La Mia Vittoria: Storia Della Mia Relazione - Capitolo 1
di
SborrateClandestine
genere
confessioni
Tutto è iniziato nel 2021. Più di un'ora di treno ci separava, due vite che scorrevano parallele finché non si sono incrociate per puro caso a quella fiera. Eravamo poco più che ragazzini. Non ci fu nessuna scintilla improvvisa, nessun approccio da film; semplicemente, ci ritrovammo a consumare il pranzo seduti sullo stesso pezzo di prato, spalla a spalla con i nostri rispettivi gruppi di amici che avevano iniziato a chiacchierare tra loro.
La pura e semplice verità è che quel giorno, in quel fazzoletto di tempo condiviso, io e Vittoria non ci cagammo di striscio. Io facevo il brillante, ed ero quasi del tutto preso a cercare di fare colpo su una sua amica.
Eppure, la mente a volte registra dettagli che consciamente crediamo di ignorare. Mentre parlavo con l'altra, i miei occhi continuavano a cadere su di lei.
Vittoria aveva un aspetto molto naturale e fresco. La sua era una bellezza che univa delicatezza e sensualità in modo totalmente spontaneo, senza sforzo. La prima cosa che mi rimase impressa fu l’armonia dei suoi lineamenti: il viso ovale e morbido aveva proporzioni così equilibrate da darle un’aria dolce, ma allo stesso tempo fottutamente affascinante. Sotto la luce naturale di quel pomeriggio, la sua pelle appariva chiara, liscia e luminosa, quasi vellutata. Il mio sguardo si fermò per una frazione di secondo su alcuni piccoli nei sparsi sul petto e sulle spalle; piccoli dettagli imperfetti che aggiungevano carattere, rendendola incredibilmente reale e sensuale.
Se ne stava lì, rilassata. I suoi occhi grandi e caldi, di un marrone chiaro, trasmettevano uno sguardo tranquillo ma intenso. Non c'era nulla di aggressivo o provocante in lei: la sua sensualità era sottile, silenziosa. Le labbra erano piene ma non eccessive, e anche quando accennava solo un sorriso di circostanza, l'arco morbido della bocca e il labbro inferiore leggermente più carnoso le donavano un fascino innegabile.
Aveva i capelli tirati indietro in modo semplice, una scelta che lasciava completamente scoperto il viso e metteva in risalto la linea pulita della fronte e il collo sottile e slanciato, che scendeva con grazia verso le spalle delicate. Portava più orecchini dorati, un piccolo tocco moderno e audace in mezzo a tanta semplicità.
Anche da seduta, potevo intuire che il suo corpo fosse snello e proporzionato. Il busto aveva forme morbide e naturali: il seno, rotondo e armonioso, era valorizzato senza risultare eccessivo. Tutta la zona del décolleté sprigionava una femminilità magnetica proprio per la sua semplicità. Con quella vita sottile e il torso slanciato, la sua era una silhouette minuta ma definita. La sua sensualità non aveva bisogno di esagerazioni; nasceva da un perfetto equilibrio tra dolcezza e forme femminili. Una bellezza intima, elegante, che mi si è stampata in testa senza che me ne rendessi conto.
Da quel pomeriggio sul prato, le cose presero una piega inaspettata. Non ero l'unico del mio gruppo ad essersi preso una cotta per una di loro, così iniziammo a sentirci. Eravamo ancora in parte ostaggio delle restrizioni del Covid, quindi le nostre serate si trasformarono in lunghe videochiamate su Meet. Schermi illuminati nel buio delle nostre camere, voci che si accavallavano e risate.
Io, per non smentirmi, continuavo a provarci spudoratamente con Francesca. Eppure, mentre parlavo con lei, i miei occhi sullo schermo cercavano sempre il riquadro di Vittoria. In quelle serate virtuali imparai a conoscerla. Parlava spesso del suo ex, un ragazzo più grande di lei. I suoi racconti non facevano che alimentare l'aura che le avevo cucito addosso: mi sembrava una ragazza vissuta, molto più esperta di me, con un bagaglio di esperienze che mi faceva sentire ancora più piccolo. Oggettivamente, era la più bella del gruppo. Perché mai una così avrebbe dovuto guardare uno come me? Ero il classico ragazzo un po' nerd, impacciato, con un'autostima che rasentava lo zero. Puntare Francesca mi sembrava la via più sicura, quella più "alla mia portata".
Passarono un paio di settimane così, tra schermi e fantasie represse, finché un sabato riuscimmo finalmente a organizzare un'uscita dal vivo. Scegliemmo una città a metà strada per tutti.
Quando ci incontrammo, capii subito che c'era sotto un piano che mi era sfuggito. Il gruppo si era magicamente ristretto. Non c'erano tutte le ragazze, solo quelle che avevano già messo gli occhi su qualcuno di noi. Due miei amici erano rimasti a casa e, con mio grande stupore, tra le assenti c'era anche Francesca.
Ero così stupido e accecato dalle mie insicurezze che non mi sfiorò minimamente l'idea che Vittoria potesse essere lì per me. Mi sembrava semplicemente che fosse venuta per fare gruppo, la solita ragazza socievole sempre in mezzo alla compagnia. Andammo a fare un aperitivo. Seduti al tavolo del bar, l'aria iniziò a farsi strana. I discorsi generali lasciarono spazio a bisbigli a due. Lentamente, come se seguissero un copione non scritto, tutti iniziarono a trovare scuse per alzarsi, allontanarsi, dividersi in coppie.
E così, senza quasi accorgermene, mi ritrovai da solo con lei.
Eravamo seduti sulla panchina della stazione, aspettando che gli altri tornassero. L'aria della sera iniziava a farsi frizzante, ma io sentivo un calore anomalo irradiarmi dal lato del corpo più vicino a lei. Eravamo seduti a pochi centimetri di distanza. Potevo sentire il profumo pulito dei suoi capelli e percepire il ritmo del suo respiro. Il tessuto dei suoi jeans sfiorava la mia gamba ogni volta che si muoveva, mandandomi piccole scosse alla bocca dello stomaco.
A un certo punto, rompendo quel silenzio carico di tensione, mi confessò con una mezza risata quello che ormai era ovvio: quell'uscita era stata una trappola organizzata. Erano venute solo le ragazze interessate, e ora erano tutti accoppiati, sparsi per la città a viversi i loro momenti.
La guardai. Le luci al neon della stazione le illuminavano quel viso ovale e perfetto, facendola sembrare ancora più irraggiungibile. Il mio cervello andò in tilt. La mia insicurezza prese il sopravvento e, come un idiota, mi uscì dalla bocca l'unica domanda che non avrei dovuto fare.
«E io non sono stato accoppiato?» chiesi, con la voce che mi tremava leggermente per l'imbarazzo.
Mi aspettavo una battuta, o magari una frase di circostanza per non farmi pesare la mia presunta esclusione. Invece, Vittoria si voltò verso di me. I suoi occhi marroni e caldi mi fissarono per un istante infinito. Le sue labbra piene si incurvarono in un sorriso lentissimo, quasi complice.
«Chissà...» sussurrò, con un tono di voce così dolce e roco da farmi fermare il cuore nel petto.
Non aggiunse altro. Si inclinò dolcemente verso di me, accorciando quegli ultimi centimetri che ci separavano, e appoggiò la testa sulla mia spalla. Sentii il peso leggero del suo corpo contro il mio, il calore della sua guancia attraverso la stoffa della mia maglietta e il suo profumo che mi invadeva i polmoni. Tutta la mia goffaggine sembrò evaporare in quel contatto improvviso e intimo. In quel momento, su quella panchina, c'eravamo solo io, lei, e il mio cuore che batteva così forte che temevo potesse sentirlo.
Alla fine, non voglio tirarla per le lunghe. Ero un disastro ambulante. Nonostante quel "chissà" e la sensazione del suo corpo contro il mio fossero segnali che chiunque avrebbe colto al volo, le mie insicurezze continuavano a farmi da scudo, facendomi dubitare di tutto. Avevo capito di piacerle, ma il mio cervello faticava ad accettarlo.
Eppure, qualcosa in me si era sbloccato. Da quel pomeriggio l'aria tra noi cambiò. Iniziammo a scriverci in privato, ignorando le chat di gruppo. Le nostre conversazioni andavano avanti da sole, trascinandosi fino a notte fonda, svelando pezzetti di noi tra uno scherzo e l'altro, alimentando una tensione che cresceva a ogni notifica sul telefono.
Quando finalmente riuscimmo a rivederci, l'atmosfera era satura. Avevamo 16 e 15 anni: non eravamo poi così piccoli, e ce ne rendevamo conto entrambi. Eravamo di nuovo seduti vicini, ma questa volta la barriera non era solo la mia timidezza; c'era quell'ostacolo fisico, quelle maledette mascherine che il periodo ci imponeva, a coprire metà del viso e a nascondere i respiri.
Continuavo a guardarla. I suoi occhi marroni, luminosi, erano fissi su di me. Presi tutto il coraggio che avevo in corpo, un respiro profondo e allungai una mano. Le sfiorai la guancia, sentendo il calore della sua pelle, e con un movimento lento le agganciai l'elastico, abbassandole la mascherina sotto il mento. Le sue labbra piene e morbide, quelle che avevo fissato di nascosto per settimane, erano finalmente scoperte.
Non ci dicemmo nulla. I nostri sguardi si incrociarono per un secondo di troppo, una frazione di tempo in cui ogni difesa crollò.
Mi avvicinai e la baciai.
Il primo bacio fu urgente, quasi affamato. Non era il mio primo bacio assoluto – e a detta sua non me la cavavo affatto male, ma la sensazione delle sue labbra sulle mie azzerò ogni mia esperienza passata. Lei mi afferrò la giacca, tirandomi più vicino, premendo il suo corpo contro il mio. La mia mano scivolò dietro la sua nuca, perdendosi tra i capelli, mentre l'altra le cinse saldamente la vita, stringendola per non farla scappare.
Le nostre bocche si schiusero, le lingue che si sfioravano come per conoscersi di nuovo , prima di intrecciarsi con una foga che ci lasciò senza fiato. Era un bacio umido, profondo, che sapeva di aspettativa trattenuta troppo a lungo. Non riuscivo a smettere. Ogni volta che ci staccavamo di qualche millimetro per riprendere aria, la guardavo per un istante, col fiato corto, per poi tuffarmi di nuovo sulle sue labbra, ancora più bisognoso di prima
Passammo ore su quella panchina. Semplicemente a limonare, persi l'uno nel sapore dell'altra. I nostri corpi incollati, le mani che esploravano incerte ma decise, i respiri che si mescolavano nell'aria fredda. Tutta la frustrazione, la timidezza e la distanza delle settimane precedenti vennero bruciate via in quel contatto continuo.
Alla fine di quella giornata, senza bisogno di discorsi complicati o grandi dichiarazioni, stavamo insieme.
A ripensarci oggi, da adulti, sorrido. Le relazioni nate così, tra ragazzi ancora acerbi e con un'ora di treno a fare da spartiacque, sulla carta non sono fatte per durare. La pazienza e la stabilità si sviluppano con il tempo. Eppure, il prossimo 27 maggio saranno passati cinque anni esatti da quella panchina e da quel primo bacio svelato. Cinque anni, e noi resistiamo ancora.
Ma veniamo al sodo, alla "ciccia", al vero motivo per cui questa storia merita di essere scritta senza filtri.
Il primo mese passò con un ritmo frenetico. Cercavamo di vederci almeno una o due volte a settimana e organizzarci era facile: nel gruppo si era formata un'altra coppia, quindi c'erano sempre il mio amico e la sua amica a farci da copertura. All'inizio recitavamo la parte dei bravi ragazzi: passeggiate, cene, aperitivi. Ma l'aria tra noi era sempre carica, tesa come una corda di violino.
Poi, trovammo il "nostro" posto.
Era una zona di scogli sul lungomare, un punto piuttosto lontano da occhi indiscreti dove potevamo stenderci tranquilli. Appena eravamo sicuri di essere soli, al riparo dal passeggio, l'innocenza spariva. La tiravo a me, distendendola sulla roccia irregolare, e i baci diventavano subito profondi, umidi, affamati. La mia ossessione, fin da subito, era toccarla. Non so quante maglie le abbia sformato a furia di infilarci le mani sotto, impaziente di sentire la sua pelle nuda.
Riuscire a sganciarle il reggiseno era ogni volta una piccola vittoria. I suoi seni mi riempivano le mani, morbidi e caldi. Li stringevo, ne assaporavo il peso, mentre i miei polpastrelli andavano subito a cercare i capezzoli, stuzzicandoli finché non diventavano duri e reattivi sotto il mio tocco. A Vittoria piaceva da impazzire. Le sollevavo la maglietta fino al collo, abbassando il viso per prendere un capezzolo tra le labbra, succhiandolo e bagnandolo con la lingua fino a farla inarcare contro gli scogli. Sentivo il suo respiro spezzarsi, le sue dita che si aggrappavano ai miei capelli, tirandoli per tenermi incollato al suo petto mentre dalla sua gola sfuggivano gemiti rochi che si perdevano nel rumore del mare.
Ma fu proprio su quegli scogli che Vittoria mi guidò oltre il limite. Aveva una malizia naturale, eccitante, che spazzava via ogni mia insicurezza giovanile.
«Mettile qui...» sussurrò una volta, con il respiro corto. Afferrò il mio polso e spinse la mia mano lungo il suo addome, facendola scivolare sotto l'elastico dei jeans e oltre il bordo delle mutandine.
Il calore che mi investì le dita fu una scossa. Era fradicia, incredibilmente bagnata, morbida e pulsante. All'inizio ero impacciato, terrorizzato all'idea di sbagliare, ma lei si rivelò una guida perfetta.
«Più piano,» mi sussurrò all'orecchio, mordicchiandomi il lobo. «Così... non fermarti.»
Imparai a leggerla. Iniziavo ad accarezzarla disegnando cerchi lenti sul clitoride, sentendola fremere e premere il bacino verso l'alto, contro il mio palmo. Poi, seguendo i suoi sospiri, lasciavo che un dito scivolasse dentro di lei, accolto da una stretta bollente, per poi aggiungerne un secondo. Modestamente, ci presi la mano in fretta. Capii esattamente l'angolazione da usare, il ritmo in cui affondare e ritirarmi, la pressione del pollice per farle perdere la testa.
Il suono dei nostri respiri rimbombava in quello spazio ritagliato tra le rocce. Quando spingevo le dita dentro di lei, sentivo le pareti del suo sesso contrarsi ritmicamente attorno a me, i suoi muscoli che cedevano al piacere. Sentire le sue cosce tremare attorno al mio polso e raccogliere i suoi orgasmi bagnati sulle mie mani mi dava un senso di onnipotenza indescrivibile. Lì, con i vestiti stropicciati e il sapore della nostra eccitazione addosso, non c'erano più insicurezze: c'era solo la scoperta pura, viscerale, di due corpi che non ne avevano mai abbastanza.
Giugno scivolò via così, tra le fughe sugli scogli e il sapore della pelle salata. Luglio sembrava destinato a seguire esattamente lo stesso copione, almeno fino a metà mese, quando il castello di carte del nostro gruppo crollò miseramente. Il mio amico e la sua amica si lasciarono, e lo fecero in un modo pessimo. Le dinamiche si incrinarono e i due gruppi finirono inevitabilmente per prendersi a schifo.
Vista la situazione, iniziai a sudare freddo. Temevo che la faida avrebbe alzato un muro anche tra noi due. E invece, io e Vittoria eravamo una roccia. Andavamo così alla grande che, a fine luglio, mi lanciò l'amo che svoltò definitivamente la mia estate.
«Ad agosto, visto che i miei genitori partono per una settimana, ho invitato le ragazze e altri due amici nella mia casa vacanza...» mi disse, con una finta innocenza che ormai avevo imparato a leggere benissimo. «Che ne dici se venissi anche tu come... terzo amico maschio?»
Sapevo perfettamente cosa intendeva con terzo amico maschio. E cazzo sì, non me lo feci ripetere due volte.
I primi di agosto lei partì per questa villetta sulla spiaggia, a un paio d'ore di treno da me. I giorni che ci separarono furono una lenta e bellissima tortura. Ci sentivamo in continuazione e la sera, chiusi nell'intimità delle nostre camere, le videochiamate si allungavano fino a notte fonda. Il tono si faceva caldo, carico di aspettative. Le dicevo quanto mi mancasse avere le mani su di lei, e lei rispondeva con sguardi e mezze frasi che mi facevano impazzire, alimentando a dismisura la promessa di quello che avremmo fatto non appena fossimo stati finalmente sotto lo stesso tetto.
Poi, arrivò la mia settimana. Presi il treno insieme alle sue amiche, con le quali, per fortuna, ero riuscito a mantenere un ottimo rapporto nonostante i casini tra i gruppi. Quando varcai la soglia della villetta, la prima cosa che vidi fu lei: abbronzata, sorridente, con un paio di shorts cortissimi che le fasciavano i fianchi alla perfezione. L'impatto visivo mi mozzò il fiato.
Non mi diede tregua. Iniziò subito a prendermi in giro. Fece da Cicerone per le stanze, assegnando i posti letto con un tono solenne e uno sguardo carico di ironia maliziosa.
«E voi tre ragazzi... dormirete qui,» annunciò, indicando una stanzetta e lanciandomi un'occhiatina di sbieco, mordendosi il labbro inferiore per trattenere un sorriso.
Mi sfotté su questa storia per tutto il primo giorno. Era una provocazione bellissima e crudele, visto che al telefono ci eravamo ripetuti allo sfinimento quanto non vedessimo l'ora di dormire insieme, intrecciati l'uno all'altra. Ma, in un attimo in cui gli altri erano distratti in salotto a disfare i bagagli, mi passò accanto nel corridoio stretto.
Non resistetti. Le afferrai il polso senza farmi vedere dagli altri, tirandola contro di me e schiacciandola dolcemente contro la parete. Il suo corpo morbido si scontrò con il mio petto; il calore della sua pelle e il suo profumo mi diedero alla testa.
«Terzo amico maschio, eh?» le sussurrai a un millimetro dall'orecchio, sfiorandole il collo con la punta del naso e sentendola rabbrividire sotto le mie mani che le stringevano i fianchi nudi.
«Vedremo quanto sarai bravo a fare il bravo ragazzo...» rispose lei con un filo di voce. Scivolò via dalla mia presa, passandomi una mano leggera sul petto, lasciandomi lì con il respiro corto e un sorriso complice stampato in faccia.
La verità? Parliamoci chiaramente. Non vedevo l'ora di dormire con lei, sì. Ma, sotto sotto, la mia testa era sintonizzata su un unico, gigantesco pensiero fisso: non vedevo l'ora di scopare per la prima volta. E la volevo in un modo che mi faceva quasi male. Come ci insegnano le regole di questo genere, la storia erotica è un crescendo , e terminare questo momento con questa tensione è la promessa perfetta per il lettore (e per te stesso) su cosa stava per succedere.
Il pomeriggio in spiaggia fu un esercizio di autocontrollo fallito in partenza. Vittoria indossava un costume che le fasciava i fianchi e i glutei in modo divino. Ogni volta che si girava verso di me, o si chinava per sistemare il telo mare, i miei occhi finivano inevitabilmente lì. E non solo gli occhi: quando gli altri si tuffavano in acqua o erano distratti a chiacchierare, la mia mano scivolava per sfiorarle il sedere sodo e caldo di sole. Lei non si ritraeva. Anzi, si lasciava toccare, lanciandomi sguardi complici e maliziosi da dietro le lenti scure degli occhiali.
Dopo cena ci ritrovammo tutti nel giardinetto della villetta. L'aria era ancora calda e carica di salsedine. Vittoria era uscita dalla doccia e si era infilata un pigiama estivo: pantaloncini cortissimi e una canottierina leggera di cotone. Sotto, ovviamente, niente reggiseno. Era fresca, profumata di bagnoschiuma, di una sensualità disarmante e naturale. Parlammo per un po', ma l'elettricità tra noi era palpabile.
A un certo punto, si stiracchiò con finta stanchezza. Mi guardò dritto negli occhi, ignorando il brusio degli altri attorno a noi.
«Ho un po' di sonno,» disse con un tono di voce leggermente più basso. «Vieni in camera con me?»
La mia risposta interna fu sì, mille volte sì. Mi alzai cercando di sembrare disinvolto e la seguii lungo il corridoio, chiudendoci la porta alle spalle.
Ci stendemmo sul suo letto, fianco a fianco. La tensione del pomeriggio sembrava essersi temporaneamente sciolta in una chiacchierata dolce, fatta di sussurri e cazzate, le nostre gambe nude che si sfioravano nel buio parziale della stanza. Ma io ero terribilmente distratto. Sotto quella canotta sottile, i contorni dei suoi seni e la punta dei suoi capezzoli erano un richiamo costante, magnetico. Non riuscivo a smettere di fissarle il petto.
Lei se ne accorse, con quella sua solita intuizione infallibile. Interruppe la frase che stava dicendo e mi guardò con un sorriso lento, consapevole del potere che aveva su di me.
«Vedo come mi guardi le tette...» sussurrò. «Le puoi toccare, se vuoi.»
Non perse tempo ad aspettare una mia risposta. Con un movimento fluido e sensuale, afferrò l'orlo della canottiera e se la sfilò da sopra la testa, lasciandola cadere di lato.
Erano perfette. Alla penombra della stanza, la sua pelle era ancora più morbida e invitante. Mi spostai subito, mettendomi a cavalcioni sopra di lei. Le mie mani andarono a stringerle con una fame che non riuscivo più a nascondere, accarezzandone il peso, mentre il mio viso scendeva sul suo petto. Iniziai a baciarle la pelle liscia, per poi prendere un capezzolo tra le labbra. Lo succhiai con foga, bagnandolo con la lingua, accarezzando le areole fino a farle inturgidire completamente.
Vittoria inarcò la schiena contro le lenzuola, spingendo il petto contro la mia bocca. Le sue mani sprofondarono nei miei capelli, stringendoli per tenermi lì. I suoi gemiti erano sottovoce, soffocati per non farsi sentire dagli amici che chiacchieravano in giardino, ma vibravano di un'eccitazione pura e incontenibile.
Risalii lungo il suo collo, baciandole la linea della mascella, per poi tuffarmi sulle sue labbra in un bacio profondo, umido, disperato. Le nostre lingue si intrecciarono mentre il mio bacino premeva contro il suo.
Fu in quel momento, staccandosi di un solo millimetro per riprendere fiato contro la mia bocca, che mi sussurrò con una carica esplosiva:
«Scopami, Giò...»
Quelle parole, "Scopami, Giò...", furono una scossa che mi attraversò tutto. Non fu un ordine, ma una preghiera, un'invocazione che scioglieva ogni mia ultima remora. Mi fece sciogliere. Non solo il controllo, ma la paura, l'ansia da prestazione, tutto svanì, lasciando solo un'urgenza primordiale, un bisogno di lei che era quasi fisico.
In un silenzio carico di elettricità, ci togliemmo gli ultimi vestiti che rimanevano. Il mio pantaloncino e le sue mutandine. La vidi nuda per la prima volta, interamente. La pelle liscia dei suoi fianchi, la curva perfetta del suo ventre, il piccolo triangolo scuro tra le sue gambe. Era bellissima, vulnerabile e potente allo stesso tempo.
Mi misi sopra di lei, appoggiandomi sugli avambracci per non schiacciarla. Lei mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi marroni erano due pozzi liquidi nella penombra. «Hai paura?» mormorò, accarezzandomi il petto con la punta delle dita.
Scossi la testa. «Solo di fare qualcosa di sbagliato.»
«Non c'è niente di sbagliato,» rispose lei, la voce roca. «Sei con me.»
Nonostante le sue esperienze passate, mi confidò tempo prima, che non era mai arrivata a questo punto. Non era mai andata fino in fondo. Era un momento speciale. La prima volta di entrambi.
La baciai dolcemente. Un bacio diverso da quelli prima, non più avido, ma carico di una promessa, di una responsabilità che sentivo sulle spalle e che accolsi con tutto me stesso. Le mie mani tornarono sulle sue tette, non più per presa, ma per accarezzarle, sentire il suo cuore battere forte sotto i miei palmi.
Mentre le nostre labbra si univano ancora, il mio sesso si posò tra le sue gambe, caldo e duro contro la sua carne liscia. Lei sollevò un'anca, un invito silenzioso, una sua apertura.
«Sì...» sospirò contro la mia bocca. «Sì, Giò, adesso.»
Lentamente, con un tremore che non sapevo se fosse mio o suo, mi spinsi. La sentii stringere, bagnata e incredibilmente calda. Entrai dentro di lei per la prima volta, dolcemente, solo la punta, un centimetro che ci cambiò per sempre.
Un gemito basso le sfuggì. Un suono che fu parte dolore, parte stupore, parte pura liberazione. «Fermati un attimo...» mormorò, gli occhi chiusi, una piccola ruga tra le sopracciglia.
Mi fermai, aspettando, il cuore che martellava nel petto. La sentii respirare, adattarsi, accettare. Poi le sue mani presero a massaggiarmi la schiena, e le sue cosce, che avevo tenuto aperte, si chiusero dolcemente attorno ai miei fianchi, stringendomi, avvolgendomi. Era un abbraccio di carne.
«Adesso puoi andare...» sussurrò. «Muoviti dentro di me.»
Iniziai a spingere, lentamente. Ogni centimetro era una nuova scoperta, una nuova sensazione. Il sesso era inesperto, goffo, ma ogni movimento era carico di un significato che andava oltre il piacere fisico. Era la sensazione di un'incudine e di un martello al tempio, un'ondata di calore che mi saliva dal basso della schiena e mi annebbiava i sensi. Il mondo fuori da quella stanza non esisteva più. C'era solo lei, il suo odore di sale e di pelle, la sua pelle che scivolava contro la mia, la sua voce che sussurrava il mio nome come una preghiera.
«Giò... sì... lì...» gemette lei quando cambiai l'inclinazione, spingendomi più a fondo. Il mio ritmo divenne più insistente, più istintivo. Ero dentro di lei. Il nostro sesso era un dialogo umido di corpi che imparavano a parlare la stessa lingua. Le sue mani affondavano nei miei capelli, le sue unghie mi graffiavano leggermente le spalle. Le mie labbra baciavano il suo collo, le sue clavicole, tornando a succhiare i suoi seni, che si muovevano al ritmo delle nostre spinte.
«Sei tutta mia...» le mormorai contro la pelle, non come una domanda, ma come una verità che mi stava travolgendo.
«Tutta tua,» confermò lei con un filo di voce. «Solo tua.»
Il suo sesso si stringeva intorno al mio, un ritmo che coincideva con il mio, una stretta che mi stava portando verso il baratro. La sentei vibrare, il suo corpo si tese tutta, la schiena che si inarcava in un'onda perfetta. Un gemito più forte, quasi un singhiozzo le uscì dalla gola.
«Non riesco a trattenermi...» dissi, il fiato corto, la voce spezzata.
«Lasciati andare, Giò...» mi supplicò, stringendo le cosce ancora più forte, costringendomi a rimanere uniti. «Lascia andare... dentro di me.»
La sentii esplodere, un contrazione profonda e calda che partì da dentro di lei e la scosse tutta. Fu la scintilla che mi consumò. Un'onda di piacere mi attraversò, partendo dalla base della schiena e travolgendo ogni cosa. Vidi bianco. Per un attimo, smisi di respirare. E poi la mia esplosione, un getto caldo e profondo che la riempì, un ultimo, disperato abbraccio dei nostri corpi.
Crollai su di lei, ma non con tutto il mio peso, sorreggendomi sui gomiti. Eravamo attaccati, sudati, il fiato che ci usciva a fiamme dai polmoni. Sentivo il suo cuore battere all'unisono con il mio. Le baciai il capo, affondando il naso tra i suoi capelli.
«Ti amo, Vittoria,» sussurrai. Non era una dichiarazione, era una constatazione.
Lei mi strinse forte, senza parlare. Forse non c'era bisogno di parole.
Ci lasciammo cullare da quell'abbraccio per un po', i respiri che pian piano tornavano regolari e il sudore che ci incollava la pelle al fresco delle lenzuola. Poi, quando l'adrenalina iniziò a scemare, la realtà pratica ci colpì in faccia.
Ripensandoci oggi fa sorridere, il classico e simpatico inconveniente da giovani idioti: ci eravamo fatti prendere talmente tanto dal momento, travolti da quell'urgenza assoluta, che non avevamo usato nessuna precauzione. Niente preservativo, niente di niente. Cazzo. Ricordo che mi salì un'ansia tremenda, ma l'atmosfera era così bella che finimmo per esorcizzarla scherzandoci su, ridacchiando nervosamente nel buio della stanza. La voglia di fare un secondo round era prepotente, ce l'avevamo scritta in faccia, ma alla fine il buon senso (quel poco che ci era rimasto) ebbe la meglio: sfidare la sorte due volte nella stessa notte, senza difese, non era proprio il caso.
Eppure, a quell'età la razionalità si ferma al cervello; di certo non scende più in basso.
Eravamo ancora completamente nudi, aggrovigliati nel suo letto. Non potevamo andare di nuovo fino in fondo, d'accordo, ma smettere di toccarci era letteralmente impossibile. Iniziai a strusciarmi piano su di lei. Era nato come un gioco, un modo per prolungare quel calore, ma l'attrito dei nostri corpi nudi riaccese la miccia in un secondo. Sentivo la pelle liscia del suo addome contro la mia, il contatto scivoloso e bagnato dei nostri bacini che si sfioravano superficialmente, strappandoci risatine divertite che si trasformavano subito in sospiri profondi. Ogni volta che il mio bacino premeva contro di lei, Vittoria inarcava la schiena, assecondando il movimento e stringendomi i fianchi con le gambe.
Eravamo divertiti, ma l'eccitazione stava tornando a bussare con prepotenza. L'atmosfera era così complice, così priva di giudizio, che mi diede una dose di coraggio sfacciata.
Mi fermai un secondo, tenendomi a pochi centimetri dal suo viso, guardando i suoi occhi scuri che brillavano di desiderio nella penombra. Le accarezzai il collo, mordicchiandole dolcemente la linea della mascella.
«Vitto...» le sussurrai, sentendo il cuore riprendere a battere forte.
«Mh?» fece lei, muovendo i fianchi contro i miei in una tacita richiesta di non fermarmi.
«Posso chiederti una cosa? Vorrei provare una cosa che... be', che ho visto solo nei film porno.»
Il solo dirlo ad alta voce mi fece morire di imbarazzo. Temevo che avrebbe riso, spezzando la magia, o che avrebbe pensato che stessi rovinando un momento così dolce. Invece, Vittoria mi sorprese per l'ennesima volta. I suoi occhi si accesero di una malizia purissima. Le sue labbra, ancora gonfie per i baci, si schiusero in un sorriso lento, caldo e incredibilmente fiducioso.
«Va bene, Giò,» sussurrò, passandomi le unghie leggere lungo la schiena, facendomi venire i brividi. «Fammi vedere.»
Scivolai piano lungo il suo corpo, baciandole l'addome nudo, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie labbra a ogni centimetro che conquistavo. Mi spinsi sempre più giù, inebriato dal suo calore e da quel profumo intimo e inconfondibile.
Quando capì quali fossero le mie intenzioni, Vittoria trattenne il fiato. Era stupita, forse non si aspettava un'audacia simile da parte mia proprio in quella prima notte, ma non fece nulla per fermarmi. All'inizio ero esitante, cercavo di capire come muovermi, quale fosse il ritmo giusto per lei. Ma Vittoria era fantastica: non mi lasciò annaspare. Le sue mani scesero a intrecciarsi nei miei capelli, accarezzandomi la nuca.
«Aspetta...» sussurrò, con la voce rotta dall'eccitazione. Fece una leggera pressione con le dita per spostarmi di qualche millimetro. «Un po' più su. Ecco... sì, Giò. Così.»
Una volta trovato il punto, mi ci dedicai con tutta la dedizione di cui ero capace. Sentire i suoi gemiti riempire il silenzio della stanza e percepire il suo bacino che si sollevava per cercare sempre di più il mio contatto mi faceva impazzire. Sembrava piacerle davvero tanto, e quella consapevolezza era per me l'afrodisiaco più potente del mondo. Andai avanti, perdendomi nel sapore della sua pelle e nel suono del suo respiro che si faceva sempre più affannato.
A un tratto, però, non le bastò più. Con una forza mossa dall'urgenza, mi afferrò per le spalle e mi tirò su. Voleva guardarmi, voleva sentirmi addosso. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio famelico, disperato, un incastro umido in cui le nostre lingue si cercarono con una foga assoluta. Il sapore di lei, di noi, si mescolò sulle nostre labbra.
E mentre la baciavo con tutta la fame che avevo in corpo, la mia mano scivolò di nuovo giù. Le mie dita ripresero il lavoro esattamente dove lo avevo interrotto, muovendosi con un ritmo deciso e instancabile. Vittoria si aggrappò alle mie spalle, piantandomi le unghie nella carne. Gemette forte contro la mia bocca, mordendomi il labbro inferiore, finché non la sentii irrigidirsi completamente. Un brivido violento le scosse tutto il corpo e si strinse attorno alla mia mano, lasciandosi andare in un'onda di piacere puro che le rubò il fiato.
Quando finalmente riaprì gli occhi, il suo viso era bellissimo. Era tutta rossa, le guance accese, la pelle coperta da un velo lucido di sudore. Mi sorrise, un sorriso stanco, sazio e immensamente complice, prima di lasciarsi cadere pesantemente contro il cuscino.
Crollai di fianco a lei, tirandola contro il mio petto. Eravamo sfiniti, svuotati, felici in un modo che non avevo mai provato prima.
«Due a uno,» le sussurrai all'orecchio, strappandole una risatina debole.
Così si chiuse la nostra prima vera esperienza. Senza difese, pieni di difetti, ma con una passione che ci aveva travolti entrambi. È un ricordo bellissimo.
Ma, per fortuna, era solo il primo di una lunga, lunghissima serie.
La pura e semplice verità è che quel giorno, in quel fazzoletto di tempo condiviso, io e Vittoria non ci cagammo di striscio. Io facevo il brillante, ed ero quasi del tutto preso a cercare di fare colpo su una sua amica.
Eppure, la mente a volte registra dettagli che consciamente crediamo di ignorare. Mentre parlavo con l'altra, i miei occhi continuavano a cadere su di lei.
Vittoria aveva un aspetto molto naturale e fresco. La sua era una bellezza che univa delicatezza e sensualità in modo totalmente spontaneo, senza sforzo. La prima cosa che mi rimase impressa fu l’armonia dei suoi lineamenti: il viso ovale e morbido aveva proporzioni così equilibrate da darle un’aria dolce, ma allo stesso tempo fottutamente affascinante. Sotto la luce naturale di quel pomeriggio, la sua pelle appariva chiara, liscia e luminosa, quasi vellutata. Il mio sguardo si fermò per una frazione di secondo su alcuni piccoli nei sparsi sul petto e sulle spalle; piccoli dettagli imperfetti che aggiungevano carattere, rendendola incredibilmente reale e sensuale.
Se ne stava lì, rilassata. I suoi occhi grandi e caldi, di un marrone chiaro, trasmettevano uno sguardo tranquillo ma intenso. Non c'era nulla di aggressivo o provocante in lei: la sua sensualità era sottile, silenziosa. Le labbra erano piene ma non eccessive, e anche quando accennava solo un sorriso di circostanza, l'arco morbido della bocca e il labbro inferiore leggermente più carnoso le donavano un fascino innegabile.
Aveva i capelli tirati indietro in modo semplice, una scelta che lasciava completamente scoperto il viso e metteva in risalto la linea pulita della fronte e il collo sottile e slanciato, che scendeva con grazia verso le spalle delicate. Portava più orecchini dorati, un piccolo tocco moderno e audace in mezzo a tanta semplicità.
Anche da seduta, potevo intuire che il suo corpo fosse snello e proporzionato. Il busto aveva forme morbide e naturali: il seno, rotondo e armonioso, era valorizzato senza risultare eccessivo. Tutta la zona del décolleté sprigionava una femminilità magnetica proprio per la sua semplicità. Con quella vita sottile e il torso slanciato, la sua era una silhouette minuta ma definita. La sua sensualità non aveva bisogno di esagerazioni; nasceva da un perfetto equilibrio tra dolcezza e forme femminili. Una bellezza intima, elegante, che mi si è stampata in testa senza che me ne rendessi conto.
Da quel pomeriggio sul prato, le cose presero una piega inaspettata. Non ero l'unico del mio gruppo ad essersi preso una cotta per una di loro, così iniziammo a sentirci. Eravamo ancora in parte ostaggio delle restrizioni del Covid, quindi le nostre serate si trasformarono in lunghe videochiamate su Meet. Schermi illuminati nel buio delle nostre camere, voci che si accavallavano e risate.
Io, per non smentirmi, continuavo a provarci spudoratamente con Francesca. Eppure, mentre parlavo con lei, i miei occhi sullo schermo cercavano sempre il riquadro di Vittoria. In quelle serate virtuali imparai a conoscerla. Parlava spesso del suo ex, un ragazzo più grande di lei. I suoi racconti non facevano che alimentare l'aura che le avevo cucito addosso: mi sembrava una ragazza vissuta, molto più esperta di me, con un bagaglio di esperienze che mi faceva sentire ancora più piccolo. Oggettivamente, era la più bella del gruppo. Perché mai una così avrebbe dovuto guardare uno come me? Ero il classico ragazzo un po' nerd, impacciato, con un'autostima che rasentava lo zero. Puntare Francesca mi sembrava la via più sicura, quella più "alla mia portata".
Passarono un paio di settimane così, tra schermi e fantasie represse, finché un sabato riuscimmo finalmente a organizzare un'uscita dal vivo. Scegliemmo una città a metà strada per tutti.
Quando ci incontrammo, capii subito che c'era sotto un piano che mi era sfuggito. Il gruppo si era magicamente ristretto. Non c'erano tutte le ragazze, solo quelle che avevano già messo gli occhi su qualcuno di noi. Due miei amici erano rimasti a casa e, con mio grande stupore, tra le assenti c'era anche Francesca.
Ero così stupido e accecato dalle mie insicurezze che non mi sfiorò minimamente l'idea che Vittoria potesse essere lì per me. Mi sembrava semplicemente che fosse venuta per fare gruppo, la solita ragazza socievole sempre in mezzo alla compagnia. Andammo a fare un aperitivo. Seduti al tavolo del bar, l'aria iniziò a farsi strana. I discorsi generali lasciarono spazio a bisbigli a due. Lentamente, come se seguissero un copione non scritto, tutti iniziarono a trovare scuse per alzarsi, allontanarsi, dividersi in coppie.
E così, senza quasi accorgermene, mi ritrovai da solo con lei.
Eravamo seduti sulla panchina della stazione, aspettando che gli altri tornassero. L'aria della sera iniziava a farsi frizzante, ma io sentivo un calore anomalo irradiarmi dal lato del corpo più vicino a lei. Eravamo seduti a pochi centimetri di distanza. Potevo sentire il profumo pulito dei suoi capelli e percepire il ritmo del suo respiro. Il tessuto dei suoi jeans sfiorava la mia gamba ogni volta che si muoveva, mandandomi piccole scosse alla bocca dello stomaco.
A un certo punto, rompendo quel silenzio carico di tensione, mi confessò con una mezza risata quello che ormai era ovvio: quell'uscita era stata una trappola organizzata. Erano venute solo le ragazze interessate, e ora erano tutti accoppiati, sparsi per la città a viversi i loro momenti.
La guardai. Le luci al neon della stazione le illuminavano quel viso ovale e perfetto, facendola sembrare ancora più irraggiungibile. Il mio cervello andò in tilt. La mia insicurezza prese il sopravvento e, come un idiota, mi uscì dalla bocca l'unica domanda che non avrei dovuto fare.
«E io non sono stato accoppiato?» chiesi, con la voce che mi tremava leggermente per l'imbarazzo.
Mi aspettavo una battuta, o magari una frase di circostanza per non farmi pesare la mia presunta esclusione. Invece, Vittoria si voltò verso di me. I suoi occhi marroni e caldi mi fissarono per un istante infinito. Le sue labbra piene si incurvarono in un sorriso lentissimo, quasi complice.
«Chissà...» sussurrò, con un tono di voce così dolce e roco da farmi fermare il cuore nel petto.
Non aggiunse altro. Si inclinò dolcemente verso di me, accorciando quegli ultimi centimetri che ci separavano, e appoggiò la testa sulla mia spalla. Sentii il peso leggero del suo corpo contro il mio, il calore della sua guancia attraverso la stoffa della mia maglietta e il suo profumo che mi invadeva i polmoni. Tutta la mia goffaggine sembrò evaporare in quel contatto improvviso e intimo. In quel momento, su quella panchina, c'eravamo solo io, lei, e il mio cuore che batteva così forte che temevo potesse sentirlo.
Alla fine, non voglio tirarla per le lunghe. Ero un disastro ambulante. Nonostante quel "chissà" e la sensazione del suo corpo contro il mio fossero segnali che chiunque avrebbe colto al volo, le mie insicurezze continuavano a farmi da scudo, facendomi dubitare di tutto. Avevo capito di piacerle, ma il mio cervello faticava ad accettarlo.
Eppure, qualcosa in me si era sbloccato. Da quel pomeriggio l'aria tra noi cambiò. Iniziammo a scriverci in privato, ignorando le chat di gruppo. Le nostre conversazioni andavano avanti da sole, trascinandosi fino a notte fonda, svelando pezzetti di noi tra uno scherzo e l'altro, alimentando una tensione che cresceva a ogni notifica sul telefono.
Quando finalmente riuscimmo a rivederci, l'atmosfera era satura. Avevamo 16 e 15 anni: non eravamo poi così piccoli, e ce ne rendevamo conto entrambi. Eravamo di nuovo seduti vicini, ma questa volta la barriera non era solo la mia timidezza; c'era quell'ostacolo fisico, quelle maledette mascherine che il periodo ci imponeva, a coprire metà del viso e a nascondere i respiri.
Continuavo a guardarla. I suoi occhi marroni, luminosi, erano fissi su di me. Presi tutto il coraggio che avevo in corpo, un respiro profondo e allungai una mano. Le sfiorai la guancia, sentendo il calore della sua pelle, e con un movimento lento le agganciai l'elastico, abbassandole la mascherina sotto il mento. Le sue labbra piene e morbide, quelle che avevo fissato di nascosto per settimane, erano finalmente scoperte.
Non ci dicemmo nulla. I nostri sguardi si incrociarono per un secondo di troppo, una frazione di tempo in cui ogni difesa crollò.
Mi avvicinai e la baciai.
Il primo bacio fu urgente, quasi affamato. Non era il mio primo bacio assoluto – e a detta sua non me la cavavo affatto male, ma la sensazione delle sue labbra sulle mie azzerò ogni mia esperienza passata. Lei mi afferrò la giacca, tirandomi più vicino, premendo il suo corpo contro il mio. La mia mano scivolò dietro la sua nuca, perdendosi tra i capelli, mentre l'altra le cinse saldamente la vita, stringendola per non farla scappare.
Le nostre bocche si schiusero, le lingue che si sfioravano come per conoscersi di nuovo , prima di intrecciarsi con una foga che ci lasciò senza fiato. Era un bacio umido, profondo, che sapeva di aspettativa trattenuta troppo a lungo. Non riuscivo a smettere. Ogni volta che ci staccavamo di qualche millimetro per riprendere aria, la guardavo per un istante, col fiato corto, per poi tuffarmi di nuovo sulle sue labbra, ancora più bisognoso di prima
Passammo ore su quella panchina. Semplicemente a limonare, persi l'uno nel sapore dell'altra. I nostri corpi incollati, le mani che esploravano incerte ma decise, i respiri che si mescolavano nell'aria fredda. Tutta la frustrazione, la timidezza e la distanza delle settimane precedenti vennero bruciate via in quel contatto continuo.
Alla fine di quella giornata, senza bisogno di discorsi complicati o grandi dichiarazioni, stavamo insieme.
A ripensarci oggi, da adulti, sorrido. Le relazioni nate così, tra ragazzi ancora acerbi e con un'ora di treno a fare da spartiacque, sulla carta non sono fatte per durare. La pazienza e la stabilità si sviluppano con il tempo. Eppure, il prossimo 27 maggio saranno passati cinque anni esatti da quella panchina e da quel primo bacio svelato. Cinque anni, e noi resistiamo ancora.
Ma veniamo al sodo, alla "ciccia", al vero motivo per cui questa storia merita di essere scritta senza filtri.
Il primo mese passò con un ritmo frenetico. Cercavamo di vederci almeno una o due volte a settimana e organizzarci era facile: nel gruppo si era formata un'altra coppia, quindi c'erano sempre il mio amico e la sua amica a farci da copertura. All'inizio recitavamo la parte dei bravi ragazzi: passeggiate, cene, aperitivi. Ma l'aria tra noi era sempre carica, tesa come una corda di violino.
Poi, trovammo il "nostro" posto.
Era una zona di scogli sul lungomare, un punto piuttosto lontano da occhi indiscreti dove potevamo stenderci tranquilli. Appena eravamo sicuri di essere soli, al riparo dal passeggio, l'innocenza spariva. La tiravo a me, distendendola sulla roccia irregolare, e i baci diventavano subito profondi, umidi, affamati. La mia ossessione, fin da subito, era toccarla. Non so quante maglie le abbia sformato a furia di infilarci le mani sotto, impaziente di sentire la sua pelle nuda.
Riuscire a sganciarle il reggiseno era ogni volta una piccola vittoria. I suoi seni mi riempivano le mani, morbidi e caldi. Li stringevo, ne assaporavo il peso, mentre i miei polpastrelli andavano subito a cercare i capezzoli, stuzzicandoli finché non diventavano duri e reattivi sotto il mio tocco. A Vittoria piaceva da impazzire. Le sollevavo la maglietta fino al collo, abbassando il viso per prendere un capezzolo tra le labbra, succhiandolo e bagnandolo con la lingua fino a farla inarcare contro gli scogli. Sentivo il suo respiro spezzarsi, le sue dita che si aggrappavano ai miei capelli, tirandoli per tenermi incollato al suo petto mentre dalla sua gola sfuggivano gemiti rochi che si perdevano nel rumore del mare.
Ma fu proprio su quegli scogli che Vittoria mi guidò oltre il limite. Aveva una malizia naturale, eccitante, che spazzava via ogni mia insicurezza giovanile.
«Mettile qui...» sussurrò una volta, con il respiro corto. Afferrò il mio polso e spinse la mia mano lungo il suo addome, facendola scivolare sotto l'elastico dei jeans e oltre il bordo delle mutandine.
Il calore che mi investì le dita fu una scossa. Era fradicia, incredibilmente bagnata, morbida e pulsante. All'inizio ero impacciato, terrorizzato all'idea di sbagliare, ma lei si rivelò una guida perfetta.
«Più piano,» mi sussurrò all'orecchio, mordicchiandomi il lobo. «Così... non fermarti.»
Imparai a leggerla. Iniziavo ad accarezzarla disegnando cerchi lenti sul clitoride, sentendola fremere e premere il bacino verso l'alto, contro il mio palmo. Poi, seguendo i suoi sospiri, lasciavo che un dito scivolasse dentro di lei, accolto da una stretta bollente, per poi aggiungerne un secondo. Modestamente, ci presi la mano in fretta. Capii esattamente l'angolazione da usare, il ritmo in cui affondare e ritirarmi, la pressione del pollice per farle perdere la testa.
Il suono dei nostri respiri rimbombava in quello spazio ritagliato tra le rocce. Quando spingevo le dita dentro di lei, sentivo le pareti del suo sesso contrarsi ritmicamente attorno a me, i suoi muscoli che cedevano al piacere. Sentire le sue cosce tremare attorno al mio polso e raccogliere i suoi orgasmi bagnati sulle mie mani mi dava un senso di onnipotenza indescrivibile. Lì, con i vestiti stropicciati e il sapore della nostra eccitazione addosso, non c'erano più insicurezze: c'era solo la scoperta pura, viscerale, di due corpi che non ne avevano mai abbastanza.
Giugno scivolò via così, tra le fughe sugli scogli e il sapore della pelle salata. Luglio sembrava destinato a seguire esattamente lo stesso copione, almeno fino a metà mese, quando il castello di carte del nostro gruppo crollò miseramente. Il mio amico e la sua amica si lasciarono, e lo fecero in un modo pessimo. Le dinamiche si incrinarono e i due gruppi finirono inevitabilmente per prendersi a schifo.
Vista la situazione, iniziai a sudare freddo. Temevo che la faida avrebbe alzato un muro anche tra noi due. E invece, io e Vittoria eravamo una roccia. Andavamo così alla grande che, a fine luglio, mi lanciò l'amo che svoltò definitivamente la mia estate.
«Ad agosto, visto che i miei genitori partono per una settimana, ho invitato le ragazze e altri due amici nella mia casa vacanza...» mi disse, con una finta innocenza che ormai avevo imparato a leggere benissimo. «Che ne dici se venissi anche tu come... terzo amico maschio?»
Sapevo perfettamente cosa intendeva con terzo amico maschio. E cazzo sì, non me lo feci ripetere due volte.
I primi di agosto lei partì per questa villetta sulla spiaggia, a un paio d'ore di treno da me. I giorni che ci separarono furono una lenta e bellissima tortura. Ci sentivamo in continuazione e la sera, chiusi nell'intimità delle nostre camere, le videochiamate si allungavano fino a notte fonda. Il tono si faceva caldo, carico di aspettative. Le dicevo quanto mi mancasse avere le mani su di lei, e lei rispondeva con sguardi e mezze frasi che mi facevano impazzire, alimentando a dismisura la promessa di quello che avremmo fatto non appena fossimo stati finalmente sotto lo stesso tetto.
Poi, arrivò la mia settimana. Presi il treno insieme alle sue amiche, con le quali, per fortuna, ero riuscito a mantenere un ottimo rapporto nonostante i casini tra i gruppi. Quando varcai la soglia della villetta, la prima cosa che vidi fu lei: abbronzata, sorridente, con un paio di shorts cortissimi che le fasciavano i fianchi alla perfezione. L'impatto visivo mi mozzò il fiato.
Non mi diede tregua. Iniziò subito a prendermi in giro. Fece da Cicerone per le stanze, assegnando i posti letto con un tono solenne e uno sguardo carico di ironia maliziosa.
«E voi tre ragazzi... dormirete qui,» annunciò, indicando una stanzetta e lanciandomi un'occhiatina di sbieco, mordendosi il labbro inferiore per trattenere un sorriso.
Mi sfotté su questa storia per tutto il primo giorno. Era una provocazione bellissima e crudele, visto che al telefono ci eravamo ripetuti allo sfinimento quanto non vedessimo l'ora di dormire insieme, intrecciati l'uno all'altra. Ma, in un attimo in cui gli altri erano distratti in salotto a disfare i bagagli, mi passò accanto nel corridoio stretto.
Non resistetti. Le afferrai il polso senza farmi vedere dagli altri, tirandola contro di me e schiacciandola dolcemente contro la parete. Il suo corpo morbido si scontrò con il mio petto; il calore della sua pelle e il suo profumo mi diedero alla testa.
«Terzo amico maschio, eh?» le sussurrai a un millimetro dall'orecchio, sfiorandole il collo con la punta del naso e sentendola rabbrividire sotto le mie mani che le stringevano i fianchi nudi.
«Vedremo quanto sarai bravo a fare il bravo ragazzo...» rispose lei con un filo di voce. Scivolò via dalla mia presa, passandomi una mano leggera sul petto, lasciandomi lì con il respiro corto e un sorriso complice stampato in faccia.
La verità? Parliamoci chiaramente. Non vedevo l'ora di dormire con lei, sì. Ma, sotto sotto, la mia testa era sintonizzata su un unico, gigantesco pensiero fisso: non vedevo l'ora di scopare per la prima volta. E la volevo in un modo che mi faceva quasi male. Come ci insegnano le regole di questo genere, la storia erotica è un crescendo , e terminare questo momento con questa tensione è la promessa perfetta per il lettore (e per te stesso) su cosa stava per succedere.
Il pomeriggio in spiaggia fu un esercizio di autocontrollo fallito in partenza. Vittoria indossava un costume che le fasciava i fianchi e i glutei in modo divino. Ogni volta che si girava verso di me, o si chinava per sistemare il telo mare, i miei occhi finivano inevitabilmente lì. E non solo gli occhi: quando gli altri si tuffavano in acqua o erano distratti a chiacchierare, la mia mano scivolava per sfiorarle il sedere sodo e caldo di sole. Lei non si ritraeva. Anzi, si lasciava toccare, lanciandomi sguardi complici e maliziosi da dietro le lenti scure degli occhiali.
Dopo cena ci ritrovammo tutti nel giardinetto della villetta. L'aria era ancora calda e carica di salsedine. Vittoria era uscita dalla doccia e si era infilata un pigiama estivo: pantaloncini cortissimi e una canottierina leggera di cotone. Sotto, ovviamente, niente reggiseno. Era fresca, profumata di bagnoschiuma, di una sensualità disarmante e naturale. Parlammo per un po', ma l'elettricità tra noi era palpabile.
A un certo punto, si stiracchiò con finta stanchezza. Mi guardò dritto negli occhi, ignorando il brusio degli altri attorno a noi.
«Ho un po' di sonno,» disse con un tono di voce leggermente più basso. «Vieni in camera con me?»
La mia risposta interna fu sì, mille volte sì. Mi alzai cercando di sembrare disinvolto e la seguii lungo il corridoio, chiudendoci la porta alle spalle.
Ci stendemmo sul suo letto, fianco a fianco. La tensione del pomeriggio sembrava essersi temporaneamente sciolta in una chiacchierata dolce, fatta di sussurri e cazzate, le nostre gambe nude che si sfioravano nel buio parziale della stanza. Ma io ero terribilmente distratto. Sotto quella canotta sottile, i contorni dei suoi seni e la punta dei suoi capezzoli erano un richiamo costante, magnetico. Non riuscivo a smettere di fissarle il petto.
Lei se ne accorse, con quella sua solita intuizione infallibile. Interruppe la frase che stava dicendo e mi guardò con un sorriso lento, consapevole del potere che aveva su di me.
«Vedo come mi guardi le tette...» sussurrò. «Le puoi toccare, se vuoi.»
Non perse tempo ad aspettare una mia risposta. Con un movimento fluido e sensuale, afferrò l'orlo della canottiera e se la sfilò da sopra la testa, lasciandola cadere di lato.
Erano perfette. Alla penombra della stanza, la sua pelle era ancora più morbida e invitante. Mi spostai subito, mettendomi a cavalcioni sopra di lei. Le mie mani andarono a stringerle con una fame che non riuscivo più a nascondere, accarezzandone il peso, mentre il mio viso scendeva sul suo petto. Iniziai a baciarle la pelle liscia, per poi prendere un capezzolo tra le labbra. Lo succhiai con foga, bagnandolo con la lingua, accarezzando le areole fino a farle inturgidire completamente.
Vittoria inarcò la schiena contro le lenzuola, spingendo il petto contro la mia bocca. Le sue mani sprofondarono nei miei capelli, stringendoli per tenermi lì. I suoi gemiti erano sottovoce, soffocati per non farsi sentire dagli amici che chiacchieravano in giardino, ma vibravano di un'eccitazione pura e incontenibile.
Risalii lungo il suo collo, baciandole la linea della mascella, per poi tuffarmi sulle sue labbra in un bacio profondo, umido, disperato. Le nostre lingue si intrecciarono mentre il mio bacino premeva contro il suo.
Fu in quel momento, staccandosi di un solo millimetro per riprendere fiato contro la mia bocca, che mi sussurrò con una carica esplosiva:
«Scopami, Giò...»
Quelle parole, "Scopami, Giò...", furono una scossa che mi attraversò tutto. Non fu un ordine, ma una preghiera, un'invocazione che scioglieva ogni mia ultima remora. Mi fece sciogliere. Non solo il controllo, ma la paura, l'ansia da prestazione, tutto svanì, lasciando solo un'urgenza primordiale, un bisogno di lei che era quasi fisico.
In un silenzio carico di elettricità, ci togliemmo gli ultimi vestiti che rimanevano. Il mio pantaloncino e le sue mutandine. La vidi nuda per la prima volta, interamente. La pelle liscia dei suoi fianchi, la curva perfetta del suo ventre, il piccolo triangolo scuro tra le sue gambe. Era bellissima, vulnerabile e potente allo stesso tempo.
Mi misi sopra di lei, appoggiandomi sugli avambracci per non schiacciarla. Lei mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi marroni erano due pozzi liquidi nella penombra. «Hai paura?» mormorò, accarezzandomi il petto con la punta delle dita.
Scossi la testa. «Solo di fare qualcosa di sbagliato.»
«Non c'è niente di sbagliato,» rispose lei, la voce roca. «Sei con me.»
Nonostante le sue esperienze passate, mi confidò tempo prima, che non era mai arrivata a questo punto. Non era mai andata fino in fondo. Era un momento speciale. La prima volta di entrambi.
La baciai dolcemente. Un bacio diverso da quelli prima, non più avido, ma carico di una promessa, di una responsabilità che sentivo sulle spalle e che accolsi con tutto me stesso. Le mie mani tornarono sulle sue tette, non più per presa, ma per accarezzarle, sentire il suo cuore battere forte sotto i miei palmi.
Mentre le nostre labbra si univano ancora, il mio sesso si posò tra le sue gambe, caldo e duro contro la sua carne liscia. Lei sollevò un'anca, un invito silenzioso, una sua apertura.
«Sì...» sospirò contro la mia bocca. «Sì, Giò, adesso.»
Lentamente, con un tremore che non sapevo se fosse mio o suo, mi spinsi. La sentii stringere, bagnata e incredibilmente calda. Entrai dentro di lei per la prima volta, dolcemente, solo la punta, un centimetro che ci cambiò per sempre.
Un gemito basso le sfuggì. Un suono che fu parte dolore, parte stupore, parte pura liberazione. «Fermati un attimo...» mormorò, gli occhi chiusi, una piccola ruga tra le sopracciglia.
Mi fermai, aspettando, il cuore che martellava nel petto. La sentii respirare, adattarsi, accettare. Poi le sue mani presero a massaggiarmi la schiena, e le sue cosce, che avevo tenuto aperte, si chiusero dolcemente attorno ai miei fianchi, stringendomi, avvolgendomi. Era un abbraccio di carne.
«Adesso puoi andare...» sussurrò. «Muoviti dentro di me.»
Iniziai a spingere, lentamente. Ogni centimetro era una nuova scoperta, una nuova sensazione. Il sesso era inesperto, goffo, ma ogni movimento era carico di un significato che andava oltre il piacere fisico. Era la sensazione di un'incudine e di un martello al tempio, un'ondata di calore che mi saliva dal basso della schiena e mi annebbiava i sensi. Il mondo fuori da quella stanza non esisteva più. C'era solo lei, il suo odore di sale e di pelle, la sua pelle che scivolava contro la mia, la sua voce che sussurrava il mio nome come una preghiera.
«Giò... sì... lì...» gemette lei quando cambiai l'inclinazione, spingendomi più a fondo. Il mio ritmo divenne più insistente, più istintivo. Ero dentro di lei. Il nostro sesso era un dialogo umido di corpi che imparavano a parlare la stessa lingua. Le sue mani affondavano nei miei capelli, le sue unghie mi graffiavano leggermente le spalle. Le mie labbra baciavano il suo collo, le sue clavicole, tornando a succhiare i suoi seni, che si muovevano al ritmo delle nostre spinte.
«Sei tutta mia...» le mormorai contro la pelle, non come una domanda, ma come una verità che mi stava travolgendo.
«Tutta tua,» confermò lei con un filo di voce. «Solo tua.»
Il suo sesso si stringeva intorno al mio, un ritmo che coincideva con il mio, una stretta che mi stava portando verso il baratro. La sentei vibrare, il suo corpo si tese tutta, la schiena che si inarcava in un'onda perfetta. Un gemito più forte, quasi un singhiozzo le uscì dalla gola.
«Non riesco a trattenermi...» dissi, il fiato corto, la voce spezzata.
«Lasciati andare, Giò...» mi supplicò, stringendo le cosce ancora più forte, costringendomi a rimanere uniti. «Lascia andare... dentro di me.»
La sentii esplodere, un contrazione profonda e calda che partì da dentro di lei e la scosse tutta. Fu la scintilla che mi consumò. Un'onda di piacere mi attraversò, partendo dalla base della schiena e travolgendo ogni cosa. Vidi bianco. Per un attimo, smisi di respirare. E poi la mia esplosione, un getto caldo e profondo che la riempì, un ultimo, disperato abbraccio dei nostri corpi.
Crollai su di lei, ma non con tutto il mio peso, sorreggendomi sui gomiti. Eravamo attaccati, sudati, il fiato che ci usciva a fiamme dai polmoni. Sentivo il suo cuore battere all'unisono con il mio. Le baciai il capo, affondando il naso tra i suoi capelli.
«Ti amo, Vittoria,» sussurrai. Non era una dichiarazione, era una constatazione.
Lei mi strinse forte, senza parlare. Forse non c'era bisogno di parole.
Ci lasciammo cullare da quell'abbraccio per un po', i respiri che pian piano tornavano regolari e il sudore che ci incollava la pelle al fresco delle lenzuola. Poi, quando l'adrenalina iniziò a scemare, la realtà pratica ci colpì in faccia.
Ripensandoci oggi fa sorridere, il classico e simpatico inconveniente da giovani idioti: ci eravamo fatti prendere talmente tanto dal momento, travolti da quell'urgenza assoluta, che non avevamo usato nessuna precauzione. Niente preservativo, niente di niente. Cazzo. Ricordo che mi salì un'ansia tremenda, ma l'atmosfera era così bella che finimmo per esorcizzarla scherzandoci su, ridacchiando nervosamente nel buio della stanza. La voglia di fare un secondo round era prepotente, ce l'avevamo scritta in faccia, ma alla fine il buon senso (quel poco che ci era rimasto) ebbe la meglio: sfidare la sorte due volte nella stessa notte, senza difese, non era proprio il caso.
Eppure, a quell'età la razionalità si ferma al cervello; di certo non scende più in basso.
Eravamo ancora completamente nudi, aggrovigliati nel suo letto. Non potevamo andare di nuovo fino in fondo, d'accordo, ma smettere di toccarci era letteralmente impossibile. Iniziai a strusciarmi piano su di lei. Era nato come un gioco, un modo per prolungare quel calore, ma l'attrito dei nostri corpi nudi riaccese la miccia in un secondo. Sentivo la pelle liscia del suo addome contro la mia, il contatto scivoloso e bagnato dei nostri bacini che si sfioravano superficialmente, strappandoci risatine divertite che si trasformavano subito in sospiri profondi. Ogni volta che il mio bacino premeva contro di lei, Vittoria inarcava la schiena, assecondando il movimento e stringendomi i fianchi con le gambe.
Eravamo divertiti, ma l'eccitazione stava tornando a bussare con prepotenza. L'atmosfera era così complice, così priva di giudizio, che mi diede una dose di coraggio sfacciata.
Mi fermai un secondo, tenendomi a pochi centimetri dal suo viso, guardando i suoi occhi scuri che brillavano di desiderio nella penombra. Le accarezzai il collo, mordicchiandole dolcemente la linea della mascella.
«Vitto...» le sussurrai, sentendo il cuore riprendere a battere forte.
«Mh?» fece lei, muovendo i fianchi contro i miei in una tacita richiesta di non fermarmi.
«Posso chiederti una cosa? Vorrei provare una cosa che... be', che ho visto solo nei film porno.»
Il solo dirlo ad alta voce mi fece morire di imbarazzo. Temevo che avrebbe riso, spezzando la magia, o che avrebbe pensato che stessi rovinando un momento così dolce. Invece, Vittoria mi sorprese per l'ennesima volta. I suoi occhi si accesero di una malizia purissima. Le sue labbra, ancora gonfie per i baci, si schiusero in un sorriso lento, caldo e incredibilmente fiducioso.
«Va bene, Giò,» sussurrò, passandomi le unghie leggere lungo la schiena, facendomi venire i brividi. «Fammi vedere.»
Scivolai piano lungo il suo corpo, baciandole l'addome nudo, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie labbra a ogni centimetro che conquistavo. Mi spinsi sempre più giù, inebriato dal suo calore e da quel profumo intimo e inconfondibile.
Quando capì quali fossero le mie intenzioni, Vittoria trattenne il fiato. Era stupita, forse non si aspettava un'audacia simile da parte mia proprio in quella prima notte, ma non fece nulla per fermarmi. All'inizio ero esitante, cercavo di capire come muovermi, quale fosse il ritmo giusto per lei. Ma Vittoria era fantastica: non mi lasciò annaspare. Le sue mani scesero a intrecciarsi nei miei capelli, accarezzandomi la nuca.
«Aspetta...» sussurrò, con la voce rotta dall'eccitazione. Fece una leggera pressione con le dita per spostarmi di qualche millimetro. «Un po' più su. Ecco... sì, Giò. Così.»
Una volta trovato il punto, mi ci dedicai con tutta la dedizione di cui ero capace. Sentire i suoi gemiti riempire il silenzio della stanza e percepire il suo bacino che si sollevava per cercare sempre di più il mio contatto mi faceva impazzire. Sembrava piacerle davvero tanto, e quella consapevolezza era per me l'afrodisiaco più potente del mondo. Andai avanti, perdendomi nel sapore della sua pelle e nel suono del suo respiro che si faceva sempre più affannato.
A un tratto, però, non le bastò più. Con una forza mossa dall'urgenza, mi afferrò per le spalle e mi tirò su. Voleva guardarmi, voleva sentirmi addosso. Le nostre bocche si scontrarono in un bacio famelico, disperato, un incastro umido in cui le nostre lingue si cercarono con una foga assoluta. Il sapore di lei, di noi, si mescolò sulle nostre labbra.
E mentre la baciavo con tutta la fame che avevo in corpo, la mia mano scivolò di nuovo giù. Le mie dita ripresero il lavoro esattamente dove lo avevo interrotto, muovendosi con un ritmo deciso e instancabile. Vittoria si aggrappò alle mie spalle, piantandomi le unghie nella carne. Gemette forte contro la mia bocca, mordendomi il labbro inferiore, finché non la sentii irrigidirsi completamente. Un brivido violento le scosse tutto il corpo e si strinse attorno alla mia mano, lasciandosi andare in un'onda di piacere puro che le rubò il fiato.
Quando finalmente riaprì gli occhi, il suo viso era bellissimo. Era tutta rossa, le guance accese, la pelle coperta da un velo lucido di sudore. Mi sorrise, un sorriso stanco, sazio e immensamente complice, prima di lasciarsi cadere pesantemente contro il cuscino.
Crollai di fianco a lei, tirandola contro il mio petto. Eravamo sfiniti, svuotati, felici in un modo che non avevo mai provato prima.
«Due a uno,» le sussurrai all'orecchio, strappandole una risatina debole.
Così si chiuse la nostra prima vera esperienza. Senza difese, pieni di difetti, ma con una passione che ci aveva travolti entrambi. È un ricordo bellissimo.
Ma, per fortuna, era solo il primo di una lunga, lunghissima serie.
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