Il prof e la studentessa

di
genere
confessioni

IL PROF E LA STUDENTESSA

La loro relazione si era sviluppata lentamente durante i seminari pomeridiani, in genere meno affollati delle lezioni della mattina. Non è rara la devozione di una studentessa verso il giovane o meno giovane professore o assistente, vista anche la mediocrità dei propri coetanei. Sentir parlare un bravo prof di materie umanistiche può essere un’esperienza affascinante, né del resto un assistente o un associato è insensibile alla presenza di tante ragazze che lo ascoltano prendendo appunti, qualcuna letteralmente pendendo dalle sue labbra. Fatto sta che nascono amori più o meno intensi o interessati, brevi o lunghi che siano, platonici o spinti secondo l’indole delle persone. Nel caso della nostra timida studentessa con gli occhiali la sequenza era da manuale: sempre presente alle lezioni e ai seminari, lo sguardo estatico e gli appunti in ordine, domande alla fine dell’ora e la ricerca di una prossimità da trasformare in contatto fisico. Prof e assistenti non sono di legno e sono avvezzi allo scollo della studentessa il giorno dell’esame, ma in genere restano al loro posto – molti sono sposati. Ma quando lei si recò nel suo studio privato per rivedere le bozze della tesi non si faceva molte illusioni: il prof ci avrebbe provato e una volta entrata la trappola si sarebbe chiusa. Tutto aveva pensato meno che presentarsi insieme a una compagna di studi, inconsciamente proprio per stare da sola col prof. E conoscerlo meglio. Suonò al citofono. Si trattava di un piccolo appartamento nel quartiere della Balduina, in realtà era la casa della madre ormai defunta. Pieno di libri, naturalmente. Una grande scrivania era al centro dello studio e anch’essa era piena di bozze, libri e fascicoli, in questo niente di strano. Dalla morte dell’anziana madre poco era stato fatto: un’imbiancata alle pareti, un nuovo impianto elettrico e nuovi sanitari al bagno, ma in quelle due camere e cucina si respirava ancora l’aria di piccola borghesia urbana anni sessanta, con mediocri quadri di genere alle pareti e buoni mobili in legno. Le scaffalature contenevano centinaia di volumi, ma non era questo di cui meravigliarsi. Piuttosto, un nero pianoforte verticale suggeriva altre abitudini. “Lei suona?” chiese lei, anche se era chiaro che quello strumento era muto da anni. “Una volta prendevo lezioni” disse lui, forse mentendo. Miglior figura faceva invece una statuina in bronzo Art Decò originale sopra il mobile del salotto; era la solita Diana saettante in corsa, ma la ragazza non ne aveva mai viste di simili, visto che al massimo aveva girato per mercatini. Ma una volta appeso il soprabito iniziarono a parlare della tesi, di cui la nostra portava le bozze per un controllo bibliografico. L’operazione poteva prendere anche un paio d’ore, ma era più noiosa che difficile. Non c’era copia delle bozze, quindi dovevano per forza lavorare quasi a contatto, ma il prof rimaneva freddo e professionale. In realtà entrambi respiravano in modo fin troppo controllato, celando le loro emozioni profonde ma proiettando all’esterno i loro ferormoni. Ma fino a quel momento nessuno aveva sfiorato l’altro con un dito.

Il punto di svolta avvenne quando Silvia chiese di andare al bagno. Non si chiuse a chiave e quando ebbe finito riaprì lentamente la porta. I capelli a crocchia erano stati sciolti e scivolavano sensualmente sulle spalle nude. Si era infatti sbottonata la camicetta ed era ora possibile vedere meglio la sua pelle e anche il colore del reggiseno. Avanzò lentamente, era scalza e questo metteva in mostra il colore rosso acceso dello smalto sulle unghie dei piedi. Teneva ancora inforcati gli occhiali, ma lo sguardo non era più quello della timida studentessa secchiona. Era quello di una donna. La reazione del prof fu composta: non esibì un falso moralismo visto che quanto vedeva era quanto sperava, ma rimase lo stesso basito dall’incedere lento ma deciso della ragazza scalza con gli occhiali. Una volta quasi a contatto con lei, le sfilò lentamente la camicetta trattenendo il fiato. Il reggiseno blu risaltava sulla sua pelle bianca, ma non ebbe il coraggio di slacciarne il fermaglio. Abbracciò la ragazza e la strinse forte a sé. L’avrebbe voluta baciare, ma aspettò; voleva sentire prima il calore del suo corpo e soprattutto sentirne l’odore. Accademico o no, rimaneva pur sempre un animale guidato dall’istinto e attratto dagli odori. Prima di proiettare in speculazioni etiche quanto stava vivendo, per un attimo riconobbe la propria dipendenza dal sesso e stava quasi per arrendersi, ma provò un’ultima resistenza, rimanendo fermo davanti a lei. Fu a questo punto che lei si sfilò il reggiseno ed esibì un paio di tettine rotonde coi capezzoli a punta, ben evidenziati dall’areola scura. La bocca appena socchiusa faceva trasparire un respiro ansimante ma regolare, trattenuto dalla muscolatura ancora tesa della cassa toracica. Il prof una moglie ce l’aveva, per cui Silvia non poteva sapere in anticipo le conseguenze del suo comportamento. Ma come spesso succede, prese lei l’iniziativa, baciando il prof sulla bocca e lasciando che sentisse il profumo del suo giovane seno mentre gli stringeva le braccia sul collo. Sedurre un uomo maturo è facile, drammaticamente facile se sei giovane e lei lo sapeva. Il problema sarebbe stato trattenerlo, ma sul momento la Natura seguiva il suo corso. Lei lo guardò fisso negli occhi abbassando nel contempo la mano sotto la cintura dei suoi pantaloni. Lui lasciava fare, ma questo non bastava. Sempre guardandolo negli occhi ma camminando lentamente verso il bagno, gli fece segno di seguirla con lo sguardo. Avrebbe fatto una doccia – era già estate – e in questo modo si sarebbe ripresentata nuda davanti a lui. Lui invece esitò, non sapeva proprio che fare e persino si vergognava di entrare nel bagno in quelle condizioni. Ma alla fine entrò e cominciò a spogliarsi. Doccia o non doccia, ormai era in ballo e non poteva scantonare. Lei non l’invitò sotto il getto d’acqua, preferendo farsi guardare mentre insaponava il pube e tirava indietro i capelli. Il prof la guardò ora che non aveva gli occhiali: aveva begli occhi un po’ orientali (sua madre era ungherese) ma la pesante montatura non li valorizzava affatto. Il seno non era abbondante, tutt’altro, e questo gli dispiacque: da buon meridionale amava le tettone e questa invece aveva solo due piccole coppe col capezzolo a punta. I fianchi erano abbastanza larghi ma il corpo sodo, mentre l’abbondante pelo pubico nascondeva le forme delle piccole e grandi labbra. Nel porno le fiche delle ragazze sono lisce come albicocche, la realtà è diversa, pensò il prof. In compenso l’ombelico era valorizzato da un piercing col brillantino. Niente tatuaggi per fortuna, il prof non li amava: il prof aveva ancora brutti ricordi del servizio militare, quando coi tatuati era meglio non litigarci perché pregiudicati o zingari; questo almeno vent’anni prima che scoppiasse la moda.

Uscirono lui in accappatoio, lei avvolta da un ampio asciugamano. La camera da letto li attendeva. Era abbastanza grande ma tutto sommato mal tenuta: gli arredi erano ancora quelli di quando ci viveva la madre, tutto sommato mobili privi di valore e di gusto, compresa l’eterna specchiera e qualche soprammobile retrò. L’eterna Madonna di Raffaello sorvegliava la sacralità del talamo nuziale e un armadio quattro stagioni lasciava immaginare tanti abiti finiti poi alla Caritas. Una volta morta la madre il prof aveva speso solo per l’essenziale: rifare i bagni, l’impianto elettrico e una rimbiancata alle pareti. In quella casa aveva speso solo per farci lo studio, mentre la camera da letto era praticamente inutilizzata. Certo, con la moglie i rapporti si erano lentamente raffreddati, ma finora il prof non aveva avuto amanti, forse qualche fugace rapporto con altre studentesse, ma questo Silvia non lo poteva sapere e in fondo in quel momento non l’interessava: hic et nunc quello spazio lo occupava lei, la timida studentessa con gli occhiali. Occhiali che furono presto poggiati sul comodino. Il letto matrimoniale permetteva la manovra e Silvia si sedette sul bordo del letto a gambe strette, ma pronta ad allargarle al momento giusto. Per un momento le ritornò la timidezza che la caratterizzava come studentessa universitaria, ma poi quando vide entrare il prof in vestaglia chiusa riprese forza: lei aveva paura, ma pure lui: davanti a una donna nuda molti uomini se la fanno sotto e il prof evidentemente era uno di questi. Si era fidanzato troppo presto, pensò. E aveva ragione: aveva conosciuto la moglie sui banchi dell’università, lei era la classica “donna pungolo”, quella che ti sprona e ti sta addosso condividendo i tuoi obiettivi sociali, specializzandosi in una materia diversa ma pur sempre supportando il promettente ricercatore universitario, futuro professore associato. Lui stesso aveva accettato di buon grado il legame con la coetanea: chi vuol far carriera tende a sistemare subito il lato affettivo pur di non dover rischiare perdite di energia in una relazione conflittuale. Ma ora era diverso.

Quando il prof finalmente aprì la vestaglia mostrando l’arnese dritto, lei fece un cenno: Alt. Si buttò languidamente di schiena sul letto e aprì le gambe: se mi vuoi, prima me la devi leccare. Era una prova d’amore: a scopare sono bravi tutti – siamo biologicamente determinati per questo – ma l’Ars amandi è un’altra cosa. Il prof rimase come bloccato: l’aveva visto fare nei film a luci rosse, ma ora si sentiva imbarazzato: si doveva inginocchiare nudo come in adorazione di una che poteva essere sua figlia. Lei gli venne incontro allargando con le mani le grandi labbra e mostrando la fica aperta. Non lo aveva mai fatto prima ma non lo aveva imparato dai film porno, le era venuto spontaneo. Se lui aveva finora avuto il potere su di lei per la sua posizione sociale, ora le parti si erano invertite: lui era impacciato come il professor Unrath ne L’angelo azzurro (1). Quasi aveva paura di toccare con la lingua l’umida fessura, al punto che lei mise la mano sulla sua nuca per avvicinare la sua bocca al pube: inebriato dall’odore degli ormoni si sarebbe lasciato andare. E così fu, anche se di lingua era visibilmente poco pratico: un bravo amatore inizia con movimenti lenti e piatti, per poi titillare con la punta della lingua l’interno delle labbra e il clitoride. Si vedeva proprio che alla moglie del prof questa pratica faceva schifo. In ogni caso il prof poteva pure farsi la barba…

La mezz’ora successiva andò meglio o quasi: quando lui ritrovò le energie mentali e fisiche per scopare fu troppo irruento e lei lo fermò: le stava facendo male. In realtà non era vergine: in un campeggio in Croazia, l’estate precedente insieme a due amiche aveva conosciuto un gruppo di ragazzi tedeschi con si era andate insieme a ballare nella discoteca di zona. Complice anche qualche bicchiere di troppo, lei e le sue amiche si erano ritrovate a far l’amore chi sulla spiaggia sassosa, chi dentro la tenda. Come spesso avviene, la prima volta per lei non fu un’esperienza positiva, nel senso che quel giovane tedesco tanto bravo col windsurf era invece sbrigativo e forse pure mezzo ubriaco. Il giorno dopo non avrebbe voluto rivederlo, ma ormai la frittata era fatta. Più fortuna ebbero le sue due amiche, sicuramente più navigate ma poco solidali con lei. Del resto si vergognava della sua inesperienza, per cui non aveva pensato a chiedere consiglio a loro prima di ritrovarsi con un bastone di carne fra le gambe. Una cosa però l’aveva imparata: come si scopa. Una volta messe da parte le idee sull’amore romantico si possono avere buone chances di vivere una sana vita sessuale. E se si arriva a capirlo, nessuno torna indietro. Solo che devi anche far capire al tuo partner di letto che non si deve buttare a capofitto come un toro, ma iniziare con erotica lentezza, stimolando le parti erogene, carezzando i seni e poi infilandolo nel posto giusto, ma senza essere irruento. Nonostante fosse sposato (o forse per quello) il prof aveva una fame arretrata di fica e non riusciva a nasconderlo, ma lei ora sapeva come tenerlo in pugno. Esattamente: prima che glielo mettesse dentro lo afferrò con la mano destra guardando il prof fisso negli occhi, scorrendo lentamente le dita su e giù lungo l’arnese duro e lungo. Solo quando capì che quell’uomo ormai era suo si buttò di nuovo schiena sul letto aprendo le gambe come all’inizio. Chiuse gli occhi. Sentì entrare lentamente dentro di lei il membro maschile, provando una curiosa sensazione di straniamento. Era un corpo estraneo e lei dentro il suo corpo ora lo accoglieva. Ormai le pareti interne della vulva erano ben lubrificate, quindi il membro andava e veniva scorrendo con facilità tra le pieghe della vagina. Finalmente i due avevano trovato il ritmo giusto – le prime volte non è facile – e continuarono in questo modo forse per più di mezz’ora. Lei venne quasi subito una prima volta, ma la sua muscolatura pelvica la portò all’orgasmo almeno altre due volte. Lui rimase quasi impaurito dalle ritmiche contrazioni muscolari della ragazza e poi dai suoi movimenti scomposti. Lei ormai non si controllava più, l’eccitazione aveva preso il sopravvento sul corpo. Ma anche il prof venne. Naturalmente aveva usato un profilattico, ma non ne aveva comprati: al momento opportuno glieli aveva fatti trovare proprio Silvia. Il resto del tempo i due, rivestitisi, lo passarono a parlare di nuovo della tesi, come se l’ora di passione li avesse affiatati anche sul lavoro da completare. E così andava avanti da mesi: importante era dissimulare la relazione all’interno dell’università cattolica dove il prof aveva la cattedra. Niente passi falsi, niente confidenze e ferreo controllo delle emozioni, almeno in pubblico. Tensione che si scaricava a letto, e c’è da crederci: poche cose scatenano la libido come il divieto e il controllo sociale: non appena se ne offre l’occasione, le energie represse si scatenano senza inibizioni e saturano l’aria di ormoni. Silvia e il prof erano ormai amanti e a studio del prof iniziavano a notarsi una serie di effetti personali della ragazza: una vestaglia, un beauty case, lingerie di pizzo nero e altri oggetti che danno un tocco di umanità alle case degli uomini. La moglie del prof non si era mai interessata a quell’appartamento, anzi le ricordava la suocera, quindi sarebbe difficilmente entrata a controllare la presenza di uno Scent of Woman.

Silvia me la vidi in biblioteca in un momento di calma ed iniziò lei la conversazione. Ero il bibliotecario della facoltà di Lettere e avevo scoperto la tresca: un paio di volte li avevo sorpresi in atteggiamento intimo fra gli scaffali dei libri meno consultati. Finsi di cercare l’annata di una rivista tedesca, ma aspettavo che parlasse. La fanciulla sapeva che io sapevo e se ora mi veniva incontro era per garantirsi la mia discrezione. Aveva un fidanzato col quale si scambiava qualche bacetto mentre col prof andava al sodo, ma non voleva che si sapesse della relazione clandestina: temeva l’invidia e in più il prof era sposato con figli e voleva aspettare qualche tempo prima di chiedere la separazione dalla moglie. Cazzate: da giovane ero andato a letto con una laureata che scopriì più tardi essere l’amante del mio correlatore, il quale si teneva moglie e amichetta. In questo era da manuale: tanti ricercatori e professori universitari si sposano presto con una collega che l’aiuterà nella carriera, per poi arrivare a 45 anni e mettersi insieme con la laureanda di turno. Nihil sub sole novi. Ma qui la questione era delicata. Storie simili non sono infrequenti, ma se si dipanano alla Lumsa o all’Ateneo Salesiano non è lo stesso che alla Sapienza o a Tor Vergata, dove la relazione resta un pettegolezzo e lo scandalo diventa palese solo se la laureanda sedotta e/o seduttrice vede uscire dallo studio del prof un’altra ragazza con le mutandine in mano. In un’università cattolica è diverso: il corpo insegnante è tenuto ad mantenere un preciso codice etico e già guardano male le coppie non sposate. So di un famoso archeologo che addirittura fece sposare suo figlio con la propria assistente nonché amante pur di evitare uno scandalo in facoltà. Questo spiegava sia l’abituale dissimulazione della ragazza, sia la preoccupazione che io facessi saltare il banco per invidia o vendetta. In realtà non me la sarei presa più di tanto: prima o poi avrei trovato una studiosa, meglio ancora se straniera e orientata a sistemarsi a Roma. Ma Silvia temeva che, essendo stato rifiutato per un uomo più importante io mi vendicassi. Non me lo diceva apertamente ma lo temeva, ed io con lo sguardo le facevo capire di considerarla una provinciale opportunista. Al che lei tirò fuori l’ultima carta. Ricordo ancora la frase sussurrata con decisione mentre il suo sguardo era rivolto pudicamente in basso: “se vuoi, mia madre è libera”.


1. Noto film tedesco del 1930, regia di Joseph von Sternberg, da un romanzo di Heinrich Mann, dove si narra l’amore e il degrado morale e fisico di un professore di liceo innamorato di Lola Lola, un’artista di varietà (impersonata da Marlene Dietrich)
scritto il
2026-01-11
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