea dello stupro era lontana ormai, sostituita dall’idea di aver goduto abbondantemente.
Accesi il motore, mi diressi verso casa. Il viaggio fu tranquillo, sulla mia faccia un sorriso che mostrava non so nemmeno io quante emozioni insieme. Non mi ero dimenticata di mio marito, c’era una bella lotta interiore a riguardo ma non potevo non ammettere di aver provato qualcosa di cui sinceramente non mi stavo pentendo. L’esatto contrario, ero contenta di averlo provato. Come dice lui, forse lo volevo dall’inizio inconsciamente e doveva solo accadere per capirlo. Non lo so, troppe domande, troppi limiti forse.
Arrivai a casa. Lasciai in auto il cambio di riserva ed entrai veloce. Chiusi la porta ed entrai nel mio nuovo mondo.
Mi sedetti sul divano, non so se per riordinare le idee o per immergermi in un attimo di tranquillità. Fissavo il televisore spento, quello schermo aveva iniziato a proiettare ciò che avevo fatto quella mattina. Mi deconcentrò il fatto di sentirmi umida nelle mie parti intime. Misi una mano dentro le mutandine e con le dita arrivai all’entrata del mio sesso. I fazzoletti erano bagnati, qualcos'altro era sceso durante il viaggio. Alzai il bacino e abbassai i leggings e le mutandine a metà coscia, i fazzoletti seguirono gli indumenti.
Erano intrisi di liquido, non bagnati ma comunque abbastanza umidi. Non so, possibile c'era ancora tutto questo sperma dentro di me? Era vero anche che lui per ben due volte era venuto dentro di me, forse questo poteva giustificare tutto questo bagnato. A questo punto li presi e li gettai sul pavimento, il loro compito era ormai terminato.
Con i calzoni ancora a metà coscia mi rimisi seduta.
Portai la mia mano al mio sesso e con indice e medio controllai se e quanto ero ancora sporca. Il bagnato era solo sui fazzoletti a quanto pare. Un po’ di palpazione per capire la situazione poi lentamente passai a medio e anulare e iniziai piccoli massaggi al limite della masturbazione.
Nella testa avevo ben vivo il ricordo del suo corpo che si muoveva dentro il mio. Pian piano medio e anulare iniziarono a muoversi più freneticamente.
Mi fermai poco dopo. Nella testa nuovi dubbi. La prima volta per me era stato a tutti gli effetti uno stupro; era possibile che una donna potesse provare piacere in quella situazione? Era possibile che avessi perso la testa per il mio stupratore? Era possibile quindi che tutto ciò che provavo fosse solo frutto della mia fantasia?
Mi riempivo di tali domande ma avevo una gran paura a cercare le risposte. Avevo il telefono all’ingresso, non tanto lontano quindi, tramite quello avrei potuto trovare le mie risposte ma la paura di trovare risposte amare mi incollavano al divano.
Mi tormentavo quindi trovando risposte di comodo così da non dover dovermi trovare di fronte ad una realtà che avrebbe potuto non piacermi.
Andai avanti così fino a quando si presentò il momento di pranzare e più che altro pulire il mio sesso da eventuali invisibili e tenaci residui del sesso consumato.
Non toccai il telefono fino a quando non finii pranzo e faccende per poi cedere al richiamo della curiosità.
Feci la prima ricerca, riguardo al piacere provato durante uno stupro, feci poi la seconda ricerca riguardo al coinvolgimento sentimentale nei confronti del proprio carnefice.
La realtà mi crollò addosso. Avevo paura che le risposte mi avrebbero potuta ferire e questo successe.
Tutto era solo frutto della mia reazione allo stupro. Il piacere era solo una reazione istintiva per proteggersi da qualcosa che avrebbe potuto ferirmi, l’innamoramento poteva essere “semplicemente” un cosiddetto legame traumatico. Tutte le mie certezze erano crollate nuovamente. Allo stesso tempo poteva darmi la speranza di essere ancora innamorata di mio marito e solo di lui e che stavo solo reagendo a una violenza subita.
Questo cambiava nuovamente le carte in tavola, ma come potevo a questo punto respingerlo ancora? Ma anche davanti alla realtà dei fatti, volevo veramente respingerlo?
Che dovevo fare quindi?
Provai a lavorare un po’ nel pomeriggio per cacciare via i pensieri, durante la cena mi aiutava la tv, come anche prima di andare a dormire. Decisi di non andare a dormire nel mio letto quella volta aspettando di crollare sul divano, mi preparai un lenzuolino per non sentire freddo dopodichè cercai di rimanere il più possibile focalizzata su ciò che vedevo, anche le cose più stupide. Ma l’attenzione era a volte più rapida della mia volontà sicché a tratti tornavo ad avere davanti fatti e pensieri. Anche se per attimi, si presentavano comunque.
Era troppo largo il solco a quanto pare per non essere notato, soprattutto se non avevo nulla di consistente che poteva ricoprirlo a dovere.
Resistetti per circa un paio d’ore ma poi la mia mano inesorabile era scesa di nuovo sul mio sesso e iniziò a massaggiarlo pensando di essere presa con forza dal mio assalitore.
Senza passare ad un vero atto di masturbazione, mi addormentai così.
La mattina mi svegliai in una posizione del tutto naturale e per un po’ priva di ogni martellante pensiero. Feci colazione in uno stato di ebetismo e poi iniziai sul da farsi, pensavo di non farmi più vedere alla casa collinare, magari tutto sarebbe tornato alla normalità. Sapevo che lui quella mattina sarebbe stato lì, almeno da accordi presi dopo le nuove direttive di mio marito, poi non avrei potuto sapere quando ci sarebbe stato. Sarebbe bastato superare la mattinata e tutto avrebbe preso un’altra piega.
Di mattina presto aveva già iniziato a fare caldo, mi vestii quindi con una canottierina e un paio di shorts elasticizzati che aderivano bene alle mie curve.
Provai a cercare un luogo fresco per fare una passeggiata e tenere libera la mente, la natura aiuta, il problema è quanto ingombranti sono i pensieri.
Dopo circa un’ora decisi di andare a prendere un caffè. Entrai nel bar, ne uscii con due caffè da portar via. Il secondo era per lui. Mi misi in auto e avevo appena detto addio alla possibilità di risolvere le cose. Non so come mi diceva la testa, volevo andare su e dirgli di no, volevo invece fare di nuovo sesso con lui. Non so cosa mi spinse ancora ad andare su da lui. Diversi minuti di strada mi separavano ancora dalla casa. La testa era piena: ora vado su ma solo per parlare, ora vado su ma gli dico di no, ora gli spiego che realmente non lo voglio ed è solo conseguenza di un trauma, vado e ci faccio sesso e dopo è tutto finito, vado su ma se gli dico di no mi struprerà ancora.
Ne ebbi così tanti di pensieri, non pensavo neanche di poterne generare così tanti a riguardo.
Avevo di nuovo l’ansia, proprio come la mattinata prima.
Spensi l’auto, feci un bel respiro, presi i caffè; la porta come al solito era accostata ma non chiusa, entrai e l’accostai nuovamente.
Era in camera da letto a lavorare, nella sala il pannello con le nostre tracce non c’era più e il livello si era abbassato ancora. Sembrava un conto alla rovescia, terminati i pannelli, sarebbe terminata anche la sua presenza lì.
Lo chiamai, in testa avevo l’idea di resistergli.
Arrivò, sorridente, mi salutò e subito gli porsi il caffè. Lo salutai anche io ma il mio sorriso non aveva la stessa intensità e lui se ne accorse. Bevemmo insieme il caffè.
“Come stai?” mi chiese, risposi bene ma con un evidente stato di ansia. Provò ad avvicinarsi ma indietreggiai dicendo “Ho paura che ciò che c’è tra di noi non sia vero, è stato tutto un errore, non possiamo continuare, dobbiamo finirla qui”.
“Capisco, sei confusa, vuoi essere fedele a tuo marito, lo comprendo” mi rispose “Però ti piace ogni volta vedo, prova solo a sentirti più libera. Non voglio perderti, sei così bella, anche oggi con questi pantaloncini"
Arrossii ma gli risposi con un “Non voglio, non possiamo”
Sapevo che sarebbe andata a finire così. Si avvicinò a me, mi mise una mano dietro il collo e mi baciò sulle labbra che rimasero incollate alle sue anche dopo aver lasciato la presa.
Le sue braccia mi circondarono e mi sollevarono da terra.
Mi portò subito sui pannelli e mi sdraiò lì. Salì anche lui, si mise tra le mie gambe.
Non disse più nulla, mi strappò la canottierina tirando con entrambe le mani all’altezza del petto, la fece a pezzi per riuscire a togliermela di dosso, lo guardavo fisso negli occhi senza muovermi mentre lui lo faceva, tirando poi con le due mani mi sfilò gli shorts e le mutandine e anche le scarpe, facili da sfilare ovviamente, Rimasi solo con il reggiseno che abbassò per scoprire i miei seni.
Si sfilò la maglia, tolse i suoi pantaloncini e in un attimo era completamente nudo anche lui.
Le mie braccia erano rimaste distese e immobili lungo il mio corpo mentre lui faceva tutto questo. Salì su di me. Divaricai bene le gambe, tanto così sarebbe finita.
Si poggiò su di un gomito per rimanere basso con la schiena e mise una mano sulla mia bocca. Ci fissavamo negli occhi. Anche senza aiutarsi con una mano riuscì a portare la sua erezione al mio ingresso, era capace anche in quello, ed entrò veloce dentro. Un verso prolungato sotto la sua mano, uno sguardo sofferente mal celato, fece capire che non ero ancora pronta. Arretrò più lento e poi arrivò subito un’altra penetrazione, la reazione fu la medesima, e poi un’altra ancora a cui seguì la stessa identica reazione e poi.. rimase fermo.
Lo fissavo negli occhi, con uno sguardo provato mal celato anche questo, non gli dissi niente. Ero sorpresa anche se alla fine me lo aspettavo, era tra le varianti ipotizzate durante il viaggio. Sapevo che mi avrebbe presa ancora, credo che alla fine, nonostante ciò che pensavo di aver capito, speravo ancora che lo facesse, avevo provato a resistergli ma in fondo ormai quel solco era scavato e credo che al momento volevo ancora guardarlo da vicino.
Bastò un attimo di pausa, mi lubrificai subito, e da lì il suo membro era già libero di muoversi dentro di me. Iniziò con movimenti forti, rudi, veloci solo per entrare, un leggero dolore ma piacevoli. Lo fissavo negli occhi ma stavolta con uno sguardo neutro per quanto possibile, cercavo con un po’ di orgoglio di non dargli soddisfazione. La sua mano copriva i miei gemiti, uscivano chiari ma non forti, ogni volta che entrava con tutta la potenza che poteva metterci. Senza mano sarebbe stato più forte sicuramente il suono, ma persi in quella casa nessuno mi avrebbe mai sentita.
Continuò così, ingressi veloci e a fondo per entrare, con meno velocità per uscire, provavo piacere ma non volevo dimostrarglielo.
Le mie braccia erano ancora distese lungo i fianchi e ora terminavano con pugni ben serrati. Le mie gambe erano leggermente sollevate e i piedi puntavano come fa una ballerina di balletto. Quello che potevo nascondere, nascondevo, il resto non riuscivo a controllarlo. Ero di nuovo succube di lui, il suo membro entrava con forza e a me piaceva ancora. Il piacere c’era, rimanevo sotto di lui con tutti i muscoli contratti ma comunque buona buona. Da una parte ero desiderosa di raggiungere l’orgasmo, dall’altra volevo che quel momento durasse più a lungo possibile.
Eppure ci stavo riuscendo, la mattina mi ero alzata con l’idea di evitarlo e c’era tutto l’impegno; come avevo fatto a finire nuovamente con le gambe aperte sotto di lui?
Il piacere era diventato intenso, mi entrava dentro con forza, un ritmo e un modo che sembrava quasi come se volesse farmela pagare per il mio rifiuto e forse era vero, forse era anche un modo per convincermi ancora a stare sotto di lui, un’altra lezione me l’aveva data. E poi iniziò ad uniformare il movimento entrando ed uscendo allo stesso modo. Accelerò per avere movimenti più rapidi, e io… reagii con il mio orgasmo. I pugni si aprirono ma le mani rimasero rigide, la schiena tese ad incurvarsi sotto il suo corpo e le gambe si contrassero. Un verso diverso, più intenso, uscì dalla mia bocca tappata, per avere un attimo di silenzio nell'immediato e riprendere a gemere poi. Poco tempo ancora e lui venne. Fermo a spingere, sentivo il suo bacino far forza contro il mio per far entrare quanto più possibile il suo membro, Il suo respiro si fece più forte. Sentii versare nuovo sperma. E anche questa volta il suo seme era dentro. E ovviamente rimase lì fermo ad aspettare.
Tolse la mano dalla mia bocca, si mise sui gomiti per rimanere vicini con il viso.
“Lo vedi che piace anche a te?” mi disse, "perché questa recita e non ammettere che lo vuoi anche tu?”
Già, perché? Perché non capivo cosa veramente pensare, quale era la vera situazione. Una donna può anche innamorarsi del suo assalitore, lui mi aveva già stuprato più volte in teoria, ma in pratica era stupro? Perché alla fine avevo goduto ogni volta. Qual era la verità dei fatti? Realmente lo volevo? Perchè ero di nuovo lì? Perché ero passata lì quella mattina?
Eppure lo sapevo che mi avrebbe scopata ancora. Andando su era come chiedergli di farlo, o comunque lui avrebbe interpretato così.
Mi davo della cretina ma alla fine, forse per una reazione malata e perversa, corpo o mente, oppure tutti e due insieme, erano attratti da tutto questo, altrimenti non si spiega perché fossi tornata lì.
Per qualche minuto rimase dentro ancora, faceva dei piccoli movimenti di rilascio per entrare poi con forza, rimanevo così lubrificata.
Ma poi, inaspettatamente uscì da me. La cosa mi sorprese, mi aspettavo infatti che avrebbe preteso il secondo rapporto.
E invece si fece indietro e scese. Di riflesso, non so come mai, alzai la schiena e mi appoggiai sui gomiti con aria incuriosita, un po’ stizzita, per questo finale differente.
Mi guardò negli occhi, senza dire nulla, e io feci lo stesso.
Rimanemmo in quel modo per un tempo che nemmeno ricordo. ora potrei dire che mi sembrava lungo, sicuramente ingannata dalla percezione del momento, ma alla fine non ne sono tanto sicura. Nel frattempo, gocce di sperma erano scese dalle piccole labbra, erano sporche ma non credo eccessivamente, avevo sentito, non visto. Non so se lui le notò, forse si però, perchè qualche istante dopo mi afferrò per le caviglie e mi tirò con forza per trascinarmi a sé. Giusto quel tanto per farmi arrivare con il corpo al bordo.
Avevo la sua erezione davanti. Mi prese per il collo e accostò la mia testa al suo membro.
Di riflesso misi avanti le mani, come forma di difesa credo; leggermente contraria, ma alla fine aprii la bocca e il suo membro mi arrivò quasi in fondo. Tirava quel tanto per farlo entrare completamente ma non esagerava.
Rimasi ferma, senza fare niente, lo tenevo soltanto in bocca, ma pochi istanti dopo, chiudendo gli occhi, iniziai a stimolarlo un po’, mi venne naturale, istintivo. Una leggera suzione, nulla di più. Ma a lui bastava solo aver messo il suo membro nella mia bocca, non pretese infatti né un coito né un orgasmo.
Dopo qualche istante infatti, mi tolse il suo membro e mi lasciò lì, quasi ignorata e abbandonata per rivestirsi. Ci rimasi quasi male, forse anche senza quasi.
Contrariata ma orgogliosa e in parte anche ferita, presi i miei vestiti, anche ciò che rimaneva della canottierina, e mi rivestii anche io. Alzandomi vidi una striscia bagnata sul pannello, era quella lasciata dallo sperma che era passato sotto il mio corpo dopo che mi aveva trascinata verso di sé.
Un po’ confusa, un po’ amareggiata, decisi di abbandonare in fretta la casa. In silenzio lui mi venne dietro per accompagnarmi all’auto.
Sembrava strano lasciarci in quel modo, quasi arrabbiati, delusi, senza neanche aver consumato un altro rapporto; anche io non trovavo pace nella testa, lo volevo e non lo volevo.
Ma quando ero davanti all’auto, qualcosa si scatenò. Lo sentii prendermi e stringermi da dietro, ma lo fece in un modo tra malizia e rabbia. Mi voleva, mi voleva sua.
Da dietro mi fece sentire le sue voglie, mi spinse sulla schiena per farmi appoggiare sul cofano. Avevo le braccia distese e le mani sulla lamiera, calda per il sole preso.
Abbandonai sul cofano la canottierina ridotta a brandelli. I miei capelli penzolavano coprendo la mia faccia. Fece scendere di corsa shorts e mutandine fino a metà cosce e giù anche i suoi pantaloncini.
“Qui fuori?” gli dissi.
“Non mi importa” mi rispose.
Mi resi collaborativa, in avanti, lui mi teneva con una mano sulla spalla e l’altra sul fianco. Un attimo ancora e entrò dentro, fino in fondo; mi lasciai penetrare anche lì fuori, senza dire niente, ma la situazione era più imbarazzante del solito. Sentii spingermi rapidamente in avanti, i miei capelli oscillarono con il movimento del mio corpo, chiusi gli occhi e un corto grido uscì dalla mia bocca. Stavolta mi fece male. Rimase così per qualche attimo. Tornò indietro con il bacino e poi spinse di nuovo, forte. Strinsi i denti e un verso di gola uscì fuori. Solo qualche altro attimo…E poi iniziò il rapporto.
Il ritmo era cambiato, iniziammo quindi a fare sesso fuori la casa; da quel punto non potevamo essere visti dalle abitazioni intorno ma così forse era eccessivo e il disagio che provavo impedì la mia lubrificazione, quindi il rapporto stavolta fu doloroso. Distratta poi nel guardarmi intorno con la paura di essere visti, anche dagli animali stessi, il mio corpo non aveva reagito a dovere, anche se era un meccanismo naturale lubrificarsi (così avevo letto almeno), e quindi le sue penetrazioni riuscivano a portare solo un minimo trasporto lasciando spazio ad ingressi dolorosi che sopportavo stringendo i denti e a volte gli occhi. Non volevo dirgli che mi stava facendo male, alla fine non mi importava, quel livello di dolore potevo sopportarlo benissimo, se almeno fosse rimasto tale.
Voleva il mio corpo ancora una volta, beh, eccolo. Lo stava prendendo di nuovo. Rimasi ferma, almeno per quel che potevo, spostata in avanti e indietro durante e dopo le sue spinte nonostante mi tenesse ben salda con le sua mani; sopportavo quegli ingressi dolorosi a denti stretti, bloccando a volte il respiro e tendendo lo sguardo sul cofano, a volte piccoli versi si facevano sentire. Non era poi così doloroso rispetto al nostro primo rapporto e alla fine era proprio il mio corpo a voler rimanere fermo per assecondarlo, non tendeva a fuggire, non so neanche io perché. Si, faceva male, ma dovevo assecondarlo.
Lo feci anche quando le sue spinte si modificarono per diventare più rudi e veloci. Rimasi ferma ma dalla mia bocca i suoni si fecero più chiari, faceva un discreto male, iniziai quindi ad emettere un doloroso gemito per ogni sua spinta, alzando leggermente la testa all’indietro, ma non mi sognavo di sfuggire al mio destino. Aspettavo pazientemente che lui finisse.
Tirava con forza la spalla e il fianco affinché lui potesse penetrare con tutto il suo membro il mio canale vaginale. Si muoveva senza sosta ed era chiaro che voleva venire in fretta. Strinsi ancora per un po’ i denti, un attimo dopo lo sentii aumentare il fiato. Si fermò bene a fondo, tirando più forte e costantemente spalla e fianco. Arrivò il suo sperma a prendersi il suo bel posto dentro il mio corpo.
Ovviamente sostò e sigillò bene il mio canale dopo aver lasciato il liquido ma stavolta rimase poco.
Il secondo rapporto lo avevamo portato a termine e quindi ormai potevo anche andare.
Detta così è cinica ma la situazione era ben diversa. Il nostro tempo insieme era terminato, in malo modo ovviamente, perché in malo modo era iniziato.
Ok, avevo il suo sperma dentro e per quel giorno avevamo finito.
Mi lasciò lì e tornò dentro, non curandosi di me. Non mi voltai a vederlo.
Mi rimisi dritta con la schiena e cercai subito un fazzoletto in auto da mettere nelle mutandine. Sentivo già qualcosa scendere, utilizzai inzialmente i brandelli della canottierina per pulirmi e per evitare che gocciolasse qualcosa sugli indumenti.
Con una sola mano presi dal portaoggetti il fazzoletto e mi parai le mutandine.
Tirai su tutto e salii in auto.
Fortuna la borsa con il cambio. Presi la maglietta all'interno e fui salva.
Non tornai subito a casa. Altre necessità primarie mi richiamavano all'ordine.
Rientrai tardo pomeriggio, mangiai fuori casa, volevo uscire un po’ con me e svagarmi, me lo meritavo credo.
A casa ero tornata innanzitutto con i fastidi dell’ultimo rapporto ma soprattutto ero riotrnata in confusione.”che stupida” mi ripetevo.
Volevo stare lontana da quel tipo, ma tutto di me, credo, mi aveva riportata da lui.
Non avevo le idee chiare e infatti mi ripetevo “Ma se non hai le idee chiare, non ci vai", a volte anche ad alta voce.
O forse era tutto un alibi per non ammettere che invece volevo farci sesso?
Ci andai a letto con questi pensieri.
La notte porta consiglio diceva… allora per me il giorno prima ancora doveva finire.
La mattina ero ancora combattuta.
Pensavo ai pannelli, pensavo a cosa ci avevamo fatto e pensavo anche che quei pannelli ogni giorno diminuivano e una volta terminati tra di noi tutto si sarebbe fermato.
Ovvio, avevo pensato lasciamoli finire.
Ovvio, sarei invece andata a prendere due caffè.
Perché la coerenza.. innanzitutto.
La cosa che pensai era che mio marito sarebbe tornato dopo la fine di quei pannelli molto probabilmente. A sapere ciò che era successo sarebbero state solo le pareti.
Mi misi una gonna scura e una camicetta, neanche le calze, ero stanca di rimetterci vestiti.
Portai con me la borsa con un ricambio comunque.
Mi diressi da lui. Stavolta sarei stata più chiara, non aveva senso reagire in quel modo. Ammetto che le mie azioni erano state abbastanza seccanti, ma ero confusa, cavolo se ero confusa.
Feci la strada, nel pieno imbarazzo, imbarazzo perché mi stavo comportando da stupida. Magari questa mia instabilità era frutto della violenza-forzatura iniziale ma mi rendevo conto che che alcuni comportamenti erano stupidi.
Arrivai quindi a casa, stavolta lui non c'era.
Ovviamente la delusione arrivò come un sasso in pieno volto.
Sinceramente mi sentii persa. Durante il viaggio avevo riflettuto parecchio, anche sulle cose da dire; non ero arrivata a nessuna conclusione ma comunque volevo chiedergli scusa.
Non avevo pianificato un discorso, non c'ero riuscita, avrei lasciato tutto al momento, e al momento, quel momento non c'era.
Rimasi dentro l'auto, parcheggiata sotto il sole, con l'aumentare della temperatura aumentava l'inquietudine.
Iniziai a pensare che non sarebbe venuto.
Dopo circa un'ora ad aspettare rinunciai.
Bevvi il mio caffè ormai freddo e amaro per la situazione e buttai via il suo.
Tornai a casa delusa.
Io non avevo il suo numero di telefono, era sempre stato mio marito a prenderci accordi ed eventualmente organizzava lui gli incontri o mi faceva sapere quando lui era lì. Certo, non credo che avrei avuto il coraggio di chiamarlo ma comunque non avevo modo di farlo.
Mi presi un'altra giornata solo per me. Avrei provato il mattino seguente.
Passai la giornata in piena spensieratezza.
Mi concessi qualche piccolo regalino, un vestitino ad esempio, niente mutandine o completini poiché non volevo innescare strani sospetto a mio marito una volta tornato ma il resto, qualche piccolo capriccio ancora sempre in maniera ponderata e tornai a casa con la piena soddisfazione.
Erano diversi giorni a proposito che non mi sentivo più con mio marito, mi domandavo cosa stesse facendo.
Trascorsa la giornata lo chiamai io.
Ci capivo poco su quello che lui faceva quindi più che chiedergli come stava e se gli mancava casa non potevo.
Arrivammo all'argomento casa. Sapeva qual era lo stato dei lavori.
Immaginai subito che si era sentito con l'operaio. Gli chiesi se gli aveva detto altro; lui capì riguardo i lavori, io feci finta che si riferisse a quello. Ovviamente volevo sapere se quel bastardo avesse fatto trapelare qualcosa.
Concludemmo con il solito “ci sentiamo presto” e rimandammo a giorni successivi.
In effetti non ci dicevamo mai “ti amo”, “mi manchi”.
Tanto rispetto e poi le parole più importanti non ce le dicevamo mai.
L'indomani decidi di andare su nuovamente.
Da quando era iniziata tutta questa storia anche lavorare era diventato un incastro scomodo ma ci riuscivo comunque, ma fortuna il lavoro da casa, fosse stato un lavoro in azienda sarebbe stato tutto molto più complicato.
Mi vestii esattamente come la giornata prima.
Stessa identica atmosfera, solito imbarazzo, cosa avrei fatto, cosa avrei detto.
Sicuramente mi sarei scusata.
Volevo vedere i pannelli oltretutto per capire quanto tempo fosse rimasto.
Era questo il dettaglio che mi portava a riflettere, alla fine, tanto, o con la forza o senza, lui mi avrebbe presa lo stesso, e anche io andando su glie ne davo la possibilità, quindi pensavo ad un conto alla rovescia per subire/godere ancora.
Arrivai quindi, stavolta senza caffè.
Il suo mezzo era lì.
Entrai, feci caso ai pannelli, erano ancora di meno, la catasta non era poi così alta. Il nostro tempo stava per finire insomma. Guardai la sala, non era completa ma era quasi terminata credo. Lo cercai in silenzio con una discreta ansia addosso.
Era in un'altra stanza, lavorava lì, non so perché avesse sospeso la sala.
Lo salutai.
Mi rispose. Mi guardava un po' incuriosito e un po' spazientito.
“Sei venuta a darmi altre direttive?”
“Sono passata a controllare”
“A davvero?”
“Si, vedo che stai facendo dei bei lavori” gli dissi, così da lodarlo un po'.
“Ok, potevi venire tra qualche giorno, così avresti visto qualcosa di nuovo. Sei venuta davvero per controllare?”
Che dirgli, non era stupido.
“Cosa vuoi esattamente da me? Una volta ti va bene, un'altra volta non vuoi. Cosa vuoi fare?”
“Scusa, sono confusa, forse potremmo fino a quando poi tutto è finito”
“Dai, lasciami pace, controlla i lavori, fammi le domande e poi basta”
“Sono confusa, scusami”
“Appunto, e magari domani cambi idea un'altra volta, credo che tu debba ragionare un po’ meglio e prendere una direzione, dai, controlliamo i lavori, sei venuta per questo no?”
Iniziò a farmi vedere le ultime piccole modifiche, tornammo in salone e mi spiegò perché aveva al momento sospeso, spiegandomi le criticità riscontrate.
“E questo è tutto, se non hai altre domande e vuoi andare direi che abbiamo finito” mi disse per terminare la conversazione tra di noi.
Non aveva alcuna intenzione di fare altro insomma, credo fosse arrabbiato o più che altro deluso in quel momento.
Mi sentii un po’ colpita, disarmata in quel momento, profondamente in torto. La mia testa si mise sulla difensiva pronta ad accettare qualsiasi cosa.
“No va bene, dai, facciamolo” gli risposi.
Mi mise una mano sulla gola, senza stringere, spingendomi verso la porta. Non era un gesto atto a fare male, un gesto da uomo predominante, di quelli che fanno eccitare le donne insomma.
Eravamo faccia a faccia.
“E perchè stavolta dovrei farlo? Adesso ti va bene?”
“Si”
“Non ci credo più alle tue parole”
“Mettimi alla prova” gli dissi guardandolo dritto negli occhi.
Mi prese da dietro il collo tirandomi a sé per poi spingermi verso i pannelli e mi fece salire in avanti, sulle ginocchia, la testa sui pannelli e le mani in avanti. Lui era dietro di me, si mise sulle ginocchia anche lui, abbassò i suoi pantaloncini, alzò la mia gonna e abbassò le mie mutandine e tenendomi per un fianco posizionò il suo membro già bene eretto. Non perse tempo, forse perché più preso dalla rabbia che dalla voglia. Entrò dentro e forte. Sentii bene il suo ingresso, aprire il canale, farsi strada. Fu impegnativo ma ero già abbastanza lubrificata. Un verso di gola si era fatto strada verso la bocca e da lì uscito.
Tornò indietro e si fece di nuovo strada dentro il mio corpo.
"Adesso vediamo se veramente vuoi..”
Uscì col suo membro bene bagnato e sporco credo dei miei e i suoi liquidi e fece qualcosa a cui non avevo minimamente pensato.
Semplicemente arretrò per poi penetrarmi nell’altro orifizio. Senza dichiarare le sue intenzioni, accostò il suo membro al mio ano ed entrò dentro. Senza tante preoccupazioni. Il dolore da subito fu immane, un urlo ben chiaro uscì dalla mia bocca. In un solo colpo tutti i miei muscoli si irrigidirono, a causa di quello brutalmente allargato.
Si fermò a fondo, il dolore fu veramente intenso, mai provato prima.
E poi una spinta ulteriore, uno strattone, quasi avesse ancora strada da percorrere.
E poi arretrò totalmente ma senza uscire.
“Mi vuoi ancora?” mi disse.
Risposi con un sì uscito dal fiatone che avevo nel sentire così tanto dolore. Era molto più forte l’attimo prima ma anche ora era ben intenso. Non avevo mai fatto sesso anale, eravamo forse banali io e mio marito. Sapevo che era doloroso, non pensavo così tanto, e c’era anche a chi piaceva, molto probabilmente era anche una questione di abitudine.
“Non ho sentito” mi disse
“Si” gli risposi a voce più alta.
Ero già pronta a sentire il dolore più forte mai provato in vita mia.
E difatti. Entrò di nuovo fino in fondo.
Tremai nel sentire il suo membro farsi strada nel mio ano e bruciare per arrivare alla massima dilatazione una volta arrivato in fondo; e in quel modo rimase. Un verso di sfogo a denti stretti uscì di nuovo. Le mie dita erano leggermente chiuse e contratte, poggiavo con le mani solo sulla parte posteriore, le gambe e i piedi erano contratti allo stesso modo, il dolore era fortissimo.
“Mi vuoi ancora?” mi chese
“Si” gli risposi
“Mi vuoi ancora?” mi disse spingendo forte.
“Si” gli dissi un’altra volta.
Il dolore era talmente forte ma non mi arrendevo così da arrendermi a lui.
Ma in che cavolo di situazione mi ero cacciata.
La vita mi stava fottendo bene, la vita mi stava fottendo la vita. E il bello è che lo avevo voluto io.
Dopo una sola forte penetrazione che mi fece urlare ancora uscì fuori. A lui era bastato quello, voleva solo vedere se realmente ero convinta questa volta.
Che male. Non era distante da quello sentito la prima volta, ma qui nessuna lubrificazione sarebbe venuta a salvarmi.
Mi lasciò lì e si allontanò senza dire niente, rimasi lì a riposarmi distesa dallo sforzo provato. Anche ora che era uscito da me il mio ano faceva malissimo.
Sentii dell’acqua, come se stesse lavando qualcosa. Immaginavo fosse andato a pulirsi, visto dove mi aveva penetrata. Tornò dopo pochissimi minuti. Aveva ancora i pantaloncini abbassati e un’erezione ancora massima. Avevo capito. Era venuto a prendermi.
Montò di nuovo sui pannelli, prese il mio bacino e me lo fece alzare.
L’attimo seguente, il suo membro aveva allargato e attraversato il mio canale vaginale. Mi aveva penetrata totalmente. Allargai la bocca stavolta, la sensazione provata era totalmente differente rispetto a prima e ora eravamo sulla giusta situazione. Ma volle comunque continuare ad essere duro. Entrava veloce e spingeva forte, non solo mi sentivo penetrata a fondo ma addirittura sbattuta dal suo corpo, la comunicazione non verbale avrebbe detto che mi stava punendo in qualche maniera, sottomettendo. La realtà era che tale punizione mi piaceva. Ero già lubrificata e quello che percepivo era la sua forza nel penetrarmi. Il piacere era forte e mi sentivo sua, anche se ancora non era giunto il suo orgasmo. Gemevo appena il suo corpo toccava il mio, segno che era entrato totalmente. Questo gli dava nuova energia e io mi sentivo presa. Nel frattempo sentivo ancora il fastidio nell’ano, non era offuscato completamente da queste sensazioni, era lì di sottofondo. era una distrazione o uno stimolo aggiuntivo?
Mi penetrò con lo stesso ritmo per tutto il tempo. Entrava così veloce per poi indietreggiare lentamente e di nuovo dentro. Dopo qualche minuto arrivò il mio orgasmo sopraffatta dalle sue spinte. Gemetti a denti stretti ma lui lo sentì benissimo. Proseguì così anche dopo, deciso a finire così come aveva iniziato.
Lo sentii dopo un po’ spingere veramente forte, mi faceva male ma mostrava la sua forza e questo mi piaceva contemporaneamente. Era quello il momento, venne dentro di me. Anche quel giorno il suo sperma mi aveva dominata, fortunatamente senza fecondarmi, anche se l’idea riusciva ad eccitarmi. Ammetto che immaginarmi con un pancione mi creava una particolare emozione addosso.
Stette a lungo così stavolta. Eravamo scomodi entrambi ma stavolta non mi mollava. Mi tenne il suo membro dentro per diverso tempo, oscillavamo, ci muovevamo ma lui rimase dentro di me a lungo. Ogni tanto arretrava leggermente per poi spingere ancora ma non voleva mollarmi da quella posizione. Il fisico ne risentiva e lui a volte sembrava irrequieto per questo, mi prendeva e tirava dai fianchi, a volte dalla spalla, si muoveva un po’ con le gambe per assestarsi continuamente. Fino a quando fu pronto per il secondo coito. Mi prese con forza sui fianchi per arretrare ed entrare in maniera molto rude dentro di me. Ero ancora ben lubrificata, tutti quei movimenti mi avevano reso disponibile e potevo accoglierlo tranquillamente. Iniziò di nuovo con movimenti veloci per entrare, rimanendo bene a fondo, e lenti per arretrare e prepararsi a nuova penetrazione. Lo fece per diverse volte, dopodiché il suo ritmo fu il più brutale possibile. Iniziò a muoversi velocità sbattendo il suo bacino contro il mio con forza quando giungeva alla fine della corsa. I suoi passaggi erano rapidi e pieni di energia. Questa volta sentivo una diversa sollecitazione, più dura. A tratti mi faceva male ma mi sentivo così dannatamente dominata. Mi sentivo scorrere veloce il suo membro dentro e l'attraversamento in quel modo era di fatto brutale. Quel dannato operaio me ne stava combinando di tutte e avevo ormai la certezza che un rapporto con mio marito non avrebbe avuto più un valore se non strettamente sentimentale, almeno quello speravo.
“Mi vuoi ancora?” Mi disse nel bel mezzo del rapporto.
“Siii” pronunciai mischiando parole e gemito.
Continuò per qualche secondo, arrivò quindi il mio orgasmo tra dolore anale, dolore vaginale e una passione mai provata prima.
E poco dopo anche lui raggiunse il suo. In maniera un po' disordinata continuava a muoversi rilasciando il suo sperma. Solo dopo si fermò per tenere ben dentro il suo membro.
Quella mattina, diciamo che la passione aveva ben consumato il corpo e sarei tornata a casa con diversi dolori.
Rimase ancora un po' quindi, mi tirava a sé con forza, tanto che mi avrebbe lasciato sicuramente segni sui fianchi.
E poi uscì dalla mia vagina.
Nel frattempo, non so se il troppo movimento, non so se ero spaventosamente dilatata, non so se mi avesse versato molto più sperma del solito, ma una gran parte era uscita dalla mia vagina appena la liberò dal suo membro. Cadde tutto sul pannello.
Stetti attenta nel muovermi per non sporcare i vestiti e mi sdraiai un pochino per riprendermi.
Lui nel frattempo era andato via.
Con me distesa sui pannelli lui aveva ricominciato a lavorare nella stanza.
Ascoltavo attentamente i rumori che produceva lavorando mentre sdraiata sul pannello mi riposavo.
Dopo un po' presi coraggio e mi alzai, ero sporca discretamente.
Cercai della carta in giro e la utilizzai per pulire il mio ingresso ma anche quella che doveva essere l'uscita. Vidi tracce di sangue. La cosa mi fece preoccupare abbastanza.
Misi dell'altra carta sulle mutandine e mi rivestii.
Andai a salutarlo.
Mi avvicinai a lui e gli diedi un bacio sulle labbra.
“Domani voglio vedere se veramente mi vuoi” mi disse.
Abbassai lo sguardo.
“Va bene” risposi e mi allontanai.
Salii sulla macchina, avevo qualche fastidio ma mi sentivo anche soddisfatta.
Mi fermai lungo la strada a fare le mie solite ricerche.
Cercai dapprima se poteva essere normale avere tracce di sangue presenti nell'ano e a quanto pare poteva succedere dopo un rapporto anale, soprattutto in assenza di lubrificazione.
Cercai quindi i rimedi. Per il dolore magari delle pomate, per le ferite non ce n’erano. Solo il tempo avrebbe fatto guarire.
Le sue ultime parole erano chiare, domani lui avrebbe voluto un rapporto anale. Il dolore era stato tremendo, solo con quelle poche penetrazioni sentivo ancora gli effetti, chissà con un rapporto completo cosa sarebbe successo.
Ma la decisione era già stata presa, tanto è vero che non mi feci alcun problema se andare su o meno, ma solo come affrontare la cosa.
Mi faceva paura per ora ma niente in testa mi diceva di non andare.
Feci un salto in farmacia, quella dove avevo preso la pillola del giorno e trovai la stessa farmacista.
Gli chiesi cosa c'era per affrontare la cosa e mi diede unguenti e unguento ma anche un clistere per pulire bene la parte rettale, era già tutto stabilito per il giorno dopo.
Tornai quindi a casa dove ricontrollai le mie parti intime. Mi pulii per bene e mi abbandonai a dei piccoli massaggi risanatori, misi l'unguento e mi abbandonai così aspettando l'indomani.
La mattina seguente tremavo all'idea di fare ciò che stabilito ma avevo detto basta ad indecisioni.
Avevo letto che un lavaggio intestinale era consigliato prima del rapporto e questo me lo aveva consigliato anche la farmacista.
Prima di andare su quindi feci il necessario, quel bastardo mi avrebbe penetrato anche dietro oggi e dovevo prepararmi anche a questo.
Avevo letto anche che esistevano dei movimenti specifici che potevano fare rilassare l'ano, esegui quelli inizialmente e poi proseguii con la pulizia.
Infilai la punta del clistere e iniziai la procedura.
Dopo qualche minuto iniziai ad espellere tutto ciò che avevo, per favorire il passaggio del suo membro.
Quando fui sicura di essere pulita mi preparai per andare da lui.
Misi nuovamente gli shorts e portai con me il cambio, non mi separavo più da quella borsa.
Avevo un'agitazione pazzesca.
Sapevo che mi avrebbe fatto male ma come fosse un richiamo io dovevo andare su da lui.
Nel tragitto durante la guida mi esercitavo per rilassare l'ano con gli esercizi indicati.
Parcheggiai. Lui era dentro, c'era il suo mezzo.
Tanto non sarebbe uscito, seguitai con gli esercizi per rilassare l'ano e aprii il flacone di unguento per lubrificare quello che oggi sarebbe diventato un nuovo ingresso.
Con un fazzoletto sulle mutandine per non sporcarle iniziai ad ungere l'ano e portare l'unguento anche all'interno. Portandolo con il dito, lo spingevo anche all'interno così da avere lubrificato non solo l'ano ma anche il retto. La sua penetrazione lo avrebbe poi trasportato più avanti.
Quando mi sentii pronta mi diressi all'ingresso e andare incontro a nuova pena.
Quello che mi aspettavo da lui è che mi avrebbe penetrata subito e a fondo per farmi dire che lo volevo ancora, esattamente come aveva fatto il giorno prima e per avere la mia risposta voleva che provassi dolore.
Gli uomini ragionano così credo.
Arrivai dentro, era ancora nella stanza di ieri. Guardai i pannelli che erano scesi ulteriormente, credo che eravamo in prossimità della fine, erano quasi terminati. A termine dei pannelli avremmo terminato i nostri rapporti. Lo raggiunsi.
Mi fermai sul ciglio della porta e lo salutai, lui fece lo stesso.
Si lavò le mani e mi venne incontro.
“E così sei tornata”
“Si” risposi, senza tanti giri di parole.
Sentivo smuovermi dentro, sapevo cosa sarebbe successo.
Ci guardammo negli occhi qualche secondo.
Scatto tutto lì.
Venne verso di me e mi baciò sulle labbra. Poi la guancia.
Poi sul collo.
In un gesto involontario gli scansai i capelli affinché continuasse a baciarmi sul collo.
Tenendomi un braccio intorno alla vita per tenermi a sé, iniziò a spingermi verso la sala.
Mi sentivo già in balia della sua voglia, che poi era che la mia. Sapevo dove sarebbe entrato e sapevo quanto male mi avrebbe fatto ma mi sentivo lo stesso bagnata anche se affogavo nella paura.
Tra baci passionali arrivammo alla sala.
Mi fece abbassare per mettermi in ginocchio.
Si abbassò i pantaloncini per portarmi davanti alla sua erezione con il viso.
Il messaggio era chiaro, aprii la bocca e avvicinai la testa a lui. La sua erezione ora tra le mie labbra.
Le strinsi e iniziai una marcata suzione. Le mie mani con le dita aperte e distanti tra loro si posarono sulle sue cosce e iniziai a fare avanti e indietro stimolandolo nel migliore dei modi. Il suo fiato che cresceva mi diceva che lo stavo facendo bene.
Mi sentivo la sua mano sulla testa a chiedermi ma non costringermi di prenderlo più a fondo. Ci provavo ma arrivava in fretta alla gola e non sapevo come fare a mandarlo più giù senza strozzarmi.
Ancora un poco e la stimolazione che voleva fu sufficiente.
Mi spinse per farmi segno di salire sui pannelli e mi chiese in maniera imperativa di girarmi. Era venuto il momento, avevo paura e una gran voglia insieme. Avevo voglia del carnefice.
Mi fece appoggiare sulle ginocchia e chinare in avanti, mi appoggiai sui gomiti e con il bacino in alto aspettai lui.
Abbassò i miei shorts e le mutandine, sentii la sua mano sul bacino afferrarmi, l'altra sicuramente era a tenere la sua erezione nel punto dove iniziare.
E iniziò. Entrò subito, non veloce ma fino in fondo. Il suo membro era scivolato bene nel mio ano ancora intriso dell'unguento ma allargandolo così d'improvviso fu di un dolore estremo. Strinsi i denti e un verso contenuto di dolore nella mia bocca sfogava ciò che stavo sentendo.
Faceva male, malissimo e non avevo scampo con le sue mani che tiravano il mio bacino.
Strinsi forte i pugni e contrassi le gambe.
E ora dovevamo finire il rapporto.
Una mia mano andò a toccare la sua coscia quasi come a contenerlo ma era solo un contatto tra di noi, uno sfogo, lui tanto avrebbe potuto continuare ad entrare indisturbato come voleva, nessuna pressione della mia mano sul suo corpo lo avrebbe potuto fermare.
E lo sapevo, sapevo a cosa sarei andata incontro, me lo aveva mostrato.
Iniziò con movimenti lenti, un po' più veloci per entrare. All'inizio lo faceva fino in fondo, per farmi più male possibile, poi iniziò fermandosi prima, le sue corse erano più brevi, faceva male ancora ma sicuramente meno.
Immagino per farmi abituare.
Avevo letto che poi ci si sarebbe abituati alla penetrazione ma non sapevo in che momento. Al momento il dolore mi faceva tenere i denti sempre stretti con versi frequenti di sfogo.
“Mi vuoi ancora?”
Quella domanda in quel momento cambiò un attimo il mio atteggiamento, chiusi gli occhi in quel momento per rispondergli, uscì il mio “Sì” con un tono di dolcezza, di bene nei suoi confronti.
E poi tornai a sopportare per lui, ma anche per me, quelle spinte.
In quel momento cambiò il suo ritmo. Era ora di penetrarmi con più forza, più a fondo, per accettarlo fino in fondo.
Il dolore era aumentato e i miei versi di sfogo si fecero più vicini.
Continuò così per diverso tempo. Sfogavo il dolore con la mano, spingendola su di lui, stringendo il pugno sull'altra e contraendo e allargando le gambe. E a denti stretti emettere suoni. Ma nel frattempo mi sentivo anche stranamente eccitata e umida. E piano piano, il mio ano iniziò a cedere al suo membro o rilassarsi per sentire così meno dolore.
Tutti i muscoli iniziarono a rilassarsi nonostante le sue penetrazioni. Ero stata vinta. Il mio corpo era suo.
Man mano il mio ano si adattò alla sua circonferenza e i suoi movimenti iniziarono anche a dare una sorta di piacere. Non erano stimolanti come in vagina, non creavano lo stesso piacere tuttavia bastava già la sola idea di essere penetrata e sottomessa a darmi piacere.
Pian piano quindi diventai meno rigida e meno sofferente, capii lì quindi come poteva essere accettato il sesso anale e perché piacesse.
L'unguento che avevo applicato abbondantemente per paura appunto di andare incontro a qualcosa molto più grande di me, ancora funzionava bene e riusciva a lubrificarmi bene. Se non lo avessi applicato ero più che sicura che in questo momento sarei stata devastata e con grosse lacrime agli occhi.
Lui sembrava non voler venire. Ormai ero sotto di lui da un po' e lui continuava a penetrarmi incessantemente. Non avevo avevo mai avuto un rapporto così lungo in vita mia. Con il mio ano ormai adattato alla sua misura potevo tranquillamente rimanere sotto di lui ed essere penetrata anche con più vigore, e a tratti lui lo faceva.
Si, l’ano mi faceva un po' male, sentivo dei fastidi visto tale inizio di rapporto e percepivo bene la presenza del suo membro all'interno tuttavia dai denti stretti stretti ero passata ad una bocca aperta dalla cui si sentiva una respirazione più marcata e un’espirazione più forte quando lui arrivava in fondo.
Era talmente coinvolto quella mattina, sembrava non volesse mollarmi, io buona buona lo lasciavo fare.
Ma poi l'esigenza di un orgasmo prese il sopravvento. I suoi movimenti si intensificarono al fine di arrivare a conclusione. Spinse forte e concluse così il rapporto. Il suo sperma stavolta entrò in me da lì.
Sentii la differenza, mi sentii più dilatata in quell'istante.
Rimase fermo, a fondo, come al solito. Lì un altro po' di dolore lo sentii ma era eccitante in quanto riaccendeva o marcava l'idea di essere sua.
In quel momento piansi, con poche lacrime ma piansi. Fu un po' una reazione liberatoria, non di pentimento, non di umiliazione per qualcosa in quanto non ero stata costretta. Non so neanche io come spiegare. Era un qualcosa comunque di positivo, almeno credo.
Mi fece tirare su con la schiena.
Il suo membro rimase dentro di me, non era una posizione scomoda per mantenere la penetrazione e così potevamo però scambiarci ancora qualcosa, stavolta di affettivo.
Allungai il braccio e lo misi all'indietro raggiungendo il dietro della sua testa. Lui iniziò a baciarmi il collo.
Ogni tanto si muoveva per fare scorrere il suo membro dentro.
Mi sentivo bene.
Le sue mani davanti servivano a stimolarmi ancora, una era su un mio seno, l'altra si muoveva sul mio clitoride.
Non avevo ancora avuto il mio orgasmo ed ero ancora discretamente eccitata ma non ero affatto scontenta di ciò che era stato.
Pensandoci su mi faceva un po' strano sentire qualcosa nel mio retto, non avevo ancora del tutto eliminato la diffidenza riguardo il rapporto anale ma diciamo che alcune barriere erano state battute, più che altro sfondate se vogliamo fare del sarcasmo.
Ma andava bene così.
Era qualcosa di decisamente nuovo e non era male.
Ci adagiammo un po', riuscimmo a metterci in modo che lui poggiasse sui talloni e io su di lui per stare più comodi. Non dico bugie, rimanemmo così per almeno un'ora. Rimasi penetrata così a lungo, con il suo membro che ogni tanto si muoveva dentro ancora.
Non dicemmo una parola. Io su di lui e lui a baciarmi il collo e stimolandomi con le mani.
Il mio orgasmo? Arrivò nel mezzo.
Ci fu un momento in cui lui iniziò a stimolarmi per bene tra clitoride e piccole labbra così che in un tempo diciamo accettabile lo raggiunsi.
Era una cosa strana e nuova, sentire qualcosa nel mio retto muoversi e stimolarmi ma nel frattempo essere stimolata anche davanti.
Fu molto appagante.
Proprio subito dopo aver avuto l'orgasmo mi sentii spinta in avanti e lui spingere forte tirando con una mano la mia spalla, lui aveva avuto il secondo.
Durante la mia stimolazione mi ero lasciata andare a movimenti volontari e involontari che sicuramente mi portavano anche a stringere e rilasciare il mio ano e questo ovvio che aveva stimolato anche lui.
Venne dentro di me per la seconda volta.
E da lì mi tenne ferma altro tempo.
E fu bellissimo, non mi ero mai sentita coinvolta così.
Mio marito era completamente scomparso dalla mia testa, ormai ero succube di questa nuova persona che mi aveva preso con forza nella sua vita.
Baci in viso, sulle labbra, sul collo, si alternava così dopo il suo orgasmo.
Avevo momenti in cui tenevo gli occhi chiusi e momenti in cui li avevo aperti e persi.
Il tempo insieme fu tantissimo, per tutto quello trascorso penetrata e non avevamo intenzioni di separarci. Quella micro stimolazione mi impediva di abbandonare la posizione e ritenevo intrigante sentirmi l'ano così dilatato. Non avevo la benché minima idea di cosa si sarebbe potuto verificare nei giorni a venire dopo quel rapporto, di quali effetti indesiderati si sarebbero potuti manifestare, ne avevo timore ma nulla mi distoglieva dal godere il momento.
E poi uscì da me. Non so cosa determinò la separazione dei nostri corpi ma ad un certo punto era necessario che accadesse.
La differenza non fu così abissale, non sentivo più la sua presenza dentro il mio corpo tuttavia nulla di così particolarmente rilevante a livello di sensazioni.
Lui si alzò per mettersi in piedi, io invece mi misi sui talloni con la schiena dritta mantenendo largo il mio ano, o più che altro non stimolandolo per non fare cose che magari non gli avrebbero fatto bene.
Inevitabilmente, qualche buon istante dopo, iniziò a scendere tutto.
Sentii bene venire giù qualcosa e colare sulla superficie del pannello, ma non mi misi a guardare, volevo solo rimanere rilassata.
Lui nel frattempo era andato a pulirsi nel bagno, avevo sentito dell'acqua scorrere.
Dopo qualche minuto era tornato in sala.
Si era messo sulla porta appoggiato e mi guardava con uno sguardo tra allegro e furbo.
Lo guardai anche io ridendo.
“Mi vuoi ancora?” Mi disse.
Risposi annuendo con la testa e ridendo ancora.
Venne da me e abbassandosi con la schiena mi diede un bacio sulla bocca.
Chiusi gli occhi e contraccambiai quel bacio.
“Vuoi alzarti?” mi chiese
“Si”
Tese una mano e mi aiutò ad alzarmi. Alla fine era anche un gentiluomo credo.
Mi alzai e iniziai a contrarre l’ano così da non perdere altro una volta abbandonata quella posizione e non sporcare i vestiti soprattutto.
A questo punto abbassai lo sguardo e vidi tutto ciò che lui aveva rilasciato in me e io sul pannello.
Non c'erano tracce di feci per lo meno, il lavaggio era stato efficace.
Posizionai della carta sulle mutandine e me le tirai su per stare più tranquilla, così tirai su anche gli shorts.
Sentivo qualche fastidio all'ano, mi sarei stupita più del contrario. Il primo rapporto anale e per giunta con inizio brutale, credo che avrebbe fatto male a chiunque.
Non mi impediva di camminare, però era presenza fissa.
Lui mi aspettava sulla porta di nuovo.
Quando fui lì accostò il suo viso per darmi un bacio.
Si fece da parte per farmi uscire, mi diressi quindi verso la macchina.
Lui venne dietro di me. Mi aprì la portiera mi fece salire, chiuse. Uno sguardo ancora e partii.
In auto, con il fazzoletto tra il mio intimo e le mutandine rilassavo ancora il mio ano, poco mi importava se fosse uscito qualcosa, cercavo di tenerlo largo convinta che così quel dolore che sentivo si sarebbe calmato prima.
Tornai così a casa a riprendere fiato ed energie.
Fui tentata di passare in farmacia per farmi dare qualcosa per lenire ma pensai che mi stavo facendo vedere troppo spesso pertanto lasciai stare. Avrei resistito, o almeno ci avrei provato.
A casa mi disfai del fazzoletto, non era poi così sporco, niente feci, provai quindi a rimediare per quel fastidio che avevo ora all’ano, magari qualche rimedio naturale. Feci una ricerca. Optai per gli impacchi freddi, dell'aloe ce l'avevo, provai.
Speravo.
Ero un po' malconcia ma sopravvissuta. La domanda era quando e se avrei combattuto di nuovo con lui.
Nella testa avevo ben presente che i pannelli ormai terminati, facendomi bene i conti, il nostro tempo era già scaduto. Se quello della mattina era il finale, direi che aveva lasciato bene il segno.
Il giorno a venire gli avrei portato un caffè e avremmo chiuso lì i rapporti. Speravo nella sua ragionevolezza per nascondere a mio marito tutto ciò che era successo.
La sera l’ano mi faceva abbastanza male, faceva da promemoria di tutto ciò che era successo, dal primo giorno all'ultimo.
La violenza iniziale, il passaggio ad un rapporto consensuale, che mi auguro ancora non fosse invece qualcosa di malato.
E ora sarebbe tutto finito.
La sera stessa stessa ne ebbi conferma.
Mi telefonò mio marito per dirmi di andare a controllare il giorno dopo poiché l'operaio aveva finito.
La mattina quindi andai alla casa in collina nuovamente. Avevo la scusa e il quadro chiaro della situazione.
Non badai molto al vestiario, una maglia estiva e un paio di pantaloncini.
Gli portai un caffè.
Varcai la porta, lui era lì ad aspettarmi.
Gli sorrisi e gli porsi il caffè.
I pannelli erano finiti. Solo un piccolo riquadro era avanzato, nulla di più.
Il nostro tempo era effettivamente scaduto. Oggi era il giorno dei controlli finali, dei saluti, e dei segreti.
Girammo per tutta casa, mi fece vedere tutti gli ambienti dove aveva lavorato mostrandomi anche i dettagli. Era bravo.. anche nel suo lavoro, ma questo lo avevo già detto.
“Veramente bravo” glielo dissi apertamente.
“Grazie” e sorrise
“Vedi che bel sorriso” gli dissi.
“Hai un bellissimo sorriso anche tu” rispose.
“Sei veramente bella” aggiunse.
Una scena già vista.
Mi diede un bacio sulla bocca, ce ne demmo diversi, ma i pannelli non c’erano più ormai.
Sfruttammo il pezzetto.
Mi fece inginocchiare su di esso. Era evidente ciò che voleva e mi andava bene.
Si abbassò i pantaloncini e mi mostrò la sua erezione già massima.
Allargai le labbra e lo presi nella bocca. Fui assalita dall’eccitazione anche io. Poggiai le mie mani sulle sue gambe e iniziai i movimenti con la testa e con la lingua. Mi dedicai ad una intensa suzione fin da subito. Si sentiva chiaro il suo fiatone per il piacere provato, non si tratteneva di sicuro. La sua mano sulla mia testa mi invitava a portare il suo pene bene a fondo nella mia bocca e io ci provavo, ci provavo sul serio, ma non ero poi così esperta. Facevo il possibile e credo che lo stessi facendo bene, tanto che lui venne nel giro di poco. Il suo fiato aumentò modificandosi in gemito. Non spinse forte come durante le penetrazioni, fermando però la mia testa mi versò tutto nella bocca. Non sputai, aspettai che lui versasse tutto e lui aspettò me. Con la calma di cui avevo bisogno iniziai ad ingoiare tutto, era tanto, veramente tanto. Mi ci volle un po’. Nessuno di noi aveva fretta e lui ovviamente apprezzava di più che il suo sperma lo ingoiassi piuttosto che gettarlo. Per un po’ quindi rimasi ferma con la sua mano sulla testa e io con il suo membro sulla bocca. Un po’ con gli occhi aperti, un po’ con gli occhi chiusi a piccoli sorsi mandai tutto giù.
Una volta fatto mi alzai da terra per guardarlo negli occhi e sorridergli.
“Direi che io e te abbiamo finito quindi” gli dissi.
“Mi raccomando, ciò che è successo in questa casa deve rimanere in questa casa, io non dirò mai nulla a mio marito ma non farlo neanche tu” aggiunsi.
Accettò tali condizioni, anche a lui andava più che bene.
Ci abbracciammo con grande intensità, ci stringemmo forte, rimanemmo così per un po’, fino a che poi, di comune accordo sposammo l'idea di oltrepassare la porta.
“Da oggi non potrai più violentarmi” gli dissi all’orecchio, scherzosamente, ovvio.
“Sappi che ogni volta che ti incontrerò in giro ti violenterò" mi disse all’orecchio per poi darmi un bacio sulla guancia pieno di dolcezza e infine salutarci con acceso calore.
E lo fece di nuovo infatti.
Incontrato per caso in una sagra di paese dove avevo raggiunto delle collaboratrici per una cena informale, mi violentò tra due auto in una zona molto buia e lontana nel parcheggio (rimediato in un campo, come si usa sempre fare) mentre stavo andando a prendere la mia auto per ritornare.
Sdraiata sull’erba, con una mano sulla bocca, dopo avermi strappato le mutandine mi penetrò lì.
Ebbi un intenso orgasmo ma mi fece anche male, riportai qualche fastidio e il suo sperma a casa; mio marito fortunatamente era fuori per lavoro e potevo tranquillamente nascondere tutto ancora.
Mi violentò una sera, con il buio, mentre giravo per le vie della mia città per fare due passi.
Portata in un vicolo buio fuori centro mi abbassò i pantaloncini e le mutandine e mi penetrò da dietro dopo avermi chinato in avanti su di un cassonetto in cemento.
Dal disagio dovuto al luogo scelto e la paura di essere visti mi lubrificai a malapena, sentii dolore tutto il tempo ma rimasi zitta ad occhi chiusi. Tornai a casa semi dolorante e con evidenti macchie sul cavallo dei pantaloncini causate dal suo sperma che era colato giù.
Mi violentò nel parco vicino città quando ci trovammo per caso a correre, portata dietro un cespuglio in un punto dove nessuno avrebbe mai potuto vederci, mi sfilò gli shorts e per almeno un’ora mi tenne sotto di lui con una mano sulla mia bocca. Tra mosche e insetti vari avemmo diversi rapporti venendomi più volte dentro e io con diversi orgasmi. Tornai con gli shorts particolarmente zuppi di sperma che era colato giù attraversando le mutandine, spero che qualcuno abbia scambiato quelle macchie con macchie di sudore.
E mi sta violentando anche adesso nel retro del suo furgone nuovo nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale dove mi ha incontrata; ha parcheggiato vicino la mia auto, mossa intelligente direi, e ora sono distesa su di un pannello con lui tra le gambe dopo che mi ha strappato nuovamente le mutandine e con una mano sulla bocca mi sta penetrando già da un po’ e sono ormai prossima all'orgasmo mentre sto ricordando tutto quello successo finora. Anche oggi tornerò a casa con il suo sperma dentro di me. Non sa però che ho tolto l'anticoncezionale e che sono incinta di lui di due mesi e che ho anche lasciato mio marito poco tempo dopo dai fatti della casa poiché non lo vedevo più con gli stessi occhi e non so se dirglielo dopo questo rapporto.
Lui nel frattempo sa che non racconterò mai niente, sa che può continuare a farlo.
Tutto era iniziato in quel modo, oggi non è ancora finita, e sinceramente, non voglio proprio che finisca.
scritto il
2026-06-16
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