Sosta al Bivacco

di
genere
masturbazione

Mi stavo trascinando sugli ultimi metri della salita, le gambe pesanti e il fiato corto dopo ore sotto un sole che picchiava senza pietà. Ogni passo faceva dondolare tutto là sotto: uno sfregamento continuo contro il tessuto dei pantaloncini che era diventato un tormento familiare.

Mi capita sempre così quando cammino tanto: il calore sale piano piano, la mente vaga in posti che non dovrebbe frequentare in mezzo al bosco, e finisce con quel bisogno sordo di fermarmi da qualche parte e… rilassarmi come al solito. Ho visto il bivacco spuntare tra gli alberi – un rifugio di legno semplice, porta aperta – e ho pensato: finalmente. Mi fermo qui, mi stendo un attimo e lascio che il corpo si calmi.
Appena entrato ho sentito le voci: due ragazze, risate basse, profumo di sudore fresco e crema solare. L’uccello mi è schizzato in su all’istante, duro contro la stoffa. Ho posato lo zaino senza rumore, ho scelto il letto in fondo, dando la schiena a loro, e mi sono sdraiato di lato fingendo di riposare. Ma sotto i pantaloncini era già tutto teso, pulsante. Ho chiuso gli occhi, respirando piano. La mano è scesa quasi da sola, premendo contro il rigonfiamento attraverso il tessuto.
Ho trattenuto il fiato, chiedendomi se il loro chiacchiericcio coprisse il leggero fruscio o se avessero già notato qualcosa. Il rischio che mi beccassero era altissimo, ma era proprio quello a farmi impazzire. Non so più se mi piace segarmi o se è il pericolo a farmi venire le vertigini. Forse entrambe le cose. Ho iniziato a strofinare l’asta rigida, sentendo il pre che colava piano. Ogni movimento mi mandava brividi lungo la schiena, il calore che si concentrava nella cappella. Il respiro si è fatto irregolare, i sussulti sempre più forti. Ho aperto la cintura con un gesto lento, attento a non fare rumore. La patta si è spalancata, il calore è schizzato fuori, il cazzo ha cercato subito l’aria. Ho infilato la mano nelle mutande, facendo scivolare le dita lungo l’asta. Sono rimasto un attimo fermo, godendomi il contatto pelle contro pelle, il bagnato che impregnava tutto. Poi, con un movimento lento, l’ho tirato fuori.
Non è un granché, il mio uccello. Circa 10-11 centimetri, cappella piccola e ipersensibile. Eppure mi piace così: è facile da stringere, da far diventare scivolosa tra le dita. Forse è proprio per questo. Ho iniziato a muovere la mano, su e giù, lento ma deciso. Il pre colava copioso, le dita scivolavano, il rumore bagnato cominciava a riempire la stanza. Ero già quasi al limite, il respiro affannoso, i sospiri che uscivano a bocca aperta.
Poi ho sentito che non parlavano più.
Qualcosa si è mosso – un fruscio di stoffa, un passo leggero, non so. Ma ho capito: mi stavano guardando. La vergogna mi ha colpito come una secchiata bollente, ma invece di fermarmi mi ha fatto accelerare. La mano ha continuato da sola, più forte, più veloce. Ero lì, a pochi metri da loro, con il cazzo in mano e il corpo che tremava. “Guarda, non ha più resistito…” ha sussurrato una, voce bassa ma chiarissima. “Lo sapevo che era un pervertito,” ha aggiunto l’altra, ridacchiando. “Guarda come se la mena, poveraccio.” Le parole mi hanno frustato, ma non ho smesso. Anzi: ho alzato leggermente il bacino, ho lasciato che il cazzo si sollevasse in aria per un secondo, esposto, piccolo e lucido di pre. Poi mi sono rimesso di schiena, ma ho allargato le gambe, ho premuto la cappella contro il materasso sporco, ho iniziato a spingere il bacino avanti e indietro come un animale in calore. Non ce la facevo più. Ho premuto con tutta la forza, il corpo nudo dalla vita in giù, poi ho spinto via la maglietta con un gesto rapido, strappandomela di dosso. Ero completamente nudo, pelle sudata contro il lenzuolo ruvido, cazzo duro che pulsava tra le dita, culo in aria, gambe divaricate. E le loro voci non si sono fermate.

Ero completamente nudo, pelle sudata contro il lenzuolo ruvido, cazzo duro che pulsava tra le dita, culo in aria, gambe divaricate. Il rumore bagnato della mano che saliva e scendeva era ormai impossibile da nascondere. Le loro voci non si sono fermate. “Guarda che piccolo che ce l’ha,” ha detto una, con tono di scherno puro. “Non è neanche un vero uccello.” “Con quel cosino lì non combinerà mai niente,” ha continuato l’altra, ridendo piano. “Senti che rumore schifoso… sembra un maiale che si rotola nel fango.” Ogni parola era un colpo che mi faceva accelerare. Ho stretto più forte, le dita che sfregavano la cappella rossa e gonfia, il pre che colava copioso e rendeva tutto scivoloso.
Il corpo tremava, i muscoli tesi, i coglioni attorcigliati come corde pronte a scattare. “Che razza di segaiolo è questo?” ha sussurrato una. “Non ha un po’ di rispetto per sé stesso? Guarda come si dimena.” Non ce la facevo più. Ho alzato di nuovo il bacino, ho lasciato che il cazzo puntasse verso l’alto per un secondo buono – piccolo, lucido, tremante – esposto alla loro vista. Poi mi sono rimesso di schiena, ma ho premuto la cappella contro il materasso, ho iniziato a spingere avanti e indietro, strofinandomi come un animale disperato. La vergogna bruciava, ma l’eccitazione era più forte.
Ogni insulto mi mandava una scarica diretta al basso ventre. “Ma guardalo, è tutto rosso in faccia,” ha detto l’altra. “Che schifo, si vede che gli piace farsi umiliare. ”Ho accelerato ancora, la mano che stringeva alla base, le dita che tormentavano la cappella ipersensibile. Il respiro si è trasformato in rantoli strozzati, i gemiti che sfuggivano nonostante cercassi di soffocarli. Non ce la facevo più. Ho premuto con tutta la forza, il corpo inarcato, e sono venuto. La sborra è schizzata a fiotti densi e caldi, colando tra le dita, macchiando il lenzuolo, schizzando persino sul muro accanto al letto.
Ogni getto era un sussulto violento, un rantolo che non riuscivo a trattenere. Ho continuato a strizzare fino all’ultima goccia, il cazzo che pulsava debolmente tra le dita appiccicose, poi si è spento, moscio e flaccido. Quando ho aperto gli occhi, il silenzio era pesante, rotto solo dal mio respiro affannoso. “Ecco, finalmente si è fatto una bella sega, il povero ragazzo,” ha detto una con sarcasmo tagliente. “Guardalo come se la è goduta,” ha aggiunto l’altra, ridendo piano. “E adesso? Andrà in giro con l’uccello moscio e le lenzuola sporche?” Mi sono sentito un verme. Mi sono alzato lentamente dal letto, le gambe molli, completamente nudo. Il pisellino moscio pendeva tra le cosce, ancora lucido di sborra e pre, con qualche goccia che colava lenta lungo la gamba interna. Non ho raccolto i vestiti. Non ho guardato indietro. Ho attraversato la stanza così, di spalle a loro, sentendo i loro sguardi che mi bruciavano la pelle nuda, le risatine soffocate che mi seguivano come un’eco. Ho raggiunto la porta del bagno minuscolo, l’ho aperta, sono entrato. Ho richiuso la porta dietro di me.
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2026-01-06
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