Andre&Marty Astinenza
di
André&Marty
genere
etero
Ciao siamo sempre noi Andrea e Martina, quella coppia di novelli sposi del borgo sonnolento tra le colline,oggi un altro piccolo aneddoto a mo' di racconto delle festività passate.
Vi auguro una buona lettura.
Avevano sempre saputo che l’astinenza era il loro afrodisiaco più potente. Da quando il piccolo Luca era entrato nelle loro vite, i momenti di intimità si erano ridotti a brandelli rubati, ma ogni tanto, dopo periodi di digiuno forzato, emergeva in loro una fame primordiale. Lei si trasformava da una mogliettina e madre perfetta, in una troia vorace – solo per lui, solo nel loro mondo privato, una dea del peccato che lo divorava con occhi famelici. Lui da buon papà bonaccione diventava un porco dominante, un animale che grugniva comandi e la marchiava con tocchi brutali. Era come se il desiderio represso fermentasse, trasformandoli in creature perverse, pronte a saziare ogni capriccio recondito.Le festività natalizie avevano amplificato quel prurito interiore fino a renderlo insopportabile. La casa era invasa da parenti chiassosi, risate e piatti colmi di panettone, ma sotto la superficie, Andrea e Martina ribollivano. Non si toccavano da settimane, e ogni sguardo rubato era una scarica elettrica. “Stasera,” le aveva sussurrato lui quella mattina, mentre sfiorava casualmente il suo culo in cucina, “ti apro in due.” Lei aveva risposto con un morso al labbro, già fradicia al solo pensiero.Il sabato sera arrivò come una liberazione. I parenti, ignari, si offrirono di tenere Luca per un paio d’orela sera perché i due avevano da sbrigare delle faccende e non volevano fare uscire il pargolo con quel freddo. “Andate pure, fate le vostre commissioni,” disse la suocera con un sorriso innocente. Andrea e Martina si scambiarono uno sguardo complice, il cuore che martellava. Prima di uscire e andare a lavoro e durante la giornata, però, Andrea aveva già iniziato il gioco: messaggi infuocati sul telefono, emoji che dipingevano scene da film proibito – cazzi duri che pulsavano, lingue che leccavano rose bagnate, doppie penetrazioni che facevano fremere. “Facciamo finta di essere estranei,” le scrisse lui. “Due traditori che si incontrano di straforo, all’insaputa dei partner. Un motel di periferia, o un’auto in un vicolo buio. Rischio di essere scoperti.” Il telefono di Martina vibrò, e lei lo lesse arrossendo,anche lei era andata in ufficio... Si blocco... le cosce che si stringevano per il calore che saliva dal basso.
Passarono minuti di silenzio, poi arrivò la risposta: un maialino ghignante e un diavoletto ammiccante. Il segnale. Andrea sentì il cazzo irrigidirsi all’istante, premendo contro i jeans come una bestia in gabbia. Lì, in quel momento, Martina era già bagnata, gocciolante, il clitoride che pulsava contro il tessuto delle mutande. La giornata al lavoro trascorse in un’agonia deliziosa, con altri messaggi che scaldavano l’aria: “Il mio ‘marito’ è un coglione, non mi scopa da mesi. Tu? La tua ‘moglie’ sospetta?” Risate nervose, emoji di baci proibiti, e la promessa di perversione.Finalmente, liberi, uscirono. Fecero le faccende – spesa veloce, un salto in lavanderia – ma l’eccitazione era un fuoco che li consumava. Andrea sterzò verso quel posto isolato ai margini del borgo, un parcheggio semi-nascosto tra gli ulivi, noto ai locals per i guardoni notturni. “Proviamo,” disse lui, la voce rauca. “Se arriva qualcuno di troppo insistente, ce ne andiamo.” Ma quando parcheggiarono, il luogo era deserto, avvolto dal crepuscolo. Non importava: le coglionate del gioco di ruolo avevano già acceso la micciasaltarono sui sedili posteriori. “Mio marito è a casa con le amiche,” ridacchiò Martina, slacciando la cintura con finta nonchalance. “Non sa che sto per farmi scopare da uno sconosciuto.” Andrea grugnì, il cazzo che tendeva i pantaloni. “La mia donna pensa che sia al bar. Invece, sto per sfondarti quella fica da troia.”Le mani di lui furono le prime a esplorare: scivolarono sotto la gonna, trovando le mutande zuppe, la fica gonfia e calda come lava. “Cazzo, sei un lago,” ringhiò, infilando due dita dentro di lei, facendola ansimare. Martina non perse tempo: si chinò sul suo grembo, liberò il cazzo duro come marmo e lo ingoiò con avidità, succhiando forte, la lingua che roteava intorno al glande mentre lui le afferrava i capelli. “Brava porcona,” gemette Andrea, spingendole la testa più a fondo, il piacere che lo travolgeva. L’astinenza li aveva resi feroci: era come sbloccare un livello proibito, dove ogni inibizione svaniva.La girò a pecora sul sedile posteriore, la gonna alzata, il culo esposto. Le divorò la fica con la lingua, aggressivo, leccando e mordicchiando le labbra tumide, succhiando il clitoride fino a farla urlare. “Sì, leccami, porco! Mangiami tutta!” gridava lei, con la voce rotta spingendo indietro contro la sua faccia, il corpo che tremava. Ma poi, da lontano, un’ombra: un uomo, con un’aria tranquilla da uomo di mezzo eta qualunque, emerse tra gli alberi. Fece un gesto discreto – io sono qui, aspetto – e si fermò a una decina di metri, gli occhi fissi sull’auto.Andrea si fermò, il cuore in gola, ma il cazzo più duro che mai. Infilò un dito nella fica gocciolante di Martina, mentre con l’altra mano le massaggiava il buchetto stretto del culo, lubrificandolo con i suoi stessi umori. “Amore,” sussurrò rauco, “c’è un tipo lì. Vuole avvicinarsi, guardarci. Che facciamo? Gli mostriamo quanto sei porca? Quanto sono stronzo io?” Martina, persa nel piacere, si voltò con occhi selvaggi. “Lascialo guardare. Fagli vedere che troia sono... per te.”
Fu il detonatore. Andrea la alzò, mettendola a cavalcioni sul bracciolo del finestrino aperto si un paio di dita quel tanto che bastava per il gioco, ma con il vetro alzato per la sicurezza. La penetrò da dietro con una stoccata violenta, il cazzo che affondava nella sua fica stretta e bollente, facendola gemere come una belva. “Guardalo,” ordinò lui, pompando forte, le mani che le strizzavano i seni. Martina fissò l’uomo, che si era avvicinato, tirando fuori un cazzo spesso e venoso, già duro. Lei arrossì, un misto di vergogna e eccitazione pura – paura del rischio, ma la fica che si contraeva intorno a Andrea come una morsa. “Non apriamo,” decisero all’unisono, il vetro come barriera erotica, amplificando il proibito.Lui la scopava senza pietà, il suono bagnato dei loro corpi che echeggiava nell’auto. L’uomo fuori si masturbava furiosamente, il pugno che correva sul suo uccello, gli occhi incollati a Martina che ondeggiava, i capezzoli duri sballonzolavano. Poi, il cambio: Andrea si sedette sul sedile, e lei lo cavalcò con furia, piantandosi il cazzo fino in fondo, la fica che lo strizzava. Guardava ipnotizzata il membro del vecchio, così vicino, separato solo da pochi millimetri di vetro. Allungò la mano, la accosto al vetro – non toccandolo-, ma poteva immaginare il calore, il pulsare. “Cazzo, sì!” urlò, il corpo che si contraeva in spasmi. “Sto venendo sto venendo!!! un cazzo vero é lì!” Andrea grugnì come un porco, le mani sul suo culo che la sbatteva giù. “Sei la mia porca, vero? Solo mia, troia vogliosa!” “Sì! Sì! Sono la tua porca!” strillò lei, e vennero insieme in un’esplosione: lei in un lago inzuppo lui e i suoi vestiti, lui che la riempiva di sborra calda, pulsando dentro di lei.Si accasciarono, ansimanti, dimenticando per un attimo l’uomo fuori che, con un gemito soffocato, si era scaricato di fianco il vetro, lo spettacolo finito. Qualche secondo per riprendersi, poi Andrea mise in moto e filarono via, ridendo nervosi, increduli. “Porca puttana,” mormorò lui, “la fantasia ci ha fottuti.” Lei annuì, la mano sulla sua coscia. “Per ora, basta questo. Il nostro spazio porco, solo nostro. Niente di più reale... non ancora.”Andarono a casa e poi in pizzeria, come se nulla fosse, ma quelle pizze avevano un sapore diverso: margherite calde intrise di complicità, amore perverso e un segreto che li legava più di prima. In macchina, tornando a casa con il bimbo addormentato sul sedile posteriore, si guardarono e sorrisero. La notte era loro, e il fuoco, spento solo per un po’, covava già per la prossima astinenza.
Vi auguro una buona lettura.
Avevano sempre saputo che l’astinenza era il loro afrodisiaco più potente. Da quando il piccolo Luca era entrato nelle loro vite, i momenti di intimità si erano ridotti a brandelli rubati, ma ogni tanto, dopo periodi di digiuno forzato, emergeva in loro una fame primordiale. Lei si trasformava da una mogliettina e madre perfetta, in una troia vorace – solo per lui, solo nel loro mondo privato, una dea del peccato che lo divorava con occhi famelici. Lui da buon papà bonaccione diventava un porco dominante, un animale che grugniva comandi e la marchiava con tocchi brutali. Era come se il desiderio represso fermentasse, trasformandoli in creature perverse, pronte a saziare ogni capriccio recondito.Le festività natalizie avevano amplificato quel prurito interiore fino a renderlo insopportabile. La casa era invasa da parenti chiassosi, risate e piatti colmi di panettone, ma sotto la superficie, Andrea e Martina ribollivano. Non si toccavano da settimane, e ogni sguardo rubato era una scarica elettrica. “Stasera,” le aveva sussurrato lui quella mattina, mentre sfiorava casualmente il suo culo in cucina, “ti apro in due.” Lei aveva risposto con un morso al labbro, già fradicia al solo pensiero.Il sabato sera arrivò come una liberazione. I parenti, ignari, si offrirono di tenere Luca per un paio d’orela sera perché i due avevano da sbrigare delle faccende e non volevano fare uscire il pargolo con quel freddo. “Andate pure, fate le vostre commissioni,” disse la suocera con un sorriso innocente. Andrea e Martina si scambiarono uno sguardo complice, il cuore che martellava. Prima di uscire e andare a lavoro e durante la giornata, però, Andrea aveva già iniziato il gioco: messaggi infuocati sul telefono, emoji che dipingevano scene da film proibito – cazzi duri che pulsavano, lingue che leccavano rose bagnate, doppie penetrazioni che facevano fremere. “Facciamo finta di essere estranei,” le scrisse lui. “Due traditori che si incontrano di straforo, all’insaputa dei partner. Un motel di periferia, o un’auto in un vicolo buio. Rischio di essere scoperti.” Il telefono di Martina vibrò, e lei lo lesse arrossendo,anche lei era andata in ufficio... Si blocco... le cosce che si stringevano per il calore che saliva dal basso.
Passarono minuti di silenzio, poi arrivò la risposta: un maialino ghignante e un diavoletto ammiccante. Il segnale. Andrea sentì il cazzo irrigidirsi all’istante, premendo contro i jeans come una bestia in gabbia. Lì, in quel momento, Martina era già bagnata, gocciolante, il clitoride che pulsava contro il tessuto delle mutande. La giornata al lavoro trascorse in un’agonia deliziosa, con altri messaggi che scaldavano l’aria: “Il mio ‘marito’ è un coglione, non mi scopa da mesi. Tu? La tua ‘moglie’ sospetta?” Risate nervose, emoji di baci proibiti, e la promessa di perversione.Finalmente, liberi, uscirono. Fecero le faccende – spesa veloce, un salto in lavanderia – ma l’eccitazione era un fuoco che li consumava. Andrea sterzò verso quel posto isolato ai margini del borgo, un parcheggio semi-nascosto tra gli ulivi, noto ai locals per i guardoni notturni. “Proviamo,” disse lui, la voce rauca. “Se arriva qualcuno di troppo insistente, ce ne andiamo.” Ma quando parcheggiarono, il luogo era deserto, avvolto dal crepuscolo. Non importava: le coglionate del gioco di ruolo avevano già acceso la micciasaltarono sui sedili posteriori. “Mio marito è a casa con le amiche,” ridacchiò Martina, slacciando la cintura con finta nonchalance. “Non sa che sto per farmi scopare da uno sconosciuto.” Andrea grugnì, il cazzo che tendeva i pantaloni. “La mia donna pensa che sia al bar. Invece, sto per sfondarti quella fica da troia.”Le mani di lui furono le prime a esplorare: scivolarono sotto la gonna, trovando le mutande zuppe, la fica gonfia e calda come lava. “Cazzo, sei un lago,” ringhiò, infilando due dita dentro di lei, facendola ansimare. Martina non perse tempo: si chinò sul suo grembo, liberò il cazzo duro come marmo e lo ingoiò con avidità, succhiando forte, la lingua che roteava intorno al glande mentre lui le afferrava i capelli. “Brava porcona,” gemette Andrea, spingendole la testa più a fondo, il piacere che lo travolgeva. L’astinenza li aveva resi feroci: era come sbloccare un livello proibito, dove ogni inibizione svaniva.La girò a pecora sul sedile posteriore, la gonna alzata, il culo esposto. Le divorò la fica con la lingua, aggressivo, leccando e mordicchiando le labbra tumide, succhiando il clitoride fino a farla urlare. “Sì, leccami, porco! Mangiami tutta!” gridava lei, con la voce rotta spingendo indietro contro la sua faccia, il corpo che tremava. Ma poi, da lontano, un’ombra: un uomo, con un’aria tranquilla da uomo di mezzo eta qualunque, emerse tra gli alberi. Fece un gesto discreto – io sono qui, aspetto – e si fermò a una decina di metri, gli occhi fissi sull’auto.Andrea si fermò, il cuore in gola, ma il cazzo più duro che mai. Infilò un dito nella fica gocciolante di Martina, mentre con l’altra mano le massaggiava il buchetto stretto del culo, lubrificandolo con i suoi stessi umori. “Amore,” sussurrò rauco, “c’è un tipo lì. Vuole avvicinarsi, guardarci. Che facciamo? Gli mostriamo quanto sei porca? Quanto sono stronzo io?” Martina, persa nel piacere, si voltò con occhi selvaggi. “Lascialo guardare. Fagli vedere che troia sono... per te.”
Fu il detonatore. Andrea la alzò, mettendola a cavalcioni sul bracciolo del finestrino aperto si un paio di dita quel tanto che bastava per il gioco, ma con il vetro alzato per la sicurezza. La penetrò da dietro con una stoccata violenta, il cazzo che affondava nella sua fica stretta e bollente, facendola gemere come una belva. “Guardalo,” ordinò lui, pompando forte, le mani che le strizzavano i seni. Martina fissò l’uomo, che si era avvicinato, tirando fuori un cazzo spesso e venoso, già duro. Lei arrossì, un misto di vergogna e eccitazione pura – paura del rischio, ma la fica che si contraeva intorno a Andrea come una morsa. “Non apriamo,” decisero all’unisono, il vetro come barriera erotica, amplificando il proibito.Lui la scopava senza pietà, il suono bagnato dei loro corpi che echeggiava nell’auto. L’uomo fuori si masturbava furiosamente, il pugno che correva sul suo uccello, gli occhi incollati a Martina che ondeggiava, i capezzoli duri sballonzolavano. Poi, il cambio: Andrea si sedette sul sedile, e lei lo cavalcò con furia, piantandosi il cazzo fino in fondo, la fica che lo strizzava. Guardava ipnotizzata il membro del vecchio, così vicino, separato solo da pochi millimetri di vetro. Allungò la mano, la accosto al vetro – non toccandolo-, ma poteva immaginare il calore, il pulsare. “Cazzo, sì!” urlò, il corpo che si contraeva in spasmi. “Sto venendo sto venendo!!! un cazzo vero é lì!” Andrea grugnì come un porco, le mani sul suo culo che la sbatteva giù. “Sei la mia porca, vero? Solo mia, troia vogliosa!” “Sì! Sì! Sono la tua porca!” strillò lei, e vennero insieme in un’esplosione: lei in un lago inzuppo lui e i suoi vestiti, lui che la riempiva di sborra calda, pulsando dentro di lei.Si accasciarono, ansimanti, dimenticando per un attimo l’uomo fuori che, con un gemito soffocato, si era scaricato di fianco il vetro, lo spettacolo finito. Qualche secondo per riprendersi, poi Andrea mise in moto e filarono via, ridendo nervosi, increduli. “Porca puttana,” mormorò lui, “la fantasia ci ha fottuti.” Lei annuì, la mano sulla sua coscia. “Per ora, basta questo. Il nostro spazio porco, solo nostro. Niente di più reale... non ancora.”Andarono a casa e poi in pizzeria, come se nulla fosse, ma quelle pizze avevano un sapore diverso: margherite calde intrise di complicità, amore perverso e un segreto che li legava più di prima. In macchina, tornando a casa con il bimbo addormentato sul sedile posteriore, si guardarono e sorrisero. La notte era loro, e il fuoco, spento solo per un po’, covava già per la prossima astinenza.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Commenti dei lettori al racconto erotico