Melody

di
genere
dominazione

Melody aveva una stretta di mano perfetta – ferma, asciutta, né troppo debole né troppo aggressiva. Era la prima cosa che aveva imparato al corso di business etiquette a vent’anni, e da allora l’aveva affinata come un’arma. In ufficio, quella stretta di mano le aveva aperto porte, ottenuto promozioni, fatto chiudere contratti che altri non riuscivano nemmeno a sfiorare. Ma fuori dall’ufficio, le cose erano... diverse.

La sua segretaria, Lisa, le aveva passato il caffè quella mattina con un sorriso che sembrava più un’offerta di pace che un semplice gesto professionale. "Grazie," aveva detto Melody, senza alzare lo sguardo dai fogli di Excel. Lisa era rimasta lì, in piedi, per altri tre secondi di silenzio imbarazzante prima di andarsene. Tre secondi in cui Melody aveva sentito il peso di non sapere cosa dire, di non avere la minima idea di come trasformare quel "grazie" in una conversazione.

Il venerdì sera, mentre le colleghe organizzavano aperitivi o uscite al cinema, lei riordinava la scrivania con meticolosità maniacale. Non che non volesse andare. Semplicemente, non sapeva come. Le parole le si incastravano in gola, i sorrisi le si bloccavano a metà strada, come se il suo corpo avesse dimenticato il linguaggio delle relazioni umane. A trentadue anni, Melody era un capolavoro di efficienza professionale e un disastro ambulante nel resto.

"Ecco perché venerdì prossimo non sarò in ufficio," disse Melody al suo capo, con quella voce piatta che usava sempre per le bugie più semplici. "Ho un corso di aggiornamento." Il capo annuì senza alzare lo sguardo dal monitor. Nessuno avrebbe mai controllato, tanto meno lui.

Il treno per la provincia era quasi vuoto. Melody si sedette vicino al finestrino, le dita che tamburellavano sul tablet mentre cercava di non pensare alla valigetta nera posata sul sedile accanto. Dentro c'era solo quello che le avevano detto di portare: niente cellulare, niente documenti, niente vestiti tranne un paio di mutandine bianche. "Più sei vuota, più ti riempiremo," le aveva spiegato la voce al telefono, e a quelle parole aveva sentito un brivido scendere lungo la schiena.

La struttura sembrava una normale villa di campagna, se non fosse stato per il cancello con il codice a sei cifre e le telecamere nascoste tra le piante. Quando suonò il campanello, le venne incontro una donna sulla cinquantina con un grembiule di cotone e un sorriso che non prometteva niente di buono. "Sei in anticipo," disse, senza presentarsi. "Va bene così. Vieni."

La porta si chiuse alle sue spalle con un tonfo ovattato. L'aria odorava di legno trattato e qualcosa di dolciastro, come la cera per mobili mischiata a una nota di vaniglia artificiale. Melody fissò le piastrelle del pavimento – troppo lucide, quasi fossero state lucidate a mano ogni mattina – mentre la donna del grembile le faceva cenno di seguirla lungo un corridoio stretto.

"Qui dentro," disse l'indicando una porta di quercia scura. Melody entrò e le luci alogene si accesero da sole, troppo all'improvviso. La stanza era più grande di quanto sembrasse dall'esterno, con un tappeto spesso che copriva quasi tutto il pavimento e, al centro, una sorta di cuscino a forma di cuore, grande abbastanza da poterci sedere comodamente. Sopra, piegato con precisione, c'era un collare di pelle nera con una piastrina d'argento.

"Spogliati," disse la donna senza intonazione, come se stesse ordinando il caffè. "Tutto. Le mutandine vanno nel cestino." Indicò un piccolo contenitore di vimini accanto alla porta. Melody annuì, le dita già tremanti mentre cercavano la cerniera del vestito. Aveva fatto pratica a casa, nelle settimane precedenti, ma ora che era lì, ogni movimento sembrava goffo, come se il suo corpo non le appartenesse più.

Il vestito scivolò a terra con un fruscio, e Melody lo lasciò dove era caduto, come le era stato detto di fare. L’aria fredda le accarezzò la pelle, facendole rizzare i peli sulle braccia. Non era la temperatura, però. Era la sensazione di essere osservata, studiata, valutata. La donna del grembiule non la stava neanche guardando, occupata a sistemare qualcosa su un tavolino accanto al muro, eppure Melody aveva la certezza che ogni suo respiro, ogni piccolo tremito, venisse registrato.

"Avanti," disse la donna, indicando il cuscino a forma di cuore. "In ginocchio." Melody obbedì, le ginocchia che affondavano nel tessuto morbidissimo. Il collare era più pesante di quanto si aspettasse quando la donna glielo passò attorno al collo, e il click della fibbia le fece sobbalzare il cuore. La piastrina d’argento era fredda contro la clavicola. "Questo è il tuo nome qui dentro," spiegò la donna, toccando la piastrina con un’unghia perfetta. "Fifi. Ti chiameremo così finché non te ne andrai." Fifi. Un nome da cagnolina. Melody sentì una fitta di vergogna, eppure qualcosa dentro di lei si contorse di piacere al suono di quella sillaba stupida.

La donna si allontanò verso la porta, e per la prima volta Melody notò che indossava degli stivali neri, alti fino al ginocchio, che scricchiolavano appena. "Aspetta qui," ordinò. "Qualcuno verrà a prenderti." La porta si chiuse di nuovo, lasciandola sola con il rumore del proprio respiro. Melody abbassò lo sguardo sul proprio corpo, nudo tranne che per il collare, e si accorse che le sue mani tremavano. Non dal freddo. Non dalla paura. Era eccitazione, pura e semplice, che le scorreva nelle vene come una droga. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che si era sentita così viva?

La porta si aprì senza preavviso, facendo trasalire Melody. Invece della donna col grembiule, entrò una ragazza più giovane, forse sui venticinque anni, con i capelli biondo platino legati in due trecce laterali. Indossava un body aderente color vinaccia e stivaletti di vernice nera che le davano un’aria da bambola meccanica. "Fifi," disse, con una voce cantilenante che non ammetteva repliche. "Vieni con me."

Melody obbedì in ginocchio, ma la ragazza scosse la testa. "No, no, dolcezza. Qui si cammina a quattro zampe." Un rossore bruciante salì alle guance di Melody mentre abbassava le mani sul tappeto, le nocche che affondavano nel pelo fitto. La prima volta che aveva provato a casa sua, si era sentita ridicola. Ma ora, con il peso del collare che le tirava giù la testa, ogni resistenza si dissolveva come zucchero nel tè.

Il corridoio era più lungo di quanto ricordasse, illuminato da luci soffuse posizionate a intervalli regolari. Le piastrelle erano gelide sotto le sue ginocchia e i palmi delle mani, ma il disagio si mescolava a una strana sensazione di libertà. Non doveva pensare. Non doveva decidere. Bastava seguire le istruzioni e lasciare che il resto accadesse.

Le unghie della ragazza bionda scricchiolavano contro il tappeto ogni volta che si voltava a controllare che Melody – no, *Fifi* ora – la stesse seguendo correttamente. "Più lentamente, Fifi," sussurrò, piegandosi in avanti finché il suo alito caldo non sfiorò l'orecchio di Melody. "Le braccia troppo tese. Devi rilassarti, come se fossi davvero..." Una pausa calcolata. "...un cucciolo che esplora per la prima volta."

Melody annuì, sentendo la pelle d'oca diffondersi lungo le braccia non per l'umiliazione, ma per l'intimità perversa di quelle parole. Il collare strusciò contro il suo collo quando abbassò ulteriormente la testa, le spalle che si arrotondavano in una curva più naturale. La ragazza sorrise, soddisfatta, e continuò a camminare con movimenti fluidi, le trecce che oscillavano come pendoli al ritmo dei suoi passi.

Una porta più stretta delle altre si aprì sulla destra, rivelando una stanza circolare con pareti rivestite di un materiale morbido e color crema. Al centro, una bassa piattaforma ricoperta di pelliccia sintetica grigia. "Sali," ordinò la ragazza, indicando la piattaforma con un gesto elegante della mano. Melody esitò solo un attimo, le ginocchia che scivolavano lievemente sul pavimento troppo levigato, prima di arrampicarsi con movimenti goffi. La pelliccia era sorprendentemente calda sotto il suo corpo nudo.

La piattaforma cedette leggermente sotto il suo peso, come se fosse stata progettata per adattarsi alle curve del suo corpo. Melody sentì la pelliccia sintetica che si accartocciava sotto le sue ginocchia, quel rumore ovattato che sembrava amplificato nell’aria immobile della stanza. La ragazza bionda si accovacciò accanto a lei, le trecce che le sfioravano le spalle mentre studiava la posizione di Melody con occhi che non perdevano un dettaglio.

"Troppo rigida," mormorò, posando una mano gelida sulla schiena di Melody. "Qui dentro devi scioglierti, Fifi. Come se non avessi più ossa." Le dita della ragazza premettero tra le vertebre, facendo scivolare Melody in avanti fino a farle appoggiare i gomiti sulla pelliccia. Il collare le strinse il collo per un attimo, quel pizzicore improvviso che le fece trattenere il fiato. La ragazza rise, un suono cristallino che non suonava affatto gentile. "Ecco così. Ora sei perfetta."

Melody chiuse gli occhi, concentrandosi sul ritmo del proprio respiro mentre la ragazza le sistemava le braccia, le gambe, persino la posizione dei piedi come se stesse modellando un oggetto inanimato. Ogni tocco era impersonale, preciso, eppure ogni volta che quelle dita fredde sfioravano la sua pelle, Melody sentiva un brivido elettrico che le correva lungo la colonna vertebrale.

La ragazza dalle trecce si allontanò con un fruscio di stoffa, lasciando Melody distesa sulla piattaforma come un trofeo. Il silenzio della stanza era rotto solo dal rumore ovattato della sua respirazione e dal ticchettio degli stivaletti della ragazza che si allontanavano. Poi, improvvisamente, una musica sommessa iniziò a filtrare da invisibili altoparlanti – un valzer lento, distorto, come se provenisse da un grammofono antico. Melody sentì i muscoli rilassarsi contro la sua volontà, il peso del collare che diventava familiare contro la pelle.

La porta si aprì di nuovo, ma questa volta entrarono due figure: la ragazza dalle trecce e un'altra donna, più alta, vestita di un abito di pizzo nero che le scendeva fino ai polpacci. I suoi capelli erano raccolti in uno chignon perfetto, e portava un paio di guanti di pelle che le arrivavano fino ai gomiti. Senza parlare, si avvicinò alla piattaforma e circondò il collo di Melody con una mano guantata, valutandone la circonferenza con le dita esperte. "Troppo largo," disse alla fine, con una voce che ricordava il rumore della seta strappata. "Dovremo stringerlo di due fori."

Melody trattenne il respiro quando le dita della donna si infilarono tra il collare e la sua pelle, trovando la fibbia nascosta. Un clic metallico, poi una pressione costante che le fece alzare istintivamente il mento. Ora il collare aderiva perfettamente, ogni suo movimento trasmetteva quella presenza costante come una seconda pelle. La donna annuì, soddisfatta, e fece scivolare un dito sotto il bordo per controllare che non strofinasse. "Meglio," dichiarò. "Così non ti distrarrai."

Melody sentì le labbra della donna guantata sfiorarle l'orecchio mentre si piegava in avanti, l'alito caldo che contrastava con la freddezza della pelle di daino. "Adesso," sussurrò con una voce che sembrava arrivare da molto lontano, "dimentica di essere umana." Le parole le scivolarono addosso come gocce di pioggia su vetro, lasciando una scia di brividi. La musica del valzer aumentò di volume, distorta da un fruscio elettrico che la rendeva quasi inquietante.

La ragazza dalle trecce tornò alla piattaforma con un vassoio d'argento, sopra il quale poggiava una ciotola di porcellana e un cucchiaio minuscolo. "Aprí," ordinò, battendo il cucchiaio contro il bordo. Melody obbedí, sentendo il metallo freddo che le scivolava sotto la lingua prima di riempirsi di qualcosa di dolce e cremoso. Il sapore era familiare - budino alla vaniglia, quello che comprava sempre al supermercato nelle notti in cui rientrava tardi dall'ufficio. Ma qui, mangiata a quattro zampe da una ciotola, quella stessa dolcezza le bruciava la gola di vergogna deliziosa.

Mentre ingoiava, notò che la donna in pizzo nero si era spostata dietro di lei, le mani guantate che ora seguivano la curva della sua schiena fino alla vita. "Troppo tesa qui," commentò, premendo con le dita sulle fossette lombari. "Gli animali non accumulano stress nelle spalle, Fifi." Le dita affondarono nella carne con una pressione calcolata, facendo gemere Melody tra un boccone e l'altro. Il collare le impediva di alzare troppo la testa, costringendola a mantenere lo sguardo fisso sulla ciotola semivuota.

La ciotola era vuota ora, e il cucchiaio metallico tintinnò contro il fondo quando la ragazza dalle trecce lo ritirò. Melody si accorse che stava ansimando leggermente, il respiro che le faceva tremare le costole sotto la pressione delle dita guantate della donna in pizzo nero. "Bene," sussurrò la donna, piegandosi fino a sfiorarle la nuca con le labbra. "Adesso vediamo se hai imparato a muoverti come si deve."

Un leggero strattone al collare la costrinse a scendere dalla piattaforma, le ginocchia che toccarono il pavimento con un tonfo soffice. La donna si allontanò con passo felpato, dirigendosi verso una porta laterale che Melody non aveva notato prima. La ragazza dalle trecce le fece cenno di seguirla, ma questa volta non camminò davanti a lei. Si mise invece al suo fianco, le trecce che oscillavano al ritmo dei suoi passetti misurati, osservando ogni movimento di Melody con occhi che non perdevano un singolo errore.

La porta conduceva a un giardino interno, piccolo e perfettamente circolare, circondato da alte mura di mattoni ricoperte di edera. L'erba era tagliata con precisione millimetrica, e al centro si trovava una fontana in pietra dalla quale sgorgava acqua in un flusso costante e silenzioso. Melody si fermò sull'ultima piastrella prima dell'erba, incerta. Un colpetto secco sul collare la spinse avanti. "Vai," disse la ragazza, indicando la fontana con il mento. "Bevi."

Melody – no, *Fifi* – abbassò la testa verso il filo d'acqua che scendeva dalla fontana. Il collare le premeva contro la gola quando si chinò troppo, costringendola a trovare un angolo preciso per poter bere senza strozzarsi. L'acqua era sorprendentemente fredda, quasi metallica al gusto, e le colò lungo il mento prima che riuscisse a coordinare i movimenti della lingua. Un fallimento che le accese le guance di vergogna.

"Lentamente," sussurrò la ragazza dalle trecce, accovacciandosi accanto a lei. Una mano le afferrò la nuca, guidandola con una pressione ferma ma non crudele. "Non sei un animale randagio. Sei un cucciolo di buona famiglia. Ricordalo." Le parole erano una carezza e una frustata insieme. Melody chiuse gli occhi, assaporando l'umiliazione di quella correzione mentre riprovava, stavolta senza sprecare una goccia.

Dalla porta alle loro spalle uscì un rumore di passi. La donna in pizzo nero avanzava reggendo qualcosa tra le braccia: una coperta di lana color crema, piegata con precisione militare. "Su," disse, lasciandola cadere davanti a Melody con un gesto negligente. "Sdraiati qui."

Melody – no, *Fifi* – abbassò il corpo sulla coperta con movimenti esitanti, le ginocchia che affondavano nella lana morbidissima. Il collare le premette contro la trachea quando si distese troppo in fretta, costringendola a trovare una posizione laterale, le gambe leggermente piegate. La donna in pizzo nero osservò con occhi impassibili mentre la ragazza dalle trecce sistemava la coperta sotto di lei, tirava via un filo invisibile, aggiustava un angolo. "Perfetto," sussurrò infine, le dita che sfioravano il bordo del collare come per assicurarsi che non strofinasse.

La musica del valzer si era trasformata in qualcosa di più lento, quasi ipnotico, con un ritmo che sembrava battere in sincrono con il polso di Melody. La donna in pizzo nero si accovacciò accanto alla coperta, le mani guantate che si posarono sul ventre nudo di Melody con una pressione che non ammetteva resistenza. "Respira," ordinò, e le dita seguirono l'onda della pancia che si alzava e si abbassava. "Più profondamente. Non sei umana, ricordi? Non hai preoccupazioni. Non hai pensieri."

Melody chiuse gli occhi, lasciando che quelle parole le scorressero addosso come acqua tiepida. Le dita sulla sua pelle erano diventate una presenza costante, rassicurante nella loro fermezza. Quando finalmente si ritirarono, lasciarono un vuoto che quasi le fece gemere. Ma poi arrivò qualcos'altro – qualcosa di freddo e umido che le sfiorò la coscia. Aprì gli occhi di scatto.

Era una spugna, bagnata e insaponata, che la ragazza dalle trecce stava passando con movimenti circolari lungo la sua gamba. "Non ti muovere," sussurrò, mentre la schiuma fredda si allargava sulla pelle di Melody, lasciando una scia di brividi. Ogni passata era metodica, quasi chirurgica nella sua precisione, come se stesse pulendo un oggetto prezioso piuttosto che un corpo umano. La spugna salì lungo il fianco, sotto il braccio, scivolando tra pieghe che Melody non sapeva nemmeno di avere.

La donna in pizzo nero intanto aveva estratto un flacone di vetro opaco dal taschino del suo abito. Lo scosse con un gesto esperto, poi ne versò qualche goccia direttamente sulla nuca di Melody. Un profumo denso di lavanda e muschio si diffuse nell'aria, così intenso da farle chiudere gli occhi. Le dita guantate massaggiarono l'olio sul suo collo, seguendo la linea del collare, penetrando sotto il bordo di pelle come per marchiarla ancora più profondamente. "Per il rilassamento," spiegò la voce setosa. "Gli animali non hanno tensioni. Tu non hai tensioni."

Melody sentì la spugna scendere lungo l'addome, poi fermarsi all'improvviso. La ragazza dalle trecce aveva cambiato strumento – ora teneva in mano un rasoio da barba antico, la lama che catturava la luce del trampo con un luccichio minaccioso. "Ssssh," fece, premendo un dito contro le labbra di Melody quando questa tentò di ritrarsi. "Solo un piccolo aggiustamento." Il metallo freddo le scivolò lungo l'interno coscia, così vicino da farle trattenere il fiato. Ma il taglio fu preciso, indolore, e quando la lama si allontanò portava con sé solo qualche ciuffo invisibile.

La lama si allontanò con un tintinnio metallico quando la ragazza dalle trecce la posò sul vassoio d'argento. Melody – *Fifi* – trattenne il respiro mentre le dita fredde della ragazza esaminavano il risultato, sfiorando la pelle appena rasata con una precisione che le fece rabbrividire. "Perfetto," sussurrò, il fiato caldo che le accarezzò l'orecchio. "Adesso sei davvero pulita."

Un rumore di passi leggeri si avvicinò da dietro. La donna in pizzo nero reggeva ora una ciotola di acqua tiepida, dalla quale pendevano due asciugamani di lino. Senza parlare, immerse uno dei panni nel liquido e lo strizzò sopra la schiena di Melody, lasciando che l'acqua le colasse lungo la colonna vertebrale in rivoli caldi. Ogni goccia sembrava tracciare un percorso prestabilito, come se il suo corpo fosse una mappa che loro conoscevano meglio di lei stessa.

"Girati," ordinò la donna, e Melody obbedì, rotolando sulla coperta con movimenti goffi che le fecero arrossire le guance. Il collare le strinse la gola per un attimo, quel pizzicore familiare che ormai quasi la rassicurava. La luce del trampo filtrova attraverso le foglie dell'edera, disegnando ombre mobili sul suo corpo nudo. La ragazza dalle trecce si avvicinò con un secondo asciugamano, questa volta asciutto, e iniziò ad asciugarla con colpetti delicati, come si farebbe con un animale prezioso dopo il bagno.

Il tocco dell'asciugamano di lino era meticoloso, quasi reverenziale, seguendo ogni curva del corpo di Melody come se stesse levigando una statua di marmo. La ragazza dalle trecce lavorava in silenzio, le labbra serrate in una concentrazione che sembrava quasi sacra. Quando arrivò alle costole, Melody trattenne un sussulto – non per il dolore, ma per la strana intimità di quel gesto. Nessuno l'aveva mai toccata così, nemmeno da bambina.

"Quasi fatto," sussurrò la ragazza, piegandosi per soffiare su una goccia d'acqua rimasta nell'incavo del collo di Melody. L'alito caldo le fece rizzare i peli sulla nuca. La donna in pizzo nero intanto si era allontanata, tornando con un piccolo flacone di vetro blu. Lo agitò con un gesto rituale prima di versarne il contenuto sul palmo guantato: un olio denso e dorato che profumava di miele e qualcosa di più antico, come legno di sandalo lasciato al sole. "Per la pelle," spiegò, sfregando le mani l'una contro l'altra fino a scaldare il liquido.

Quando quelle dita guantate toccarono per la prima volta il ventre di Melody, lei sentì un brivido elettrico correrle lungo la colonna vertebrale. L'olio era tiepido ora, e si spalmava sulla sua pelle con una facilità quasi innaturale, come se il suo corpo lo stesse aspettando da sempre. La donna massaggiava con movimenti circolari, partendo dall'ombelico e allargandosi verso l'esterno in spirali perfette. Ogni passata sembrava cancellare un altro strato di Melody, lasciando solo Fifi sotto di esso.

La porta del giardino interno si aprì con un cigolio studiato, interrompendo il rituale dell'olio. Una terza figura entrò con passo misurato, indossando un tailleur grigio topo che strideva con l'eleganza decadente delle altre due donne. Portava un tablet sottile e un paio di occhiali a mezzaluna che riflettevano la luce del tramonto in modo da nascondere gli occhi. "Valutazione intermedia," annunciò senza preamboli, la voce piatta come uno schermo spento.

Melody – no, *Fifi* – istintivamente cercò di coprirsi, ma un colpo secco del collare la fermò. La donna in pizzo nero sorrise per la prima volta, le labre che si incurvarono senza mostrare i denti. "La soglia di vergogna è ancora troppo alta," commentò, segnando qualcosa sul tablet con un'unghia perfettamente smussata. "Ma il progresso fisiologico è accettabile."

La ragazza dalle trecce aveva ripreso a massaggiare l'olio sulle cosce di Melody, le dita che scendevano lungo i tendini con una pressione che faceva fremere i muscoli. "Respira," sussurrò, quando le costole di Melody si contraggono sotto le sue mani. "Non sei umana. Non hai bisogno di trattenere niente."

La donna col tablet si avvicinò, gli occhiali che riflettevano il corpo nudo di Melody disteso sulla coperta. Un dito freddo le sfiorò il polso, misurando il battito. "Troppo accelerato," borbottò. "Deve imparare a lasciarsi andare completamente."

Melody chiuse gli occhi, cercando di rallentare il respiro, ma il collare stringeva con ogni inspirazione troppo profonda. Improvvisamente, qualcosa di umido e tiepido le sfiorò le labbra. Aprì gli occhi di scatto: la ragazza dalle trecce reggeva una ciotolina di porcellana piena d'acqua, inclinandola perché potesse bere senza alzarsi. "A piccoli sorsi," ordinò, tirando via la ciotola non appena Melody ebbe ingoiato due volte.

La donna in pizzo nero intanto aveva estratto una spazzola d'argento dal taschino del suo abito. La passò sulla spalla di Melody con colpi lunghi e fluidi, seguendo la linea della spina dorsale come si spazzola un mantello di cavallo. Le setole fredde le fecero rizzare la pelle, ogni strisciata meticolosa che sembrava allineare qualcosa dentro di lei.

Il secondo giorno cominciò con la luce che filtrava dalle tende di mussola, striando il corpo nudo di Melody disteso sulla coperta di lana. Si svegliò con la schiena dolorante, il collare che le aveva lasciato un solco rossastro sul collo, e una strana sensazione di vuoto nello stomaco che non era fame. La stanza era vuota, ma sul pavimento accanto a lei c'era una ciotola di porcellana piena d'acqua e una ciotolina più piccola con pezzetti di mela tagliati a cubetti perfetti.

Si chinò per bere, sentendo il collare stringere quando inclinò troppo la testa. L'acqua aveva un retrogusto metallico, come se vi avessero sciolto dentro qualcosa. Dopo il terzo sorso, le ginocchia smisero di farle male. Dopo il quinto, anche la schiena si rilassò. Quando la porta si aprì senza preavviso, Melody era già a quattro zampe, la fronte premuta contro il tappeto in un istinto che non sapeva di avere.

La donna in pizzo nero entrò seguita dalla ragazza dalle trecce, che portava un guinzaglio di cuoio nero intrecciato con fili d'argento. "Oggi impari a muoverti," disse la donna, fissando Melody con occhi che non riflettevano la luce. "Non come un umano che gattona. Come *lei* dovrebbe muoversi."

Le prime ore furono un esercizio di geometria impossibile. Camminare a quattro zampe non significava semplicemente muovere un arto dopo l'altro, ma piegare il corpo in curve che non sapeva di avere. La donna in pizzo nero la corregeva con colpetti secchi di una bacchetta di bambù ogni volta che la schiena si irrigidiva troppo. "Le scapole più basse," sibilava, premendo la punta fredda tra le vertebre di Melody fino a farla gemere. "Devi scendere dentro il tuo corpo, non stargli sopra."

A mezzogiorno, quando il sole filtrando dalle vetrate disegnava rombi perfetti sul pavimento, Melody scoprì di poter muovere le anche in modo nuovo. Non più come una donna che cammina, ma con un'ondulazione che partiva dalle spalle e terminava là dove il collare la costringeva a tenere la testa bassa. La ragazza dalle trecce applaudì, un suono secco ed effimero. "Adesso alza la gamba," ordinò, indicando la propria coscia come dimostrazione. Melody tentò goffamente, cadendo sul fianco con un tonfo che le strappò un gemito. La terza volta ci riuscì, trovando un equilibrio precario che le fece scoprire muscoli mai usati prima.

Il terzo giorno iniziò con un rumore di passi troppo leggeri per essere umani. Melody aprì gli occhi trovando una pallina di gomma rosa posata esattamente tra le sue ginocchia, come un frutto proibito caduto dal nulla. La stanza era vuota, ma il collare vibrava lievemente contro la sua gola, quasi elettrico, suggerendo che qualcuno la stava osservando da una fessura invisibile.

"Riportala," sussurrò una voce che sembrava provenire dalle pareti stesse. Melody si sollevò sui gomiti, sentendo i muscoli delle cosce che protestavano dopo le ore infinite del giorno precedente. La pallina rotolò via quando tentò di afferrarla con i denti, rimbalzando sul pavimento di legno con un tonfo che sembrava troppo rumoroso in quel silenzio perfetto.

Un secondo tentativo, più lento. Questa volta riuscì a chiudere le labbra attorno alla superficie ruvida della pallina, il sapore di gomma industriale che le riempiva la bocca. Si voltò verso la porta socchiusa, ma una pressione improvvisa del collare la costrinse a fermarsi. "No," disse la voce della donna in pizzo nero, che ora sedeva su una poltrona bassa nell'angolo, come se fosse sempre stata lì. "A quattro zampe. Come si deve."

Melody sentì la pallina rotolare via dalle sue labbra per la terza volta, il rumore ovattato che sembrava amplificarsi nella stanza vuota. Una frustrazione calda le montò dal petto alla gola, ma il collare strinse appena accennò a raddrizzare la schiena. "Lentamente," sibilò la voce della donna in pizzo nero, che ora le stava accanto senza che Melody l'avesse sentita avvicinare. Una mano guantata le guidò il mento verso il pavimento. "Non afferrare. Accogli."

La quarta volta fu diverso. Melody – no, *Fifi* – abbassò il busto fino a sfiorare il legno con il naso, le labbra che si aprirono in un modo che non sapeva di conoscere. La pallina le rotolò dentro la bocca come se fosse stata attratta, il sapore di gomma che si mescolò alla sua saliva mentre la stringeva senza premere i denti. Un suono approvatorio le accarezzò la nuca. "Ecco così. Adesso porta."

Il percorso verso la donna in pizzo nero fu una liturgia di movimenti nuovi. Ogni passo a quattro zampe doveva oscillare appena per non far cadere il trofeo tra le labbra. La lingua imparò a regolare la pressione, a compensare ogni inclinazione del collo. Quando finalmente si fermò davanti alle scarpe di pelle della donna, gli occhi bassi e il cuore che batteva a un ritmo strano, una carezza gelida le attraversò il capo. "Brava Fifi," bisbigliò quella voce di seta strappata. "Adesso l'altra."

Il terzo giorno terminò con le dita della donna in pizzo nero che affondavano nella carne morbida delle cosce di Melody, seguendo il percorso dei muscoli stanchi dopo ore trascorse a gattonare. Il massaggio era metodico, impersonale come una procedura medica, eppure ogni pressione faceva tremare Melody sotto il tocco. Le mani guantate salirono lungo i fianchi, evitando deliberatamente il punto in cui la pelle diventava più sottice, più sensibile.

"Girati," ordinò la donna, e Melody obbedì rotolando sulla schiena con un movimento goffo che le fece sfiorare il collare contro la trachea. La luce del tramonto filtrava dalle finestre alte, tingendo di rosa il suo corpo nudo disteso sulla coperta di lana. La ragazza dalle trecce si avvicinò con un flacone di olio nuovo, questa volta dal profumo di mandorle dolci, versandone un rivolo dorato direttamente sullo sterno di Melody. Il liquido tiepido le colò lungo le costole, seguendo le curve del corpo come un fiume in miniatura.

Le dita della donna in pizzo nero seguirono il percorso dell'olio, spalmandolo con movimenti circolari che partivano dalle clavicole e scendevano verso il ventre. Quando raggiunsero il confine dove la pelle diventava più scura, più delicata, Melody trattenne il respiro. Ma le dita proseguirono senza esitazione, massaggiando la carne tenera con la stessa disinvoltura con cui avevano trattato le sue spalle. "Respira," sussurrò la donna, mentre i polpastrelli guantati affondavano sotto la curva del seno, sollevandolo con un gesto che non era né crudele né tenero, ma semplicemente efficiente.

Il collare di cuoio si sganciò con un *click* metallico che sembrò riecheggiare nella stanza vuota. Melody rimase immobile per tre respiri profondi, le dita che tremavano ancora mentre toccavano la gola nuda. La donna in pizzo nero le porse una vestaglia di seta color crema senza incontrare il suo sguardo. "La doccia è attraverso quella porta," disse indicando un passaggio che Melody giurò non fosse lì il giorno prima.

L'acqua bollente le lavò via ogni traccia di olio e sudore, ma non quella strana sensazione di leggerezza alle articolazioni. Asciugandosi i capelli davanti allo specchio appannato, si sorprese a cercare con lo sguardo il riflesso del collare che non c'era più. Nello spogliatoio, i suoi abiti da ufficio erano stati stirati con precisione chirurgica, le scarpe lucidate a specchio. Ma sul banchetto c'era una scatola di velluto nero che non le apparteneva.

"Aprire a casa," le sussurrò la ragazza dalle treccie, apparendole alle spalle come un fantasma mentre infilava la giacca. La confezione pesava meno del previsto, ma scaldava il palmo della sua mano durante tutto il viaggio in taxi. Melody la posò sul tavolo della cucina solo dopo aver chiuso a doppia mandata la porta di casa, le tende già abbassate.

La scatola si aprì con un sibilo. Dentro, poggiato su un cuscino di raso viola, c'era un collare d'argento con una targhetta a forma di osso. "Fifi" vi era inciso in caratteri gotici, e sotto, in lettere più piccole, un numero di telefono senza prefisso. Melody lo sollevò con due dita, sentendo la catenella tremolare come se fosse viva. Nella confezione c'era anche un biglietto: *Quando vuoi tornare a casa*.

Il lunedì seguente, in ufficio, nessuno notò il sottile sollevamento delle sue labbra quando la direttrice le urlò per un report mancante. Melody chinò la testa con un movimento fluido che le fece sfiorare la sciarpa di seta contro il collo nudo. Mentre la collega del desk accanto si lamentava del marito, lei tastò con la punta delle dita la tasca della giacca dove il collare d'argento pesava come un segreto.

In bagno, davanti allo specchio, si scoprì ad abbassare la sciarpa di tre millimetri, proprio dove la catenella l'avrebbe sfiorata. Le venne da ridere pensando a cosa avrebbero detto le ragazze della contabilità se avessero saputo che la loro Melody, quella che saltava sempre l'aperitivo perché "troppa gente", si era fatta lavare come un cane da due sconosciute in un giardino segreto. Il rossore le salì dalle clavicole alle guance, ma questa volta non era vergogna.

E quanto le erano piaciuti i massaggi sulla fica. Quel momento in cui le dita guantate avevano finalmente osato scendere più in basso, oltre l'ombelico, sfiorando quei peli così accuratamente rasati il giorno prima. Melody aveva trattenuto il respiro, sentendo le ginocchia che tremavano contro la coperta di lana, ma la donna in pizzo nero non aveva esitato. Le sue mani si erano mosse con la stessa precisione chirurgica di sempre, come se stessero lucidando un mobile antico piuttosto che toccare la parte più intima di un corpo umano.

La settimana successiva trascorse in un limbo di gesti automatici e schermi luminosi. Melody firmava contratti, rispondeva mail, sorrideva alle battute del capo con la stessa perfezione meccanica con cui aveva imparato a muovere le anche a quattro zampe. Ma ogni volta che incrociava le braccia sul petto durante una riunione, sentiva il peso del collare d'argento nella tasca interna della giacca come una scossa elettrica.

Giovedì sera, mentre riordinava la scrivania, le dita le tremarono così forte da farle cadere una graffetta. Si chinò a raccoglierla e senza volerlo emise un piccolo gemito—esattamente lo stesso suono che aveva fatto quando la bacchetta di bambù l'aveva colpita tra le scapole. La stanza sembrò restringersi all'improvviso. Senza nemmeno terminare di spegnere il computer, infilò la mano nella tasca e strinse il collare fino a sentire la targhetta a forma di osso imprimersi nel palmo.

Il taxi impiegò ventisette minuti a raggiungere il viale alberato che conduceva alla struttura. Melody contò ogni secondo con i battiti del cuore che le martellavano nelle orecchie. Quando l'autista le chiese se aspettasse, scosse la testa così violentemente da farle oscillare i capelli come una criniera. "No," disse, e fu la prima parola che aveva pronunciato da tre ore.

La porta si aprì prima ancora che toccasse il campanello. La ragazza dalle trecce indossava un grembiule di lino grezzo questa volta, i capelli raccolti in due trecce così strette da sembrare corde. Non sorrise, ma i suoi occhi si illuminarono quando vide Melody stringere il collare davanti a sé come un talismano. "Aspettavamo Fifi," sussurrò, prendendole il polso con una presa che non ammetteva discussioni.

Questa volta non ci furono preliminari. Il giardino interno era illuminato da lanterne di vetro smerigliato che proiettavano ombre danzanti sul selciato. La donna in pizzo nero era già lì, in piedi accanto a una fontana a forma di conchiglia, con un guinzaglio di cuoio intrecciato ad anelli d'argento che le pendeva dalla cintura come un'arma. "Svestiti," ordinò, e Melody obbedì con movimenti così rapidi che un bottone della camicetta volò via, rimbalzando sulla pietra con un tintinnio metallico.

Il collare freddo le strinse la gola prima ancora che avesse finito di piegare i vestiti. La ragazza dalle trecce lo allacciò con un *click* che sembrò sigillare qualcosa dentro Melody—no, dentro *Fifi*. Il guinzaglio si agganciò all'anello frontale con uno schiocco secco, la catenella d'argento che luccicò alla luce delle lanterne come un serpente addormentato.

"Cammina," disse la donna in pizzo nero, dando un leggero strattone al guinzaglio. Melody si piegò in avanti senza esitazione questa volta, le mani che toccarono terra con una naturalezza che quasi la spaventò. I ciottoli erano freddi sotto i palmi, ruvidi in un modo che le fece ricordare la coperta di lana del primo giorno. Il guinzaglio tese quando fece il primo passo, il metallo che scaldava contro la sua nuca come un secondo battito cardiaco.

Melody avanzò con le anche che oscillavano in un ritmo nuovo, imparato, il collare che scaldava contro la pelle ogni volta che il guinzaglio si tendeva leggermente. Le ciottoli sotto le palme delle mani erano ruvidi ma non dolorosi, come se anche la pietra si fosse ammorbidita per accoglierla. Il giardino profumava di erba tagliata di fresco e qualcosa di più dolce, forse gelsomino, che le accarezzava le narici quando passava sotto un pergolato basso.

La donna in pizzo nero camminava davanti a lei, il tacco delle sue scarpe che affondava nell'erba con precisione militare, il guinzaglio che formava una linea perfetta tra il collare di Melody e la sua mano guantata. "Più in alto il bacino," disse senza voltarsi, e Melody obbedì alzando le anche con un movimento che le fece sentire il muscolo delle cosce tirare in modo piacevole. Il sole del tramonto le scaldava la schiena nuda, disegnando ombre lunghe sul selciato che sembravano inseguirla mentre procedeva.

A un certo punto, la ragazza dalle trecce si avvicinò con un vassoio di metallo, sul quale posava una ciotolina d'acqua. Senza bisogno di ordini, Melody si fermò e chinò il muso verso la superficie liquida, le labbra che sfiorarono il bordo prima di cominciare a bere. Stavolta non ci fu esitazione, nessun rivolo che le colasse lungo il mento. L'acqua era fresca, leggermente aromatizzata al limone, e lei la sorseggiò con piccoli lap che sembravano perfetti, naturali.

Quando ebbe finito, alzò lo sguardo verso la donna in pizzo nero, trovando nei suoi occhi un lampo di approvazione che le fece fremere lo stomaco. Non era più vergogna, ma qualcosa di più caldo, più denso, che le pulsava sotto la pelle rasata e oliata. Il guinzaglio si allentò quando la donna fece un cenno con la testa, e Melody si distese sull'erba con un sospiro, le gambe piegate di lato come aveva imparato, la schiena che finalmente si rilassava dopo ore di tensione controllata.

La ragazza dalle trecce le porse un biscotto a forma di osso, fragrante di burro e cannella. Melody lo afferrò delicatamente tra i denti, sentendo la crosta che si sbriciolava appena sotto la pressione delle mascelle. Lo masticò lentamente, assaporando ogni morso come non faceva da anni con il cibo normale, da donna. Quando finì, si leccò le labbra senza pensarci due volte, la lingua che raccoglieva le ultime briciole dal palmo della ragazza con un movimento fluido che le era venuto naturale.

"Brava Fifi," sussurrò la ragazza, accarezzandole la nuca proprio sotto il collare, le dita che seguivano la linea della colonna vertebrale con una pressione che faceva rabbrividire Melody. La donna in pizzo nero intanto si era avvicinata con un pettine d'argento, iniziando a districare i capelli di Melody con colpi lunghi e precisi, come si farebbe con la criniera di un cavallo da esposizione.

La donna in pizzo nero fu la prima a sorridere, un'espressione così rara che sembrò cambiare la struttura del suo volto. Le labre si incurvarono appena, mostrando un lampo di denti perfetti mentre il pettine d'argento continuava a scivolare tra i capelli di Melody con movimenti ipnotici. "Finalmente," sussurrò, più a se stessa che alle altre, la voce che perdeva quel tono tagliente per sciogliersi in qualcosa di caldo come l'olio che aveva usato giorni prima.

La ragazza dalle trecce rispose con un suono che non era una risata ma ci assomigliava, un'esplosione d'aria trattenuta che le fece dondolare le trecce mentre massaggiava la nuca di Melody. Le sue dita erano vive ora, non più quegli strumenti chirurgici del primo giorno, ma appendici cariche di un'energia nuova. Quando incrociò lo sguardo con la donna in pizzo nero, i loro occhi brillarono di un'intesa che non aveva bisogno di parole.

Melody – no, *Fifi* – sentì questa felicità scendere dentro di sé come l'acqua della fontana che aveva bevuto giorni prima. Le tremò un gemito in gola, ma questa volta non era di vergogna o sottomissione. Era qualcosa di più antico, più semplice, che le faceva piegare la schiena sotto il pettine d'argento non per obbedienza ma per piacere. Le tre donne formavano un cerchio perfetto intorno a lei, e per la prima volta in vita sua, Melody capì cosa significava appartenere.
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2026-04-16
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