L’agenzia
scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 9 min
di
Aristippa
genere
dominazione
cura
A
CAPITOLO 1
Mi chiamo Clara.
Quarantadue anni. Dirigente di primo livello in una multinazionale farmaceutica con sede a Milano. Ufficio al ventisettesimo piano, pareti di vetro che danno sulla skyline, tre telefoni sempre accesi, due assistenti che anticipano i miei pensieri, un autista che sa già dove portarmi prima ancora che glielo dica. Decidevo tutto. Budget annuali, licenziamenti selettivi, strategie di lancio di molecole che avrebbero cambiato protocolli ospedalieri. Decidevo cosa mangiare, a che ora spegnere la luce, se rispondere a un’e-mail alle due di notte. Il controllo era diventato la mia seconda pelle: aderente, impermeabile, soffocante.
A un certo punto ho iniziato a odiarla.
Non volevo un gioco. Non volevo un weekend di collari di velluto e frasi preconcordate. Volevo qualcosa che mi strappasse via ogni residuo di potere. Volevo essere ridotta a un numero. Volevo un lager. Volevo la privazione, l’umiliazione, la violenza psicologica e fisica, la simulazione di violenza sessuale. Volevo perdere il diritto di scegliere anche solo se respirare con il naso o con la bocca.
Un amico — uno di quelli che conoscono le porte che non compaiono sulle mappe ufficiali — mi aveva parlato di Happy.
«Non è un’agenzia di escort», mi aveva detto una sera, bevendo un whisky che costava quanto lo stipendio di un mio collaboratore. «Costruiscono scenari. Totali. Contratti legali, parola d’ordine che ferma tutto all’istante. Ma se non la usi… loro non si fermano. Mai.»
Ho preso appuntamento per il mercoledì successivo.
Lo studio di Marta era al terzo piano di un palazzo anonimo in zona Isola. Pareti grigio chiaro, un tavolo di rovere scuro, due poltrone di pelle nera, nessuna foto, nessun logo, nessuna pianta. Lei aveva trent’anni, capelli castani raccolti in una coda bassa precisa, abito nero semplice, nessun gioiello. Si è limitata ad ascoltare mentre parlavo. Non ha interrotto. Non ha fatto espressioni. Ha solo preso appunti su un taccuino nero con copertina in pelle.
Ho detto tutto.
Arresto simulato. Trasporto al buio. Struttura tipo campo di detenzione. Privazione sensoriale prolungata. Cibo e acqua da lager. Umiliazione costante e metodica. Violenza psicologica, verbale e fisica. Simulazione di violenza sessuale. E una clausola speciale: a loro totale discrezione, una sessione di stupro di gruppo. Se non avessi usato la parola d’ordine, avrei pagato cinquemila euro extra. Senza discussioni.
Marta ha alzato gli occhi solo alla fine.
«Limiti assoluti?»
«Niente sangue. Niente soffocamento prolungato. Niente legami che impediscano di respirare o di segnalare un’emergenza medica reale. Niente sostanze. Niente persone non selezionate da voi.»
Ha annuito. Ha tirato fuori il contratto.
Dodici pagine. Linguaggio legale asciutto, preciso. Clausola di riservatezza, deposito cauzionale, responsabilità civile, diritto di recesso immediato tramite parola d’ordine. La parola che abbiamo scelto era «aurora». Una sola volta, detta in modo chiaro e udibile, e tutto si sarebbe interrotto entro cinque secondi. Nessuna negoziazione. Nessun ritardo.
Ho firmato ogni pagina.
Ho firmato anche la clausola dei cinquemila euro.
La penna scorreva sulla carta con lo stesso gesto con cui in ufficio approvavo ordini da milioni di euro. Sapevo già che non avrei detto quella parola. L’ho firmata comunque.
Venerdì. Ore 18:57.
Stavo scendendo nel parcheggio sotterraneo dell’ufficio. L’auto aziendale mi aspettava al piano -2, motore già acceso, autista al suo posto. Avevo appena spento il telefono aziendale e messo quello privato in modalità aereo quando due uomini in divisa scura sono emersi da dietro un pilastro di cemento. Non hanno parlato. Uno mi ha afferrato il polso destro con una presa che non ammetteva discussione, l’altro mi ha torcito il braccio sinistro dietro la schiena con una precisione chirurgica. Le manette erano di metallo freddo, pesanti, con il classico scatto metallico che mi ha fatto stringere lo stomaco in una morsa. Un sacchetto nero di tela grezza mi è sceso sulla testa. L’aria è diventata subito umida, densa, impregnata dell’odore del tessuto e del mio stesso respiro.
Mi hanno spinto dentro un furgone. Il portellone si è chiuso con un tonfo sordo che ha fatto vibrare il pianale sotto le ginocchia. Il motore è partito con un rombo basso e costante. Non c’erano finestrini. Solo il buio del sacchetto, le vibrazioni irregolari dell’asfalto, l’odore di gomma e disinfettante, e il respiro calmo di chi mi stava sorvegliando. Ogni tanto una mano mi raddrizzava quando sbandavo. Nessuna voce. Nessuna spiegazione. Il tempo si è diluito fino a diventare una sostanza viscosa.
Quando il sacchetto è stato strappato via, la luce dei neon mi ha accecata per diversi secondi. Lacrime di dolore mi sono scese lungo le guance.
Un capannone di cemento grezzo. Pareti alte almeno sei metri, umide di condensa che scendeva in piccoli rivoli. Pavimento grigio solcato da griglie di scarico. Celle separate da sbarre di ferro annerito dal tempo. Un lungo tavolo di metallo al centro, già attrezzato con cinghie di cuoio scuro consumato. L’odore era una miscela di candeggina industriale, ruggine e qualcosa di più antico, di paura sedimentata nelle fessure del cemento.
Mi hanno ordinato di spogliarmi.
Ho esitato due secondi. Uno schiaffo secco, sparato con il dorso della mano, mi ha fatto girare la testa e mi ha riempito la bocca del sapore metallico del sangue.
Mi sono spogliata.
Hanno usato un rasoio elettrico professionale. Prima il pube, con movimenti precisi e indifferenti. Poi le ascelle. Poi le gambe, dalla caviglia all’inguine. Il ronzio della macchina entrava nelle ossa. I peli cadevano a terra in piccoli mucchietti scuri. Alla fine ero completamente liscia, la pelle arrossata, sensibile, nuda in un modo che andava oltre la semplice assenza di vestiti.
Mi hanno fatto indossare una tuta di tela grigia ruvida, senza biancheria, troppo larga sulle spalle e troppo stretta sui fianchi. Sul petto, cucito in filo nero spesso, il numero 47.
Da quel momento non ero più Clara.
Ero il 47.
Le prime dodici ore furono costruite per spezzare ogni riferimento temporale e identitario.
Mi hanno spinto in una cella di due metri per tre. Pavimento di cemento nudo, freddo anche attraverso la tela della tuta. Una branda di metallo senza materasso, solo una griglia che segnava la pelle. Un secchio di plastica in un angolo. Niente finestre. La porta era di sbarre.
Mi hanno bendato con una fascia nera stretta che premeva sulle palpebre e mi hanno calato sulle orecchie delle cuffie che emettevano un ronzio monocorde basso, costante, che sembrava generato dalle pareti stesse. Il tempo ha smesso di esistere. Esisteva solo il ronzio e il freddo del cemento.
A un certo punto — non sapevo se fossero passate due ore o sei — mi hanno tolto la benda e mi hanno fatto inginocchiare sul cemento. Una scodella di plastica grigia piena di un brodo oleoso e grigiastro, con pezzi indefiniti che sapevano di niente e di tutto. Una fetta di pane secco, duro come cartone.
«Mangia.»
Ho obbedito. Il sapore era di umiliazione distillata.
L’acqua arrivava in un bicchiere di plastica trasparente, tre sorsi soltanto. Se bevevo troppo in fretta, me lo toglievano. Se ne chiedevo di più, ricevevo silenzio o uno schiaffo.
La violenza fisica era irregolare, pensata per non permettermi di anticiparla.
Schiaffi improvvisi quando abbassavo lo sguardo troppo tardi. Colpi con un bastone sottile e flessibile sulle cosce interne, sul sedere, sulla schiena. Il dolore arrivava netto, preciso, e poi restava a pulsare. Posizioni di stress: in ginocchio, braccia tese in avanti, per tempi che sembravano eterni. Quando i muscoli iniziavano a tremare e poi a bruciare, mi lasciavano ancora qualche minuto. Solo quando crollavo mi rialzavano per i capelli e ricominciavano.
La violenza psicologica era più precisa e più devastante.
Voci maschili, calme, quasi professionali, mi dicevano che il mio telefono era stato distrutto. Che la mia assistente aveva già preso possesso del mio ufficio e delle mie password. Che nessuno aveva segnalato la scomparsa perché io stessa avevo lasciato istruzioni scritte di non essere cercata per settantadue ore. Mentivano. Ma private di ogni riferimento esterno, le bugie iniziavano a scavare crepe profonde.
Verso quelle che immagino fossero le prime ore del mattino, mi hanno legata al tavolo di metallo. Caviglie e polsi bloccati con le cinghie. Benda ancora sugli occhi.
Mani sconosciute hanno iniziato a esplorarmi. Non con desiderio. Con indifferenza clinica. Dita che aprivano, che toccavano, che registravano reazioni come si registrano dati di laboratorio. Voci che commentavano il mio corpo.
«Bagnata. Interessante.»
«Guarda come si contrae quando la tocchi così.»
Sono arrivati i primi usi.
Penetrazioni secche, ritmiche, meccaniche. Cambi di posizione senza preavviso. Mani che mi tenevano la testa ferma contro il metallo. Ogni volta che una lacrima scendeva sotto la benda, qualcuno la raccoglieva con un dito e me la spalmava sulle labbra. Ogni volta che il corpo reagiva — un brivido, un suono strozzato, una contrazione involontaria — venivo derisa.
«La dirigente si bagna come una puttana da due soldi.»
«Senti come geme. E pensare che in ufficio decideva i destini degli altri.»
Non c’era piacere. C’era solo privazione di controllo. Il corpo veniva usato e il cervello registrava ogni dettaglio con una lucidità spaventosa.
Quando hanno finito mi hanno lasciata legata ancora per un tempo indefinibile, nuda sotto la tuta aperta, il corpo segnato, la mente già incrinata.
Le prime dodici ore erano finite.
E io non avevo ancora detto la parola.
Il ronzio delle cuffie, quando me le hanno rimesse, sembrava più forte. Il cemento sotto le ginocchia più freddo. La fame e la sete si erano fuse in un’unica sensazione sorda. Ogni tanto sentivo passi lontani, lo stridio di una sbarra che si apriva e si chiudeva, il mormorio di voci che non riuscivo a distinguere.
Mi hanno lasciata così, nella cella, per quello che è sembrato un’eternità.
Ogni tanto qualcuno passava, controllava che fossi ancora lì, che respirassi, che non avessi trovato il modo di farmi del male. Non c’era pietà in quei controlli. Solo procedura.
A un certo punto mi hanno tolto di nuovo la benda.
Mi hanno fatto alzare. Le gambe tremavano. Mi hanno portato di nuovo al centro del capannone. Mi hanno fatto spogliare. Mi hanno rasato di nuovo i pochi peli che erano ricresciuti. Il rasoio era lo stesso. Il gesto era lo stesso. L’indifferenza era la stessa.
Poi mi hanno rimesso la tuta e mi hanno riportato nella cella.
Il brodo e il pane sono arrivati di nuovo.
L’acqua in tre sorsi.
Ho mangiato.
Ho bevuto.
Ho obbedito.
E mentre lo facevo, una parte di me — quella che in ufficio decideva i destini degli altri — osservava tutto con distacco clinico. Annotava le sensazioni. Registrava i dettagli. Preparava il rapporto interno che non avrebbe mai scritto.
Le prime dodici ore erano finite.
Il numero 47 aveva iniziato a prendere forma.
E Clara, da qualche parte, stava già cominciando a sparire.
Mi chiamo Clara.
Quarantadue anni. Dirigente di primo livello in una multinazionale farmaceutica con sede a Milano. Ufficio al ventisettesimo piano, pareti di vetro che danno sulla skyline, tre telefoni sempre accesi, due assistenti che anticipano i miei pensieri, un autista che sa già dove portarmi prima ancora che glielo dica. Decidevo tutto. Budget annuali, licenziamenti selettivi, strategie di lancio di molecole che avrebbero cambiato protocolli ospedalieri. Decidevo cosa mangiare, a che ora spegnere la luce, se rispondere a un’e-mail alle due di notte. Il controllo era diventato la mia seconda pelle: aderente, impermeabile, soffocante.
A un certo punto ho iniziato a odiarla.
Non volevo un gioco. Non volevo un weekend di collari di velluto e frasi preconcordate. Volevo qualcosa che mi strappasse via ogni residuo di potere. Volevo essere ridotta a un numero. Volevo un lager. Volevo la privazione, l’umiliazione, la violenza psicologica e fisica, la simulazione di violenza sessuale. Volevo perdere il diritto di scegliere anche solo se respirare con il naso o con la bocca.
Un amico — uno di quelli che conoscono le porte che non compaiono sulle mappe ufficiali — mi aveva parlato di Happy.
«Non è un’agenzia di escort», mi aveva detto una sera, bevendo un whisky che costava quanto lo stipendio di un mio collaboratore. «Costruiscono scenari. Totali. Contratti legali, parola d’ordine che ferma tutto all’istante. Ma se non la usi… loro non si fermano. Mai.»
Ho preso appuntamento per il mercoledì successivo.
Lo studio di Marta era al terzo piano di un palazzo anonimo in zona Isola. Pareti grigio chiaro, un tavolo di rovere scuro, due poltrone di pelle nera, nessuna foto, nessun logo, nessuna pianta. Lei aveva trent’anni, capelli castani raccolti in una coda bassa precisa, abito nero semplice, nessun gioiello. Si è limitata ad ascoltare mentre parlavo. Non ha interrotto. Non ha fatto espressioni. Ha solo preso appunti su un taccuino nero con copertina in pelle.
Ho detto tutto.
Arresto simulato. Trasporto al buio. Struttura tipo campo di detenzione. Privazione sensoriale prolungata. Cibo e acqua da lager. Umiliazione costante e metodica. Violenza psicologica, verbale e fisica. Simulazione di violenza sessuale. E una clausola speciale: a loro totale discrezione, una sessione di stupro di gruppo. Se non avessi usato la parola d’ordine, avrei pagato cinquemila euro extra. Senza discussioni.
Marta ha alzato gli occhi solo alla fine.
«Limiti assoluti?»
«Niente sangue. Niente soffocamento prolungato. Niente legami che impediscano di respirare o di segnalare un’emergenza medica reale. Niente sostanze. Niente persone non selezionate da voi.»
Ha annuito. Ha tirato fuori il contratto.
Dodici pagine. Linguaggio legale asciutto, preciso. Clausola di riservatezza, deposito cauzionale, responsabilità civile, diritto di recesso immediato tramite parola d’ordine. La parola che abbiamo scelto era «aurora». Una sola volta, detta in modo chiaro e udibile, e tutto si sarebbe interrotto entro cinque secondi. Nessuna negoziazione. Nessun ritardo.
Ho firmato ogni pagina.
Ho firmato anche la clausola dei cinquemila euro.
La penna scorreva sulla carta con lo stesso gesto con cui in ufficio approvavo ordini da milioni di euro. Sapevo già che non avrei detto quella parola. L’ho firmata comunque.
Venerdì. Ore 18:57.
Stavo scendendo nel parcheggio sotterraneo dell’ufficio. L’auto aziendale mi aspettava al piano -2, motore già acceso, autista al suo posto. Avevo appena spento il telefono aziendale e messo quello privato in modalità aereo quando due uomini in divisa scura sono emersi da dietro un pilastro di cemento. Non hanno parlato. Uno mi ha afferrato il polso destro con una presa che non ammetteva discussione, l’altro mi ha torcito il braccio sinistro dietro la schiena con una precisione chirurgica. Le manette erano di metallo freddo, pesanti, con il classico scatto metallico che mi ha fatto stringere lo stomaco in una morsa. Un sacchetto nero di tela grezza mi è sceso sulla testa. L’aria è diventata subito umida, densa, impregnata dell’odore del tessuto e del mio stesso respiro.
Mi hanno spinto dentro un furgone. Il portellone si è chiuso con un tonfo sordo che ha fatto vibrare il pianale sotto le ginocchia. Il motore è partito con un rombo basso e costante. Non c’erano finestrini. Solo il buio del sacchetto, le vibrazioni irregolari dell’asfalto, l’odore di gomma e disinfettante, e il respiro calmo di chi mi stava sorvegliando. Ogni tanto una mano mi raddrizzava quando sbandavo. Nessuna voce. Nessuna spiegazione. Il tempo si è diluito fino a diventare una sostanza viscosa.
Quando il sacchetto è stato strappato via, la luce dei neon mi ha accecata per diversi secondi. Lacrime di dolore mi sono scese lungo le guance.
Un capannone di cemento grezzo. Pareti alte almeno sei metri, umide di condensa che scendeva in piccoli rivoli. Pavimento grigio solcato da griglie di scarico. Celle separate da sbarre di ferro annerito dal tempo. Un lungo tavolo di metallo al centro, già attrezzato con cinghie di cuoio scuro consumato. L’odore era una miscela di candeggina industriale, ruggine e qualcosa di più antico, di paura sedimentata nelle fessure del cemento.
Mi hanno ordinato di spogliarmi.
Ho esitato due secondi. Uno schiaffo secco, sparato con il dorso della mano, mi ha fatto girare la testa e mi ha riempito la bocca del sapore metallico del sangue.
Mi sono spogliata.
Hanno usato un rasoio elettrico professionale. Prima il pube, con movimenti precisi e indifferenti. Poi le ascelle. Poi le gambe, dalla caviglia all’inguine. Il ronzio della macchina entrava nelle ossa. I peli cadevano a terra in piccoli mucchietti scuri. Alla fine ero completamente liscia, la pelle arrossata, sensibile, nuda in un modo che andava oltre la semplice assenza di vestiti.
Mi hanno fatto indossare una tuta di tela grigia ruvida, senza biancheria, troppo larga sulle spalle e troppo stretta sui fianchi. Sul petto, cucito in filo nero spesso, il numero 47.
Da quel momento non ero più Clara.
Ero il 47.
Le prime dodici ore furono costruite per spezzare ogni riferimento temporale e identitario.
Mi hanno spinto in una cella di due metri per tre. Pavimento di cemento nudo, freddo anche attraverso la tela della tuta. Una branda di metallo senza materasso, solo una griglia che segnava la pelle. Un secchio di plastica in un angolo. Niente finestre. La porta era di sbarre.
Mi hanno bendato con una fascia nera stretta che premeva sulle palpebre e mi hanno calato sulle orecchie delle cuffie che emettevano un ronzio monocorde basso, costante, che sembrava generato dalle pareti stesse. Il tempo ha smesso di esistere. Esisteva solo il ronzio e il freddo del cemento.
A un certo punto — non sapevo se fossero passate due ore o sei — mi hanno tolto la benda e mi hanno fatto inginocchiare sul cemento. Una scodella di plastica grigia piena di un brodo oleoso e grigiastro, con pezzi indefiniti che sapevano di niente e di tutto. Una fetta di pane secco, duro come cartone.
«Mangia.»
Ho obbedito. Il sapore era di umiliazione distillata.
L’acqua arrivava in un bicchiere di plastica trasparente, tre sorsi soltanto. Se bevevo troppo in fretta, me lo toglievano. Se ne chiedevo di più, ricevevo silenzio o uno schiaffo.
La violenza fisica era irregolare, pensata per non permettermi di anticiparla.
Schiaffi improvvisi quando abbassavo lo sguardo troppo tardi. Colpi con un bastone sottile e flessibile sulle cosce interne, sul sedere, sulla schiena. Il dolore arrivava netto, preciso, e poi restava a pulsare. Posizioni di stress: in ginocchio, braccia tese in avanti, per tempi che sembravano eterni. Quando i muscoli iniziavano a tremare e poi a bruciare, mi lasciavano ancora qualche minuto. Solo quando crollavo mi rialzavano per i capelli e ricominciavano.
La violenza psicologica era più precisa e più devastante.
Voci maschili, calme, quasi professionali, mi dicevano che il mio telefono era stato distrutto. Che la mia assistente aveva già preso possesso del mio ufficio e delle mie password. Che nessuno aveva segnalato la scomparsa perché io stessa avevo lasciato istruzioni scritte di non essere cercata per settantadue ore. Mentivano. Ma private di ogni riferimento esterno, le bugie iniziavano a scavare crepe profonde.
Verso quelle che immagino fossero le prime ore del mattino, mi hanno legata al tavolo di metallo. Caviglie e polsi bloccati con le cinghie. Benda ancora sugli occhi.
Mani sconosciute hanno iniziato a esplorarmi. Non con desiderio. Con indifferenza clinica. Dita che aprivano, che toccavano, che registravano reazioni come si registrano dati di laboratorio. Voci che commentavano il mio corpo.
«Bagnata. Interessante.»
«Guarda come si contrae quando la tocchi così.»
Sono arrivati i primi usi.
Penetrazioni secche, ritmiche, meccaniche. Cambi di posizione senza preavviso. Mani che mi tenevano la testa ferma contro il metallo. Ogni volta che una lacrima scendeva sotto la benda, qualcuno la raccoglieva con un dito e me la spalmava sulle labbra. Ogni volta che il corpo reagiva — un brivido, un suono strozzato, una contrazione involontaria — venivo derisa.
«La dirigente si bagna come una puttana da due soldi.»
«Senti come geme. E pensare che in ufficio decideva i destini degli altri.»
Non c’era piacere. C’era solo privazione di controllo. Il corpo veniva usato e il cervello registrava ogni dettaglio con una lucidità spaventosa.
Quando hanno finito mi hanno lasciata legata ancora per un tempo indefinibile, nuda sotto la tuta aperta, il corpo segnato, la mente già incrinata.
Le prime dodici ore erano finite.
E io non avevo ancora detto la parola.
Il ronzio delle cuffie, quando me le hanno rimesse, sembrava più forte. Il cemento sotto le ginocchia più freddo. La fame e la sete si erano fuse in un’unica sensazione sorda. Ogni tanto sentivo passi lontani, lo stridio di una sbarra che si apriva e si chiudeva, il mormorio di voci che non riuscivo a distinguere.
Mi hanno lasciata così, nella cella, per quello che è sembrato un’eternità.
Ogni tanto qualcuno passava, controllava che fossi ancora lì, che respirassi, che non avessi trovato il modo di farmi del male. Non c’era pietà in quei controlli. Solo procedura.
A un certo punto mi hanno tolto di nuovo la benda.
Mi hanno fatto alzare. Le gambe tremavano. Mi hanno portato di nuovo al centro del capannone. Mi hanno fatto spogliare. Mi hanno rasato di nuovo i pochi peli che erano ricresciuti. Il rasoio era lo stesso. Il gesto era lo stesso. L’indifferenza era la stessa.
Poi mi hanno rimesso la tuta e mi hanno riportato nella cella.
Il brodo e il pane sono arrivati di nuovo.
L’acqua in tre sorsi.
Ho mangiato.
Ho bevuto.
Ho obbedito.
E mentre lo facevo, una parte di me — quella che in ufficio decideva i destini degli altri — osservava tutto con distacco clinico. Annotava le sensazioni. Registrava i dettagli. Preparava il rapporto interno che non avrebbe mai scritto.
Le prime dodici ore erano finite.
Il numero 47 aveva iniziato a prendere forma.
E Clara, da qualche parte, stava già cominciando a sparire.
di
Aristippa
Aristippa
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