Figlia della cugina

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genere
incesti

FIGLIA DELLA CUGINA

Mia cugina mi chiamò all'improvviso, la sua voce un filo tesa attraverso il telefono, un’ansia non detta che le stringeva la gola. “Senti, Sandro, so che è un po’ una richiesta fuori dal comune, ma… mia figlia deve venire in città per l’università e non ha ancora trovato un posto. Ti dispiacerebbe se stesse da te per qualche giorno? Giusto il tempo di sistemarsi.” Ascoltai, il ricevitore freddo contro l'orecchio, il silenzio della mia casa che risuonava intorno. Cinquantuno anni, divorziato, le giornate scandite da un ritmo solitario, quasi meccanico. L'idea di un po' di compagnia, di un volto giovane che rompesse la monotonia, mi sembrò, in quel momento, un'opportunità inattesa. “Certo, non c’è problema,” risposi, la mia voce forse un po’ troppo entusiasta. “Cinzia è la benvenuta. Ho spazio, non preoccuparti.” Un sospiro di sollievo dall'altro capo. “Grazie, Marco, sei un angelo. Arriva domani pomeriggio.” Il giorno dopo, il campanello suonò con una timidezza che non mi aspettavo. Aprii la porta e la trovai lì, una figura esile avvolta in jeans e una maglietta semplice, i capelli castani raccolti in una coda di cavallo. Grandi occhi chiari, quasi innocenti, mi scrutarono con un misto di curiosità e un'ombra di nervosismo. Sembrava la classica brava ragazza di provincia, quella che va a messa ogni domenica e aiuta la nonna a fare i biscotti. Eppure, c'era qualcosa nel modo in cui stringeva la cinghia della sua borsa a tracolla, una scintilla appena percepibile nel suo sguardo, che suggeriva una fame silenziosa di qualcosa di nuovo, di inesplorato. “Ciao, zio Sandro,” disse, la voce morbida, quasi un sussurro. “Cinzia, benvenuta,” risposi, facendole strada. Il profumo del suo shampoo, dolce e fruttato, riempì l'ingresso. Si sistemò con una velocità sorprendente, disfacendo il piccolo bagaglio con movimenti precisi. Poi si sedette sul divano, le mani intrecciate in grembo, e iniziò a raccontare. Il paesino da cui veniva, un puntino sulla mappa, senza cinema, senza grandi piazze, un luogo dove il tempo scorreva lento e prevedibile. “Non c’è molto da fare, lì,” spiegò, un leggero broncio che le increspava le labbra. “Pochi amici, e nessuno con cui… beh, con cui fare cose interessanti.” La sua descrizione era vivida, dipingeva un quadro di noia e desiderio inespresso. Mi parlò dei pomeriggi passati a leggere libri, delle serate silenziose, della mancanza di stimoli. Non aveva mai avuto un fidanzato, mai un vero bacio che non fosse goffo e infantile. La sua verginità, lo capii dalle sue parole non dette, era un peso e al tempo stesso un confine, una promessa di qualcosa che ancora non conosceva. I suoi occhi cercavano i miei, quasi volesse capire se la giudicavo, se la mia età mi rendeva immune a quelle piccole, brucianti curiosità. La sera, dopo una cena improvvisata, si alzò dal tavolo, stiracchiandosi con la grazia di un gatto. “Potrei farmi una doccia? Sono un po’ stanca dal viaggio.” “Certo, il bagno è lì in fondo a destra,” indicai, il mio sguardo che indugiava un attimo più del dovuto sul movimento sinuoso della sua schiena mentre si allontanava. Sentii l'acqua scorrere, il vapore che iniziava a diffondersi per casa. Il rumore si fermò dopo una ventina di minuti. Poi, una voce, la sua, un po’ più forte del solito, quasi un grido giocoso. “Zio Sandro? Mi potresti portare l’asciugamano? L’ho completamente dimenticato!” Un brivido mi corse lungo la schiena. La richiesta era innocente, certo, ma l'immagine di lei, nuda, in attesa, si formò vivida nella mia mente. Presi un asciugamano pulito dall'armadio e mi diressi verso il bagno. La porta era socchiusa. Bussai piano. “Cinzia?” “Avanti,” rispose. Spinsi la porta. L'aria era densa di vapore, il profumo del suo bagnoschiuma avvolgente. E lì, davanti a me, stava lei. Era piccola, più piccola di quanto avessi immaginato. Il suo corpo era un delicato intrico di curve appena accennate, la pelle rosea per il calore dell'acqua. I suoi capezzoli erano piccoli, turgidi puntini rosa che spuntavano da tettine appena formate, quasi due boccioli di rosa ancora chiusi. Più in basso, un piccolo triangolo di peli castani, scuri e fitti, copriva la sua vulva, un segreto nascosto ma invitante. I miei occhi si bloccarono su quel pube, un cespuglio morbido e invitante che sembrava chiamare le mie dita. Il mio respiro si fece più corto, il sangue pulsava nelle vene. Rimasi immobile, l'asciugamano in mano, la gola secca. Ero incantato, estasiato dalla vista. Lei mi guardò, un sorriso malizioso che le increspava le labbra, gli occhi che brillavano di una luce nuova, consapevole. Non si coprì, non fece un gesto per nascondere nulla. Allungò una mano, prendendo l'asciugamano dalle mie dita tremanti. “Grazie, zio,” sussurrò, la sua voce un filo di seta. E poi, senza che io mi muovessi, senza che mi chiedesse di uscire, iniziò ad asciugarsi. Con movimenti lenti, quasi voluttuosi, passò l'asciugamano sulle spalle, sul petto, tra le gambe. Lo strofinò con insistenza tra le cosce, lo sentii sfregare contro la sua fighetta, un fruscio umido che mi trafisse. Ogni movimento era una provocazione silenziosa, un invito. Il mio cazzo, ormai duro come una pietra, premeva contro i pantaloni. Tesi la mano, afferrai l'asta bollente e iniziai a menarmelo, i miei occhi fissi sul suo pube umido. Il suo sguardo non si staccò dal mio, i suoi occhi grandi che seguivano ogni mio movimento, la sua espressione un misto di curiosità e un'eccitazione crescente. Mi avvicinai, un passo dopo l'altro, il mio respiro affannoso. Il mio cazzo era così duro che mi faceva male, la punta pulsante, pronta a esplodere. Quando fui a pochi centimetri da lei, il mio corpo cedette. Un gemito rauco mi sfuggì dalla gola e sborrai, un getto caldo e denso che le macchiò il ventre, scivolando tra le piccole labbra della sua vulva, mescolandosi ai peli scuri. Lei non si mosse, non si scansò. Mi guardò, il suo respiro affannoso quanto il mio. Poi, con una lentezza esasperante, posò l'asciugamano e mi prese il braccio. “Non adesso,” disse, la sua voce ora ferma, ma con una promessa nascosta. “Domani.” La notte passò insonne. La cameretta non era ancora pronta, così avevamo condiviso il lettone. Lei si era addormentata quasi subito, il suo corpo piccolo e caldo accanto al mio, il profumo del suo shampoo che ancora mi inebriava. Io, invece, ero un fuoco, ogni nervo teso, ogni muscolo contratto. Il suo "domani" mi risuonava in testa, una melodia ossessiva che mi impediva di chiudere occhio. Verso le tre del mattino, non resistetti più. Il bisogno di urinare mi diede la scusa perfetta per alzarmi. Mi mossi silenziosamente, cercando di non svegliarla. Andai in bagno e, mentre ero lì, il mio sguardo cadde sul mobiletto. C'era il suo intimo, piegato con cura. Un paio di mutandine di cotone bianche, piccole, quasi impalpabili. Un'onda di desiderio mi travolse. Le presi, le sollevai al naso. Il suo profumo era ancora lì, un misto di pulito e di lei, un sentore dolce e leggermente acido che mi fece impazzire. Le avvolsi intorno al mio cazzo, già turgido e pulsante. Il tessuto morbido e sottile contro la mia pelle, l'odore intimo che mi inondava i sensi. Iniziai a segarmelo, le mutandine strette intorno all'asta, il mio respiro che si faceva sempre più rauco. Immaginavo il suo corpo, il suo pube, la sua fighetta, e spinsi sempre più forte, sempre più veloce. Un gemito soffocato mi sfuggì dalla gola mentre sborrai, un getto caldo e appiccicoso che imbrattò le mutandine, inzuppando il cotone. Mi fermai, il respiro pesante, il corpo scosso da piccoli tremiti. Poi, con mani tremanti, le ripiegai con cura, nascondendo le macchie, e le riposi esattamente dove le avevo trovate. Tornai a letto, il mio segreto stretto nel buio della notte. Il pomeriggio seguente, tornai a casa dal lavoro, la testa ancora pesante per la notte insonne, il corpo percorso da una tensione palpabile. Il silenzio della casa era insolito, troppo profondo. Il suo "domani" mi ronzava ancora nelle orecchie, una promessa che attendeva di essere mantenuta. Passai davanti alla sua camera. La porta era socchiusa, uno spiraglio sottile che lasciava intravedere un angolo di intimo. Un suono mi giunse all'orecchio, un fruscio leggero, quasi un sospiro. Mi avvicinai, il cuore che batteva all'impazzata. Guardai attraverso la fessura. Era sdraiata sul letto, le gambe aperte in una posa sfacciata, le mutandine bianche che avevo imbrattato la notte prima strette tra le dita. Le strofinava delicatamente contro il suo clitoride, un movimento lento e ipnotico. I suoi occhi erano socchiusi, la bocca leggermente aperta, un gemito appena percepibile che le sfuggiva. Poi, con un gesto inaspettato, portò le mutandine alla bocca, leccando avidamente le macchie secche del mio sperma, la sua lingua che esplorava ogni piega del tessuto. Il mio sangue si infiammò. Non esitai. Spalancai la porta ed entrai, il mio respiro pesante che riempì la stanza. Lei sussultò, i suoi occhi che si spalancarono, ma non fece un movimento per coprirsi. Mi guardò, un misto di sorpresa e un'eccitazione selvaggia che le illuminava il viso. Mi gettai su di lei, un predatore affamato. La sua fighetta era già umida, le labbra gonfie e rosse per lo sfregamento. Affondai la lingua in quel fiorellino, assaporando i suoi umori, un sapore dolce e salato che mi fece impazzire. Gemetti, la mia lingua che esplorava ogni piega, ogni pieghetta, succhiando il suo clitoride come se fosse la cosa più deliziosa che avessi mai assaggiato. I suoi fianchi si inarcavano, le sue dita si aggrappavano ai miei capelli, tirando, spingendo la mia testa ancora più giù. “Oh, zio… sì… così…” gemette, la sua voce rotta dall'eccitazione. Mi tolsi i pantaloni con un gesto impaziente, il mio cazzo che spuntava, duro e pulsante. Mi misi in posizione, il mio corpo sopra il suo, la mia punta che premeva contro il suo pube umido. “Sono vergine,” sussurrò, la sua voce tremante, i suoi occhi che mi supplicavano. “Fai piano.” “Promesso,” mugugnai, la mia voce roca, la mia mente ormai annebbiata dal desiderio. Spinsi piano, la punta che cercava l'ingresso. Era stretta, incredibilmente stretta. Sentii la sua resistenza, la membrana che cedeva con un piccolo strappo. Un gemito di dolore le sfuggì, seguito subito da un sospiro di piacere. Continuai a spingere, lentamente, inesorabilmente, fino a quando il mio cazzo non fu completamente dentro di lei. Era una sensazione incredibile, la sua figa che mi avvolgeva come un guanto caldo e stretto, le sue pareti che mi stringevano, pulsando. Iniziai a muovermi, piano all'inizio, poi sempre più forte. Ogni spinta mi portava più a fondo, ogni ritorno mi faceva quasi impazzire. Le sue gambe si avvolsero intorno ai miei fianchi, tirandomi ancora più vicino. La sua verginità era un velo che si squarciava, rivelando una voragine di desiderio. “Oh, sì… zio… più forte… ti prego…” gemeva, il suo corpo che si inarcava, i suoi fianchi che si muovevano a ritmo con i miei. Il suo clitoride premeva contro il mio pube a ogni spinta, una frizione che la mandava in estasi. I suoi gemiti si fecero più acuti, più insistenti. Il suo corpo tremava, le sue unghie che mi graffiavano la schiena, lasciando segni rossi sulla mia pelle. Passammo ore lì, sul letto, esplorando ogni buco, ogni posizione. Dalla figa passammo al culo, un'esperienza nuova e dolorosa per lei all'inizio, ma che si trasformò presto in un piacere selvaggio. La preparai con la lingua e le dita, allargando lentamente il suo piccolo ano, finché non fu pronta. Quando entrai, un grido le sfuggì, un misto di dolore e un piacere inaspettato. Le sue guance erano rosse, i suoi occhi che brillavano di lacrime e desiderio. “È troppo… ma mi piace…” sussurrò, i suoi muscoli anali che mi stringevano con una forza incredibile. Il suo culo era stretto, incredibilmente stretto, ogni spinta un'agonia di piacere per entrambi. Le sue natiche si muovevano, jiggling ad ogni mia spinta, il suono della carne che schioccava contro il suo culo umido e rosso. La sentii gemere, i suoi fianchi che si inarcavano selvaggiamente. Poi la girai, le sue natiche che spuntavano verso l'alto, la sua schiena inarcata, e la presi da dietro, il mio cazzo che si muoveva dentro e fuori dal suo ano, un'orgia di suoni umidi e di gemiti. Poi la presi in bocca. Le sue labbra erano morbide, la sua lingua calda e umida. Mi succhiò con una voracità sorprendente, la sua gola che mi accoglieva, il suo respiro che si fece affannoso mentre il mio cazzo scompariva dentro di lei. Sentii i suoi muscoli della gola che si contraevano, le sue guance che si muovevano a ritmo con le mie spinte. La sua saliva si mescolava al mio pre-cum, un liquido dolce e salato che mi faceva impazzire. Era una troietta, sì, una cagnetta in calore, che godeva con ogni tocco, ogni spinta, ogni leccata. I suoi gemiti riempivano la stanza, il suo corpo che si contorceva sotto il mio. Le sue piccole tettine si muovevano ad ogni scossa, i capezzoli duri e turgidi che mi invitavano a succhiarli, a morderli. E lo feci, affondando la bocca su uno di essi, succhiando con forza, sentendo la sua reazione, il suo arco, il suo grido di piacere. Il tempo si dissolse, le ore divennero un unico, interminabile amplesso. Le nostre pelli erano sudate, i nostri corpi intrecciati, i nostri gemiti che si mescolavano in una sinfonia di piacere. Ogni buco che esploravamo, ogni posizione che provavamo, la portava a un nuovo livello di estasi. La sua verginità era ormai un ricordo lontano, sostituita da una fame insaziabile che mi bruciava dentro. Non ci fu un momento in cui ci fermammo. Ogni orgasmo era un trampolino di lancio per il successivo, ogni gemito una promessa di ancora più piacere. La sua figa era ormai dilatata, rossa e lucida, il mio cazzo che entrava e usciva con facilità, producendo un suono schioccante e umido. Il suo clitoride era un piccolo gioiello gonfio e pulsante, che le leccavo con avidità, sentendo la sua risposta immediata, il suo corpo che si inarcava e tremava. E quando finalmente, dopo un'eternità di piacere, entrambi venimmo, i nostri corpi si scossero in una serie di spasmi potenti. Il mio sperma le inondò la figa, caldo e denso, mentre lei si stringeva a me, le sue gambe ancora avvolte intorno ai miei fianchi, il suo respiro affannoso contro il mio collo. Era finita, ma era solo l'inizio.
scritto il
2026-01-16
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