Autopilota: psicologia dell’esibizionismo. Capitolo 1.
di
Ornel
genere
esibizionismo
1.I motori dell’aereo ronzano in modo uniforme, ipnotico, quasi intimo, in un salone relativamente stretto. Alla fine, Parigi rimane sotto di noi, scivolando lentamente lontano. Apro il laptop e avvio la diretta di una sfilata: passerelle parigine, tessuti che respirano, tagli audaci, silhouette drammatiche. Questo è il mio mondo. Lo osservo da anni con uno sguardo allenato, professionale: l’occhio distaccato di un uomo che vede tutto e tutti… almeno in teoria.
Eppure, qualcosa mi distrae, qualcosa che non posso fare a meno di notare. Queste sono le gambe: lunghe, eleganti, perfette quasi in modo scandaloso. Più precisamente, le dita di una giovane donna, smaltate di rosso brillante, che sbirciano da sotto un lungo abito color sabbia, incastrate in sandali intrecciati e leggeri. Riporto lo sguardo sullo schermo, ma la mia mente ha già iniziato a presentare le dimissioni dal mio lavoro: “Va bene… prima che diventi strano,” dico, “sono uno stilista. Sto volando a Milano per la Biennale… Guardo i corpi per lavoro, è un’abitudine inevitabile…”
Lei mi osserva, un sopracciglio leggermente sollevato. La donna seduta accanto a me è chiaramente più giovane. Il suo volto è armonioso, perfettamente proporzionato; mi scruta con occhi grandi e seri, capaci di leggere tra le righe. “Certo,” risponde con un leggero accento francese, “e io bevo champagne solo per la salute dei reni.”
Touché.
Poi un sorriso lieve le increspa le labbra: “Ma in realtà è una coincidenza piuttosto interessante,” aggiunge, “perché anch’io vengo da quel mondo. Ho iniziato come modella…”
Fa una pausa. Così precisa da sembrare che persino il silenzio in lei sia stato addestrato. “Ma poi mi sono bruciata,” continua, “troppa pressione. Troppi uomini convinti che il mio corpo fosse una specie di biglietto da visita…”
Inclina leggermente la testa, valutando la mia reazione: “Ma ora uso la mia sensualità… in un modo molto più pratico.” Annuisco, fingendo comprensione, anche se in realtà non ho afferrato tutto… Nota il mio sguardo rivolto di nuovo a lei, mentre le gambe si muovono sotto l’abito quando si gira verso di me. Questo l’abito le aderisce con una precisione quasi crudele, e mi viene voglia di scusarmi con ogni vestito che abbia mai disegnato.
«Ora controllo io tutto,» dice. «Il mio corpo non deve più essere giocattolo per occhi casuali. Niente più letti falsi per il perfetto scatto. La maggior parte di loro voleva solo dormire con me, convinti che l’esperienza producesse la foto perfetta.»
Sorride. Un sorriso tagliente, consapevole, elettrico: «Ora sono il propreitario del mio local. E lì mi diverto… danzando al palo, qaundo voglio. Amo l’erotismo. Amo il corpo umano.»
Breve pausa. Poi, fissandomi dritto negli occhi: «Proprio come voi. Solo che io non mi nascondo.»
«Ballerina al palo?», mormoro, la voce tradisce sorpresa e desiderio.
«Sì. Ballerina al palo. Perché no?» dice, le parole grondano piacere. «…ma…ma prima che la vostra mente corra a immaginare tutto il film…» Si avvicina ancora, e il suo profumo — caldo, pulito, eccitante — mi avvolge, contrastando brutalmente le sue parole: «…non sono una prostituta. Niente fantasie da aeroporto. E soprattutto niente leccate all’orecchio… Se pensavate di parlare a vanvera, risparmiate energie. Serve almeno un buon senso dell’umorismo.»
Pausa. Un piccolo ringhio sotto i denti, ma lancio un nuovo amo: «Ho un ego da designer. Probabilmente include anche un certo senso dell’umorismo!… a prezzo extra…»
«Allora Dio vi benedica», risponde breve. Si infila le cuffie e chiude gli occhi. Una gamba oscilla pigra al ritmo della musica, i sandali intrecciati e le unghie dei piedi laccate di rosso scuro seguono il tempo. La conversazione sembra finita. O almeno così appare. Il sole entra dalla finestra, innocente. Ma dentro di me qualcosa si è mosso. Una lieve inquietudine, autoironica: la mia mente è un caos elegantemente vestito, pronto a provocare.
2. Poi torno a fissare lo schermo: modelle, passerelle, tessuti fluttuanti. Tutto ciò che fino a un attimo prima era perfetto ora appare irrimediabilmente incompiuto. Penso a lei. E all’improvviso mi colpisce la sua lucidità tagliente, la sua distanza ironica dal mondo, quel modo deciso di tracciare confini senza mai sentire il bisogno di giustificarsi. Cerco una nuova fonte d’ispirazione al posto 11A-1, che è esattamente accanto al mio.
All’improvviso si muove sul sedile e chiede a bassa voce, ma con fermezza: «Allora? Che tipo di aggiunta sarebbe?… Dimmi».
Una pausa tesa, carica di elettricità.
Forse anche lei ha capito che, durante quell’ora e mezza di volo, non ha senso rifugiarsi nel silenzio né perdersi nei ricordi. È molto più interessante osservare come il destino faccia incontrare persone che portano idee simili… Oppure, penso io, sono riuscito a risvegliare in lei una piccola scintilla di curiosità sottilmente femminile: quella che si accende senza preavviso, indifferente al tempo e al luogo.
Accenno un sorriso appena percettibile e rispondo sottovoce, così piano che è costretta a chinarsi verso di me per sentirmi: «Questo abito è straordinario. Mi piacerebbe fotografarti a Milano, su una scalinata di marmo freddo: una luce dura contro il beige morbido del tessuto, quel tocco leggermente rustico… sarebbe un contrasto irresistibile».
Inclina ancora di più il capo, si avvicina ulteriormente, e chiede: «E poi… che cos’altro vorresti che facessi?».
Resto in silenzio per un istante. Poi lascio affiorare la risposta quasi come un pensiero non filtrato: «…Che tu lo togliessi subito».
Un altro silenzio, breve ma denso. «…È evidente che sotto non c’è nulla che meriti di essere nascosto».
I suoi occhi restano fissi nei miei, con un sorriso sulle labbra che oscilla tra provocazione e sfida, mentre sussurra: «Davvero? E che cosa faresti… se fosse esattamente così?».
Inclino anch’io il capo, avvicinandomi quanto basta perché anche la mia voce sfiori solo il suo orecchio: «Mi lascerei sorprendere…».
«E che cos’altro vedi?…»
«I tuoi capezzoli tesi», rispondo senza abbassare lo sguardo. «Cerco di essere onesto: è impossibile ignorarli». In un attimo il nostro gioco diventa più teso, più audace, come se il mondo intero si fosse contratto ed esistesse solo lo spazio angusto tra due sedili.
3. Il suo sorriso era un invito, quasi un gioco segreto, che accendeva la curiosità e l’attenzione… lasciando tutto lo spazio all’immaginazione! La giovane donna, con un lampo negli occhi, superò ogni mia aspettativa, quando cominciò a parlarmi con una franchezza sorprendente:
-“Sa… sarebbe del tutto possibile se venisse al mio locale privato a Milano, vicino al famoso “Venus Milano Centro”…Durante gli spettacoli serali, oltre ai dipendenti regolari, mi diverto a offrire momenti audaci e sensuali: striptease, pole dance… tutto per i clienti!”
Poi, facendo un piccolo inchino e un sorriso malizioso:
-“Tra l’altro, ho il permesso delle autorità per esibizioni completamente nude, se lo desidero. Comunque, viviamo alla grande accanto al nostro celebre vicino e visitatori non ci sono mai mancati! E chi può dire se il merito sia di questo geniale modello di business, della dedizione dello staff… o, diciamolo pure, del mio spettacolare contributo fisico, capace da solo di far pagare il biglietto e strappare applausi!...
E perché no, se mi eccita quanto i miei clienti: se solo poteste sentire il brivido nei loro sguardi che mi osservano incollati al mio seno e tra le mie gambe...Mi piace guidare le masse, dettare il ritmo del gioco. Dal palco è davvero fascinante vedere come i loro pantaloni iniziano a gonfiarsi quando io stesso raggiungo il limite massimo; è un legame incredibilmente aperto che si crea con loro in quel momento. Poi sento un forte bisogno di slacciargli i pantaloni con la mia stessa mano e vedere come i loro aste rigidi spuntano da lì mentre si siedono in fila proprio di fronte a me... Non sto fantasticando, è pratica. La pole dance è fantastica per allenare i muscoli. Ma la vera festa inizia quando esco dal palco di fronte al pubblico e mi avvicino a loro. Continuo con una lap dance e poi mi siedo direttamente sulle ginocchia dei miei clienti eccitati. Solo allora sento veramente i frutti del mio lavoro in ogni senso di quanto siano incredibilmente duri, mentre la mia kitty sempre più bagnata si strofina contro i loro pantaloni, che sembrano tenerli prigioneri... soprattutto quando li guardo negli occhi…Ma non devono toccarmi in nessun punto: non sono una prostituta, sono un'operatrice- artistica, la modellatrice loro eccitazione, che posso afferrarli intorno al collo, far scorrere con il miei cappezzoli sui loro volti, per percepire i loro gemiti interior…Ancora un istante e sembreranno sul punto di scoppiare....Ma non me lo posso permettere… anche se a volte lo vorrei. Di solito, durante il gioco riesco a provare diverse orgasmi, ma non posso lasciarlo trasparire, sarebbe semplicemente poco professionale e, ovviamente, poco etico, perché il mio bar non è un bordello, ma un’istituzione artistica, almeno è chiaramente scritto sulla licenza appesa al muro…“
All’improvviso resta in silenzio, come se qualcuno avesse spezzato il filo del suo discorso, come se avesse avvertito di aver spinto i propri limiti chissà dove, nel nulla… L’aereo ondeggia lentamente, proprio come il mio autocontrollo, perché le mie orecchie non erano pronte a un’affermazione così diretta. E, improvvisamente, anche lei sembra percepirlo allo stesso modo e rimane sospesa nel silenzio… I minuti passano. Il tempo di volo ha una consistenza diversa: si allunga, si piega. Guardo fuori dal finestrino, come se le nuvole potessero aggiungermi qualcosa. Qualcuno ride piano più avanti. Manca ancora circa metà del tragitto per Milano.
Eppure, qualcosa mi distrae, qualcosa che non posso fare a meno di notare. Queste sono le gambe: lunghe, eleganti, perfette quasi in modo scandaloso. Più precisamente, le dita di una giovane donna, smaltate di rosso brillante, che sbirciano da sotto un lungo abito color sabbia, incastrate in sandali intrecciati e leggeri. Riporto lo sguardo sullo schermo, ma la mia mente ha già iniziato a presentare le dimissioni dal mio lavoro: “Va bene… prima che diventi strano,” dico, “sono uno stilista. Sto volando a Milano per la Biennale… Guardo i corpi per lavoro, è un’abitudine inevitabile…”
Lei mi osserva, un sopracciglio leggermente sollevato. La donna seduta accanto a me è chiaramente più giovane. Il suo volto è armonioso, perfettamente proporzionato; mi scruta con occhi grandi e seri, capaci di leggere tra le righe. “Certo,” risponde con un leggero accento francese, “e io bevo champagne solo per la salute dei reni.”
Touché.
Poi un sorriso lieve le increspa le labbra: “Ma in realtà è una coincidenza piuttosto interessante,” aggiunge, “perché anch’io vengo da quel mondo. Ho iniziato come modella…”
Fa una pausa. Così precisa da sembrare che persino il silenzio in lei sia stato addestrato. “Ma poi mi sono bruciata,” continua, “troppa pressione. Troppi uomini convinti che il mio corpo fosse una specie di biglietto da visita…”
Inclina leggermente la testa, valutando la mia reazione: “Ma ora uso la mia sensualità… in un modo molto più pratico.” Annuisco, fingendo comprensione, anche se in realtà non ho afferrato tutto… Nota il mio sguardo rivolto di nuovo a lei, mentre le gambe si muovono sotto l’abito quando si gira verso di me. Questo l’abito le aderisce con una precisione quasi crudele, e mi viene voglia di scusarmi con ogni vestito che abbia mai disegnato.
«Ora controllo io tutto,» dice. «Il mio corpo non deve più essere giocattolo per occhi casuali. Niente più letti falsi per il perfetto scatto. La maggior parte di loro voleva solo dormire con me, convinti che l’esperienza producesse la foto perfetta.»
Sorride. Un sorriso tagliente, consapevole, elettrico: «Ora sono il propreitario del mio local. E lì mi diverto… danzando al palo, qaundo voglio. Amo l’erotismo. Amo il corpo umano.»
Breve pausa. Poi, fissandomi dritto negli occhi: «Proprio come voi. Solo che io non mi nascondo.»
«Ballerina al palo?», mormoro, la voce tradisce sorpresa e desiderio.
«Sì. Ballerina al palo. Perché no?» dice, le parole grondano piacere. «…ma…ma prima che la vostra mente corra a immaginare tutto il film…» Si avvicina ancora, e il suo profumo — caldo, pulito, eccitante — mi avvolge, contrastando brutalmente le sue parole: «…non sono una prostituta. Niente fantasie da aeroporto. E soprattutto niente leccate all’orecchio… Se pensavate di parlare a vanvera, risparmiate energie. Serve almeno un buon senso dell’umorismo.»
Pausa. Un piccolo ringhio sotto i denti, ma lancio un nuovo amo: «Ho un ego da designer. Probabilmente include anche un certo senso dell’umorismo!… a prezzo extra…»
«Allora Dio vi benedica», risponde breve. Si infila le cuffie e chiude gli occhi. Una gamba oscilla pigra al ritmo della musica, i sandali intrecciati e le unghie dei piedi laccate di rosso scuro seguono il tempo. La conversazione sembra finita. O almeno così appare. Il sole entra dalla finestra, innocente. Ma dentro di me qualcosa si è mosso. Una lieve inquietudine, autoironica: la mia mente è un caos elegantemente vestito, pronto a provocare.
2. Poi torno a fissare lo schermo: modelle, passerelle, tessuti fluttuanti. Tutto ciò che fino a un attimo prima era perfetto ora appare irrimediabilmente incompiuto. Penso a lei. E all’improvviso mi colpisce la sua lucidità tagliente, la sua distanza ironica dal mondo, quel modo deciso di tracciare confini senza mai sentire il bisogno di giustificarsi. Cerco una nuova fonte d’ispirazione al posto 11A-1, che è esattamente accanto al mio.
All’improvviso si muove sul sedile e chiede a bassa voce, ma con fermezza: «Allora? Che tipo di aggiunta sarebbe?… Dimmi».
Una pausa tesa, carica di elettricità.
Forse anche lei ha capito che, durante quell’ora e mezza di volo, non ha senso rifugiarsi nel silenzio né perdersi nei ricordi. È molto più interessante osservare come il destino faccia incontrare persone che portano idee simili… Oppure, penso io, sono riuscito a risvegliare in lei una piccola scintilla di curiosità sottilmente femminile: quella che si accende senza preavviso, indifferente al tempo e al luogo.
Accenno un sorriso appena percettibile e rispondo sottovoce, così piano che è costretta a chinarsi verso di me per sentirmi: «Questo abito è straordinario. Mi piacerebbe fotografarti a Milano, su una scalinata di marmo freddo: una luce dura contro il beige morbido del tessuto, quel tocco leggermente rustico… sarebbe un contrasto irresistibile».
Inclina ancora di più il capo, si avvicina ulteriormente, e chiede: «E poi… che cos’altro vorresti che facessi?».
Resto in silenzio per un istante. Poi lascio affiorare la risposta quasi come un pensiero non filtrato: «…Che tu lo togliessi subito».
Un altro silenzio, breve ma denso. «…È evidente che sotto non c’è nulla che meriti di essere nascosto».
I suoi occhi restano fissi nei miei, con un sorriso sulle labbra che oscilla tra provocazione e sfida, mentre sussurra: «Davvero? E che cosa faresti… se fosse esattamente così?».
Inclino anch’io il capo, avvicinandomi quanto basta perché anche la mia voce sfiori solo il suo orecchio: «Mi lascerei sorprendere…».
«E che cos’altro vedi?…»
«I tuoi capezzoli tesi», rispondo senza abbassare lo sguardo. «Cerco di essere onesto: è impossibile ignorarli». In un attimo il nostro gioco diventa più teso, più audace, come se il mondo intero si fosse contratto ed esistesse solo lo spazio angusto tra due sedili.
3. Il suo sorriso era un invito, quasi un gioco segreto, che accendeva la curiosità e l’attenzione… lasciando tutto lo spazio all’immaginazione! La giovane donna, con un lampo negli occhi, superò ogni mia aspettativa, quando cominciò a parlarmi con una franchezza sorprendente:
-“Sa… sarebbe del tutto possibile se venisse al mio locale privato a Milano, vicino al famoso “Venus Milano Centro”…Durante gli spettacoli serali, oltre ai dipendenti regolari, mi diverto a offrire momenti audaci e sensuali: striptease, pole dance… tutto per i clienti!”
Poi, facendo un piccolo inchino e un sorriso malizioso:
-“Tra l’altro, ho il permesso delle autorità per esibizioni completamente nude, se lo desidero. Comunque, viviamo alla grande accanto al nostro celebre vicino e visitatori non ci sono mai mancati! E chi può dire se il merito sia di questo geniale modello di business, della dedizione dello staff… o, diciamolo pure, del mio spettacolare contributo fisico, capace da solo di far pagare il biglietto e strappare applausi!...
E perché no, se mi eccita quanto i miei clienti: se solo poteste sentire il brivido nei loro sguardi che mi osservano incollati al mio seno e tra le mie gambe...Mi piace guidare le masse, dettare il ritmo del gioco. Dal palco è davvero fascinante vedere come i loro pantaloni iniziano a gonfiarsi quando io stesso raggiungo il limite massimo; è un legame incredibilmente aperto che si crea con loro in quel momento. Poi sento un forte bisogno di slacciargli i pantaloni con la mia stessa mano e vedere come i loro aste rigidi spuntano da lì mentre si siedono in fila proprio di fronte a me... Non sto fantasticando, è pratica. La pole dance è fantastica per allenare i muscoli. Ma la vera festa inizia quando esco dal palco di fronte al pubblico e mi avvicino a loro. Continuo con una lap dance e poi mi siedo direttamente sulle ginocchia dei miei clienti eccitati. Solo allora sento veramente i frutti del mio lavoro in ogni senso di quanto siano incredibilmente duri, mentre la mia kitty sempre più bagnata si strofina contro i loro pantaloni, che sembrano tenerli prigioneri... soprattutto quando li guardo negli occhi…Ma non devono toccarmi in nessun punto: non sono una prostituta, sono un'operatrice- artistica, la modellatrice loro eccitazione, che posso afferrarli intorno al collo, far scorrere con il miei cappezzoli sui loro volti, per percepire i loro gemiti interior…Ancora un istante e sembreranno sul punto di scoppiare....Ma non me lo posso permettere… anche se a volte lo vorrei. Di solito, durante il gioco riesco a provare diverse orgasmi, ma non posso lasciarlo trasparire, sarebbe semplicemente poco professionale e, ovviamente, poco etico, perché il mio bar non è un bordello, ma un’istituzione artistica, almeno è chiaramente scritto sulla licenza appesa al muro…“
All’improvviso resta in silenzio, come se qualcuno avesse spezzato il filo del suo discorso, come se avesse avvertito di aver spinto i propri limiti chissà dove, nel nulla… L’aereo ondeggia lentamente, proprio come il mio autocontrollo, perché le mie orecchie non erano pronte a un’affermazione così diretta. E, improvvisamente, anche lei sembra percepirlo allo stesso modo e rimane sospesa nel silenzio… I minuti passano. Il tempo di volo ha una consistenza diversa: si allunga, si piega. Guardo fuori dal finestrino, come se le nuvole potessero aggiungermi qualcosa. Qualcuno ride piano più avanti. Manca ancora circa metà del tragitto per Milano.
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