RIsvegli

di
genere
etero

Non ero ancora convinto di non essere in un sogno. L’eccitazione mi cresceva addosso e percorreva la pelle, accendeva lenta, inesorabile, ogni mio senso. Temevo di aprire gli occhi e interrompere quelle sensazioni così reali, tangibili. Ma quando li aprii, ancora assonnati, vidi lei a cavalcioni su di me, nuda e bellissima. Si strusciava sul mio uccello con la sua figa bagnata. Le mani erano sul mio petto e si muoveva sensuale, sinuosa e determinata a usarmi per appagare la voglia con cui si era svegliata.

Se quelli erano i risvegli che mi sarei meritato andando a letto arrabbiati, allora avrei firmato per discutere ogni giorno così, ferocemente.

Non ricordavo il motivo dei nostri insulti della sera prima. O forse lo ricordavo, ma ormai non contava più. Guardandola, tutto ciò che non riguardava noi perdeva senso. Era lontano, nascosto in una prigione da cui non poteva più toccarci.

Le misi le mani sui fianchi, sentii sulle dita il calore della sua pelle. Lei capì allora che ero sveglio. Mi regalò un mezzo sorriso e si chinò a baciarmi. Le sue labbra erano il luogo più accogliente e caldo dell’intero universo. I suoi seni accarezzavano il mio petto con la stessa lussuria frenetica che sentivo sulla sua figa umida.

Sapeva quanto il suo seno fosse capace di accendermi. Avvicinarmelo e farmelo sentire così morbido e invitante era una tacita richiesta. Avrei potuto vivere giocando con le sue meravigliose tette. Le presi fra le mani, le avvicinai strizzando delicatamente così che la mia bocca potesse navigare facilmente da un capezzolo all’altro, per leccarli, baciarli e prenderli fra le labbra; sentirli sempre più turgidi ed eccitati. E mentre desideravo divorarli con furia, la vidi insinuare una mano fra le cosce. Si sollevò appena, quando bastava per iniziare a masturbarsi, ancora a cavalcioni su di me.

Sentivo il mio cazzo strusciarle sulla figa mentre lei con le dita massaggiava il clitoride.

Ipnotizzato, mi staccai da suo seno per ammirarla. Lei chiuse gli occhi e con la mano libera si toccò le tette, come se l’assenza della mia bocca l’avesse lasciata orfana e cercasse di sostituirla.

I suoi respiri, Dio… erano la melodia più bella che avessi mai ascoltato. Si muoveva lenta, sapeva perfettamente come appagare la sua voglia. Io, il mio corpo eravamo solo uno strumento da usare per iniziare quella giornata meglio di come era finita la precedente.

Non riuscivo a muovermi. A malapena mi rendevo conto di respirare. Il desiderio sembrava schiacciarmi, feroce, e la belva che mi infuocava ringhiava all’orecchio che avrei dovuto prenderla, entrare in lei, unirmi al piacere che la stava facendo bagnare sempre di più e farlo mio. Ma l’altra parte si sentiva appagata anche solo a osservarla… bramava di vedere la sua lussuria crescere fino a ritrovarsi al punto di rottura, quando sarebbe stata lei a chiedere il mio cazzo dentro di sé.

Sapevo che, se fossi riuscito ad attendere quel momento, allora insieme avremmo goduto più intensamente di quanto si possa immaginare.

Dovevo solo aspettare, godere della bellezza che avevo davanti agli occhi. Perché, cazzo, lei era bellissima! Era un sogno che, forse, nemmeno meritavo ma che aveva scelto d’essere mia.

La mano sul suo clitoride divenne più frenetica. I suoi movimenti sul mio cazzo sempre meno controllati. La sua figa, sempre più fradicia e calda. La vidi aprire la bocca senza emettere nessun suono, solo un respiro in cerca di ossigeno. I suoi muscoli s’irrigidirono, un orgasmo la travolse e si accasciò su di me. Restò distesa lì, per un istante, con il respiro affannato, poi tolse la mano che ancora aveva fra le gambe e mi guardò con l’espressione di voler sfidare l’intero mondo, portò le dita, che prima giocavano sulla sua figa, alle mie labbra.



Quello sguardo diceva: «Forse è l’unica cosa che avrai della mia figa. Il suo sapore».

Non mi sarei arreso così facilmente. Questo lei lo sapeva, o non mi avrebbe provocato. Era ciò che voleva.

Succhiai il suo sapore dalle dita. Lei era il mio cibo preferito, la droga a cui non avrei mai rinunciato. Lentamente, senza smettere di guardarla, lasciai andare la sua mano.

Rimanemmo a fissarci per istante che parve infinito, prima di darci un bacio umido, affamato. Non vi era nulla di romantico: era desiderio. Fame l’uno dell’altra. Incapaci di rimanere distanti e separati.

Piegai le ginocchia per posizionarmi meglio. Sentivo l’umido della sua figa, il calore del suo sedere.

Lei si staccò dalla mia bocca, si mise a sedere su di me e iniziò ad accarezzare la punta del mio cazzo con il palmo della mano. Si sollevò quanto bastava per condurmi lì dove mi voleva sentire. Si fece scivolare la mia cappella dentro di lei. Il dolce gemito che le sentii sussurrare fu l’afrodisiaco più potente. Avrei voluto dirle che l’amavo, che ero un coglione orgoglioso, che lei era la sola cosa che contasse davvero. Ma feci solo un profondo respiro, come se fino a quel momento fossi stato sott’acqua e solo allora riuscissi a tornare a respirare.

Lei si dondolò fino a che non mi sentì totalmente, perdutamente, dentro il suo calore. Si piegò in avanti e, come se seguisse una coreografia che aveva ben programmato, mi leccò i capezzoli, risalendo fino ad essere a pochi centimetri dalla mia bocca.

Volevo quel bacio. Lo volevo più di qualsiasi altra cosa, ma sapevo che sarebbe stata lei a condurre quel ballo, che la mia dolce punizione sarebbe stata fare ciò che lei desiderava.

Mi sorrise. Poi si rialzò, quasi fino a farmi uscire da lei, ma subito si riabbassò per riprendermi completamente dentro di sé. Lo fece ancora… e ancora… sempre più decisa, sempre più forte… fino a che nella camera ci fu solo il rumore della nostra pelle che sbatteva l’una sull’altra.

Dio… adoravo quella punizione... ne avrei voluta di più. Strinsi le mani intorno ai suoi fianchi e quando mi resi conto che quei movimenti iniziavano a stancarle i muscoli, l’aiutai spingendo il mio cazzo dentro di lei.

Ed in quel momento non sapevo cosa mi piacesse di più, se vedere i suoi seni muoversi a ogni colpo, o l’espressione sul suo viso… era pura lussuria. Un’estasi che non possedeva nulla di santo, che sembrava provenire dal più lascivo girone infernale. Dio… quanto amavo quando il piacere le faceva perdere ogni pudore! Amavo tutto di lei. Amavo che potesse essere tutto ed essere comunque sé stessa.

Capii che entrambe le cose mi stavano portando ad una smania famelica di sentirla godere sul mio cazzo.

Le presi il viso fra le mani, obbligandola a rimanere immobile. Non ci fu bisogno di dire nulla. Le istruzioni erano più che esplicite: «Guardami.»

Non ero certo che lo avrebbe fatto. Eppure... posò le mani sulle mie spalle, strinse le gambe contro di me e si piegò con il busto, quanto bastava perché la sua bocca tornasse vicina alla mia.

Dio… quella bocca… quella bocca, che prima mi aveva negato, doveva tornare mia.



La baciai, e mi girai portandola sotto di me. E mentre quel bacio impegnava le nostre lingue affondai in lei… Continuai a spingere dentro di lei, ancora e ancora.

Non bastava. I suoi gemiti soffocati in quel bacio non mi bastavano, volevo sentirla godere più forte.

Mi sollevai con il busto le presi le cosce e la tirai verso di me... il mio cazzo dentro di lei e le mie palle contro il suo sedere, e spinsi i fianchi per entrare ancora più profondamente in lei.

Un gemito più forte, la sua schiena si inarcò, le mani si aggrapparono alle lenzuola, non potendo sfogare quel piacere affondando nella mia carne.

Eccola: era così che la volevo, ferma nell’attimo in cui il piacere esplodendo avrebbe potuto stordirla… Dio, era la cosa più bella di quel mondo marcio che c’era fuori dalla stanza.

Spinsi ancora più forte; capii che stava per venire quando vidi le sue mani cercare le mie cosce, come se volesse ancorarsi a me, per essere certa che non mi fermassi…

Continuai a scoparla con profonde stoccate. Portai una mano sul clitoride, glielo presi fra le dita per torturarlo. Dovetti combattere con tutte le mie forze con la voglia di uscire da lei e prendere fra le labbra quella parte così sensibile. Era una battaglia difficile: sentirla godere sul mio cazzo o sulla mia bocca? Fu lei a decidere. Il suo orgasmo esplose potente. Lo sentii avvolgere il mio cazzo, bagnarlo. Continuai a scoparla, stordito dal suo piacere… e venni dentro di lei, ad ogni schizzo che le riversavo dentro la penetravo più profondamente, fino a che, stremato e senza fiato, mi sdraiai su di lei. Rimanemmo così fino a che i nostri respiri tranarono regolari.











E poi... poi mi svegliai.



Questa volta era reale.



Nel letto ero da solo.
scritto il
2026-01-12
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