A.N.A.L.E. - Le mie autrici

Scritto da , il 2020-07-21, genere interviste

Una settimana fa, “L’Accademia Nazionale degli Autori di Letteratura Erotica” (A.N.A.L.E.) mi ha invitato alla premiazione annuale che si terrà presso un teatro del Centro Italia, a cui seguirà un galà riservato agli autori.
L’acronimo è tutto un programma ho pensato, ma considerato il genere letterario non poteva essere più calzante.
Avrò la possibilità di conoscere molti scrittori che leggo ormai da tre anni.
La mia predilezione è rivolta soprattutto alle autrici. Una debolezza? Senz’altro. Sapere come trattano il sesso le donne, mi procura un’eccitazione alla quale cedo volentieri.
Ho letto anche autori uomini, che stimo e ammiro per come creano le loro storie, per come dipingono i loro personaggi, penso a Tibet, Hermann Morr, Senzaidentità, Cigno e Samas.
Ho deciso di non usare il biglietto del treno allegato all’invito, né mi farò scarrozzare dalla limousine che l’organizzazione mi ha messo a disposizione. Partirò con la mia auto.
Preparo una borsa con i miei effetti personali, scegliendo con cura gli accessori e due abbigliamenti: un completo blu scuro con camicia bianca e cravatta scura, un secondo informale e di lino. Aggiungo i miei immancabili ammezzati e sono pronto.

“La vita è un uragano che ci strappa le vele
un'autostrada in fiamme con curve di miele
è una tempesta è un tuffo dentro a un cerchio di fuoco
la vita è un gioco, la vita è un gioco da eroi”

Ho trovato sempre poetica la definizione: “curve di miele”, una dolcezza che contrasta con quella quotidianità a tratti cinica.
Il paesaggio scorre veloce mentre pensieri confusi fanno da cornice ai ritratti che affiorano nella mente, evocati dalle parole dei racconti.
Non capita tutti i giorni d’incontrare coloro che ti hanno emozionato con la loro prosa, eccitato con le loro immagini, fantasmi che diverranno carne.
Arrivo con largo anticipo, come d’abitudine.
Alla reception dell’albergo, un’impiegata garbata e sorridente mi accoglie registrando la mia presenza, mi chiedo cosa stia pensando leggendo l’acronimo dell’organizzazione che ci ospita. Poi pensando al denaro, il concetto più bieco del capitalismo, non mi pongo altre domande.
Prima di avviarmi verso l’ascensore, la curiosità mi morde.
“Mi scusi, è già arrivato qualche altro ospite?”. “Un momento” mi dice mentre abbassa gli occhi sullo schermo del pc, poi, dietro uno sguardo verde sentenzia: “Nessuno. È il primo”. “Grazie” le dico congedandomi.
La stanza del terzo piano è ampia, direi per due persone e si affaccia su un bel terrazzino, dal quale si scorge il mare, mi siedo su una comoda poltrona e mi accendo un ammezzato del Brenta, mentre osservo le fitte volute di fumo allontanarsi col vento, vedo la prima limousine arrivare.
Ne scende una donna minuta ma proporzionata, dal vistoso abito rosso che indossa, come è nel suo stile, deduco si tratti di Alba17. Se questo è l’inizio, non riesco ad immaginare cosa avrà scelto per il teatro.
Finisco il sigaro e m’infilo nella doccia.
Non ricordo più come ho scoperto ER, trovandolo subito piacevole. Mi piacque il font col quale pubblicavano e la possibilità d’interagire attraverso i commenti.
In breve tempo entrai a far parte di un gruppo di autori che si leggevano tra loro, alimentando una “Scuola del Pensiero Erotico” dal quale trarre esperienze e suggerimenti.
Con alcuni cominciai un rapporto epistolare fatto di scambi confidenziali e letterari.
Il profumo del bagnoschiuma allo zenzero e menta è un confortante schiaffo olfattivo.
Mentre davanti allo specchio della stanza, faccio il nodo alla cravatta, sento il silente ma continuo ritmo della pioggia.
Trovo sia lo scenario perfetto, una pioggia estiva, rinfrescante e rigenerante, che metta qualche brivido, in questa notte così densa di atmosfera.
Fedele alla solitudine dell’orso che sento di essere, scendo direttamente nel garage sotterraneo, dove ho lasciato l’auto. Evitando la hall, nella quale potrei fare incontri che toglierebbero quel pepe che mi aspetto di trovare al galà, quando l’imbarazzo della premiazione lascerà spazio alle nostre nature e ai nostri istinti.
Arrivo al teatro tra le limousine che mi precedono e tallonano, posteggio accosto prima di giungere davanti all’ingresso. Cammino sotto la pioggia, mescolandomi alla folla dei fans, che con striscioni e slogan scandiscono gli arrivi.
Scelgo di essere io stesso uno spettatore, osservatore esterno dall’occhio distaccato.
All’ingresso mostro l’invito e sono nel foyer, in mezzo ad un traffico confuso che si presta alla mia invisibilità.
Mi celo dietro una colonna, vedendo sfilare Pao, Malena e Bimba, che nicchiano tra loro, come le “Tre Grazie”.
Insieme a Senzaidentità, Lucido Delirio, Hermann Morr e Greg, mesi fa, rispondemmo ad un loro racconto, firmandoci: I CINQUE MADRIGALISTI MODERNI, successivamente si aggiunsero Raccontatore, Pifferaio e Samas, maestro di raro garbo, col quale componemmo un secondo racconto, sempre in risposta alle “Tre Grazie”, ne venne fuori un divertente dibattito letterario.
Momenti di piacevole condivisione, come nelle notti in cui la giovanissima Alba6990 ci accoglieva nel suo salotto “Vittoriano”, seduta sulla poltrona Chesterfield, divagando sul suo curioso mondo.
Quando sto per allontanarmi verso le scale che conducono alla galleria, Pao mi afferra il braccio, trascinandomi in una passerella al centro del foyer.
Gli occhi sono tutti su di noi, o sarebbe meglio dire su di lei, col suo splendido abito argentato, che le lascia la schiena completamente nuda.
I fotografi impazziti ci accecano coi flash, lei avvicina la bocca al mio orecchio e mi dice: “Pan, un’entrata così ce la ricorderemo per sempre”, annuisco imbarazzato almeno quanto lei.
Il nostro rapporto è segnato da un fil rouge che ci lega, letterariamente e mentalmente, se fossi una donna, sarei come lei.
Quando arriviamo alle poltrone lascio che si segga accanto alle sue “amiche” e baciandola sulla guancia mi defilo, raggiungendo attraverso le scale un palchetto, da dove vedo scorrere su uno schermo avveniristico, le categorie dei premi con le nomination.

Il galà comincia oltre l’ora delle streghe, la stanchezza sembra non essersi ancora impossessata dei partecipanti, probabilmente ebbri di adrenalina e curiosità. Nel santuario del teatro, la cerimonia non ha permesso scambi personali, solo cenni di saluto e qualche battuta.
Adesso, come una scolaresca in gita di fine anno, c’è il rompete le righe, ognuno di noi potrà tornare se stesso, fuori da schemi prestabiliti, il trionfo dell’anarchia.
Tutti siamo saliti in camera per rinfrescarci e cambiarci, la pioggia da estiva si è trasformata in temporale.
Scendo nella sala dove mi accoglie “The gold bug” di Alan Parsons Project, colonna sonora degli anni ’80 di Stock 84, un tocco di nostalgia che mi emoziona. Raggiungo il bar, dove trovo una bionda impaludata in un vestito nero, nel quale viene trattenuto a fatica un seno generoso, osservo il profilo nordico ed ho la certezza che si tratti di lei, allungo una mano sui fianchi cercando il bordo di un perizoma invisibile.
“Che cazzo fai!” mi grida girandosi verso di me torva.
“Controllo se indossi le mutandine, non vorrei l’avessi lasciate nell’autogrill, Lù” dico offrendole da bere.
Scoppia in una fragorosa risata e ci baciamo sulle guance, la “furlamana” è la donna che immaginavo, sa stare al gioco.
La saluto e mi avvio per il salone, guardandomi intorno alla ricerca di volti che non conosco. Le casse adesso trasmettono un pezzo progressive rock di rara bellezza: “Firth of fifth” dei Genesis e quando il flauto di Gabriel comincia a suonare, come tanti serpenti, i volti sembrano affacciarsi dalla cesta nella quale hanno dimorato.
Raggiungo Alba17 immobilizzata tra Hermann e Senzaidentità, le agito il sigaro spento davanti gli occhi, mi riconosce subito. “Gwyn!” la invito a seguirmi, “Solo se non l’accendi” mi dice agitando l’indice destro davanti al viso, la rassicuro mentre raggiungiamo la veranda.
Chiariamo qualche incomprensione, confermandoci stima reciproca, quando se ne va posso finalmente accendere il mio sigaro.
Malena arriva senza che me ne accorga, “Gwyn, ma come, sei l’unico che conosco e neppure un bacio mi dai?” impossibile rifiutare. “Impossibile resisterti Malè, fatti abbracciare. Sei splendida come ti ricordavo, stasera poi con questo abito e questi tacchi…piuttosto cerca di non perdere l’equilibrio, come quella volta su lungomare” le dico sorridendo. “C’amma fa Gwyn, sono così” risponde, con quel filo d’imbarazzo che solo chi la conosce sa esistere in lei. La stringo forte. “Complimenti per il premio, avremmo fatto una petizione se non l’avessero dato a te, l’anale è il tuo tempio” sorride sotto le sue efelidi, ci baciamo sulla guancia e torna nel salone.
Finisco di fumare e rientro, la giovanissima June si avvicina. “Sei Pass?” mi chiede col suo accento siciliano. “Si, ma che fine hai fatto?”. “Mi sono innamorata…”. “Capisco, sei felice?”. “Molto”. “Allora va bene così, ti faccio tanti auguri” le dico mentre raggiunge un gruppo.
Ripasso al bar per il secondo giro e trovo Ellie con un bicchiere di whiskey in mano. “Ellie, anche tu qui?”. “Non potevo mancare, anche se non sono più dei vostri, ricordo con grande piacere quel periodo”. “Mi fa piacere rivederti e sapere che stai bene, trovavo molto eccitanti i tuoi brevi racconti”. Alza il bicchiere in un brindisi sorridendomi.
In sala stanno ballando con “Down Under” dei Men at work, che in un inglese incomprensibile raccontano la loro storia. Il Dj è senz’altro all’altezza, almeno per i miei gusti.
Un accento sardo mi giunge all’orecchio mentre torno a passeggiare dispensando saluti discreti, è Luthien.
“Ciao!” le dico avvicinandomi, “Gwyn! Sono felice e onorata di conoscerti”. “L’onore è reciproco, mi piace molto ciò che scrivi e come lo scrivi, sei entrata nel mio cerchio di autrici preferite”, lei si gira e afferra al volo il braccio di una sellerona dai capelli chiari: “Lei è Browser”, “Concittadina!” esclamo stringendole la mano, “La tua Annalisa è fantastica, e poi leggendoti mi faccio il giro di Roma”, sorride divertita prima di raggiungere Yuko, autrice che ancora non conosco a fondo ma che m’incuriosisce molto, il tocco esotico di questa festa.
Prendo un bicchiere di prosecco ed esco dalla sala, andandomi a sedere sulle scale che portano al primo piano dell’albergo, ho bisogno di un po’ di silenzio e qui la musica arriva attutita. Dal corridoio che porta al bagno vedo passare LilyLuna, cantante per hobby e scrittrice di qualità, mi fa cenno con la mano. Quasi quasi me ne torno in camera, la malinconia comincia ad attanagliarmi, poi però sento esplodere una risata e vedo Ginny, che con la sua simpatica carnalità mette sempre di buon umore. Ci abbracciamo e scambiamo due chiacchiere, come ai vecchi tempi, le chiedo di Medea e mi dice che sta bene, che finalmente è tornata a casa.
Il prosecco va giù che è un piacere, vado in bagno a svuotare la vescica, quando ne esco riconosco Ambra, la ringrazio per avermi fatto conoscere Apollonia Saintclair, oltre che avermi ammaliato coi suoi racconti, ricambia i complimenti.
“Signor Gwyn!” mi giro e una donna attraente si presenta: “Semiramis, piacere”, “Tutto mio signora, lei dà un tocco di elegante erotismo che può sfociare in una fremente carnalità da un momento all’altro, trovando soluzioni letterarie originali”. “Sono compiaciuta da tanta stima”. “Meritata” aggiungo, poi con un inchino si dilegua.
Le ho incontrate tutte le mie autrici preferite, no, non tutte, ne manca una, quella che ho scoperto tra i primi, che ho cominciato a seguire con passione, suggestione e stima, della quale mi sono scritto alcuni passaggi dei suoi racconti, per la ricercatezza semantica e l’originalità delle sue storie: pink_.
La cerco nella sala che comincia a svuotarsi, immaginando che si riempiano le stanze nei piani superiori e non in numero singolo.
Il suo vestito rosa scintilla nei miei occhi, mi avvicino lentamente, senza perderla di vista, ha i capelli raccolti, le bacio il collo nudo, mentre la mano scivola a carezzare una coscia, là dove lo spacco la rivela nuda.
Si gira e stordita dall’alcol sta per darmi uno schiaffo: “Sono Mr Gwyn”, allora abbassa la mano, si apre in un sorriso e mi abbraccia, bisbigliandomi nell’orecchio qualcosa che sento solo io.
“Grazie per tutto il sostegno che mi ha dato in questi anni”. “Mi sono limitato a riconoscere i suoi immensi meriti, la stimo sinceramente”. Ci salutiamo così, semplicemente, mi avvio verso la mia camera.
Speravo d’incontrare una persona, ma evidentemente non è stata invitata o forse ha deciso di non venire.
Mentre apro la porta della mia stanza, sento una voce nel corridoio buio, non ho dubbi di chi sia:
“Sei tu?”
“Si”.
“Dove eri finita? Ti ho aspettata per due anni” dico mentre inquadro una sagoma nera a pochi metri da me.
“Mi dispiace, non ce l’ho fatta, ho dovuto combattere per non farmi inghiottire, il clangore di quelle mascelle mi torturava ogni notte”.
“Ho pensato di tutto, ci eravamo lasciati che mi avresti scritto al tuo ritorno a casa e poi…più nulla, perché?”
“Non avresti potuto fare niente e io sentivo che non meritavi questo”.
“Avresti potuto spiegarmi, almeno, dirmi il perché sparivi dalla mia vita, dopo aver soffiato su di essa per due mesi, come una brezza, lasciandomi una ferita che a tratti sanguina ancora. Ti ho pensato tante volte, ho cercato di risalire a te ma non ci sono riuscito, i tuoi occhi azzurri mi hanno perseguitato per notti intere, ogni volta che sento citare la città dove lavori penso a come stai”.
“Credimi, non potevo fare diversamente. Adesso sto bene, chissà, forse un giorno…”.
“Un bacio, dammi solo un bacio”.
“Certo”.
Si avvicina nel buio e mentre le nostre labbra si uniscono e le lingue si carezzano, si accende la luce e mi ritrovo a fissare la parete del corridoio.
Entro in camera, accendo il pc e vado su ER, cerco prima “Road trip” e lo rileggo lentamente, il racconto che mi aveva dedicato, poi cerco tra i miei: “Madreselva” e mentre l’alba si affaccia all’orizzonte, ascolto “Moments in love”.

virgil.oldman@libero.it





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