Venduta

di
genere
dominazione

L'urlo ti muore in gola mentre spalanchi gli occhi. Il cuore martella contro le costole,
ma intorno a te c'è solo il ronzio rassicurante dei computer e il profumo del caffè. Sei alla tua scrivania.
Il tailleur è perfetto, i capelli in ordine, le unghie laccate.
Un collega ti passa accanto con un sorriso: "Ehi, giornata pesante? Ti sei addormentata per un secondo".
Espiri con un tremito di sollievo. Era solo un incubo atroce, un parto della stanchezza.
Ti sistemate la borsa, saluti tutti con un cenno elegante e ti avvii verso il parcheggio, godendoti la sensazione del tessuto costoso sulla pelle.
La libertà non è mai stata così dolce.
Ma poi, il déjà-vu si fa fisico. Mentre cerchi le chiavi dell'auto, l'oscurità del parcheggio interrato sembra addensarsi.
Dall'ombra dei pilastri emergono quattro sagome. Il respiro ti si blocca.
Prima che tu possa urlare, senti la morsa d'acciaio sui polsi: te li bloccano dietro la schiena con una forza disumana.
Non c'è spazio per le preghiere. Con una violenza metodica, ti strappano i vestiti di dosso.
Senti il rumore della seta che si squarcia, i bottoni che saltano sul cemento.
In pochi secondi, la "donna in carriera" è sparita; resta solo un corpo nudo e vulnerabile.
Ti fanno scattare le manette ai polsi e ti serrano la museruola sul viso, soffocando ogni tuo tentativo di ribellione.
Ti sollevano come un peso morto e ti scaraventano nel buio soffocante di un portabagagli.
Durante il viaggio infinito, la realtà supera l'incubo: ti usano a turno, senza sosta, trasformando la notte in un tunnel di dolore e degradazione.
Quando il portellone si riapre, la luce dell'alba ti acceca. Sei sporca, distrutta, priva di ogni dignità. Ti trascinano su una pedana di legno.
Senti il vociare di una folla, l'odore di sigari e sudore. Sollevi lo sguardo e vedi il banditore che sorride: l'asta sta per cominciare.
Il sogno non era un avvertimento, era una premonizione. Tutto ricomincia, ma stavolta non potrai svegliarti.

Sotto la luce cruda del mattino, la pedana di legno scricchiola sotto i tuoi piedi nudi, un suono che rimbomba nella testa come una sentenza. Non sei più una persona; sei il
Lotto 42.
Il banditore poggia una mano pesante sulla tua spalla, voltandoti lentamente perché la platea possa esaminare ogni centimetro della tua umiliazione. Davanti a te, una distesa di volti in ombra, interrotta solo dai puntini rossi dei sigari e dal riflesso delle lenti degli occhiali. Il vociare si placa istantaneamente, sostituito da un silenzio carico di avidità predatrice.
"Signori, guardate questa perfezione," esordisce il banditore, la voce intrisa di un entusiasmo commerciale che ti fa rivoltare lo stomaco. "Istruita, raffinata, abituata a comandare. Il brivido qui non è solo nel corpo, ma nel brisolare una volontà così ferrea."
Le offerte iniziano a piovere, fredde e veloci. Vedi mani alzarsi, tablet illuminarsi. Per loro, sei un investimento, un giocattolo di lusso, un trofeo da esibire in segreto. Ogni rilancio è un chiodo fissato nella tua nuova realtà. La museruola ti impedisce di implorare, di gridare che hai una vita, una famiglia, un nome. Ma mentre lo sguardo vaga disperato tra la folla, incroci un paio di occhi familiari in prima fila.
È il collega che ti aveva sorriso in ufficio. Non c'è pietà nel suo sguardo, solo la soddisfazione di chi ha finalmente ottenuto ciò che ha meticolosamente pianificato

Il ritmo dell'asta si fa frenetico, un crescendo di cifre che fluttuano nell'aria come sentenze di morte. Il tuo collega non batte ciglio; solleva la mano con la calma di chi sa che il prezzo è irrilevante. La competizione si riduce a lui e a un uomo anziano nell'ombra in fondo alla sala.
"Cinquantamila... sessanta... settantacinquemila per il Lotto 42!" grida il banditore, il sudore che gli imperla la fronte per l'eccitazione.
Il collega fa un cenno impercettibile. Centomila. Un silenzio tombale cala sulla platea. L'uomo nell'ombra abbassa il capo, ritirandosi. Il banditore solleva il martelletto di legno, indugiando un istante per assaporare il trionfo della vendita.
"Centomila dollari. Alla una... alle due..."
Il suono del colpo secco sul leggio — CLACK — sancisce la fine della tua esistenza come essere umano. Sei stata venduta.
Il collega si alza lentamente, sistemandosi la giacca con la stessa meticolosa precisione con cui ti aveva salutata in ufficio. Si avvicina alla pedana, sale i gradini e si ferma a un soffio dal tuo viso. Senti l'odore del suo dopobarba, lo stesso che sentivi ogni mattina in ascensore. Ti afferra il mento con le dita guantate, costringendoti a guardarlo mentre firma l'atto di proprietà.
"Te l'avevo detto che sarebbe stata una giornata pesante," sussurra al tuo orecchio, la voce priva di qualsiasi emozione umana. "Ma non preoccuparti. Adesso sei nel mio tempo. E il mio tempo non finisce mai."

Il viaggio verso la tua nuova vita avviene nel silenzio ovattato di una berlina di lusso. Sei raggomitolata sul sedile posteriore, ancora nuda, coperta solo da una ruvida coperta di lana che graffia la pelle resa sensibile dai maltrattamenti. Le manette sono state sostituite da legacci di cuoio più stretti.
Lui guida con una mano sola, lo sguardo fisso sulla strada baciata dal sole del mattino. «Sai cosa mi affascinava di te in ufficio?» chiede, rompendo il silenzio con un tono quasi colloquiale. «Il modo in cui battevi i tacchi sul marmo. Quel suono diceva: Io sono qui, io valgo, io decido. Ogni passo era un insulto alla gerarchia naturale delle cose.»
Ti guarda attraverso lo specchietto retrovisore, un lampo di divertimento crudele negli occhi. «Hai passato anni a costruire un'armatura di titoli, tailleur e potere. Ma guarda come è stato facile ridurti a questo. È bastato un colpo di martelletto per cancellare la dottoressa e lasciare solo la carne.»
Tenti di parlare, ma la museruola riduce le tue parole a un gemito soffocato.
«Non sprecare fiato,» prosegue lui, svoltando in un vialetto privato circondato da alti pini. «Il linguaggio è un privilegio di chi possiede se stesso. Tu ora sei un progetto. Stiamo arrivando alla "Tenuta del Silenzio". È una scuola d'élite, ma non si studiano i bilanci. Lì ti insegneranno l'unica competenza che ti manca: l'obbedienza assoluta. Ti svuoteranno dell'orgoglio finché non rimarrà che il desiderio di compiacermi.»
L'auto si ferma davanti a un austero edificio in pietra senza finestre al piano terra. Un cancello di ferro si apre lentamente.
«Quando uscirai da qui,» conclude scendendo dall'auto e aprendo la tua portiera, «non ricorderai nemmeno come si scrive il tuo nome. Sarai solo il riflesso dei miei desideri.»

L'ingresso nella "Tenuta del Silenzio" non prevede cerimonie. Il tuo proprietario ti trascina per i capelli oltre una porta blindata, consegnandoti a un uomo dall'aspetto asettico, quasi clinico: l'Istruttore Capo. Quest'ultimo non ti guarda nemmeno negli occhi; ti esamina come un veterinario farebbe con una bestia da soma.
Senza dire una parola, ti spingono in una stanza piastrellata dove si trova una gabbia di metallo stretta, troppo bassa per stare in piedi e troppo corta per sdraiarsi. Le tue braccia, già doloranti per le manette, vengono forzate in una posizione ancora più innaturale contro le sbarre. La museruola ti viene stretta ulteriormente, finché il metallo non preme contro le gengive.
«L'addestramento inizia con la demolizione dello spazio personale», dice l'Istruttore con voce piatta. «In questa gabbia imparerai che il tuo corpo non ti appartiene più. Ogni centimetro di questa pelle è ora proprietà altrui.»
Le ore passano in una tortura di crampi e brividi. Poi, l'Istruttore rientra. Ti libera dalla gabbia solo per trascinarti su un tavolo freddo. Non c'è erotismo, solo una violenza metodica e funzionale. Ti usa per ore, ignorando i tuoi gemiti soffocati dalla museruola, trattandoti come un attrezzo ginnico. È la prima lezione: il tuo piacere è irrilevante, la tua funzione è solo quella di essere un oggetto di sfogo. Quando finisce, ti rigetta nella gabbia, sporca e tremante.
«Questa è stata la lezione base», sussurra l'Istruttore pulendosi le mani. «Domani inizieremo con la privazione sensoriale e i comandi vocali

l secondo giorno inizia con il suono metallico di un secchio d’acqua gelata che ti investe, strappandoti dal torpore della gabbia. Non c’è tempo per riprendersi: l’Istruttore ti trascina in una sala circolare, dove le pareti sono tappezzate di specchi. Vuole che tu veda ogni istante della tua
degradazione.
Le nuove tecniche sono un mix letale di dolore e stimolazione forzata. Ti fissano a un macchinario che impone posture estenuanti, mentre l’Istruttore utilizza strumenti di precisione — piccoli elettroshock alternati a piume e olii caldi — su ogni punto sensibile del tuo corpo. L’obiettivo è il condizionamento pavloviano: insegnare al tuo sistema nervoso a rispondere ai suoi stimoli, bypassando la tua volontà.
«Il tuo cervello dice di no, ma la tua carne è una traditrice», sussurra lui, aumentando l'intensità di un massaggiatore elettrico proprio mentre ti costringe a subire una nuova penetrazione meccanica.
Poi, accade l’impensabile. Nonostante l’orrore, nonostante le manette che ti segano i polsi e la museruola che ti mozza il fiato, senti un calore improvviso e violento divampare nel basso ventre. È un riflesso puramente biologico, una risposta chimica all’assedio incessante dei tuoi centri nervosi. Contro ogni logica, contro ogni briciolo di dignità che credevi di conservare, il tuo corpo si inarca. Le pareti vaginali pulsano ritmicamente e un orgasmo devastante ti travolge, strappandoti un urlo soffocato nel cuoio della museruola.
L’Istruttore si ferma e sorride con freddezza, osservando le tue gambe che tremano incontrollate. «Vedi? La dottoressa in carriera è ufficialmente morta. Ora sei solo un animale che gode degli ordini del suo padrone.»
Lo stupore e l'umiliazione per aver provato piacere in quella situazione sono più dolorosi di qualsiasi frustata. Hai perso l’ultima barriera: il controllo sulle tue stesse sensazioni.

L'addestramento continua durissimo. Torture gratuite e umiliazioni continue, Ogni notte la passi con un addestratore o addestratrice diversa. Sessioni di sesso di gruppo con uomini e donne. Ma stranamente comincia a piacerti. Vieni piu' volte. Ormai collabori contenta.
Il momento della riconsegna è un rituale di sottomissione assoluta. Le porte della "Tenuta del Silenzio" si spalancano e tu vieni condotta fuori, non più trascinata, ma camminando con la testa china e i movimenti fluidi di chi ha accettato il proprio destino. La museruola è stata rimossa, ma le tue labbra rimangono chiuse: il silenzio è diventato la tua nuova pelle.
Il tuo Padrone è in attesa accanto alla berlina. Quando ti vede, un sorriso di autentica, predatoria soddisfazione gli illumina il volto. Nota subito il cambiamento nel tuo sguardo: non c'è più la scintilla della sfida, solo una dolce, vitrea devozione.
"Guarda come sei radiosa," sussurra lui, avvicinandosi. Ti accarezza la guancia con il dorso della mano e tu, istintivamente, inclini il capo per cercare quel contatto, emettendo un piccolo suono di approvazione che lo fa ridere piano. "Sapevo che sotto quella maschera di arroganza si nascondeva una creatura nata per servire."
Lui è visibilmente felice. Ti fa salire in auto, ma questa volta non sei raggomitolata nell'ombra; ti fa sedere ai suoi piedi, sul tappetino di moquette costosa, appoggiando la sua scarpa lucida sulla tua spalla come a volerti marcare.
"Ho preparato una festa di bentornata a casa," dice mentre mette in moto. "Alcuni dei nostri colleghi dell'ufficio non vedono l'ora di vedere quanto sei diventata... collaborativa. Sarai il centro della serata, il mio gioiello più prezioso."
Invece di tremare, senti un'ondata di eccitazione malata attraversarti. L'idea di essere mostrata, usata e lodata davanti a chi un tempo ti temeva ti provoca un piacere che non riesci più a combattere. Sei convinta: la libertà era una fatica inutile, la schiavitù è la tua vera pace.
scritto il
2026-03-08
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