Mio padre, modello di intimo maschile
di
TheRealTaboo
genere
incesti
Mi venne chiesto di pulire gli armadi di casa, iniziai dall'armadio di mio padre non era esattamente come aveva pianificato di passare il sabato pomeriggio, ma mia madre aveva insistito, e quando lei insisteva era più semplice obbedire che discutere.
Camicie stirate e piegate con precisione militare. Cravatte ordinate per gradazioni di grigio e blu. Scarpe lucide allineate come soldatini. Tutto nell'armadio di mio padre urlava controllo, ordine, distanza. Come l'uomo stesso.
Fu quando spostai l'ultima pila di maglioni che la vidi: una scatola di scarpe, sbiadita e consunta, nascosta nell'angolo più remoto del ripiano superiore. La tirai giù, sorpreso dal peso. Non erano scarpe.
Dentro c'erano fotografie. Erano decine.
La prima che presi mi tolse il fiato. Un ragazzo — non poteva avere più di vent'anni, la mia a età — emergeva dall'acqua cristallina di una piscina. Il corpo era scolpito, abbronzato, l'acqua gli scivolava addosso come argento liquido. Indossava un costume da bagno blu che non lasciava spazio all'immaginazione e sorrideva alla macchina fotografica con una sicurezza quasi arrogante. Gli occhi, però. Quegli occhi io li conoscevo. Li vedevo ogni mattina a colazione, nascosti dietro il giornale e la tazza di caffè.
Era mio padre.
Mi sedetti sul pavimento, incapace di stare in piedi. Iniziai a sfogliare le foto, una dopo l'altra. Mio padre in piscina, su passerelle importanti, sempre in costume, sempre bellissimo, muscoloso (quasi come ora) e sempre sorridente. Sul retro di alcune c'erano scritte sbiadite: "Estate '92", "Shooting '94", "Campaign '95".
L'uomo di quelle foto non aveva nulla a che vedere con il direttore di filiale che tornava a casa alle sette e mezzo precise ogni sera, che mangiava in silenzio davanti al telegiornale, che non ricordava quando fosse stata l'ultima volta che avevano parlato di qualcosa che non fosse "Hai studiato?" o "Hai bisogno di soldi?".
Chiusi gli occhi, e quella vita prese forma.
Milano, estate 1994. Mio padre, quel ragazzo delle foto che sembrava più leggero, meno ingessato dall'uomo che vedo oggi. Indossa jeans strappati e una camicia bianca aperta che mostrava tutta l'estetica del suo corpo scolpito, occhiali da sole.
Mentre immaginavo quel tempo, quella vita, quel ragazzo che ancora non era diventato mio padre, il mio corpo reagi', il mio sesso reagi'.
Le foto di quel ragazzo perfetto, nudo. Non potei controllarlo e decisi di non controllarlo, presi il mio sesso in mano e mi aggiunsi alla fantasia.
Io e quel ragazzo ci baciavamo ovunque, il tocco leggero delle mie dita sfioravano quella pella liscia e soda, la mia linqua assaggiava quei capezzoli duri e sottili, le mie mani poi toccavano il suo sesso, una grande sesso.
Non era solo una fantasia, era desidero. Era libertà.
Non ricordo quanto tempo passo' ma apri' gli occhi. La scatola era ancora lì, piena di frammenti di una vita che non avevo mai conosciuto. Presi un'altra foto. Mio padre su una barca, il vento tra i capelli, quella sicurezza negli occhi che ora non c'era più. Quando era scomparsa? Quando aveva deciso che quella vita non era più per lui?
"Cosa stai facendo?"
Io sussultai. Mio padre era sulla porta della camera, ancora in giacca e cravatta anche se era sabato. Lo sguardo fisso sulla scatola aperta.
Per un momento ci fu solo silenzio. Mi aspettava rabbia, imbarazzo, un ordine secco di rimettere tutto a posto. Invece mio padre entrò lentamente, si sedette sul bordo del letto. Guardò le foto sparse sul pavimento come se fossero reliquie di un'altra vita.
"Stavo pulendo l'armadio," dissi, con una voce più piccola di quanto volessi. "Mi dispiace, io..."
"Milano Fashion Week, 1995," disse mio padre all'improvviso, indicando una foto. "Quella fu la volta che sfondai in passerella. Il pubblico rimase estasiato. Il direttore creativo mi ingaggio' per altri sei mesi."
Lo guardai, incredulo. Mio padre — l'uomo che parlava solo di tassi di interesse e appuntamenti — stava sorridendo. Un sorriso piccolo, nostalgico, ma vero.
"Non lo sapevo," dissi. "Non mi hai mai... non ne hai mai parlato."
Mio padre prese una foto, quella della piscina. "Era un'altra vita. Un'altra persona."
"Perché hai smesso?"
La domanda rimase sospesa nell'aria. Mio padre posò la foto, si tolse la cravatta con un gesto stanco. "Ho incontrato tua madre. E lei mi ha fatto capito che voleva qualcosa di più stabile. Una famiglia. Una vita normale."
Non sapevo cosa dire. Per la prima volta nella mia vita, mio padre mi sembrava umano. Vulnerabile.
"Ti manca?" chiesi.
Mio padre rifletté. "A volte. La libertà. La leggerezza di avere vent'anni e pensare che tutto sia possibile." Mi guardò negli occhi. "Come te adesso."
"Io non mi sento così," ammisi. "Non so cosa voglio fare. Tu almeno avevi quello, avevi una direzione."
"Avevo l'illusione di una direzione," corresse mio padre. "La verità è che ero terrorizzato quanto lo sei tu adesso."
Ci guardammo, separati da vite completamente diverse eppure, in quel momento, stranamente simili.
Mio padre raccolse le foto con cura, le rimise nella scatola. Ma prima di chiuderla, ne prese una — quella dove era completamente nudo — e me la diede.
"Tienila. Per ricordarti che tuo padre una volta è stato giovane. E stupido. E coraggioso." Una pausa. "E che anche se non ne parliamo mai, ti capisco più di quanto pensi."
Presi la foto, la strinse tra le dita. "Grazie."
Mio padre annuì, si alzò per uscire. Sulla porta si fermò e disse.
"Se vuoi, un giorno ti racconto le altre storie. Quelle che non si vedono nelle foto."
E per la prima volta da anni, vidi mio padre non come un direttore di banca, non come una presenza silenziosa a cena, ma come un uomo che era stato giovane, che aveva avuto sogni, che aveva fatto scelte.
Un uomo che forse, in fondo, non era poi così distante da me.
"Mi piacerebbe," dissi io.
E quando mio padre uscì dalla stanza, capii che mi ero innamorato di lui.
Camicie stirate e piegate con precisione militare. Cravatte ordinate per gradazioni di grigio e blu. Scarpe lucide allineate come soldatini. Tutto nell'armadio di mio padre urlava controllo, ordine, distanza. Come l'uomo stesso.
Fu quando spostai l'ultima pila di maglioni che la vidi: una scatola di scarpe, sbiadita e consunta, nascosta nell'angolo più remoto del ripiano superiore. La tirai giù, sorpreso dal peso. Non erano scarpe.
Dentro c'erano fotografie. Erano decine.
La prima che presi mi tolse il fiato. Un ragazzo — non poteva avere più di vent'anni, la mia a età — emergeva dall'acqua cristallina di una piscina. Il corpo era scolpito, abbronzato, l'acqua gli scivolava addosso come argento liquido. Indossava un costume da bagno blu che non lasciava spazio all'immaginazione e sorrideva alla macchina fotografica con una sicurezza quasi arrogante. Gli occhi, però. Quegli occhi io li conoscevo. Li vedevo ogni mattina a colazione, nascosti dietro il giornale e la tazza di caffè.
Era mio padre.
Mi sedetti sul pavimento, incapace di stare in piedi. Iniziai a sfogliare le foto, una dopo l'altra. Mio padre in piscina, su passerelle importanti, sempre in costume, sempre bellissimo, muscoloso (quasi come ora) e sempre sorridente. Sul retro di alcune c'erano scritte sbiadite: "Estate '92", "Shooting '94", "Campaign '95".
L'uomo di quelle foto non aveva nulla a che vedere con il direttore di filiale che tornava a casa alle sette e mezzo precise ogni sera, che mangiava in silenzio davanti al telegiornale, che non ricordava quando fosse stata l'ultima volta che avevano parlato di qualcosa che non fosse "Hai studiato?" o "Hai bisogno di soldi?".
Chiusi gli occhi, e quella vita prese forma.
Milano, estate 1994. Mio padre, quel ragazzo delle foto che sembrava più leggero, meno ingessato dall'uomo che vedo oggi. Indossa jeans strappati e una camicia bianca aperta che mostrava tutta l'estetica del suo corpo scolpito, occhiali da sole.
Mentre immaginavo quel tempo, quella vita, quel ragazzo che ancora non era diventato mio padre, il mio corpo reagi', il mio sesso reagi'.
Le foto di quel ragazzo perfetto, nudo. Non potei controllarlo e decisi di non controllarlo, presi il mio sesso in mano e mi aggiunsi alla fantasia.
Io e quel ragazzo ci baciavamo ovunque, il tocco leggero delle mie dita sfioravano quella pella liscia e soda, la mia linqua assaggiava quei capezzoli duri e sottili, le mie mani poi toccavano il suo sesso, una grande sesso.
Non era solo una fantasia, era desidero. Era libertà.
Non ricordo quanto tempo passo' ma apri' gli occhi. La scatola era ancora lì, piena di frammenti di una vita che non avevo mai conosciuto. Presi un'altra foto. Mio padre su una barca, il vento tra i capelli, quella sicurezza negli occhi che ora non c'era più. Quando era scomparsa? Quando aveva deciso che quella vita non era più per lui?
"Cosa stai facendo?"
Io sussultai. Mio padre era sulla porta della camera, ancora in giacca e cravatta anche se era sabato. Lo sguardo fisso sulla scatola aperta.
Per un momento ci fu solo silenzio. Mi aspettava rabbia, imbarazzo, un ordine secco di rimettere tutto a posto. Invece mio padre entrò lentamente, si sedette sul bordo del letto. Guardò le foto sparse sul pavimento come se fossero reliquie di un'altra vita.
"Stavo pulendo l'armadio," dissi, con una voce più piccola di quanto volessi. "Mi dispiace, io..."
"Milano Fashion Week, 1995," disse mio padre all'improvviso, indicando una foto. "Quella fu la volta che sfondai in passerella. Il pubblico rimase estasiato. Il direttore creativo mi ingaggio' per altri sei mesi."
Lo guardai, incredulo. Mio padre — l'uomo che parlava solo di tassi di interesse e appuntamenti — stava sorridendo. Un sorriso piccolo, nostalgico, ma vero.
"Non lo sapevo," dissi. "Non mi hai mai... non ne hai mai parlato."
Mio padre prese una foto, quella della piscina. "Era un'altra vita. Un'altra persona."
"Perché hai smesso?"
La domanda rimase sospesa nell'aria. Mio padre posò la foto, si tolse la cravatta con un gesto stanco. "Ho incontrato tua madre. E lei mi ha fatto capito che voleva qualcosa di più stabile. Una famiglia. Una vita normale."
Non sapevo cosa dire. Per la prima volta nella mia vita, mio padre mi sembrava umano. Vulnerabile.
"Ti manca?" chiesi.
Mio padre rifletté. "A volte. La libertà. La leggerezza di avere vent'anni e pensare che tutto sia possibile." Mi guardò negli occhi. "Come te adesso."
"Io non mi sento così," ammisi. "Non so cosa voglio fare. Tu almeno avevi quello, avevi una direzione."
"Avevo l'illusione di una direzione," corresse mio padre. "La verità è che ero terrorizzato quanto lo sei tu adesso."
Ci guardammo, separati da vite completamente diverse eppure, in quel momento, stranamente simili.
Mio padre raccolse le foto con cura, le rimise nella scatola. Ma prima di chiuderla, ne prese una — quella dove era completamente nudo — e me la diede.
"Tienila. Per ricordarti che tuo padre una volta è stato giovane. E stupido. E coraggioso." Una pausa. "E che anche se non ne parliamo mai, ti capisco più di quanto pensi."
Presi la foto, la strinse tra le dita. "Grazie."
Mio padre annuì, si alzò per uscire. Sulla porta si fermò e disse.
"Se vuoi, un giorno ti racconto le altre storie. Quelle che non si vedono nelle foto."
E per la prima volta da anni, vidi mio padre non come un direttore di banca, non come una presenza silenziosa a cena, ma come un uomo che era stato giovane, che aveva avuto sogni, che aveva fatto scelte.
Un uomo che forse, in fondo, non era poi così distante da me.
"Mi piacerebbe," dissi io.
E quando mio padre uscì dalla stanza, capii che mi ero innamorato di lui.
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