Squadra nuova, amico nuovo

Scritto da , il 2017-09-01, genere gay

Dopo la prima partita, la prima vittoria e tutto ciò che successe negli spogliatoi (vedi racconto “Capitano, mio capitano”), in silenzio mi vestii in fretta e furia con la tuta della squadra e uscii fuori. Avevo bisogno di aria. Presi il pandino, posteggiato non poco distante, e filai dritto verso casa.
In testa avevo il dettaglio di quelle scene di orgia gay, la punizione del capitano, la sborra in faccia a Luca (che neanche conoscevo). Arrivai a casa: mia madre aveva preparato del pollo arrosto con le patate, ma le dissi velocemente e a testa bassa che non mi sentivo affatto bene e che andavo a letto.
“Che hai?”
“Niente di preoccupante, tranquilla. Sono stanco. La partita è stata faticosa”, le dissi, mentre salivo le scale.
In un attimo, ero già disteso a letto, con addosso ancora la tuta. Accesi un po’ il condizionatore, perché in mansarda si moriva dal caldo e piano piano l’aria si fece più respirabile.
Passai una notte insonne, immobile a letto, a pensare a quelle scene. Io non ero gay. Non mi piacevano gli uomini. Fino ad aprile uscivo (e scopavo) con Valentina, una mia compagna di scuola. Poi mi lasciò, il giorno della festa di san Giorgio, ufficialmente perché si era stancata di me, ma il motivo principale era la comparsa di Andrea, un universitario di 20 anni, con cui si divertiva a fare la troietta. Da allora ad oggi, ero sempre stato circondato da belle ragazze e in diverse occasioni me ne sono ritrovate alcune a letto. Il mio fisico atletico abituato allo sport fin da bambino, i capelli color biondo scuro, il ciuffo al quale tenevo tanto, gli occhi chiari, i lineamenti del mio viso e il mio essere molto simpatico avevano un forte ascendente sulle donne, e anche su qualche checca, così come mi capitò nella discoteca di F*** a luglio, ma questo è un altro discorso. Io non ero gay. Non facevo certe cose. Eppure mi ero eccitato a vedere il capitano inculare Luca. No… aspetta – disse una voce dentro di me: non ti eri eccitato a vedere quelle scene. Ti sei eccitato perché una mano era stretta attorno al tuo cazzo e lo menava dolcemente.
A quel ricordo, anche il mio pene ebbe un sussulto e si svegliò. Cioè… continuò la vocina – vuoi far capire che era la mano di Luigi che ti ha fatto eccitare? E tu pure che hai goduto…
Mi scossi da quel pensiero. Presi le cuffie dal comodino, le agganciai all’iPhone e mi sparai i Nickelback a palla nei timpani. Mi addormentai alla terza canzone, nel cuore della notte. Potevano essere le 3.
L’indomani era giorno di riposo. Quasi non pensai a ciò che era accaduto e passai tutta la mattina a casa. In chat trovai una ragazza di F*** e siamo stati a cazzeggiare fino all’ora di pranzo. Verso le 5 del pomeriggio, stanco di non fare nulla, mi misi pantaloncini, maglietta e Nike e andai a L***, in palestra.
Mentre mi dedicavo al mio terzo chilometro sul tapis roulant, vidi che in fondo c’era Luigi, intento ad allenare i dorsali. Anche lui mi vide e alzò un braccio in segno di saluto. Risposi. Improvvisamente mi venne una sorta di repulsione alla corsa e scesi dall’attrezzo. Andai sulle cyclettes, così non avrei visto Luigi, ma mentre pedalavo e facevo un po’ di addominali, Luigi prese posto sulla cyclette a fianco a me.
“Ciao!”, mi disse calorosamente. “Anche tu qui?”
“Ciao”, risposi, togliendomi la cuffietta.
“E quindi ci alleniamo nella stessa palestra? Ma guarda che coincidenza”, sorrise lui.
“Già…” dissi io freddamente.
Dopo un paio di minuti di silenzio, Luigi riprese: “Sei sconvolto da quello che è successo ieri dopo la partita? Ti capisco. Anche per me, l’anno scorso, è stato traumatico”.
Mi fermai di scatto e lo guardai. Provai una sensazione di vergogna.
“Tranquillo, ti capisco”, continuò, “Non sei gay, né tantomeno lo diventerai stando con la squadra. Forse gay sarà il capitano. Non l’ho mai visto con una donna a fianco”.
Mi uscì un sorriso di imbarazzo per risposta.
Non parlammo più, ma per altre due ore Luigi fu accanto a me, in modo discreto e silenzioso. Non provavo fastidio ad averlo vicino: ero troppo concentrato sui miei allenamenti, che ho sempre preso sul serio.
Anche negli spogliatoi della palestra ci andammo insieme e rimase un gelido silenzio. Avrei voluto chiedergli tante cose, ma non riuscivo a parlare, non solo per l’imbarazzo, ma anche perché lì dentro c’erano altre persone che si accingevano ad iniziare gli allenamenti oppure ad andarsene.
Una volta vestiti, Luigi mi fece: “Andiamo a prendere un boccone? Così parliamo un po’…”
“Ok”, risposi io. Forse era proprio quello che volevo sentire.
Usciti dalla palestra, riaccesi il telefono. Trovai il messaggio di mia madre: “Sono dalla zia Lucia che sta poco bene. Dormo lì. Ordina una pizza, se mangi a casa. Baci. Mamma”.
Mi venne subito un flash in mente e dissi a Luigi: “Ho casa libera. Vuoi venire da me? Ordiniamo una pizza e quattro birre sono sempre in frigo”.
“Va bene”, rispose.
Mentre guidavo per tornare a casa, con Luigi e la sua Audi che mi tallonava, sentivo le farfalle nello stomaco. Perché – mi dicevo – perché l’ho invitato a casa… “Così lo conoscerai meglio e ti fai nuovi amici, stupido!” – subentrò la vocina della “coscienza”, sempre pronta a criticarmi. Sorrisi. In fondo, sarebbe stato meglio così.
Ordinai la pizza col cellulare, mentre guidavo. Tanto la pizzeria del paese non ci avrebbe fatto perdere tempo. La pizza arrivò infatti cinque minuti dopo il nostro arrivo a casa.
“Allora, come ti sembra questa squadra?”, iniziò Luigi.
“Forte. Mi piace. Anche se… non mi è piaciuto quello che è successo…”
“A molti ha fatto lo stesso effetto le prime volte”, mi interruppe Luigi.
“Non lo so… mi fa… schifo…”
“E’ una forma strana per imparare il rispetto e per spingerti a dare il massimo in campo”, disse subito lui.
“Si, ma…”
“Da due anni è qui e ha dato questo taglio alla squadra. Chi non ci sta, fuori. Chi ci sta, deve subire”
Chiesi allora: “Tu hai mai… subito…?”
Luigi abbassò lo sguardo e, giocando con un’oliva nel piatto, ammise: “Si… capita a tutti non essere in partita”
Io sbiancai. Pensavo che sarebbe presto successo anche a me e mi sentii male.
“Ma alla partita successiva fui il migliore in campo!”, riprese Luigi, capendo le mie preoccupazioni.
Gli sorrisi. Era davvero un bravo ragazzo. Sapevo di aver trovato un vero amico. Si parlava e si beveva. Si beveva e si scherzava, ma soprattutto si beveva. Tanto, mentre la TV continuava a proiettare immagini di non so cosa. Girando tra i canali, un’emittente locale promuoveva uno dei tanti call center erotico con immagini di una ragazza formosa che andava spogliandosi. Luigi allora mi chiese: “Ci vediamo un porno?”
Salii in camera mia e presi il primo DVD che mi capitò della mia raccolta. Tornando giù, Luigi era già in boxer, con il cazzo discretamente in tiro. Anche io mi spogliai e rimasi in mutande. Misi il DVD e scelsi il film. Un porno etero, ovviamente. Una ragazza bionda in mezzo a tre uomini superdotati che la inculavano a turno e se lo facevano succhiare avidamente.
Ben presto anche le mutande sparirono e i nostri uccelli erano bene in tiro. La mano di Luigi sfiorò il mio cazzo. Lo guardai, mi sorrise e, lentamente, si accostò a me, avvicinando le sue alle mie labbra. Aveva sempre la mano ben salda sul mio membro. Cercai il suo, lo trovai e dolcemente lo strinsi. Iniziò a baciarmi dapprima la bocca, poi il petto, soffermandosi sui capezzoli già turgidi, poi scese lentamente fino alla base del cazzo. Dio, provavo un piacere mai provato prima. Le sue labbra furono presto sul mio membro, fino alla punta. Poi le sue labbra si aprirono e la sua bocca si riempì del mio cazzo. Era una sensazione splendida. Non avevo mai goduto così con una ragazza: sentivo la sua lingua fremere sulla cappella e poi andava su e giù, tutto fino alla base. Il porno etero? E chi lo guardava più… ero in un’altra dimensione.
Dopo alcuni minuti, Luigi si staccò da me e si appoggiò alla spalliera del divano. Mi guardò e mi sorrise, poi guardò il suo cazzo bagnato e di nuovo me. Capii che dovevo “ricambiare il favore”. Mi calai verso di lui e lo accolsi nella mia bocca. Il suo odore era un misto di sensazioni… sembrava odore di muschio selvatico, di bosco… Lui, appoggiando la sua mano dietro la mia nuca, mi teneva fermo e, lentamente e molto dolcemente, mi fotteva in bocca, facendo attenzione che il suo gioiello non mi affogasse.
Dopo, mi prese la testa e mi baciò. Le nostre lingue si fusero in una. “Ho voglia di averti”, mi sussurrò e girandosi, mi offrì il suo culo. Era un buchino piccolo e senza peli. “Leccalo un po’ prima…” mi disse. Obbedii. Quel bocciolo chiuso si rilassò al passaggio della mia lingua.
Mi alzai, allora, e appoggiai la cappella al buchetto. Lentamente la spinsi dentro e spinsi tutto me stesso verso di lui. Un gemito di piacere uscì dalla sua bocca, un universo di sensazioni provai io. Iniziai a muovermi, dapprima lentamente, poi presi un certo ritmo. Avevo il cervello annebbiato, non connettevo più. Sapevo solo che ero felice. Veramente felice. Talmente felice che sentii la sborra salire su dalle palle.
“Vengo!” esclamai, e subito Luigi: “Dentro di me!”
Due secondi, solo due secondi dopo esplosi in quell’annebbiamento dei sensi, godendo e quasi gridando dall’immenso piacere provato. Anche Luigi sborrò. Sul divano.
Fu un attimo prima di accasciarmi su di lui e lui distendersi sotto di me. Lo abbracciai, mi abbracciò. Ci baciammo ancora, e poi ancora… poi ci guardammo negli occhi: era nata una profonda amicizia.
Dopo aver ripulito il divano, guardai l’orologio: erano già le due di notte.
“Resta”, gli dissi, “non voglio che te ne vada. È molto tardi”
Luigi, sorridendo, accettò l’invito.
Salimmo su, nudi così per come eravamo. Presi un grande asciugamano e invitai il mio ospite a farsi una doccia. Dopo di lui la feci anche io. Andammo a dormire insieme nel mio letto, nudi così come eravamo. E lì abbracci, baci, carezze, risate…
Ad un certo punto gli chiesi: “Cosa si prova a prenderlo…?”
“Vuoi provare?”, mi rispose.
“Non so se…”
Luigi si alzò, andò in bagno e vi tornò con un tubetto di vasellina. “Ti ungerò bene”.
Gli offrii allora la mia verginità. Dopo aver spalmato la vasellina provai subito una sensazione di fresco, di rilassatezza. Mi infilò un dito. Quasi subito il mio culetto verginello lo accettò. Le dita divennero due, poi tre… dalle dita, Luigi appoggiò la sua cappella e fu subito dentro. “Ti faccio male?”, mi chiese.
“No… Aaah…”, dissi io. Quante sensazioni quella notte…
Iniziò a stantuffare dentro di me. Ad un certo momento accelerò il ritmo e, urlando di piacere, venne dentro di me. Sentii quattro o cinque getti caldi invadere il mio corpo. Era davvero bellissimo.
Stanchi e spossati, nudi e sudati, ci addormentammo l’uno accanto all’altro, quasi abbracciati. E mentre entravo nel mondo dei sogni, ecco la vocina che mi diceva: “Non sei gay!” e rideva. Ma stavolta ridevo anche io!

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