Il castello nero- Parte 3

Scritto da , il 2019-08-20, genere pulp

Ci trovammo nuovamente nell'anticamera, dove Debby era ancora scossa dai singhiozzi, ma ora era abbracciata al suo papà.
“Renato” mi riconobbe Giulio venendomi incontro, “Chi cazzo è stato? Chi ha fatto questo alle nostre bambine?”
Ci guardammo, io capì subito quello che Giulio voleva dirmi, lui capì subito quello che io volevo dirgli. Non potevamo dirlo vicino ad un carabiniere, seppur giovane come la ragazza che si era occupata di Debby finora. L'infermiera arrivò di corsa, spalancò la porta e sentì Regina urlare di dolore.
“Matilde, ti prego, stammi vicino” piagnucolò Debby reclamando un abbraccio materno, lusso che, lo sapeva, non le sarebbe stato concesso dalla propria madre.
Io e Giulio uscimmo nella corsia dell'ospedale, allontanandoci di poco dalla porta gialla, cominciò lui: “Renato, io gli ammazzo quei figli di troia. L'ho promesso a mia figlia.”
“Sì, non meritano di vivere dopo quello che hanno fatto, non preoccuparti, conosco gente che può aiutarci. Cazzo! È come...cazzo!”
“No, Renato, è peggio, noi ce la siamo cercata e poi non ci hanno massacrato come tua figlia…cazzo! L 'ho vista per un secondo e...Renato, li voglio ammazzare, porca troia!”
“Li ammazzeremo come dei maiali, Giulio, nessuno può fare questo alla mia famiglia e passarla liscia...” non sembravo neanche più io, perché parlavo così? Perché ero furioso, la bestia ruggiva.
“D'accordo, a chi cazzo chiediamo, non possiamo chiedere ancora dei favori a loro…poi io c' ho i debiti...e ci serve qualcuno di fidato, qualcuno che riesca a capire subito chi cazzo ha stuprato mia figlia, e...”
“Giulio, quella parola...”
“Scusami Renato, lo so che da quella volta...tu...ecco…”
“Fa niente...io intendevo gente già in galera, ne conosciamo parecchi che non hanno più un cazzo da perdere, prima lasciamo che se ne occupi la polizia, una cosa così grossa la devono risolvere subito, vediamo chi sono questi cazzo di figli di troia e una volta dentro qualcuno li farà fuori, nel modo che diciamo noi, ovviamente dopo un po' che sono dentro, per non destare sospetti.”
“Cazzo, Renato, mi fai paura quando fai così, quando l'hai pensata?”
“Intanto che guardavo la faccia massacrata dell’amore della mia vita, non me ne frega un cazzo se poi devo andarci io in galera, chi ha fatto questo a Regina non può farla franca, deve morire…perché...perché...mi ero ripromesso che non sarebbe successo a nessuno della mia famiglia quello che è capitato a noi due, fanculo!” stavo quasi per piangere.
“Renato, cazzo, te lo ricordi ancora?”
“Sì, porca troia, mi ricordo! Tutto! Nei minimi dettagli! Mi ricordo di quella spiaggia con l'albero morto, di quella cazzo di baracca con la porta azzurra...di te che piangevi in un angolo con le tue mutande in bocca, e quel vecchio che mi...sì cazzo, mi ricordo tutto!”
“Io invece no, ho dimenticato tutto, ho voluto dimenticare tutto...non parliamone più, ti prego.”
“Va bene” stavo piangendo, per me, per mia figlia, per mia moglie, che si merita qualcuno di migliore rispetto ad uno come me. Tornammo alla porta gialla.
“Signor Torricelli? Prego, entri pure,” lo invitò la dottoressa Ferri facendo capolino dalla porta del suo studio. Giulio entrò e la giovane che piantonava la stanza si congedò.
Mentre la ginecologa visitava Debby, mia moglie e l'infermiera avevano accompagnato Regina nella sua camera, io preferì aspettare Giulio e sua figlia, non per lealtà o spirito di amicizia, no…per vigliaccheria, sì, perché non solo mi vergognavo a presentarmi di nuovo davanti a mia figlia...ma avevo paura, avevo paura di mia figlia, che potesse capire che come padre non valevo un cazzo...e anche perché volevo rimanere solo, sì, perché volevo davvero fare del male a quei bastardi, volevo che soffrissero, insieme alle loro famiglie.
Trascorsero parecchi minuti, alla fine Giulio e Debby uscirono, lei piangeva disperata, Giulio invece, sembrava quasi contento, perché? Stavo per parlare quando sopraggiunse mia moglie.
“Regy si è addormentata, vieni Debby, ti accompagno io, vi hanno dato la stessa stanza.” disse, quasi in modo assicurante.
“Va bene amore, noi usciamo per fumare una sigaretta, in che stanza siete?”
“La 318, terzo piano”
“OK”
Uscimmo, avevo bisogno dell'aria fredda delle ultime notti d'inverno. “Ti vedo, come dire, soddisfatto, che cazzo ti hanno detto?” esordì, accendendomi una sigaretta e offrendone una al mio amico.
“Hanno trovato tracce di sperma su Debby, non c'è scampo per quei bastardi”.
“Cazzo sì..sì cazzo!...Ma Debby, come sta? Se non vuoi...”
“Anche lei è stata stuprata, però non è stata mass…ehm, ecco, non ha passato quello che ha passato tua figlia, probabilmente perchè la droga ha avuto un effetto calmante su di lei, se non addirittura ha fatto sì che Debby si addormentasse o perdesse conoscenza…insomma, secondo la dottoressa, mia figlia non è stata picchiata perché non era in grado di ribellarsi, al contrario di tua figlia, che deve aver lottato come una tigre e la cosa non deve essere piaciuta agli stupratori”.
“Va bene, ho capito” dissi. Ero orgoglioso, mia figlia aveva lottato, si era difesa.
“Mia figlia si è anche offerta per sottoporsi a tutti gli esami della scientifica, sia perché su di lei sono state trovate più tracce genetiche sia perché non è devastata fisicamente come Regina...quei vermi hanno i giorni contati!” e così dicendo spense la sigaretta.

Così fu. Grazie alla collaborazione di Debby, due giorni dopo fu identificato un marocchino di 27 anni, con precedenti per piccoli furti e spaccio, tale Abbahud qualcosa, il quale affermò di avere avuto rapporti con la ragazza, la quale, però, secondo lui, era consenziente.
Il secondo, un pugile di 28 anni, fu fermato dalla polizia intanto che cercava di tornare nel suo paese, la Moldavia, tale Mircea Alexandrienko, contro il quale, la scorsa estate, a seguito di una rapina in villa seguita dallo stupro della moglie del proprietario, erano stati sentenziati 25 anni di galera e l'espulsione dall'Italia.
Lui era quello che, secondo chi svolgeva le indagini, aveva picchiato e violentato mia figlia, il bastardo era stato espulso dal nostro paese perché considerato pericoloso, tuttavia poteva permettersi di andare in discoteca il sabato sera a drogare e stuprare le ragazzine.
Il processo si svolse in fretta, poiché aveva scosso l'opinione pubblica. Alcuni testimoni affermarono di averli visti fuori dal locale mentre spacciavano droga, la barista si ricordava di aver visto il ragazzo marocchino, abituale del locale, appiccicato per quasi tutta la serata ad una ragazza bassa e rotondetta, la quale descrizione corrispondeva a Debby, mentre il buttafuori depose a sfavore di Alexandrienko, poiché rammentava di averlo dovuto quasi sollevare di peso, insieme i suoi colleghi, per cacciarlo dal locale, poiché molte ragazze si erano lamentate del suo comportamento troppo molesto anche per una serata in discoteca, senza però chiamare le forze dell'ordine.
Tutto questo mi fece arrabbiare di più, nessuno di coloro che potevano salvare la mia bambina aveva mosso un dito: il buttafuori non aveva chiamato i carabinieri, coloro che gestivano il locale non avevano controllato se all'interno girassero droghe o chi erano i loro clienti, le stesse istituzioni erano rimaste inerti...e a causa di tutto questo mia figlia era costretta a vivere in ospedale.
Sì, mia figlia sarebbe rimasta per quattro mesi in ospedale, al fine di poter risanarsi dai traumi fisici subiti quel maledetto sabato 17 Marzo. In quei quattro mesi l'affetto di parenti, amici e professori non mancò, soprattutto nei primi giorni, ma non bastò, anzi, forse danneggiò la psiche ormai devastata di Regina, la quale peggiorò drasticamente quando Debby fu dimessa, appena una settimana dopo il ricovero.
Mia figlia non mangiava, o meglio, mangiava poco ma poi rigurgitava quasi tutto, non parlava, se non, poco, con mia moglie, e non dormiva, per via degli incubi. Cadde in una forte depressione, anche quando fu dimessa e tornò a casa, non uscì più con gli amici, passava la maggior parte della giornata a letto o davanti al computer. Si isolò. Lasciò la pallavolo, non finì la scuola, parlava solo con mia moglie e con l’unica amica che le era rimasta, Debby, la quale, al contrario, era riuscita a riprendersi, aveva deciso di diventare infermiera, per curare le persone che, come lei, avevano sofferto quella notte e che, come mia figlia, soffrivano ancora. Si era iscritta all’università e, per pagarsi gli studi lavorava come cameriera in pizzeria, dove aveva conosciuto Kevin, il figlio del pizzaiolo, con il quale aveva cominciato una relazione. Insomma, aveva ripreso a vivere.
Circa due anni e mezzo dopo la violenza furono trovati due cadaveri nelle docce del carcere maschile, entrambi nudi, incaprettati, al primo era stato amputato l’organo genitale, il secondo era stato impalato con una spranga di ferro, il volto tumefatto e segni di colluttazione su tutto il corpo. La polizia carceraria non indagò, lasciò correre, si pensò ad una “banale lite tra carcerati finita male”, come riportato nel verbale. Ma ciò non mi restituì Regina, la vera Regina. Era uno zombie, la mia bambina, promessa della pallavolo, studentessa modello, piena di amici e contesa dai ragazzi era ridotta ad un’ombra, non parlava quasi più, completamente chiusa nel mondo che si era creata per sfuggire ad una realtà troppo pesante da sopportare. E io non ero stato capace di salvarla.

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