L’agenzia

scritto il 2026-10-13 tempo di lettura 6 min

di
genere
dominazione
cura
A+

CAPITOLO 2
Primo giorno fino alle sette del mattino successivo

Il tempo, dentro quella struttura, non si misurava in ore. Si misurava in privazioni successive, in strati di umiliazione che si sovrapponevano fino a diventare una seconda natura.

Mi hanno slegata dal tavolo quando i neon sembravano più freddi e più bianchi. Mi hanno fatto indossare di nuovo la tuta grigia. Mi hanno riportata nella cella. Questa volta senza benda, ma con le cuffie ancora calate sulle orecchie. Il ronzio era diventato parte del battito del sangue, un sottofondo che annullava ogni pensiero coerente.

Il cibo arrivava sempre uguale: scodella di brodo grigio, fetta di pane secco. Due volte. L’acqua razionata in piccoli sorsi. Se chiedevo di più, ricevevo silenzio o uno schiaffo. Il corpo iniziava a protestare. La fame non era più fame: era una presenza sorda, costante, che si mescolava alla sete e al freddo del cemento.

Quella che immagino fosse la mattina ha portato le sessioni di umiliazione strutturata.
Mi facevano spogliare in mezzo al capannone, sotto i neon. Mi facevano stare in piedi, gambe divaricate, braccia lungo i fianchi, mentre due uomini mi ispezionavano come si ispeziona un capo di bestiame al mercato. Mani che aprivano la bocca per controllare i denti, che sollevavano il seno, che spingevano le dita tra le cosce per verificare se fossi ancora “presentabile”. Commenti piatti, tecnici, privi di qualsiasi emozione.
«Ancora troppo orgogliosa negli occhi.»
«Domani la rasiamo di nuovo. È già ricresciuta un po’.»
«La pelle segna bene. Buono.»

Mi hanno obbligata a strisciare.
In ginocchio sul cemento, a quattro zampe, mentre uno di loro camminava accanto a me con il bastone sottile. Ogni volta che alzavo la testa, il bastone scendeva sulle spalle o sul sedere con un schiocco secco. Dovevo leccare il pavimento in certi punti segnati con del gesso bianco. Il sapore era di polvere, di disinfettante e di qualcosa di metallico. La lingua diventava ruvida. Le ginocchia bruciavano.

La violenza fisica si faceva più metodica.
Non più solo schiaffi improvvisi. Ora c’erano sequenze precise. Dieci colpi sulle cosce interne. Pausa. Dieci colpi sul sedere. Pausa. Posizione di stress contro il muro: braccia alzate sopra la testa, piedi divaricati, per tempi che facevano tremare tutto il corpo. Quando le ginocchia cedevano, mi rialzavano per i capelli e ricominciavano. Il dolore non era più un evento: era un ambiente.

La violenza psicologica scavava più a fondo.
Mi facevano ripetere frasi.
«Non sono più Clara.»
«Sono il numero 47.»
«Non decido più niente.»
«Esisto solo per essere usata.»
«Il mio posto in azienda è già stato riassegnato.»

Se sbagliavo una parola, ricominciavo da capo. Se la voce tremava, ricominciavo da capo. Se chiudevo gli occhi, ricevevo uno schiaffo e ricominciavo da capo. Alla fine le frasi uscivano piatte, vuote, e proprio per questo più vere. La mente iniziava a crederci.

Mi facevano stare in ginocchio per periodi prolungati mentre uno di loro leggeva ad alta voce pezzi inventati del mio curriculum.
«Clara, dirigente, responsabile di un budget di oltre trenta milioni. Adesso lecca il pavimento.»
«Clara, capace di licenziare venti persone in una mattina. Adesso apri la bocca.»

Ogni frase era uno schiaffo mentale. Ogni ordine eseguito era una piccola morte di quella che ero stata.

Nel pomeriggio — o in quello che il corpo registrava come pomeriggio per l’accumulo di stanchezza — è arrivata la seconda simulazione.
Mi hanno legata di nuovo al tavolo, questa volta a pancia in giù. Benda. Cuffie tolte, così potevo sentire ogni suono.
Passi. Voci basse. Il rumore di cinture sganciate. Il suono della saliva spostata in bocca.
Mi hanno usata con più durezza rispetto alla notte precedente. Cambiavano posizione senza preavviso. Mi sollevavano i fianchi. Mi tenevano la testa premuta contro il metallo freddo. Parlavano di me in terza persona, come se non fossi presente.
«Questa qui in ufficio decideva i destini degli altri.»
«Adesso non decide neanche quando respirare.»
«Senti come si stringe. Ancora orgogliosa, la puttana.»

Hanno usato anche la bocca.
Mani nei capelli, ritmo imposto, saliva che colava sul metallo e mi bagnava il mento. Quando tossivo, aspettavano che finissi e ricominciavano. Ogni volta che il corpo reagiva — un brivido, una contrazione, un suono strozzato — venivo derisa con calma professionale.

A un certo punto uno di loro ha detto, quasi distrattamente:
«Domani decidiamo se attivare la clausola.»

Il cuore mi è balzato così forte che ho temuto lo sentissero. Sapevo cos’era la clausola. L’avevo firmata io. Cinquemila euro. Tre uomini. A loro totale discrezione.

Dopo quella sessione mi hanno lasciata legata ancora per un tempo lungo. Il metallo del tavolo era diventato tiepido sotto il mio corpo. Il respiro mi usciva corto. Le cinghie mi avevano segnato i polsi in modo profondo.

Quando mi hanno slegata, mi hanno fatto strisciare fino alla cella. Non mi hanno permesso di alzarmi. Dovevo muovermi a quattro zampe, la tuta aperta, il corpo esposto.

Nella cella mi hanno rimesso le cuffie e la benda. Il ronzio è tornato a riempire tutto.

La notte è stata peggiore perché non c’era notte.
I neon restavano accesi. Mi hanno lasciata con le mani legate dietro la schiena e le caviglie unite da una corta catena. Potevo solo stare sdraiata su un fianco o seduta con le ginocchia al petto. Il secchio era lontano. Quando il corpo ha avuto bisogno, ho dovuto strisciare e fare i miei bisogni così, legata, sotto lo sguardo di chi passava a controllare ogni mezz’ora. L’umiliazione era totale, fisica e mentale.

Ogni tanto qualcuno entrava, mi sollevava la benda per un attimo, controllava gli occhi, poi la rimetteva. Nessuna parola. Solo il gesto.

Verso quelle che immagino fossero le prime ore del mattino mi hanno tolto le legature solo per farmi mangiare il solito brodo e il solito pane. Il brodo era ancora più insapore. Il pane ancora più duro. L’acqua ancora razionata.

Poi mi hanno di nuovo bendato e messo le cuffie. Il ronzio è tornato a riempire tutto.

In quei momenti di buio e di rumore monocorde, la mente iniziava a produrre immagini. Vedevo il mio ufficio. Vedevo la mia assistente seduta alla mia scrivania. Vedevo i colleghi che parlavano di me al passato. Sapevo che erano bugie, ma il corpo stanco e privato di riferimenti iniziava a crederci.

Alle sette — lo so perché a un certo punto una voce ha detto, piatta, «sono le sette, 47» — mi hanno tolto tutto.
Mi hanno fatto alzare.
Mi hanno fatto spogliare.
Mi hanno fatto stare in piedi al centro del capannone mentre preparavano il tavolo con nuove cinghie.

Il corpo tremava. Non solo per il freddo.
Sapevo che la clausola stava per scattare.
E sapevo che non avrei detto la parola.

Mi hanno lasciata in piedi, nuda, mentre sistemavano il tavolo. Sentivo i loro movimenti. Il suono delle cinghie che venivano tese. Il click delle fibbie.

Uno di loro è passato dietro di me e mi ha dato un colpetto leggero sul sedere con il bastone, quasi distratto.
«Stai dritta, 47.»

Ho obbedito.

Il numero 47 stava diventando più reale di Clara.
E questo, in un modo perverso e totale, era esattamente quello che avevo chiesto.
68
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

L’agenzia

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.