Non succederà più

Scritto da , il 2022-02-05, genere tradimenti

Venivo da una relazione di 8 anni quando incontrai Valeria.
8 anni di tradimenti, bugie, scuse campate per aria ed ero deciso a non fare in modo succedessero ancora certe dinamiche.
Così chiarii subito con Valeria la mia posizione, le raccontai a cuore aperto quali erano i miei trascorsi, chi ero stato ed iniziò così una bella storia d’amore, vissuta con grande intensità.
Stavamo insieme da tre mesi, era una sera di metà luglio e a Roma c’era una di quelle notti afose, prive di aria.
Per tutto l’anno avevo seguito un corso di recitazione, ma avevo deciso che non avrei rinnovato l’iscrizione per il secondo anno, non avevo abbastanza soldi in quel momento e così mi apprestai a vivere la mia ultima cena con il gruppo insieme al quale avevo studiato in quei 10 mesi.
Si erano creati degli ottimi rapporti con tutti e mi dispiaceva un po’ lasciarli.
Andammo in un locale su via Ostiense, sopratutto bevemmo e la serata voló in allegria e leggerezza.
Arrivato il momento dei saluti, avendo la macchina, mi offrii volontario di accompagnare alcuni degli amici a casa e per ultima toccó a Gaia, la più giovane del gruppo.
Gaia era la prima con cui avevo legato, la prima con cui avevo fatto coppia in un esercizio di recitazione e sapevo abitasse fuori Roma, così non ci pensai due volte a offrirmi per riaccompagnarla.
Prima di raggiungerci alla cena, Gaia aveva avuto una festa di una sua amica in orario apertitivo, motivo per il quale era venuta direttamente dalla precedente festa ancora vestita elegante e spiccava tra tutti.
Avevamo un buon rapporto e eravamo brilli ( lei sopratutto) il che aiutò a fare conversazione lungo il tragitto.
Sembravamo entrambi a nostro agio, così ridemmo e la sua voce dal timbro graffiante mi fece dimenticare il resto del mondo.
Al di là della bellezza esteriore, i capelli neri e selvaggi, le labbra carnose, il fisico di una formosità prorompente per i suoi 19 anni, si vedeva che era una ragazza con un vissuto, con dei demoni, con qualcosa di celato dietro.
Abitava in una villetta sulla strada verso Ariccia, con uno spiazzale in comune con altre villette, dove parcheggiai.
Dopo avermi ringraziato del passaggio mi guardò negli occhi e mi disse “ Mi dispiace non vederti più al corso…”
E nel dirlo accennó un sorriso, ma era sinceramente dispiaciuta, glielo si leggeva negli occhi.
“Anche a me, ma niente ci vieta di vederci oltre al corso, no?”
Sapevamo entrambi di essere fidanzati, ma in fondo che male c’era, pensai.
“ Si infatti. Organizziamo una sera per andare a quell’all you can eat che mi dicevi”
“ perfetto” le dissi e ci abbracciammo dandoci la buonanotte, aveva un profumo inebriante.
D’istinto scesi dall’auto e le andai ad aprire lo sportello, lei mi segui con lo sguardo stupita per quel mio gesto.
Scese ringraziandomi, le chiusi lo sportello alle spalle e vidi il suo sorriso come ultima cosa, poi sentii le sue labbra sulle mie, ma non fu un bacio tenero, fu fame.
Arretrammo fino a poggiarci addosso all’auto, senza la voglia di smettere, volevamo entrambi solo sentire la lingua dell’altro, le labbra dell’altro.
Fu lei a staccarsi e ad avviarsi verso casa, non dicendo altro che “ seguimi”.
Provando a fare più in silenzio possibile giró le Chiavi nella serratura, io ero dietro di lei, eccitato come un novellino, provai a scostarle i capelli per baciarle il collo, lei si giró e mi fulminó con gli occhi, spingendomi via e mettendosi il dito indice sulle labbra in segno di silenzio.
Aprì la porta e davanti a noi si paró un corridoio buio, lungo il quale lei sparì, per poi tornare dopo aver chiuso una porta che dedussi fosse quella dei genitori.
Nell’oscurità vidi solo la sua sagoma che si avvicinava di nuovo a me; questa volta fu lei a spingermi verso la superficie alle mie spalle.
Le nostre bocche si accarezzavano, si sfioravano mentre arretravamo, fino a che sentii una porta aprirsi alle mie spalle e la sagoma di una camera da letto si aprii intorno a me, illuminata solo dai raggi della luna che filtrava da un’enorme finestra.
Con un click si accese la luce e Gaia riapparve davanti a me in tutta la sua femminilità, in tutta la sua bellezza, in tutta la sua sensualità e inesperienza.
Chiuse la porta a chiave, si rigirò verso di me e senza distogliere gli occhi dai miei si sfilò la giacca grigia e la buttó per terra.
Era rigida, forse un po’ impacciata, aspettava una mia mossa.
Andai verso di lei, le infilai una mano sotto la gonna e presi a toccargliela, lei chiuse gli occhi e prese a godere silenziosamente.
Era mia, si era abbandonata, avevo il controllo totale.
La afferrai con vigore e la spinsi sul letto, mi fiondai su di lei, le tirai su la gonna, il suo sedere formoso, perfetto si parò davanti a me, solo le calze mi separavano da quella meraviglia.
Il silenzio in cui tutto era avvenuto fino a quel momento venne rotto dal suono dello strappo delle calze.
Gaia si voltò a guardarmi, evidentemente sconvolta e sorpresa da quel trattamento istintivo e rude, ma il risultato fu di ancora maggiore eccitazione.
Mi fiondai con la faccia tra le sue gambe, prendendo a leccargliela e quando sentii che il mio pisello scoppiava di eccitazione, la tirai su mettendola a pecora e le entrai dentro, affondando le mani nelle sue chiappe abbondanti e perfette, prendendo a sbatterla con una foga senza precedenti.
Lei mugolava, godeva in silenzio, il suo sedere ballava sotto ai miei colpi, io la afferrai per i capelli e la montai sfrenatamente.
Ricordo il rumore del mio corpo che sbatteva sulle sue chiappe, ricordo i suoi gemiti silenziosi, ricordo che si è voltata a guardarmi mentre la scopavo e di non essere mai stato guardato con quella voglia, ricordo che, nel non rispondere più di noi stessi, quando la afferrai per i capelli e la attrassi a me per baciarla, prendemmo a dirci che ci amavamo.
Ce lo ripetemmo fino allo sfinimento, fino a che non le esplosi tutto il mio piacere dentro e rimanemmo sospesi nell’orgasmo per alcuni istanti, con l’istinto di urlare, ma senza poterlo fare.
Ci abbandonammo stremati sul suo letto, stretti e nudi, perdendo i sensi.
Quando rinvenni era l’alba, stringevo ancora il suo corpo scultoreo a me.
La osservai per un po’, era giovanissima, bella, senza filtri, schiava di sentimenti e passioni che non riusciva ancora a gestire; io invece ero l’adulto, avevo 8 anni più di lei, ma non lo avevo dimostrato, avevo perso la testa per l’ennesima volta e mi ero ripromesso di non farlo più.
Non era corretto, ma non c’era altra cosa da fare.
Le lasciai un biglietto sul comodino e nel silenzio totale, uscii dalla finestra e, metaforicamente, dalla sua vita.

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