Irene 04

scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 61 min

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tradimenti
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A

Era passato quasi un anno e Irene se ne rese conto senza una vera ragione mentre, davanti allo specchio della camera, tendeva leggermente la palpebra con un dito e tracciava la linea nera dell’eyeliner.
La fece partire sottile dall’angolo interno dell’occhio, seguendo con attenzione l’attaccatura delle ciglia, poi la allungò verso l’esterno con una piccola coda sollevata. Si fermò, osservò il risultato inclinando appena il viso e tornò sulla linea per renderla più netta. Le piaceva così: precisa, scura, capace di modificare lo sguardo senza appesantirlo, di renderlo più lungo e deciso, quasi felino. Sull’altra palpebra ripeté lo stesso gesto con la calma di chi non aveva nessuna intenzione di avere fretta.
Alle sue spalle, riflesso nello specchio, il vestito aspettava disteso sul letto.
Rosso fuoco.
Lo aveva scelto qualche giorno prima e già appeso a una gruccia le era sembrato audace; steso lì, nella luce morbida della camera, sembrava quasi esagerato. Lungo, aderente, di un tessuto liscio e leggermente lucido che avrebbe seguito il corpo senza perdonargli nulla, aveva una profonda scollatura a V trattenuta dietro il collo, lasciava la schiena completamente nuda e si apriva sulla gamba con uno spacco alto che cambiava continuamente ciò che mostrava a seconda del movimento.
Non era, pensò sorridendo appena mentre riprendeva l’eyeliner, il vestito di una donna intenzionata a passare inosservata.
Forse fu proprio quel pensiero a riportarla indietro.
Ormai non pensava spesso a quelle domeniche, o almeno non più con la violenza improvvisa dei primi mesi, quando bastava una porta chiusa, l’odore secco di un locale poco frequentato o perfino il rumore lontano di una partita per restituirle, senza alcun preavviso, qualcosa di ciò che aveva vissuto. Col tempo i ricordi avevano perso quella capacità di irrompere nel presente e si erano sistemati da qualche parte dentro di lei, senza sparire ma senza nemmeno pretendere continuamente attenzione.
Andrea e Paolo erano usciti dalla sua vita quasi nello stesso modo in cui vi erano entrati, senza grandi decisioni dichiarate e senza parole definitive. Per qualche mese avevano continuato a incontrarsi al campo, inevitabilmente, e non sempre era stato semplice fingere che fra loro non esistesse nulla di diverso da prima. C’erano stati sorrisi che duravano appena troppo, sguardi comprensibili soltanto a loro tre e momenti nei quali Irene aveva percepito con chiarezza quanto sarebbe stato facile ricominciare.
Le occasioni non erano mancate, e nemmeno il desiderio.
Non le aveva raccolte.
Non perché ciò che era accaduto avesse cominciato improvvisamente a sembrarle un errore. Quella sarebbe stata una menzogna troppo comoda, e davanti a se stessa Irene aveva smesso da tempo di averne bisogno. Non si era pentita di essere entrata in quel locale né di quello che vi era successo; semmai, aveva capito che proprio il significato assunto da quelle due domeniche sarebbe cambiato se avesse cominciato a cercarne una terza, poi una quarta, trasformando una parentesi vertiginosa in una relazione clandestina con una propria continuità.
Questo non lo aveva voluto.
Così, lentamente, Andrea e Paolo erano tornati a essere Andrea e Paolo: due uomini che incontrava al campo, due padri come gli altri per chiunque li guardasse da fuori, con qualcosa di indefinibile negli occhi ogni volta che incrociavano i suoi.
Passò al mascara, insistendo sulle ciglia esterne per accompagnare la linea dell’eyeliner, e fu allora che le tornò alla memoria non un'immagine particolarmente intensa, ma un gesto semplicissimo: la propria mano sulla maniglia di quella porta.
Era strano che dopo un anno ricordasse ancora così bene proprio quell’istante.
Forse perché, ripensandoci, aveva finito per convincersi che fosse stato quello il vero punto di svolta. Non Andrea, non Paolo, non ciò che era accaduto dopo. Era stata la scoperta di poter scegliere di entrare, di essere capace di fare qualcosa che fino a pochi giorni prima avrebbe attribuito a una donna completamente diversa da sé.
Per qualche tempo aveva creduto che fossero stati loro due a risvegliare quella parte di lei; poi aveva compreso che non avevano creato niente. Avevano soltanto avuto la fortuna — o forse la colpa — di trovarsi lì quando Irene aveva smesso di ignorarla.
Luca non aveva mai saputo nulla di tutto questo e tuttavia, nei mesi successivi, ne aveva raccolto quasi tutti i benefici.
Irene lo aveva cercato con una spontaneità che aveva sorpreso prima lei e poi lui, aveva ricominciato a provocarlo per il gusto di vedere cosa sarebbe successo, a trasformare un bacio dato passando in cucina in qualcosa che non finiva lì, a inventare occasioni invece di aspettarle. Per parecchio tempo la loro intimità aveva ritrovato una leggerezza e un’intensità che gli anni non avevano cancellato, ma certamente addomesticato, e Luca aveva accolto quella seconda giovinezza senza interrogarsi troppo sulla sua origine.
Probabilmente aveva pensato che fosse semplicemente uno di quei periodi felici che capitano a una coppia senza bisogno di una spiegazione.
E forse, in parte, aveva avuto ragione.
Irene era tornata verso di lui con entusiasmo sincero. Solo che, prima di ritrovare Luca, aveva scoperto qualcosa di sé.
Poi la vita aveva ricominciato, con quella sua straordinaria capacità di occupare ogni spazio lasciato libero.
Erano tornate le giornate troppo lunghe, le telefonate finite durante la cena, le serate davanti alla televisione nelle quali uno dei due cominciava ad avere sonno prima che l’altro avesse deciso cosa guardare, i fine settimana organizzati quando erano ormai troppo stanchi per avere davvero voglia di organizzare qualcosa. Non c’era stata una crisi e neppure una distanza capace di spaventarli; proprio per questo nessuno dei due aveva visto arrivare la routine.
Continuavano ad amarsi, a cercarsi nel letto durante la notte, a raccontarsi cose insignificanti con un interesse che soltanto anni condivisi possono rendere autentico. Ridevano ancora parecchio, litigavano poco e quasi sempre male, perché dopo mezz’ora nessuno ricordava più con precisione il motivo del litigio. Il loro matrimonio funzionava.
Forse era proprio quello il punto.
Funzionava talmente bene da non avere bisogno di fare rumore.
Irene posò il mascara e guardò il proprio viso nello specchio. L’eyeliner aveva dato agli occhi esattamente l’espressione che cercava: non aggressiva, non artificiosa, ma più sicura, più nitida. Scelse per le labbra un colore molto più discreto, un nude caldo e luminoso, perché con quel vestito e quegli occhi qualunque rosso sarebbe stato semplicemente troppo. Lo stese con cura e unì lentamente le labbra per distribuirlo.
Non era infelice. Non lo era affatto.
Amava Luca, desiderava ancora la sua vicinanza e conosceva il conforto quasi fisico di trovarselo accanto dopo tanti anni. Ma ormai sapeva anche che stare bene non coincideva necessariamente con quella sensazione più rara e violenta di sentirsi completamente presente nel proprio corpo, consapevole della propria femminilità e dell’effetto che poteva avere sugli altri.
Un anno prima non avrebbe saputo distinguere le due cose.
Adesso sì.
Il pensiero le sembrò eccessivamente serio per una donna in accappatoio che si stava semplicemente preparando per uscire a cena con il marito, e Irene sorrise del proprio riflesso quasi per interromperlo.
Luca aveva prenotato il ristorante qualche giorno prima, senza aspettare un anniversario o una ricorrenza.
«È da troppo che non usciamo soltanto noi due.»
Le era piaciuto che l’avesse fatto. Molto più di quanto gli avesse mostrato.
Forse per questo aveva comprato il vestito rosso.
O forse quella era soltanto la spiegazione più facile.
Si alzò dallo sgabello e attraversò lentamente la stanza. L’accappatoio le scivolò appena da una spalla mentre raggiungeva il letto e prese il vestito fra le mani, lasciando per un momento che il tessuto liscio le scorresse fra le dita. Da vicino quel rosso appariva ancora più vivo, quasi liquido sotto la luce, e già poteva immaginare come avrebbe seguito i fianchi, la linea della vita e le gambe, aprendosi a ogni passo lungo lo spacco.
Dal soggiorno arrivò la voce di Luca.
«Irene, guarda che la prenotazione è alle otto e mezza.»
Controllò l’orologio.
«Sono quasi pronta.»
«Quasi quanto?»
Rise, riconoscendo immediatamente il tono rassegnato.
«Abbastanza da farti preoccupare.»
Sentì arrivare dall’altra stanza qualcosa che assomigliava molto a un’imprecazione pronunciata ridendo e scosse la testa.
Poi, prima di infilare il vestito, lo sguardo cadde sul cassetto della lingerie.
Rimase qualche secondo a osservarlo, ancora con il rosso fra le mani.
Le autoreggenti nere erano lì dentro.
Questa volta non ebbe bisogno di pensarci molto.
Posò il vestito sul letto e aprì il cassetto.
Scelse un tanga nero molto sgambato, semplice, in microfibra liscia, senza pizzi né dettagli che potessero segnare sotto il tessuto aderente dell’abito. Lo indossò quasi distrattamente, più attenta all’effetto finale che alla lingerie in sé, poi prese le autoreggenti nere e si sedette sul bordo del letto per farle scorrere lungo le gambe, una alla volta, tirandole con cura fino a sistemare perfettamente la balza alta sulla coscia.
Quando si rialzò, lasciò cadere l’accappatoio sulla poltrona e tornò al vestito rosso.
Il tessuto le scivolò addosso con facilità, aderendo al corpo senza bisogno di essere forzato. Sistemò con entrambe le mani la linea sui fianchi, lasciò che lo spacco trovasse naturalmente la propria apertura lungo la gamba e infine chiuse l’allacciatura dietro il collo. La schiena rimase completamente nuda, mentre davanti la profonda V dello scollo rendeva superfluo qualunque reggiseno.
Non si soffermò troppo davanti allo specchio. Controllò soltanto che il vestito cadesse come voleva, poi aprì il portagioie e ne estrasse una collana sottile, lunga, con un piccolo pendente. La chiuse dietro la nuca e lasciò che la catena scendesse libera lungo il décolleté, fino a far sparire il pendente dentro il solco dei seni.
Quella linea verticale le piacque immediatamente.
Non aggiunse quasi altro: un paio di orecchini discreti, un bracciale sottile, poi le scarpe nere con il tacco che aveva già preparato accanto all’armadio. Le infilò e fece qualche passo nella stanza, abbastanza per sentire come cambiavano il portamento e il movimento dello spacco.
Tornò un’ultima volta davanti allo specchio soltanto per i dettagli. Sistemò i capelli sulle spalle, controllò che la linea dell’eyeliner fosse ancora perfetta e sfiorò con un polpastrello l’angolo delle labbra. Un velo di profumo sui polsi, poi appena sotto il collo, e prese la piccola borsa.
Dal piano di sotto arrivò la voce di Luca.
«Irene?»
«Arrivo.»
Spense la luce del bagno, attraversò la camera e raggiunse la porta.
Questa volta non si guardò più.
Aprì e uscì dalla camera.
Sì, la rifarei proprio come una lenta salita dello sguardo di Luca lungo la figura di Irene, lasciando che i dettagli del viso arrivino solo quando la distanza si accorcia davvero.
Luca si accorse che stava arrivando prima ancora di vederla interamente.
Il primo segnale fu il rumore regolare dei tacchi sul legno della scala, poi apparve un piede sul gradino più alto, elegante e preciso nel movimento, seguito dalla caviglia e dal profilo della gamba fasciata dalla calza nera velatissima. Da quella distanza il nylon non si distingueva come un dettaglio, ma come una patina scura e sottile che rendeva la pelle appena più profonda, quasi levigata dalla luce.
Irene scese un altro gradino e il vestito cominciò a rivelarsi.
Il rosso fuoco comparve prima come una linea aderente lungo la gamba, poi lo spacco si aprì al passo successivo e lasciò vedere meglio la coscia avvolta dalla calza. Il tessuto si richiuse subito, ma bastò un movimento appena più ampio perché, molto più in alto, facesse capolino per un istante la balza di pizzo dell’autoreggente, scura e lavorata, quasi nascosta vicino all’inguine.
Luca rimase fermo.
A ogni gradino il rosso si muoveva insieme a lei, aprendosi e richiudendosi con il passo, così che prima appariva soltanto la trasparenza della calza, poi, nei movimenti più ampi, quel breve lampo di pizzo che spariva quasi nello stesso momento in cui veniva notato.
Quando Irene fu più in basso, lo sguardo di Luca poté finalmente risalire oltre le gambe.
Il vestito aderiva ai fianchi senza una piega, seguendone la linea con una precisione quasi liquida, poi stringeva la vita e distendeva il tessuto sul ventre piatto, così liscio che sotto la luce sembrava quasi scolpito. Ogni passo modificava appena la tensione dell’abito, rendendo evidente quanto fosse costruito per seguire il corpo invece di limitarsi a coprirlo.
Poi arrivò al seno.
La profonda V dello scollo si apriva lungo il décolleté e il rosso, teso sul seno florido, ne accompagnava la forma piena senza alcun sostegno visibile. Il tessuto sottile lasciava intuire la tensione dei capezzoli sotto la stoffa e Luca ebbe quel piccolo arresto dello sguardo che Irene avrebbe riconosciuto immediatamente se lo avesse visto da vicino.
A guidarlo ancora più in basso, o forse più precisamente dentro quello scollo, c’era la collana.
La catena sottile partiva dal collo e scendeva verticale sulla pelle scoperta, terminando con il pendente che si infilava nel solco dei seni e scompariva quasi dentro la V dell’abito. Sembrava un dettaglio decorativo, ma funzionava come una freccia, obbligando l’occhio a seguirne il percorso.
Solo quando Irene arrivò nella parte bassa della scala Luca riuscì davvero a vederle il volto.
Prima il collo e le clavicole, poi i capelli sciolti che cadevano morbidi sulle spalle e si muovevano appena a ogni passo, lasciando intravedere a tratti la schiena completamente nuda. Infine gli occhi.
Da quella distanza l’eyeliner diventò chiarissimo: una linea nera netta, sottile, allungata verso l’esterno, che rendeva lo sguardo più deciso e leggermente felino. Le ciglia scure accentuavano ancora di più l’effetto, mentre le labbra, luminose e lasciate in un tono naturale, sembravano quasi più morbide proprio perché non cercavano di competere con il rosso del vestito.
Irene scese ancora.
Luca ormai la vedeva interamente e non riusciva più a scegliere un punto sul quale fermarsi: il movimento delle gambe sotto lo spacco, il pizzo che compariva soltanto nei passi più ampi, la vita stretta, la collana che precipitava nella scollatura, il seno disegnato dal tessuto, il collo, i capelli e infine quegli occhi che ormai erano abbastanza vicini da accorgersi perfettamente di come lui la stesse guardando.
Fu allora che Irene incontrò il suo sguardo.
Non rallentò e non disse nulla.
Lasciò soltanto che sulle labbra comparisse un sorriso piccolo, consapevole, mentre affrontava gli ultimi gradini.
Sì, sono d’accordo: adesso non serve indugiare troppo. La vera scena forte sarà l’ingresso al ristorante e tutto ciò che succede lì; tra casa e tavolo basta mantenere il tono e far sentire quanto Luca sia colpito, senza consumare altra tensione.
Riprenderei così:
Irene arrivò all’ultimo gradino e Luca la guardò ancora per un istante senza dire nulla, come se avesse bisogno di qualche secondo per rimettere insieme l’immagine che aveva appena visto scendere verso di lui.
«Beh?» chiese lei, fermandosi davanti a lui.
Luca scosse appena la testa e sorrise, ancora con quello sguardo incredulo che la fece divertire più di qualunque complimento.
«Tu vuoi farmi arrivare tardi apposta.»
«Io sono pronta.»
«È questo che mi preoccupa.»
Rise, gli si avvicinò e gli lasciò un bacio rapido sulle labbra, abbastanza leggero da non rovinare il trucco e abbastanza vicino perché Luca sentisse il profumo che aveva scelto. Lui le posò istintivamente una mano sul fianco e la trattenne mezzo secondo più del necessario.
«Se continui così, al ristorante non arriviamo.»
«Prenotazione alle otto e mezza, ricordi?»
Si liberò con un piccolo sorriso, prese il cappotto e glielo porse perché l’aiutasse a indossarlo. Il gesto coprì per qualche minuto quasi tutto ciò che poco prima lo aveva lasciato senza parole, e forse fu un bene: Luca sembrò recuperare almeno in parte la capacità di comportarsi normalmente.
Durante il tragitto parlarono di cose semplici. Una telefonata di lavoro, qualcosa successo durante la giornata, un programma per il fine settimana. Irene ascoltava e rispondeva, ogni tanto guardava fuori dal finestrino, mentre le luci della strada scorrevano sul vetro e il rosso del vestito compariva appena sotto il cappotto.
Luca, però, continuava a lanciarle brevi occhiate.
Lei se ne accorse quasi subito e per un po’ fece finta di niente.
Alla terza, sorrise senza voltarsi.
«Guarda la strada.»
«La sto guardando.»
«Certo.»
«È solo che stasera sei…»
Aspettò.
Luca lasciò la frase sospesa per qualche secondo, poi rise.
«Lasciamo perdere.»
Irene voltò finalmente il viso verso di lui.
«No, adesso finisci.»
«Pericolosa.»
La parola la fece sorridere più di quanto avrebbe voluto mostrare.
Non rispose.
Quando arrivarono, Luca parcheggiò poco distante dal ristorante e scese per primo. Irene attese che le aprisse la portiera, raccolse la borsa e mise un piede sull’asfalto. Il cappotto nascondeva ancora quasi interamente il vestito, ma non le gambe e non il modo in cui i tacchi modificavano la sua camminata.
Attraversarono insieme pochi metri di marciapiede.
Davanti all’ingresso Luca le aprì la porta e Irene entrò per prima.
Il locale era caldo, elegante, attraversato da un brusio tranquillo di conversazioni e bicchieri. Per un momento rimasero nell’area d’ingresso mentre un addetto si avvicinava per prendere i cappotti.
L’aria calda del ristorante arrivò addosso a Irene quasi tutta insieme, ma il freddo della notte era rimasto impresso sul suo corpo più di quanto avesse previsto.
Quando lasciò scivolare il cappotto dalle spalle e lo consegnò all’addetto, il vestito tornò a mostrare tutta la propria audacia e, sotto il tessuto rosso teso sul seno, i capezzoli ancora irrigiditi dal freddo ne tradirono immediatamente la presenza. Non era un dettaglio ostentato, né qualcosa che Irene avesse cercato; proprio per questo risultava ancora più evidente, quasi una piccola indiscrezione del corpo che il vestito non riusciva a nascondere.
Luca lo notò.
Naturalmente.
Ma non fu il solo.
Irene se ne accorse quasi subito, non attraverso un gesto preciso ma per quel lieve mutamento dell’ambiente che aveva ormai imparato a riconoscere: uno sguardo che si fermava un secondo di troppo, una conversazione che rallentava, qualcuno che seguiva inconsapevolmente il movimento del rosso mentre lei avanzava verso la sala.
Il vestito faceva il resto.
Ad ogni passo lo spacco si apriva appena, mostrando prima la gamba avvolta dalla calza velata e, solo nei movimenti più ampi, un lampo scuro della balza di pizzo alta sulla coscia. La schiena completamente nuda compariva quando Irene si voltava appena, mentre davanti la lunga collana continuava a guidare lo sguardo dentro la V profonda dello scollo.
Lei camminava accanto a Luca con naturalezza, senza cercare deliberatamente gli occhi degli altri.
Non ne aveva bisogno.
Ormai sapeva quando arrivavano.
Un cameriere si avvicinò per accompagnarli al tavolo. Giovane, elegante nella giacca scura, mantenne un sorriso professionale mentre controllava la prenotazione, poi sollevò lo sguardo verso Irene.
Per un istante soltanto perse il ritmo.
Fu quasi impercettibile.
Gli occhi scesero dalla linea del viso alla collana, seguirono involontariamente il pendente fino alla scollatura e tornarono subito su di lei con quella rapidità tipica di chi spera che nessuno si sia accorto di nulla.
Irene se ne accorse.
E per la prima volta da quando era uscita di casa sentì qualcosa di molto antico e molto familiare muoversi piano dentro di sé.
Sorrise.
«Prego, signora», disse il cameriere indicando la sala.
Irene gli passò davanti e il cameriere si spostò appena per lasciarle spazio, ricomponendo subito l’espressione professionale mentre lei attraversava la sala con Luca al fianco. Il vestito, visto da dietro, cambiava ancora una volta carattere: lasciava completamente scoperta la schiena e seguiva i fianchi con una fluidità quasi continua, mentre lo spacco accompagnava il passo aprendosi quanto bastava perché la gamba velata comparisse e scomparisse sotto il rosso. Luca camminava leggermente arretrato e Irene non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che la stava guardando; conosceva troppo bene quel silenzio particolare che gli prendeva quando qualcosa lo colpiva davvero.
Il tavolo era in una zona tranquilla della sala, abbastanza appartata da dare intimità senza essere isolata, e quando il cameriere le spostò la sedia Irene si voltò verso di lui con un sorriso di ringraziamento. Nel piegarsi per accomodarsi lo spacco si aprì più del solito e la calza nera, sottilissima sulla coscia, lasciò intravedere per un attimo anche la balza di pizzo molto più in alto. Il ragazzo ebbe una minima esitazione nello sguardo, talmente breve che avrebbe potuto passare inosservata a chiunque altro, ma non a lei. Irene non ebbe fretta di sistemare il vestito; lasciò semplicemente che il tessuto tornasse al proprio posto mentre si sedeva e accavallava le gambe, poi sollevò gli occhi verso di lui proprio nel momento in cui il giovane recuperava tutta la propria compostezza.
«Posso portarvi qualcosa da bere nell’attesa?» chiese, rivolgendosi a entrambi.
Luca ordinò dell’acqua e chiese la carta dei vini, poi rimase qualche istante a osservarla mentre Irene si appoggiava allo schienale e lasciava vagare lo sguardo nella sala. Le luci erano calde, morbide, e rendevano il rosso dell’abito ancora più profondo; intorno a loro continuavano conversazioni, risate soffuse, il rumore discreto delle posate e dei bicchieri, ma Irene cominciò quasi subito a riconoscere quella sottile deviazione dell’attenzione che ormai non aveva più bisogno di cercare. Qualche sguardo si fermava un secondo più del necessario, qualcuno tornava verso di lei dopo aver già distolto gli occhi, qualcun altro provava semplicemente a non farsi sorprendere.
Luca abbassò appena la carta dei vini e la guardò sopra il bordo.
«Lo sai che ti stanno guardando tutti, vero?»
Irene tornò lentamente su di lui, con un’espressione che oscillava fra l’innocenza e il divertimento.
«Tutti mi sembra un po’ esagerato.»
«Abbastanza.»
«È un problema?»
Luca la studiò per un momento, poi scosse la testa con un sorriso che aveva dentro qualcosa di divertito e qualcosa di più caldo. «No. Finché sei seduta qui con me, direi proprio di no.»
Irene abbassò gli occhi sul menu senza riuscire a trattenere del tutto il sorriso.
Quando il cameriere tornò con l’acqua e i calici, appoggiò prima quello di Luca e poi si spostò verso di lei. Nel chinarsi dovette avvicinarsi abbastanza perché la collana entrasse inevitabilmente nel suo campo visivo: la catena sottile scendeva lungo il décolleté e il pendente scompariva dentro la profonda V del vestito, guidando lo sguardo esattamente dove Irene aveva immaginato. Per un istante gli occhi del ragazzo seguirono quella linea prima di risalire troppo in fretta verso il viso.
Irene se ne accorse e non fece nulla per aiutarlo a nascondere l’imbarazzo.
Luca, già immerso nella carta dei vini, iniziò a chiedergli informazioni su un’etichetta. Lei rimase in silenzio, una mano appoggiata al gambo del bicchiere, ascoltando solo a metà la conversazione.
Poi sciolse lentamente l’incrocio delle gambe e lo ricompose dall’altro lato.
Poi sciolse lentamente l’incrocio delle gambe e lo ricompose dall’altro lato.
Il movimento fu naturale abbastanza da non sembrare studiato, ma lento abbastanza da non passare inosservato. Per un istante lo spacco seguì la coscia nella nuova posizione e il nylon velato apparve in tutta la sua lunghezza, aderente alla gamba come una seconda pelle; quando il ginocchio superò l’altro, il rosso risalì appena di più e la balza di pizzo dell’autoreggente fece capolino molto in alto, soltanto per il tempo necessario a essere vista.
Il cameriere perse per un momento il filo di ciò che Luca gli stava chiedendo.
«Quindi questo è più…» iniziò, abbassando gli occhi sulla carta dei vini quasi per ritrovare lì la parola che gli mancava, «più strutturato rispetto all’altro.»
Luca annuì senza accorgersi di nulla, ancora concentrato sulle etichette, mentre Irene sollevava il calice e ne sfiorava il bordo con le labbra, nascondendo dietro quel gesto il sorriso che le stava nascendo. Non aveva bisogno di guardare direttamente il ragazzo per sapere dove fosse finita la sua attenzione; le bastava quella piccola esitazione, quella frazione di secondo sottratta alla professionalità, per riconoscere una sensazione che credeva di avere lasciato riposare molto più a lungo.
Non era ancora desiderio, o almeno Irene non volle chiamarlo così.
Era qualcosa di più sottile e forse, proprio per questo, più piacevole: la consapevolezza di poter spostare l’attenzione di qualcuno con un gesto minimo, senza una parola e senza nemmeno doverlo toccare. Un anno prima avrebbe forse attribuito quella sensazione ad Andrea e Paolo; adesso sapeva che apparteneva a lei e che bastava pochissimo perché tornasse a farsi sentire.
Alla fine Luca scelse il vino e il cameriere raccolse la carta, promettendo di tornare subito. Prima di allontanarsi rivolse a Irene un ultimo sguardo, più rapido dei precedenti ma anche meno capace di fingere indifferenza, poi si voltò e attraversò la sala.
Lei lo seguì soltanto per un istante.
«Ti piace?» chiese Luca.
Irene riportò immediatamente l’attenzione su di lui. «Cosa?»
«Il posto.»
Per qualche secondo temette quasi che avesse notato qualcosa, poi vide l’espressione perfettamente tranquilla del marito e si rilassò.
«Molto.»
«Meno male. Ho passato mezz’ora a scegliere.»
«Addirittura.»
«Volevo fare le cose per bene.»
Quella frase, pronunciata con semplicità, la colpì più di quanto si aspettasse. Irene lasciò il calice sul tavolo e allungò una mano verso la sua, sfiorandogli le dita.
«Le hai fatte bene.»
Luca intrecciò per un momento le dita alle sue e la guardò con un sorriso quieto, familiare, completamente diverso dagli sguardi che aveva raccolto entrando. Proprio quella differenza provocò in Irene una sensazione difficile da separare: da una parte la tenerezza autentica per l’uomo che aveva davanti, dall’altra il piacere ancora vivo di sapere che, pochi metri più in là, un ragazzo che non conosceva continuava probabilmente a pensare alla balza nera comparsa sotto il suo vestito.
Quando il cameriere tornò con la bottiglia, Irene aveva ancora la mano appoggiata su quella di Luca.
Il giovane mostrò l’etichetta, stappò il vino e ne versò una piccola quantità nel bicchiere del marito perché lo assaggiasse. Fece tutto con impeccabile precisione, ma quando passò dalla parte di Irene per riempire anche il suo calice si trovò nuovamente costretto ad avvicinarsi.
Questa volta lei non abbassò gli occhi. Lo guardò con quella calma ferma che lasciava all’altro il dubbio peggiore di tutti: se ciò che stava succedendo fosse davvero casuale oppure se Irene si fosse accorta di ogni singolo sguardo fin dal momento in cui aveva tolto il cappotto.
Il vino cominciò a scendere nel calice e il ragazzo, ancora leggermente inclinato verso di lei, sollevò gli occhi. Per un istante si trovarono esattamente uno dentro quelli dell’altra.
«Devo dirle una cosa, signora», disse abbassando appena la voce, senza interrompere il gesto. «Questo colore le dona in un modo straordinario.»
Irene lasciò che il complimento restasse sospeso per un istante. Non era più soltanto uno sguardo rubato: per la prima volta lui aveva deciso di oltrepassare, sia pure di pochissimo, quella linea invisibile che fino a quel momento lo aveva tenuto al sicuro dietro la professionalità.
Sorrise appena.
«Grazie.»
La voce era perfettamente normale, ma gli occhi rimasero nei suoi ancora un secondo, abbastanza perché il giovane capisse che il complimento non l’aveva né sorpresa né infastidita.
Fu lui, quando ebbe finito di versare e raddrizzò la bottiglia, a impiegare un istante di troppo prima di ritrovare la voce.
«Prego, signora.»
Il cameriere si allontanò con la bottiglia e Irene seguì per un attimo il suo movimento, poi tornò a Luca prima che quel gesto potesse diventare troppo evidente. Sul tavolo il vino rifletteva la luce calda del locale e, per qualche minuto, la serata riprese un andamento quasi normale: consultarono il menu, discussero dei piatti, si punzecchiarono su ciò che l’uno avrebbe ordinato sapendo già che l’altro avrebbe voluto assaggiare. Era una familiarità semplice, costruita in anni di vita insieme, e forse proprio per questo Irene sentì quanto fosse strano riuscire a stare così bene con lui mentre, nello stesso momento, una parte di sé rimaneva perfettamente consapevole del ragazzo che si muoveva tra i tavoli.
Ogni tanto lo vedeva passare con un vassoio o fermarsi poco distante per servire qualcun altro. Non cercava più apertamente il suo sguardo, almeno non subito, ma Irene aveva la sensazione che sapesse sempre esattamente dove fosse seduta. Bastava che si chinasse appena per prendere il bicchiere, che sollevasse una mano per spostare una ciocca di capelli dalla spalla o che cambiasse posizione sulla sedia perché, qualche secondo dopo, si accorgesse di lui in un punto diverso della sala.
Non c’era ancora niente che potesse davvero essere chiamato corteggiamento. Soltanto una sequenza di attenzioni troppo precise per essere completamente innocenti.
Quando arrivò l’antipasto, Luca la guardò mentre assaggiava il primo boccone e sorrise.
«Sai che dovremmo farlo più spesso?»
Irene alzò gli occhi dal piatto. «Mangiare?»
«Uscire noi due.»
«Ah, meno male. Per un attimo pensavo stessi per farmi un discorso sulla dieta.»
Luca rise e scosse la testa, poi rimase a guardarla con quell’espressione che lei conosceva bene, ma che negli ultimi tempi vedeva meno spesso.
«No. Intendo questo. Noi due, senza dover correre da qualche parte, senza qualcuno che chiama, senza qualcosa da sistemare.»
La leggerezza con cui aveva iniziato la frase lasciò spazio a qualcosa di più sincero e Irene smise di sorridere soltanto per ascoltarlo meglio.
«Hai ragione.»
«E poi…» Luca fece una pausa, sollevando il bicchiere senza bere subito. «Stasera sei davvero incredibile.»
Irene abbassò appena gli occhi, più per nascondere il piacere che le provocava sentirglielo dire che per pudore.
«Me l’hanno già detto.»
La frase le uscì prima che decidesse davvero di pronunciarla.
Luca rimase immobile un istante, poi capì e lanciò uno sguardo verso il fondo della sala, dove il cameriere stava servendo un altro tavolo.
«Ah. Il nostro amico.»
«È stato gentile.»
«Gentilissimo.»
Il tono non era geloso, almeno non ancora. C’era dentro più divertimento che fastidio, e Irene lo capì dal modo in cui Luca tornò subito a guardarla.
«Però ha ragione.»
Quella risposta la sorprese più del complimento del cameriere.
Luca appoggiò il bicchiere e lasciò che lo sguardo scendesse su di lei senza preoccuparsi troppo di nasconderlo. «Quel rosso ti sta da paura.»
Irene sorrise e, quasi senza pensarci, accavallò nuovamente le gambe. Il movimento aprì per un attimo lo spacco, lasciando comparire la gamba velata e, più in alto, un brevissimo frammento di pizzo nero.
Questa volta fu Luca a vederlo.
Il suo sguardo si fermò lì per un secondo, poi tornò lentamente al viso della moglie.
Irene sollevò il calice.
«Problemi?»
Luca sorrise.
«Nessuno.»
E proprio in quel momento, passando alle sue spalle con due piatti fra le mani, il cameriere vide il sorriso di Irene e il modo in cui Luca la stava guardando.
Per la prima volta sembrò esitare non per ciò che Irene mostrava, ma perché cominciava forse a capire che tra quei due coniugi esisteva una complicità molto più difficile da leggere di quanto avesse immaginato.
Il cameriere riprese a muoversi tra i tavoli con la stessa efficienza di prima, ma da quel momento Irene ebbe la sensazione che il suo modo di osservarla fosse cambiato appena. Non meno interessato, semmai più prudente, come se avesse smesso di pensare a lei come a una donna semplicemente disponibile allo sguardo e avesse cominciato a interrogarsi su ciò che realmente stava succedendo a quel tavolo.
La cosa la divertì.
Forse perché, in fondo, nemmeno lei aveva ancora deciso.
La cena proseguì senza strappi. Arrivarono i primi, poi il secondo bicchiere di vino, e con il passare dei minuti Luca si rilassò sempre di più. Irene lo vedeva dal modo in cui si appoggiava allo schienale, dal tono della voce, da quella facilità con cui era tornato a raccontarle episodi insignificanti della giornata trasformandoli in qualcosa di buffo soltanto per il piacere di farla ridere.
Ogni volta che rideva, il vestito si tendeva appena sul petto e la collana oscillava nella scollatura. Irene se ne accorse quando, dopo una battuta particolarmente stupida di Luca, abbassò lo sguardo sul proprio décolleté e vide il pendente muoversi ancora.
Quando rialzò gli occhi, il cameriere era poco distante.
Stava servendo un tavolo accanto al loro.
Non stava guardando.
Almeno non in quel momento.
Irene tornò a Luca e continuò a parlare, ma qualche secondo dopo, quasi per curiosità, lasciò che lo sguardo scivolasse di nuovo nella sua direzione.
Questa volta lo trovò.
Il ragazzo aveva gli occhi su di lei.
Non sul vestito.
Su di lei.
Quella differenza, minuscola, le provocò una sensazione nuova. Fino a quel momento aveva goduto soprattutto della certezza di essere osservata, della capacità del proprio corpo di disturbare la concentrazione di un estraneo. Adesso, invece, percepì qualcosa di più simile a un’intesa, ancora fragile e completamente negabile, ma abbastanza chiara da farle trattenere lo sguardo mezzo secondo in più.
Poi tornò al marito.
Luca stava dicendo qualcosa sulla necessità di organizzare un fine settimana fuori, soltanto loro due, e Irene lo ascoltò davvero.
«Potremmo farlo.»
«Sul serio?»
«Perché no?»
«Perché ogni volta che lo proponiamo finiamo a fare la spesa il sabato mattina.»
Lei rise. «Allora prenota prima di dirmelo.»
«Questa è corruzione.»
«Questa è prevenzione.»
Luca sorrise, prese il bicchiere e rimase a guardarla per qualche istante prima di bere.
«Mi eri mancata così.»
La frase arrivò piano, senza preparazione.
Irene smise di sorridere.
Non perché le avesse fatto male, ma perché aveva colpito in un punto preciso, molto più preciso di quanto Luca potesse immaginare.
«Così come?»
Lui sembrò cercare le parole.
«Così presente.»
Irene abbassò appena gli occhi.
Luca continuò, con un tono che non aveva niente di accusatorio. «Non sto dicendo che tu non ci sia. Lo so che ci sei. Solo che… ultimamente siamo tornati a correre tutti e due. Stasera invece sembri diversa. Più leggera.»
Irene passò lentamente un dito sul bordo del calice.
«Forse perché non devo fare niente.»
«O forse perché ti piace essere qui.»
Lei sollevò lo sguardo.
«Mi piace essere qui.»
Luca annuì, soddisfatto della risposta, e tornò al piatto.
Irene invece rimase qualche secondo immobile.
Da qualche parte nella sala il cameriere rise a qualcosa detto da un collega.
Lei riconobbe la voce senza bisogno di cercarlo.
E fu proprio allora che capì quanto fossero vicine, in quella serata, due sensazioni che un tempo avrebbe considerato incompatibili: il piacere sincero di essere lì con Luca e quello, altrettanto sincero, di sapere che un altro uomo continuava a guardarla.
Per qualche minuto Irene rimase dentro quella consapevolezza senza sentire il bisogno di darle un nome. Le sembrava quasi che fosse proprio lì il punto che aveva faticato a comprendere per un anno intero: non doveva scegliere fra l’essere la moglie di Luca e la donna capace di percepire lo sguardo di un estraneo sulla propria pelle. Le due cose potevano convivere, anche se non sapeva ancora fino a che punto, e quella sera la loro vicinanza le sembrava meno contraddittoria del solito.
Il cameriere tornò poco dopo per ritirare i piatti e Irene lo vide avvicinarsi dalla parte opposta del tavolo. Questa volta fu impeccabile; chiese se avessero gradito, ascoltò la risposta di Luca e cominciò a raccogliere le stoviglie senza concedersi apparentemente alcuna distrazione. Solo quando si spostò accanto a lei, abbastanza vicino perché Irene potesse percepire il profumo leggero della sua colonia, gli occhi gli scesero per un istante sul vestito e tornarono subito sul viso.
«Tutto bene, signora?»
«Benissimo.»
Fu una risposta normale, ma il modo in cui Irene la pronunciò fece indugiare il sorriso sulle labbra del ragazzo appena più del necessario.
Luca se ne accorse.
Non del motivo, forse, ma del sorriso sì.
Aspettò che il cameriere si fosse allontanato prima di appoggiarsi nuovamente allo schienale e guardare Irene con un’espressione divertita.
«Secondo me hai fatto colpo.»
Lei sollevò appena le sopracciglia. «Io?»
«No, io. È chiaramente affascinato dalla mia competenza sui vini.»
Irene rise e portò il bicchiere alle labbra. «Potrebbe essere.»
«Certo.»
Il tono di Luca era ancora leggero, privo di quella gelosia che avrebbe reso improvvisamente scomoda la serata. Sembrava piuttosto divertito dalla situazione e, forse, anche sottilmente compiaciuto del fatto che altri uomini guardassero sua moglie. Irene lo studiò per qualche secondo oltre il bordo del calice, chiedendosi quanto di quella sicurezza fosse reale e quanto dipendesse dal fatto che Luca considerava tutto perfettamente innocuo.
«Ti dà fastidio?» domandò.
Luca ci pensò davvero, e quella piccola esitazione le piacque.
«Che ti guardi? No.»
«Perché?»
«Perché dovrei?» Fece un gesto verso di lei con il bicchiere. «Ti sei vista stasera? Sarebbe più strano se non ti guardasse nessuno.»
Irene abbassò gli occhi con un sorriso, ma Luca non aveva ancora finito.
«Anzi, a dirla tutta...» lasciò trascorrere un istante, quasi divertito dalla propria ammissione, «credo che un po’ mi piaccia.»
Questa volta fu lei a guardarlo con maggiore attenzione.
«Ah sì?»
«Sì. Non montarti la testa.»
«Troppo tardi.»
Risero entrambi, ma qualcosa era cambiato. Non tanto nelle parole quanto nel terreno sul quale avevano cominciato a muoversi. Irene sentì tornare quella curiosità sottile che la cena aveva risvegliato fin dall’ingresso e si accorse che adesso non riguardava più soltanto il cameriere: riguardava anche Luca, la possibilità di capire quanto davvero fosse disposto a scherzare con quella parte di lei che lui stesso, senza saperlo, aveva appena riconosciuto.
Il ragazzo tornò poco dopo per illustrare i secondi e Irene si lasciò consigliare, ascoltandolo mentre descriveva i piatti con quella concentrazione professionale che ormai faticava a conservare ogni volta che gli occhi incontravano i suoi. Parlava di una carne cotta lentamente, poi di un secondo più delicato accompagnato da una salsa che iniziò a spiegare nei dettagli, mentre lei, quasi senza accorgersene, portava una mano alla collana.
Prese il piccolo pendente tra il pollice e l’indice e cominciò a giocarci lentamente, facendolo scorrere lungo la catena. Il gesto aveva qualcosa di distratto, come se le dita avessero semplicemente bisogno di occuparsi mentre ascoltava, ma la collana precipitava proprio dentro la profonda V dell’abito e, seguendola verso il basso, le dita finirono inevitabilmente per scorrere lungo il centro del décolleté, insinuandosi per un breve tratto nel solco dei seni prima di risalire con il pendente.
Irene continuò a guardarlo come se nulla fosse.
Il cameriere, invece, perse una parola.
«...accompagnato da una riduzione di...» Si interruppe appena, gli occhi scesi per una frazione di secondo verso quella mano che stava risalendo lungo la collana, poi si corresse quasi subito. «Di vino rosso, con verdure di stagione.»
Luca stava ancora consultando il menu e non parve accorgersi di nulla. Irene lasciò ricadere il pendente al proprio posto e appoggiò nuovamente la mano vicino al calice, concedendo al ragazzo tutta la possibilità di convincersi che quel gesto non fosse stato altro che un’abitudine inconsapevole.
Ma quando lui riprese a parlare, gli occhi tornarono ai suoi con un’attenzione diversa.
Lei non sorrise. Si limitò ad ascoltare, composta sulla sedia, con le gambe accavallate e la schiena appoggiata allo schienale, lasciandogli il compito assai più difficile di terminare la descrizione senza perdere nuovamente il filo.
Quando ebbe finalmente preso l’ordine, il cameriere fece un piccolo cenno e si allontanò.
Luca lo seguì con lo sguardo, poi tornò verso Irene.
«Questo ormai non sa più nemmeno cosa ci sta consigliando.»
Lei trattenne una risata.
«Sei cattivo.»
«Io? Sei tu che sei arrivata vestita così.»
La frase era evidentemente una battuta, ma Irene la sentì arrivare in un punto molto preciso.
«Vestita come?»
Luca la guardò, divertito dalla sfida, e questa volta lasciò che lo sguardo scendesse apertamente lungo il rosso prima di tornare al suo viso.
«Come una donna che sa benissimo che verrà guardata.»
Irene rimase immobile per un istante, con il pendente ancora fermo nel punto esatto in cui lo aveva lasciato.
Poi sorrise.
«E se fosse proprio così?»
Luca la guardò per qualche secondo, come se stesse cercando di capire quanto ci fosse di scherzo in quella risposta, ma prima che potesse replicare il telefono vibrò sul tavolo. Abbassò gli occhi sul display e fece una smorfia appena vide il nome.
«Lavoro.»
Irene sollevò il calice. «Rispondi.»
«Ci metto un minuto.» Si alzò, chinandosi verso di lei abbastanza da lasciarle un bacio rapido sulla tempia. «Non scappare.»
«Vedrò.»
Luca le rivolse un’ultima occhiata divertita prima di avviarsi verso l’ingresso, già con il telefono all’orecchio. Irene lo seguì finché non lo vide attraversare la porta della sala e soltanto allora tornò al vino, bevendone un piccolo sorso mentre intorno a lei il ristorante continuava esattamente come prima.
Non ebbe nemmeno il tempo di chiedersi quanto avrebbe impiegato il cameriere.
Arrivò meno di un minuto dopo.
Si avvicinò con la bottiglia in mano, anche se il calice di Irene era ancora più che a metà, e si fermò accanto al tavolo con l’espressione professionale che ormai lei aveva imparato a considerare quasi divertente.
«Posso…?»
Indicò il vino.
Irene guardò prima il proprio bicchiere e poi lui. Avrebbe potuto fargli notare che non ce n’era alcun bisogno, ma si limitò a spostare appena il calice verso il bordo del tavolo.
«Certo.»
Il ragazzo versò pochissimo, quanto bastava a giustificare la propria presenza, e Irene osservò quell’inutile attenzione con un sorriso che rimase appena accennato sulle labbra.
«Suo marito tornerà subito?» domandò lui, mentre raddrizzava la bottiglia.
La domanda era ancora perfettamente innocente. Il tono, un po’ meno.
«Immagino di sì.»
«Peccato.»
La parola gli sfuggì quasi sottovoce e per un istante sembrò pentirsene. Irene invece sollevò lentamente gli occhi verso di lui, lasciando che il silenzio gli facesse sentire tutto il peso di ciò che aveva appena detto.
Poi abbassò una mano verso lo spacco dell’abito.
Non lo fece guardandolo. Continuò a tenere gli occhi sul cameriere mentre le dita raggiungevano il lembo rosso appoggiato sulla coscia e lo accompagnavano appena più in alto, come se stesse semplicemente cercando una posizione più comoda sulla sedia.
La calza velatissima comparve per prima.
Poi il pizzo.
Quella volta, però, Irene non si fermò esattamente dove si era fermata prima. Sollevò il tessuto ancora di pochissimo, abbastanza perché sopra la balza dell’autoreggente apparisse una sottile striscia di pelle nuda.
Pochissima.
Ma inequivocabile.
Lo sguardo del ragazzo scese.
Irene lo vide fare e lasciò il vestito esattamente dov’era.
«Peccato?» domandò soltanto allora.
Lui tornò precipitosamente al suo viso. «Dicevo… per la telefonata. Durante una cena.»
«Naturalmente.»
Il sorriso di Irene gli fece capire che non gli credeva neppure per un secondo.
Si appoggiò allo schienale con maggiore decisione, quasi volesse semplicemente liberare la schiena dalla tensione accumulata durante la cena. Raddrizzò il busto, arretrò appena le spalle e inspirò profondamente.
Il respiro le sollevò il petto e per un istante il vestito sembrò tendersi insieme a lei. Il tessuto rosso, liscio e lucido, catturò la luce in riflessi più chiari mentre aderiva ancora di più al seno alto, sodo e rotondo, disegnandone con precisione la pienezza. La stoffa non formava pieghe né interruzioni: sembrava tirata direttamente sulle curve, così tesa che ogni minimo cambiamento del respiro diventava visibile.
Quando trattenne l’aria per una frazione di secondo, il décolleté parve farsi ancora più pieno e la profonda V dell’abito si aprì con maggiore evidenza, mentre la collana, sollevata insieme al petto, scivolò appena più in profondità nel solco dei seni.
Poi Irene espirò lentamente.
Il rosso si distese di nuovo sul corpo, ma l’immagine ormai era rimasta.
Il cameriere provò a tenere gli occhi sul suo viso.
Ci riuscì soltanto per qualche secondo.
Irene portò il bicchiere alle labbra e bevve con calma, lasciandogli tutto il tempo necessario per rendersi conto di essere stato scoperto. Quando riappoggiò il calice, però, non gli offrì alcuna via d’uscita: gli occhi tornarono direttamente nei suoi e vi rimasero abbastanza a lungo perché il ragazzo fosse costretto a sostenere lo sguardo.
«Ha bisogno di qualcos’altro, signora?»
La domanda uscì più bassa del solito.
Irene sembrò pensarci.
Poi si inclinò appena in avanti e appoggiò l’avambraccio sul tavolo con naturalezza, come se volesse ridurre la distanza per rispondergli senza alzare la voce. In quella posizione il seno trovò sostegno contro il braccio e la profonda scollatura cambiò forma, facendolo apparire ancora più pieno dentro il vestito. La lunga collana scivolò in avanti insieme a lei e il pendente oscillò una volta prima di fermarsi nuovamente fra i seni.
Il cameriere rimase immobile.
Irene gli sorrise.
«Per il momento no.»
Lui annuì, ma non si mosse subito.
«Devo dirle una cosa.»
«Un’altra?»
Il sorriso del ragazzo comparve finalmente, incerto ma ormai incapace di nascondere ciò che stava succedendo.
«Sta rendendo difficile il mio lavoro stasera.»
Irene lasciò passare un istante.
Poi si sistemò appena contro lo schienale e, quasi per accentuare involontariamente proprio ciò che il ragazzo stava cercando disperatamente di non guardare, aprì ancora un poco il petto. Il rosso lucido tornò a tendersi sul seno mentre il pendente scivolava più in profondità nella scollatura.
Abbassò leggermente il volto.
Da quella posizione gli occhi, sottolineati dall’eyeliner, sembravano ancora più scuri; lo guardava da sotto le ciglia, con le labbra appena dischiuse e un sorriso che non arrivava mai a formarsi del tutto.
Quando parlò, la voce era più bassa.
«Cosa, di preciso, ti distrae?»
Il ragazzo rimase immobile.
Per la prima volta da quando si era avvicinato al tavolo non riuscì neppure a fingere di non aver capito. Gli occhi gli scesero sulla collana, seguirono la linea del pendente dentro lo scollo e tornarono lentamente al viso di Irene.
Lei assistette all’intero percorso senza muoversi.
«Non credo sia una domanda corretta da fare a un cameriere», disse infine lui, quasi sorridendo.
«Non ti ho chiesto se è corretta.»
Questa volta Irene sorrise davvero.
Il gioco cominciava a divertirla immensamente. Sentiva una corrente calda attraversarle il corpo, quella particolare combinazione di eccitazione e controllo che non provava da tempo, e più il ragazzo cercava di mantenere un contegno professionale, più le veniva voglia di vedere fin dove sarebbe riuscito a resistere.
«Allora?» insistette piano.
Il cameriere inspirò.
«Lei.»
Irene inclinò appena la testa.
«Risposta diplomatica.»
«È l’unica che posso darle senza perdere il lavoro.»
Rise sottovoce, quasi soltanto per lui.
«Allora forse dovrei smettere.»
Il ragazzo la guardò.
«Non credo che lo farà.»
Le labbra di Irene rimasero appena socchiuse mentre lo fissava.
«Forse stai imparando.»
Mentre lo diceva, Irene si inclinò lentamente in avanti.
Appoggiò l’avambraccio sul tavolo e lasciò che il seno vi trovasse sostegno, comprimendosi appena contro il braccio e acquistando ancora più pienezza dentro la profonda scollatura. Il tessuto rosso, lucido e già teso, reagì immediatamente al movimento, aderendo alle forme con maggiore precisione mentre la collana scivolava in avanti e il pendente affondava ancora un poco nel décolleté.
Non si fermò lì.
Ridusse ulteriormente la distanza dal cameriere, abbastanza perché quel gesto che da lontano avrebbe potuto sembrare semplicemente una posizione comoda diventasse, da così vicino, qualcosa di molto più difficile da ignorare.
Tenendo il volto appena abbassato, sollevò gli occhi verso di lui da sotto le ciglia. Le labbra rimasero leggermente dischiuse, il sorriso appena accennato.
Il ragazzo non disse nulla.
Irene vide chiaramente il momento in cui il suo sguardo cedette, scendendo verso la scollatura prima di tornare, con evidente fatica, ai suoi occhi.
Quella piccola sconfitta la divertì immensamente.
Rimase così ancora un istante, abbastanza da fargli capire che non era stato un incidente.
Poi, senza allontanarsi subito, ripeté piano:
«Forse stai imparando.»
Irene rimase inclinata verso il cameriere ancora per un istante, abbastanza da godersi fino in fondo la sua difficoltà a mantenere lo sguardo dove avrebbe dovuto.
Poi vide Luca.
Stava rientrando nella sala con il telefono ancora in mano, già diretto verso il tavolo.
Il cambiamento in Irene fu immediato ma non brusco. Sollevò appena gli occhi oltre la spalla del ragazzo, riconobbe il marito e tornò lentamente composta sulla sedia, lasciando scivolare il braccio dal tavolo e ricomponendo l’incrocio delle gambe. Lo spacco si richiuse quel tanto che bastava, il pendente tornò a posarsi al centro della scollatura e il sorriso che fino a un secondo prima era appartenuto soltanto al cameriere si trasformò in qualcosa di molto più innocente.
Il ragazzo seguì il suo sguardo e capì.
Non servì altro.
Si raddrizzò quasi di scatto, recuperò la bottiglia e il vassoio che aveva lasciato accanto al tavolo e si allontanò con una rapidità che tradiva molto più di quanto probabilmente avrebbe voluto.
Luca lo incrociò pochi passi dopo.
Lo guardò passare.
Poi guardò Irene.
Quando tornò a sedersi, aveva già un sorriso sulle labbra.
«Posso sapere che cosa gli hai fatto?»
Irene sollevò le sopracciglia con aria innocente. «A chi?»
«Al cameriere.»
«Niente.»
Luca appoggiò il telefono sul tavolo e la studiò divertito.
«Certo. Perché è appena passato accanto a me con la faccia di uno che ha visto la Madonna.»
Irene abbassò gli occhi sul calice per nascondere il sorriso che le stava scappando.
«Magari ha avuto una serata difficile.»
«Sì. Immagino.»
Luca prese il bicchiere e bevve un sorso, senza smettere di osservarla.
«Comunque, qualunque cosa tu abbia fatto, complimenti.»
Questa volta Irene rise davvero.
«Sei impossibile.»
«Io?»
Luca indicò appena il vestito con un movimento degli occhi.
«Tu ti presenti così, quello non riesce più a mettere insieme una frase e poi sarei io quello impossibile?»
Irene lo guardò sopra il bordo del bicchiere, ancora divertita.
«Forse è semplicemente impressionabile.»
Luca sorrise.
«Oppure tu ti stai divertendo un po’ troppo.»
Quella frase arrivò con leggerezza, ma Irene sentì qualcosa muoversi di nuovo dentro di sé.
Appoggiò il calice.
«E se fosse vero?»
Luca la guardò per qualche secondo, ancora sorridendo, ma qualcosa nel modo in cui Irene aveva posto la domanda gli fece perdere un poco della leggerezza.
«Che ti stai divertendo?»
«Sì.»
«Non mi sembra un crimine.»
«Non lo è.»
Irene prese il bicchiere, ma questa volta non bevve. Fece girare lentamente il vino sul fondo, osservando per un istante il riflesso delle luci prima di tornare su di lui.
Luca si appoggiò allo schienale.
«Anzi, a dire la verità, mi fa piacere.»
«Che cosa?»
«Vederti così.»
Il tono era ancora morbido, ma Irene sentì immediatamente che stavano entrando in un terreno diverso.
«Così come?»
Luca esitò.
«Viva.»
La parola rimase tra loro per qualche secondo.
Irene non reagì subito. Non perché la trovasse offensiva, ma perché conteneva qualcosa di troppo vicino a una verità che lui non conosceva fino in fondo.
«Sono sempre stata viva.»
«Non ho detto il contrario.»
«L’hai appena detto.»
Luca sospirò appena.
«Irene, non trasformare una frase carina in un processo.»
«Non lo sto facendo.»
«Sto solo dicendo che stasera sei diversa. Più… presente. Più giocosa.»
Lei lo guardò.
«Più femmina?»
Luca sorrise, ma questa volta il sorriso durò meno.
«Se vuoi chiamarla così.»
Irene abbassò lo sguardo sul bicchiere e per un attimo pensò a quanto fosse curioso che quella parola, detta senza cattiveria, riuscisse comunque a irritarla. Forse perché la faceva sentire osservata da fuori, come se quella parte di lei comparisse soltanto in certe serate, con certi vestiti, sotto certi sguardi.
«E a casa?» chiese.
Luca la guardò più attentamente.
«Che significa?»
«Sono meno femmina a casa?»
«Non ho detto questo.»
«No, ma lo stai pensando.»
Luca si irrigidì appena.
«Sto pensando che ultimamente ci siamo un po’ persi.»
Quella frase la colpì più delle altre.
«Ci siamo persi entrambi.»
«Certo.»
«Non sembra.»
Luca appoggiò il bicchiere.
«Cosa vuoi dire?»
Irene si sporse appena verso di lui, non più per sedurre, ma per ridurre la distanza.
«Che quando le cose si spengono un po’, sembra sempre che la donna debba essere più calda, più disponibile, più sorprendente. Come se fosse soltanto lei a dover accendere qualcosa.»
Luca smise di sorridere.
«Non ti ho accusata di niente.»
«Non ancora.»
Quella risposta uscì più tagliente di quanto Irene avesse previsto.
Luca lasciò passare qualche secondo, poi si sporse appena verso di lei, come se avesse deciso che continuare a girare intorno al punto non avrebbe più avuto senso.
«Va bene, Irene. Te lo dico chiaramente.»
Lei lo guardò senza interromperlo.
«A casa vorrei vederti più sensuale. Più trasgressiva. Vorrei che ogni tanto fossi tu a inventarti qualcosa, che proponessi un gioco, una sorpresa, qualsiasi cosa. E soprattutto vorrei che non fossi sempre così reticente quando sono io a proporti qualcosa di diverso.»
Irene rimase immobile per un istante, poi appoggiò lentamente il bicchiere sul tavolo.
«Sempre reticente?»
«Spesso.»
«Ah.»
Luca avvertì subito il cambiamento nel tono, ma non arretrò.
«Sì, spesso. Stasera invece sei qui, vestita così, consapevole di tutti gli sguardi che ti arrivano addosso, e ti stai divertendo. Si vede lontano un chilometro.»
«E quindi?»
«E quindi vorrei che quella donna esistesse anche a casa.»
Irene lo fissò.
«Quella donna esiste a casa.»
«Non così.»
«Forse perché a casa nessuno la guarda così.»
La risposta arrivò rapida, molto più rapida di quanto Luca si aspettasse.
«Come sarebbe a dire?»
Irene fece un piccolo gesto verso la sala, senza bisogno di indicare davvero nessuno. «Guarda come mi hai guardata stasera da quando sono scesa dalle scale. Quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata così in casa?»
Luca aprì la bocca, ma lei non gli lasciò subito spazio.
«No, aspetta. Perché adesso sembra che io debba inventarmi giochi, sorprese, vestirmi in un certo modo, essere più disponibile, più disinibita… ma tu? Tu cosa fai?»
«Io ci provo.»
«Quando?»
«Irene, dai.»
«No, davvero. Quando? Perché proporti una cosa una volta ogni tanto e poi aspettare che io faccia tutto il resto non significa essere propositivo.»
Luca si irrigidì.
«Questa è ingiusta.»
«È quello che penso.»
«Io ti cerco.»
«Mi cerchi, sì. Ma non è la stessa cosa.»
«E quale sarebbe la differenza?»
Irene si sporse appena verso di lui, ormai irritata abbastanza da non avere più voglia di addolcire nulla.
«La differenza è che stasera mi hai guardata come se fossi una donna che desideri davvero. Non tua moglie. Non Irene che conosci da una vita. Una donna. E sai una cosa? Me ne sono accorta subito.»
Luca la fissò.
«Quindi sarebbe colpa mia se a casa non ti senti così?»
«Non ho detto questo.»
«Lo stai dicendo.»
«Sto dicendo che non puoi sederti qui e spiegarmi che dovrei essere più sensuale, più trasgressiva e più fantasiosa come se tu fossi semplicemente lo spettatore e io dovessi inventarmi lo spettacolo.»
Luca lasciò uscire un respiro irritato.
«Ma non è questo che intendo.»
«È esattamente quello che hai detto.»
«No. Sto dicendo che vorrei vederti lasciarti andare di più con me.»
Irene sorrise, ma non c’era divertimento.
«E io vorrei sentirmi abbastanza libera da farlo.»
Quella frase lo fermò.
«Abbastanza libera? Con me?»
«Sì.»
«Dopo tutti questi anni non ti senti libera con me?»
«Non confondere la confidenza con la libertà.»
Luca si appoggiò allo schienale, visibilmente colpito.
«Questa è bella.»
«Non è bella per niente.»
Per qualche secondo rimasero a guardarsi attraverso il tavolo, mentre tutto intorno continuava normalmente. Irene sentiva l’irritazione ormai alta, quasi fisica, perché più Luca insisteva e più dentro di lei cresceva il bisogno di gridargli una verità che non poteva conoscere.
Lui riprese per primo.
«Io vorrei semplicemente che ogni tanto fossi più… non lo so, più sfacciata. Più libera. Che non ti fermassi sempre prima. Che non dovessi convincerti ogni volta a provare qualcosa di diverso.»
Irene strinse gli occhi.
«Convincermi?»
«Sai cosa intendo.»
«No. Spiegamelo.»
Luca esitò, ormai altrettanto irritato.
«Vorrei che fossi più disinibita. Più…»
Si fermò un attimo.
Poi decise di dirlo.
«Più porca.»
Irene lo guardò.
Questa volta la parola non la ferì.
La fece infuriare.
Perché Luca non aveva la minima idea di quanto fosse sbagliato proprio lì, proprio su quella parola.
«Porca.»
La ripeté piano, quasi assaggiandola.
«Sì.»
«Tu vuoi che io sia più porca.»
«Non fare finta che sia una parolaccia.»
«Non sto facendo finta di niente.»
Luca la fissò, ormai sulla difensiva.
«Allora qual è il problema?»
Irene sentì il ricordo di Andrea e Paolo attraversarle la mente con una precisione quasi feroce, non come nostalgia, ma come prova. La prova che quella donna esisteva davvero, che non era affatto incapace di lasciarsi andare, che il limite non era dentro di lei come Luca sembrava volerle far credere.
Quando parlò, la voce uscì bassa ma durissima.
«Il problema, Luca, è che io posso essere molto più trasgressiva di quanto tu possa immaginare.»
Lui accennò un sorriso incredulo.
«E allora perché con me non lo sei?»
Irene non rispose subito.
Fu proprio quel silenzio a cambiare qualcosa.
Quando finalmente parlò, non alzò la voce.
«Perché con te non ci riesco.»
Il sorriso scomparve dal volto di Luca.
Irene lo guardò dritto negli occhi.
«E forse, invece di chiedermi continuamente perché non sono abbastanza porca per te, dovresti cominciare a chiederti perché con te non riesco a esserlo.»
Luca rimase a fissarla per un istante, come se avesse bisogno di capire se avesse davvero sentito bene.
«No.»
La risposta arrivò secca.
Irene non mosse un muscolo.
«No cosa?»
«Non ci credo.»
«A cosa?»
Luca si sporse verso di lei, abbassando la voce perché ormai la discussione apparteneva soltanto a loro due, ma nel tono era comparsa una durezza nuova.
«Non credo nemmeno per un secondo che sia io a impedirti di lasciarti andare. Non provare a scaricare questa cosa su di me, Irene.»
Lei sentì immediatamente salire la rabbia.
«Scaricare cosa?»
«Il fatto che con me tu metta sempre un limite.»
«E tu hai deciso che quel limite viene da me.»
«Da chi dovrebbe venire?»
La domanda le arrivò addosso come uno schiaffo.
Irene si raddrizzò sulla sedia.
«Forse dall’uomo che ho davanti.»
Luca scosse la testa.
«No. Questa non te la concedo.»
«Non devi concedermi proprio niente.»
«Io non ti ho mai fatto sentire giudicata. Non ti ho mai impedito nulla. Ti ho proposto cose, ho cercato di coinvolgerti, e nove volte su dieci sei tu che freni.»
«Perché non basta proporre una cosa, Luca.»
«E cosa dovrei fare, esattamente?»
«Farmi venire voglia.»
Luca rimase interdetto.
Irene continuò prima che potesse replicare.
«Guardarmi come mi hai guardata stasera. Farmi sentire desiderata prima ancora di chiedermi qualcosa. Sorprendermi. Essere tu quello che rompe la routine invece di aspettare che io arrivi improvvisamente in camera trasformata nella donna dei tuoi sogni.»
«Questa è una scusa.»
Irene lo fissò.
«Una scusa?»
«Sì. Perché se quella parte di te esistesse davvero come dici, uscirebbe comunque.»
Fu quella frase a farla esplodere.
Non alzò subito la voce. Peggio: diventò improvvisamente immobile.
«Tu pensi che non esista.»
Luca si rese conto troppo tardi di dove era finito.
«Non ho detto questo.»
«L’hai appena detto.»
«Ho detto che non credo che sia io a inibirti.»
Irene sentì il sangue salirle al viso.
«E io ti sto dicendo che con te non riesco a essere come potrei essere.»
«Perché non vuoi.»
«Perché tu non sai tirarla fuori.»
Luca si irrigidì completamente.
«Ah, quindi adesso sarei io quello incapace.»
«Sei tu che hai cominciato a spiegarmi come dovrei essere.»
«Perché vorrei una moglie più disinibita, sì.»
«No, Luca. Tu vuoi poter dire di avere una moglie disinibita. È diverso.»
«Ma per favore.»
Quel tono liquidatorio fu l’ultima cosa che Irene riuscì a sopportare.
Si chinò appena verso di lui.
«Vuoi sapere una cosa?»
Luca la guardò, ormai altrettanto arrabbiato.
«Dimmi.»
Irene indicò appena con gli occhi il fondo della sala.
Il cameriere era lì, intento a sistemare qualcosa su un tavolo.
«Vedi quel ragazzo?»
Luca seguì lo sguardo e poi tornò su di lei.
«Sì.»
«Tu continui a dirmi che non sono abbastanza trasgressiva, abbastanza disinibita, abbastanza porca.»
«Irene—»
«No. Adesso ascolti tu.»
La voce era bassa, ma non tremava.
«Se io volessi, potrei alzarmi da questa sedia, andare da lui e dimostrarti in cinque minuti quanto posso essere trasgressiva.»
Luca la fissò.
Per un attimo sembrò non capire se fosse una provocazione o una battuta.
Poi sorrise.
Un sorriso incredulo.
«Certo.»
Irene sentì qualcosa spezzarsi.
«Non ci credi.»
Luca scosse appena la testa.
«No. Non ci credo.»
Lei appoggiò lentamente entrambe le mani sul tavolo.
«Sei sicuro?»
«Assolutamente.»
Il sorriso era ancora lì.
Fu quello a farle prendere la decisione.
Irene si alzò.
Luca smise di sorridere.
Lei raccolse la borsa, lo guardò dall’alto e parlò con una calma che aveva ormai qualcosa di pericoloso.
«Allora guarda.»
Poi voltò il viso verso il cameriere.
Lo trovò quasi subito. Era qualche tavolo più in là, impegnato a raccogliere dei bicchieri, ma bastò che Irene lo fissasse perché lui sollevasse gli occhi. Quello sguardo durò più del necessario e, questa volta, non conteneva più nulla dell’ambiguità con cui avevano giocato fino a pochi minuti prima. Irene non sorrise. Restò immobile, con la borsa in mano e il corpo ancora rivolto verso Luca, mentre soltanto gli occhi dicevano al ragazzo che qualcosa era appena cambiato.
Il cameriere lo capì.
Non poteva sapere cosa fosse successo al tavolo, non aveva sentito la discussione né le parole che avevano portato Irene ad alzarsi, ma riconobbe immediatamente la stessa donna che poco prima lo aveva provocato con la voce bassa, con lo sguardo e con quella calma divertita che gli aveva fatto perdere più volte il filo. Solo che adesso non c’era più divertimento nei suoi occhi.
C’era una decisione.
Irene tornò a guardare Luca.
Lui la osservava ancora seduto, ma il sorriso incredulo con cui aveva accolto la sfida era ormai quasi scomparso.
«Irene.»
Lei inclinò appena la testa.
«Cosa?»
«Dove stai andando?»
Per qualche secondo lo guardò senza rispondere, lasciando che fosse lui a ricordare esattamente ciò che aveva appena detto, poi il sorriso che le comparve sulle labbra fu breve e completamente privo di allegria.
«Hai detto che non ci credi.»
Luca si mosse sulla sedia, improvvisamente meno sicuro. «Dai, non fare la stupida.»
Quelle parole ottennero l’effetto opposto.
Irene sentì la rabbia tornare limpida, quasi fredda. Si chinò appena verso di lui, abbastanza perché Luca fosse costretto ad alzare il viso per guardarla.
«Ora vedrai.»
Si raddrizzò prima che potesse rispondere e si voltò.
I tacchi ripresero a battere sul pavimento con un ritmo regolare mentre attraversava la sala. Il vestito rosso seguiva il movimento dei fianchi e lo spacco si apriva ad ogni passo sulla gamba velata, ma Irene non guardò nessuno; non cercò approvazione, non rallentò, non ebbe bisogno di controllare se il cameriere avesse capito.
Quando gli passò abbastanza vicino, gli rivolse soltanto un’occhiata.
Un istante.
Fu sufficiente.
Continuò verso l’uscita della sala senza voltarsi e, qualche secondo dopo, sentì alle proprie spalle il rumore discreto di passi che cambiavano direzione.
Il cameriere aveva lasciato ciò che stava facendo e la stava seguendo.
Luca rimase seduto.
Per qualche momento continuò semplicemente a guardare la schiena nuda di Irene allontanarsi, ancora convinto che da un momento all’altro lei si sarebbe fermata, si sarebbe voltata ridendo e sarebbe tornata al tavolo facendogli pesare per il resto della serata quanto fosse stato stupido a provocarla.
Non accadde.
Irene oltrepassò la porta della sala.
Il cameriere la seguì pochi secondi dopo.
Solo allora il sorriso di Luca scomparve completamente.
Hai ragione. Qui ero ricaduta di nuovo nelle frasi a colpi separati. Rifacciamolo con un respiro unico, più narrativo.
Luca rimase seduto per qualche minuto cercando di convincersi che fosse soltanto una provocazione portata un po’ troppo avanti, il genere di gesto che Irene poteva usare per lasciargli addosso il fastidio di una discussione finita male senza avere davvero intenzione di oltrepassare il limite. Provò a comportarsi normalmente, sistemò il tovagliolo, portò il bicchiere alle labbra, osservò distrattamente la sala, ma ogni volta che qualcuno attraversava la porta da cui lei era uscita gli occhi gli scattavano in quella direzione prima ancora che riuscisse a impedirlo.
Più il tempo passava, più quella sicurezza cominciava a sembrargli una posa. Alla fine si alzò con una calma quasi ostinata, deciso a non dare l’impressione di essere preoccupato, e raggiunse il corridoio dei bagni. Controllò rapidamente, aspettandosi quasi di trovarla lì davanti allo specchio o di sentirne la voce oltre una porta, ma non c’era traccia di lei. Rimase fermo per qualche secondo e fu proprio in quel silenzio che il dubbio prese una forma più concreta.
Si disse che probabilmente era uscita a prendere aria. Irene era arrabbiata, aveva voluto chiudere la discussione in modo teatrale e magari aveva solo bisogno di qualche minuto per sbollire. Quella spiegazione gli sembrò abbastanza plausibile da permettergli di tornare al tavolo senza cercarla fuori; non voleva darle la soddisfazione di sapere che era riuscita a metterlo in agitazione.
Si sedette di nuovo, prese il bicchiere e lo portò alle labbra senza bere davvero.
Fu in quel momento che il telefono vibrò sul tavolo.
Luca abbassò gli occhi sullo schermo.
Era un messaggio di Irene.
Luca sfiorò lo schermo con il pollice e la foto si aprì davanti a lui, cancellando in un istante qualunque residuo di sicurezza.
L’immagine era scattata dall’alto, abbastanza vicino da non lasciargli nessuna possibilità di errore. Irene era inginocchiata, il corpo avvolto ancora nello stesso vestito rosso con cui aveva attraversato la sala pochi minuti prima, il tessuto lucido teso sui fianchi come una fiamma trattenuta a fatica. I capelli, che al tavolo le cadevano morbidi sulle spalle, erano raccolti all’indietro da una mano maschile che le teneva fermo il capo con una sicurezza intollerabile, e quel semplice gesto bastava da solo a far capire che la fotografia non aveva nulla di casuale.
Ma fu il volto a gelarlo davvero.
L’eyeliner era ancora perfetto, gli occhi scuri e allungati come li aveva visti poco prima, solo che adesso non appartenevano più alla donna seduta al suo tavolo. Irene sollevava lo sguardo verso l’obiettivo, e in quello sguardo non c’era imbarazzo, non c’era esitazione, non c’era nemmeno rabbia: c’era una calma feroce, la stessa con cui si era alzata in piedi pochi minuti prima, come se la foto fosse la continuazione naturale di quel “ora vedrai” pronunciato senza alzare la voce.
Le labbra aperte ad accogliere un membro maschile eretto che occupava tutta la bocca, lucido della saliva di Irene con le vene in rilievo e il bordo del glande che fuoriusciva dal labbro superiore.
Anche la collana era rimasta al suo posto, sottile e ostinata, il pendente scomparso nel décolleté profondo dell’abito, un dettaglio minuscolo e insieme insopportabile perché rendeva tutto inconfondibile. Non era una fantasia, non era un ricatto, non era una messinscena abbastanza vaga da permettergli di mentire a se stesso. Era Irene. Era lì. E soprattutto sapeva benissimo che lui avrebbe guardato quell’immagine.
Luca sentì lo stomaco contrarsi.
Per un attimo il brusio del ristorante, i bicchieri, le voci, perfino la luce calda del locale sembrarono allontanarsi. Rimase soltanto lo schermo del telefono e quella foto che gli restava davanti come uno schiaffo dato con mano ferma, la prova definitiva che la risata con cui aveva accolto la sfida gli si stava richiudendo addosso con una crudeltà che non aveva minimamente previsto.
La seconda immagine era ancora più nitida della prima.
Irene era piegata in avanti contro una superficie chiara che Luca non riuscì a riconoscere; il vestito rosso era risalito sui fianchi e lasciava scoperte le gambe fasciate dalle autoreggenti, con la balza di pizzo tesa molto in alto sulle cosce. Dietro di lei il cameriere la teneva per i fianchi le mani affondate nella carne indicavano una forte pressione per tenerla ferma mentre il suo membro eretto la stava penetrando a fondo, la vagina di Irene era bganata, i suoi umori erano evidenti sia sul membro che sulle sue labbra vaginali.
Poi vide il viso di Irene.
Il volto era girato verso l’obiettivo e questa volta non c’era soltanto sfida nei suoi occhi. C’era piacere.
Un piacere evidente, impossibile da fingere: le palpebre leggermente abbassate, lo sguardo meno fermo di prima, la bocca dischiusa come se il respiro le uscisse senza controllo, i lineamenti tesi in quella particolare espressione che Luca conosceva abbastanza da capirla immediatamente. I capelli erano ormai meno ordinati, una ciocca le attraversava il volto e il trucco, pur ancora riconoscibile, cominciava a perdere quella perfezione impeccabile con cui era uscita di casa.
Il corpo stesso sembrava tradirla. La schiena era tesa, le dita aggrappate al bordo davanti a lei, la postura attraversata da una tensione che non aveva niente di teatrale. Non stava semplicemente permettendo che venisse scattata una fotografia.
Stava godendo.
E sapeva che Luca lo avrebbe visto.
Fu questo a colpirlo più di tutto.
Non il vestito sollevato, non il cameriere dietro di lei, non perfino il significato evidente della scena. Fu riconoscere sul volto di sua moglie un piacere vero, intenso, e capire che Irene aveva scelto proprio quell’istante per voltarsi verso l’obiettivo e lasciarglielo vedere.
Nel suo sguardo restava ancora una traccia della sfida lanciata al tavolo, ma ormai era mescolata a qualcosa di molto più destabilizzante.
Mi avevi chiesto quanto posso essere disinibita.
Luca non ebbe bisogno che il messaggio fosse scritto.
Lo lesse direttamente sul volto di Irene.
La terza vibrazione arrivò quando Luca ormai temeva il telefono quasi quanto desiderava che si illuminasse di nuovo.
Aprì il messaggio.
Un primissimo piano del volto di Irene con fuori fuoco perchè troppo vicino un glande paonazzo. Il viso era coperto da gocce biancastre sulle labbra, sulle guance, la lingua di Irene a raccoglierne il sapore, i capelli scomposti, il trucco segnato, le labbra disordinate. Non c’era alcun tentativo di nasconderle o di ricomporsi prima dello scatto; al contrario, Irene aveva scelto proprio quell’istante, quello in cui il piacere e la trasgressione erano ancora scritti apertamente su di lei.
Gli occhi semichiusi conservavano qualcosa dell’abbandono di pochi secondi prima, ma cercavano comunque l’obiettivo. Ed era quello a devastare Luca: non soltanto capire come fosse finita quella parentesi con il cameriere, ma sapere che Irene aveva voluto offrirgli proprio quella prova, senza addolcirla e senza lasciargli alcuna possibilità di fingere di non aver capito.
Sul suo volto c’era ancora il segno della sfida lanciata al tavolo. Solo che adesso non aveva più bisogno di parole.
Passarono ancora alcuni minuti prima che Irene ricomparisse.
Luca la vide quasi subito, forse perché ormai non stava facendo altro che aspettarla. Comparve sulla soglia della sala con una calma che gli sembrò irreale dopo tutto quello che aveva appena visto sul telefono. Il vestito rosso era di nuovo perfettamente al suo posto, lungo e aderente come quando era entrata nel ristorante; lo spacco seguiva il passo senza mostrare più del necessario, la collana scendeva ordinata nel décolleté e i capelli, pur leggermente più mossi, erano stati sistemati abbastanza bene da restituirle un’aria composta.
Anche il trucco era stato ritoccato. Non in modo impeccabile, non abbastanza da cancellare del tutto ciò che era accaduto, ma sufficientemente da permetterle di attraversare la sala senza che nessuno potesse immaginare da dove stesse tornando. L’eyeliner era stato corretto, le labbra avevano di nuovo una traccia di lucido e sul volto non c’era più nulla dell’abbandono che Luca aveva visto nell’ultima fotografia.
Era proprio questo a sconvolgerlo.
La donna che avanzava verso di lui sembrava la stessa Irene uscita di casa poco prima: elegante, controllata, quasi luminosa. Solo lui sapeva quanto fosse falsa quella continuità.
Irene raggiunse il tavolo e si fermò un istante accanto alla sedia, guardandolo.
Luca non disse nulla.
Lei posò la borsa, si accomodò con calma e sistemò il vestito sulle gambe come se fosse stata via soltanto pochi minuti per una telefonata o per una visita al bagno. Poi prese il calice e lo sollevò appena, osservando il vino prima di portarlo alle labbra.
«Scusa», disse infine.
La voce era tranquilla.
Luca la fissava come se avesse davanti una sconosciuta.
Irene bevve un piccolo sorso, posò il bicchiere e lo guardò direttamente.
«Dove eravamo rimasti?»

Spero vi sia piaciuto, come è piaciuto a me scriverlo e immaginarlo. Se avete commenti potete scrivere a ironwriter2026@gmail.com
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