La Signora Cristina . Epilogo
scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 23 min
di
Adso_68
genere
confessioni
cura
B−
"Certe verità, tagliano come rasoi "
Al mio ritorno all’ombrellone, lo trovai ripopolato dai miei e da Salvo. Proprio Lui, che mi chiedeva se avessi visto Cristina. Gli risposi di no con un filo di voce, mi asciugai e salutai tutti in fretta andando via, verso lo stabilimento. Avevo bisogno di aria, di normalità. Lì trovai alcuni amici che, mi salutarono in maniera rumorosa, come sempre. C’era anche Elisa che, con i suoi occhi dolci, attendeva paziente qualche mio accenno a fare coppia fissa, ma io avevo la mente letteralmente sequestrata da un altro pensiero.
Nel mentre stavamo lì a ridere e a chiacchierare, apparve Cristina dal bar. Aveva una gassosa in mano, era sorridente, truccatissima, impeccabile. Ci salutò tutti come sempre, con una naturalezza spaventosa. Mi regalò un larghissimo e complice sorriso, e lentamente si avviò verso l’ombrellone, verso suo marito. Guardandola camminare, non riuscivo a respirare: solo mezz’ora prima io stavo chiuso in cabina con lei, il mio cazzo nella sua bocca e le mie dita ficcate nel succosa figa. C’era da uscire pazzi. Una totale dissociazione.
Pazzesco. E ancora più pazzesco se pensavo alle sue rivelazioni. Ora guardavo Salvo con una consapevolezza diversa, quasi spaventosa: non mi intimoriva più, per niente. Anzi, provavo una specie di vertigine nel vedere quanto la sua sottomissione alla Cri fosse totale, assoluta, devastante. Un uomo annientato, ridotto a un burattino dalle sue perversioni. E non poteva essere diversamente. Ero divorato dalla curiosità di sapere cosa diavolo si dovesse far perdonare per ridursi così.
E Mio padre ?? Più ci pensavo, più i pezzi del puzzle si incastravano con una precisione oscena. Quell'aria da finto perbene, con le sue camicie di lino sempre stirate e quell’autorità sbiadita che ostentava solo a tavola. Eppure, sotto sotto, non era mai stato ’sta gran volpe; anzi. Sentivo lo stomaco ribaltarsi al solo pensiero: mio padre, cinquant'anni suonati, con la pancia flaccida e i capelli brizzolati, incastrato nello stesso giro di salvo, mentre mia madre tranquilla viveva la sua vita, forse. Un brivido di eccitazione malata mi corse lungo la schiena.
E poi quelle maledette immagini di Tunì o Francì dentro quel corpo… Mi eccitavano da morire, un calore viscido che mi saliva allo stomaco e, nello stesso tempo, mi gettavano nello sconforto più nero. Sentivo di non avere scelta, ero intrappolato: da quel momento in poi avrei vissuto nell'ossessione, sapendo perfettamente dove stava, con chi, e quale perversione avrebbe messo in atto. Pazzia. Stavo rasentando la pura pazzia.
Fatto sta che Elisa mi parlava e io sentivo solo un ronzio fastidioso, come una mosca intrappolata nell'orecchio; non capivo una singola parola. Lei mi raccontava della festa in piazza di stasera e io, nella mia testa, vedevo Cri inginocchiata sul pavimento freddo, i polsi tesi, con il costume strappato che le sfrega contro la pelle viva mentre inghiotte il cazzo del pescivendolo, strozzandosi col sapore forte di piscio. Sentivo l'odore aspro del fumo e del sudore, mentre l’altro le affonda le dita gialle di nicotina dentro la fica gonfia e umida, spalancandola senza pietà, facendola godere così, come una cagna di strada.
Cercai di calmarmi, presi la bici e pedalai verso il villaggio dei pescatori, sotto il sole cocente. La mia testa malata ora pretendeva i dettagli: volevo vedere le mani nodose di Francì, sporche di squame lucide e sangue rappreso, mentre sventrava il pesce sul bancone di legno fradicio. Volevo sentire l'odore pungente di salmastro e interiora, lo stesso puzzo primordiale che ora collegavo a lei.
E poi volevo Tunì. Volevo guardarlo mentre trascinava la gamba rotta sulla sabbia nera, con la pelle bruciata dal sale, i vestiti logori e lo sguardo perso nel vuoto accompagnato sempre dal suo cane, un bastardo puzzolente, che viveva nella sua stessa sozzeria. Se ne stava sempre lì, isolato nel fetore delle reti stese ad asciugare, a farsi i cazzi suoi. Un vecchio zoppo, un relitto del molo, totalmente ignaro di essere stato nominato in segreto in quella cabina. Usato ed evocato solo per togliere il calore ad una rispettabile signora della buona borghesia.
Arrivai al villaggio dei pescatori con il petto in fiamme e le cosce che bruciavano per la pedalata sotto il sole. Lì il tempo sembrava essersi fermato a cinquant'anni prima: niente ombrelloni colorati, niente juke-box, solo l'odore violento, quasi solido, di nafta, salmastro e interiora di pesce lasciate a marcire sotto il sole. Inchiodai la bici contro un muretto di tufo sgretolato e mi incamminai a piedi, con le infradito che affondavano nella sabbia mista a mozziconi e gusci di cozze.
Francì ex carcerato abbandonato in mare, era esattamente dove me lo aspettavo, dietro la sua baracca di legno grezzo. Aveva un grembiule di plastica cerata lordo di sangue scuro. Le sue mani nodose, enormi, si muovevano con una precisione spietata: stringeva un coltellaccio da macellaio con cui decapitava alici e sventrava triglie sul bancone fradicio. Pensai a quelle stesse mani ruvide sul corpo di Cristina. Pensai alla delicatezza con cui lei si sarebbe sottomessa al cazzo di quel gigante che puzzava di sudore e squame, lei che a pranzo usava il tovagliolo di Fiandra e si lamentava se il vino non era alla temperatura corretta.
«Oh, ciao biondo», grugnì Francì senza sollevare gli occhi dal pesce. La voce era profonda, roca di fumo e di urla al mercato. «Che ci fai da queste parti a quest'ora? »«Un servizio per la nonna, voleva sapere che pesce c’era per il pranzo di domenica», risposi, e la mia voce mi sembrò incredibilmente stupida e infantile. Mi sentivo un guardone per di più con una scusa più stupida di me. Francì indicò con la punta del coltello l'ombra di un vecchio capanno poco più avanti. «Chiedi a Tunì è là dietro che rammenda le reti. Vedi quello che è rimasto, ma comunque domani torniamo a mare, così sabato abbiamo pesce fresco»
Camminai verso il punto indicato, con il cuore che batteva contro le costole. Lo vidi. Tunì se ne stava seduto su una cassetta della frutta rovesciata, all'ombra di una tettoia di lamiera. La gamba offesa era tesa di lato, rigida, con la cicatrice violacea che gli risaliva la coscia fin sotto i calzoncini logori. Aveva la pelle tesa come cuoio vecchio, bruciata da una vita di sale e scirocco. Con le dita deformate dall'artrite stringeva un ago di legno, facendo passare il filo di nylon tra le maglie di una rete verde scuro.
Mi fermai a due metri da lui, incapace di muovermi. Era un relitto, anche lui arrivava dal carcere. Un uomo sconfitto dal tempo e dalla fatica, che viveva isolato nei suoi silenzi. Eppure, secondo i racconti folli di Cristina, questi uomini erano la chiave del suo piacere più estremo. Guardai la sua bocca sdentata che stringeva un mozzicone spento, e poi immaginai la Cri, con i suoi gioielli d'oro e il profumo costoso, inginocchiata davanti al cazzo di quest’uomo, con le labbra rosso fuoco, a pulirgli la cappella che puzza di piscio stantio, dopo che lui le aveva riversato in gola una buona dose di sperma ingiallito caldo e talmente denso da incollarsi in gola.
Tunì sollevò lo sguardo annebbiato. Mi fissò per qualche secondo, senza riconoscermi subito, o forse semplicemente senza che gliene fregasse niente. Sputò un filo di tabacco sulla sabbia nera. «cazz vù vuagliò?» chiese con la sua parlata strascicata.
Rimasi di pietra dal mio stesso silenzio. Tutta quella pazzia, quel castello di ossessioni che mi stritolava la testa da un'ora, crollava contro la realtà nuda e cruda di quel molo. Loro non sapevano niente. Erano due bestie usate come feticci mentali da una signora per bene, annoiata, perversi strumenti di una sottomissione che partiva dal benessere di Salvo e arrivava alla dura povertà di una baracca.
E la mia mente vagava….
… in quel perimetro di legno e miseria, i ruoli si sarebbero invertiti con la violenza di una scure. L’avrebbero presa duramente, lasciandola piena di lividi a prova dell'oscena fantasia. Un rapporto consumato su una panca di legno, dove, in un equilibrio precario, i due si alternavano a togliere il calore alla femmina a colpi di cazzo. Senza nessuna pietà, anzi con cattiveria. Non c'è sottomissione da parte loro, c'è cannibalismo. I loro corpi, abituati alle reti da tirare e alle casse da spaccarsi la schiena, la schiacciavano sotto il peso di anni di fame e privazioni. La povertà, per poche ore, si fa padrona dell'unica cosa che i soldi non possono proteggere: la carne. La usavano come si usa una troia, marchiando la pelle morbida di lei con le mani callose che puzzano di pesce e rancore.
Dal canto suo, lei desidera fortemente quel degrado, quella zozzeria, non è un gioco erotico da salotto, ma un'estasi traumatica, un godimento cieco che nasce proprio dalla sua superiorità sociale. Più loro spingevano, più lei sprofondava in quell'abisso di orgasmi bagnati e schizzati ovunque. Nella fogna trovava il suo paradiso, nel farsi sbattere a pelle, nel farsi sputare addosso la miseria repressa di quegli uomini che ora, almeno per una volta nella vita banchettavano con carne profumata di prima scelta, con la rabbia cieca di cani randagi che non sanno se domani mangeranno ancora.
E io, immobile nella penombra umida, sprofondavo nel mio inferno privato, prigioniero di una paralisi voyeuristica che mi lacerava. Il vomito mi saliva alla gols, per il lezzo di urina, salsedine e umori selvaggi che saturava l'aria del molo. Provavo un disgusto tremendo, assoluto, che mi rivoltava le viscere; eppure, con la stessa brutale violenza, sentivo il sangue pomparmi duro il cazzo, caldo e incontrollabile nelle vene. Quell'eccitazione bestiale era una malattia improvvisa, una colpa infetta che mi inchiodava gli occhi a quel banchetto di carne.
Risposi dal mio torpore« Mi manda Francì, per sapere se c’è pesce per domenica ?», dissi facendo un passo indietro. Il vecchio accennò un sorriso amaro, mostrando le gengive nude. «niente, vuagliò. Non c'è rimasto più niente da prendere. Ripassa sabato, che i ragazzi domani notte tornano a mare»
Rimontai in sella alla bici. Senza fretta, a colpi di pedale lenti e pesanti, puntai verso lo stabilimento. Mentre i copertoni friggevano sull'asfalto rovente, la mia testa ricominciò a partorire immagini stordenti: i costosi bikini di Cri buttati fuori dalla baracca, mentre lei, là dentro, succhiava sborra dalle cappelle violacee. E Salvo? Poveretto la aspettava a casa, mentre lei tornava sfatta, sporcata dagli umori di altri, e lui che, come un bambino idiota, impazziva di gioia nel ritrovare la moglie ancora calda, aperta, posseduta da poche ore, con il bikini zuppo di umori.
Eppure, a pensarci, quel pensiero malsano eccitava tremendamente anche me. Ero scemo come Salvo? E papà? Era della stessa pasta? Stavano sempre insieme, non potevo credere che non sapesse di quel vizio viscido del suo amico. Cosa ne pensava? Com’era lui, nel chiuso della camera con mamma? E mamma, sapeva di Salvo e Cristina, di quel loro modo perverso di viversi? E poi, sapeva dei "compagni di merende"?
Boh non capivo nulla, ero sicuro che Cristina mi avrebbe teso un altro tranello, certa che sarei cascato di nuovo nella sua rete. Ma non potevo rinunciare a quel privilegio. Avevo sete di lei, della sua passione, una fame di femmina mai sentita fino ad ora e comunque, l'alternativa era morire soffocato dai tormenti e dai ricordi. Sapevo che al villaggio dei pescatori non ci sarebbe mai andata, ma magari si.
Mi svegliai giusto in tempo per scendere in piazza, vestito e profumato per l’occasione. I miei erano già scesi: di solito si prendevano un tavolo insieme ai soliti amici lungo il perimetro della piazza, per stare seduti e godersi lo spettacolo danzante. La mia serata, invece, sarebbe stata con il gruppo di sempre. E chissà... visto che avevo ancora quell'eccitazione addosso, magari mi sarei appartato con Elisa per darci da fare in qualche modo.
In piazza individuai subito il tavolo. Salutai tutti con il mio solito fare da bravo ragazzo, recitando la parte alla perfezione, mentre dentro di me bruciava un fuoco che nessuno poteva minimamente sospettare. Mi fermai a parlare con loro e, per una volta, mi soffermai a guardare mia madre. Per l’occasione indossava un abito leggero azzurro che le lasciava le spalle scoperte, aprendosi in un décolleté decisamente audace che le incorniciava il seno prima di fermarsi appena sopra il ginocchio. Il tessuto, impalpabile e leggermente trasparente, giocava con la luce dei faretti a ogni suo minimo movimento. Calzava delle scarpe con un tacco accennato e una collana di pietre azzurre che completava la sua figura. I lunghi capelli castani e un trucco leggero esaltavano la sua bellezza, restituendomi un'immagine di lei insolita, quasi magnetica.
Cristina, invece, indossava un tubino bianco, decisamente corto sulle gambe e così incredibilmente attillato da risaltare contro l'abbronzatura scura della pelle, che sembrava quasi sparare e accendersi sotto quel contrasto accecante. Al collo l'immancabile filo di perle sul décolleté e ai piedi un paio di zeppe di stoffa bianca. Il trucco era impeccabile, le labbra accese di un rosso vivo e il suo profumo intenso, un'essenza stordente mista a note di creme solari che arrivava dritta alle mie narici, confondendo i pensieri.
Si avvicinò a me. Il suo sorriso era complice, lo sguardo magnetico. Si sporse in avanti, quel tanto che bastava per farmi arrivare il calore e il profumo della sua pelle.
«Ciao bello, di rimorchio stasera?», mi disse subito dopo, abbassando la voce con tono confidenziale. «Che programmi avete? Rimanete in piazza o vi spostate sul lungomare?»
«Non lo sappiamo ancora», risposi, sostenendo il suo sguardo con totale disinvoltura. «Probabilmente facciamo un salto qui intorno, poi si vede. Lo chalet è un'opzione, ma non c'è niente di sicuro.» Cristina fece un tiro lungo, trattenne il respiro per un istante e poi mi esalò il fumo dritto in faccia. Un sorriso malizioso le piegò le labbra rosse. «Se hai bisogno di un posto dove scomparire, la mia cabina è aperta, certo mi rode un po saperti lì dentro con la tua puttanella», sussurrò, stringendo gli occhi. «Vorrei esserci io... mi è rimasto ancora un certo calore.»
«Grazie, Cri. È sempre utile sapere dove andarsi a chiudere quando si vuole stare fuori dal mondo.»
Il mio distacco la colpì, ma lei non si piegò. Fece un passo indietro, lentissima, misurando lo space che ci divideva. Mi squadrò dall'alto in basso, gli occhi ridotti a due fessure lucide di puro veleno.
«Ma tanto a te certe cose non interessano, vero?», disse, abbassando ancora di più la voce, finché non divenne un sussurro tagliente. «Fa niente. Troverò qualcun altro che mi faccia passare la … febbre.»
Mi sostenne lo sguardo per un battito di ciglia interminabile. Fu in quel preciso istante che la violenza delle sue parole mi arrivò dritto allo stomaco, scatenando un'erezione immediata e prepotente nei pantaloni. Sentii il sangue pompare forte sotto la stoffa dei jeans, un calore improvviso che contrastava con la mia maschera di ghiaccio. Lei mi lanciò un ultimo sguardo carico di sfida e possesso, poi si girò di scatto, svanendo di nuovo nel branco. Rimasi immobile per qualche secondo, respirando a fondo per ritrovare il controllo, mentre gli altri continuavano a blaterare senza aver fiutato minimamente il cortocircuito che si era appena consumato a un passo da loro.
La serata morì in piazza, trasformandosi in un porcile a cielo aperto. Elisa non si era presentata — i suoi l'avevano sequestrata per qualche stronzata di famiglia — così mi ritrovai seduto lì con loro, a guardarli con gli occhi cinici di chi comincia a vedere un’altra facciata. Cristina era un cortocircuito continuo, saltava da un gruppo all'altro, ballava con chiunque le capitasse a tiro ma non sfiorava mai Salvo. Lui non si muoveva: stava piantato sulla sedia, ad affogarsi di alcol e a fumarsi il mondo.
Mio padre, aveva concesso due balli svogliati, a mamma, prima di collassare sulla sedia, accettando di passarla poi di mano in mano, a uomini che desideravano ballare con lei. Pensavo: Ma in quanti si sono strusciati contro di lei stasera? Quanti le avranno spinto il cazzo addosso mentre ballavano per farglielo sentire? E lei, lei come reagiva?
La risposta mi arrivò addosso come uno schiaffo, guardandola meglio. Le piaceva. Le piaceva da morire tutto quel fottuto squallore.
Non c’era fastidio sul suo volto sudato, non c’era vergogna. Mentre quei vecchi bavosi le stavano addosso, lei cercava il loro contatto. Accompagnava il movimento, assecondava ogni spinta con un colpo d'anca impercettibile ma preciso, stringendosi a quei lupi arrapati con una foga che in casa non aveva mai avuto. C'era una luce torbida nei suoi occhi semichiusi, un sorriso specchiato di pura compiacenza che le deformava le labbra mentre l'alito le puzzava di vino e sigarette. Continuava a ballare solo per quello. Trovava una gratificazione perversa e violenta nell'essere l'oggetto del desiderio più basso del paese, una scarica di adrenalina che le faceva dimenticare il marito spento sul tavolino accanto.
In quella miseria, mia madre si sentiva una regina.
L'aria della piazza era diventata una cappa asfissiante, densa di un calore esausto di fine serata che impastava l'odore di cucina di piazza al sudore rancido dei corpi. Ogni tanto Cristina mi trascinava in quella mischia informe, ma non era un ballo: era un corpo a corpo violento, un groviglio di piedi calpestati e carne umida. Intorno a noi galleggiava un’allegria forzata, disperata, una farsa grottesca che faceva vomitare. Sotto la superficie di quella festa agonizzante affiorava solo fango. Niente era pulito in quella piazza di merda, logorata dalle luci livide e dall'afa che non dava tregua.
Verso la fine, quando la musica si faceva più lenta e sfigurata, Cristina mi trascinò di nuovo in pista. Ormai era del tutto incontenibile, mossa da un'eccitazione febbrile che sembrava consumarla da dentro. Si incollò al mio petto con una foga disordinata, strusciando il bacino contro il mio in modo osceno, la pelle lucida di sudore contro la mia. Mi sussurrò all'orecchio, con un fiato caldo che sapeva di alcol e urgenza: «Quindi? Niente sesso in cabina stanotte? Ti bagna ancora il pensiero di Elisa o vuoi una donna vera?»
«lo sai che non potrebbe esserci nessun’altra», risposi. « mmmmmm va bene ma devi portare un po di pazienza»
«certo certo», dissi. «senti poi mi dici quello che è successo ??»
Si avvicinò, la bocca contro il mio orecchio. Il suo alito caldo sapeva di fumo e di birra. «Lo Vuoi davvero sapere, tesoro? e’ roba schifosa, ti faresti solo il sangue amaro e finiresti per odiare i tuoi. Lascia stare. Pensa a scoparmi, prendimi come una bestia, scopami quando e dove vuoi, ma lascia andare il resto.»
«No. Io devo sapere e tu me lo devi»
«Ah, sì?» Mi squadrò, gelida. «Poi però non ridurti ad un coglione che piange.»
Mi girò le spalle e tornò al tavolo ondeggiando i fianchi. Preso dalla rabbia feci per andarmene, ma lei, bloccandomi con lo sguardo: «Resta qui. Tra un po' mi aiuti a trascinare Salvo a casa, è ridotto male.»
Mi sedetti di fianco. Lei si chinò verso di me, la voce ridotta a un sibilo: «Guarda tua madre. Guarda come sculetta con quel vecchio. Lo sai chi è?»
«Sì. Ferruccio. Il proprietario di un locale a Roma. Viene qui ogni estate.»
«Ah, lo conosci bene allora. Lo vedevi anche a Roma, immagino.»
«Sì, spesso.»
Smise di parlare. Si girò verso Salvo, secca: «Salvo, fumo questa e andiamo. Ci accompagna Roberto.» Accese la sigaretta con calma ipnotica, esasperante. Io fissavo mia madre che si faceva palpeggiare da quel vecchio con la scusa del saltarello.
Arrivati a casa, trascinammo Salvo in camera. Lo buttammo sul letto come un sacco di stracci e lo lasciammo lì, già perso nel coma profondo dell’alcol.
Scesi in salotto e mi sbattei sul divano, aspettando che Cri venisse giù. Pochi minuti e comparve sulle scale. Si era cambiata: addosso aveva solo una camicia da notte leggera che le si incollava alle curve del corpo. Emanava un odore denso di femmina, che mi fece saltare i battiti. Dimenticai tutto. C'era solo lei lì davanti, pronta a farsi fottere.
La afferrai per i fianchi, tirandola a me con violenza per schiacciarla contro il mio corpo: «Quanto sei…».
«Zitto, non urlare. Sopra c’è Salvo», mi troncò il fiato, piantandomi la lingua in gola.
Mi risedetti di colpo sul divano e lei mi saltò a cavalcioni, muovendo la bocca sulla mia con una foga rabbiosa. Riuscì solo a ordinarmi, con il fiato corto: «Dai….fai il maschio».
Nessun preambolo, nessun convenevole. Eravamo carichi di un'elettricità sporca, accumulata per tutta la sera. Fu un incastro selvaggio, animalesco, un attrito di pelle intriso di sudore, alcol e sapore amaro di rossetto. Durò pochissimo, spinto dall'eccitazione violenta della giornata, ma bastò a svuotare la testa a entrambi. Momentaneamente.
Rimasi dentro di lei, immobile, mentre le nostre bocche continuavamo a cercarsi a scatti. Cri iniziò a muovere il bacino con una lentezza studiata, un dondolio regolare, quasi ipnotico. Poi, mi afferrò la nuca con le dita, mi costrinse a guardarla negli occhi e avvicinò le labbra al mio orecchio. Il suo respiro era caldo, il suo tono una carezza velenosa:
«Lo sai cosa facevano i cari compagnucci di merende, Roby? Giravano per boscaglie dove si imboscavano le coppiette. Facevano i guardoni. Stavano lì a farsi le seghe nel buio, a guardare gli altri che godevano. Fino a quando tuo padre non è stato beccato da Ferruccio che si era imboscato con una turista sposata…sai chi era?»
Mi ficcò di nuovo la lingua in bocca, non per passione, ma per bloccarmi, assaporando il mio sconcerto. Sotto di lei, sentivo il ferro nei denti. A malapena riuscii a sputare un: «Chi?».
Lei si staccò di un millimetro, mi guardò dritto dentro le pupille con un sorriso spietato e impresse un colpo secco, violentissimo, con il bacino: «Tua madre, Roby. Quella puttana di tua madre».
La verità mi centrò allo stomaco come un pugno a nocche nude. Mi tolse l’aria, mi rivoltò le viscere. Ma lei non si fermò. Continuava a ondeggiare sopra di me, tenendomi inchiodato con lo sguardo, godendosi la mia agonia.
«E sai qual è il bello? Che tuo padre lo sapeva. Ha sempre saputo tutto e stava zitto. Se l’è lasciata sbranare per anni da Ferruccio. L’hai vista stasera in piazza, no? Hai visto come la stringeva? Mentre quel fallito di tuo padre marciva al tavolo a bere. Guardami, Roby. Tu sei il figlio di uno strofinaccio e di una cagna».
La mia mente si spaccò in due. Fui risucchiato indietro, in mezzo alla piazza. Il ritmo ossessivo del saltarello tornò a martellarmi il cervello, ma adesso quella danza non era folklore: era un abuso esibito, spudorato. Vedevo le dita enormi, nodose di Ferruccio che artigliavano la stoffa del vestito di mia madre, affondando nella carne dei fianchi, deformandole la silhouette a ogni battito del tamburello. E lei che rideva. Rideva a testa alta, offrendo il collo bagnato di sudore alle luci della festa, godendosi ogni palpeggio.
Quel tamburello maledetto ricominciò a battere, ma il suo ritmo si impastò nel rumore viscido dei nostri respiri sul divano. Le ultime parole di Cristina mi morirono in bocca in un bacio disperato, che sapeva di ferro e grasso. Non c’era tempo per elaborare lo schifo, c'era spazio solo per lo scontro cieco di due corpi. Cristina mi stava sopra con una foga spietata; i suoi capelli bagnati mi frustavano la faccia, identici alle ciocche di mia madre che volavano al vento della festa. Nei suoi occhi leggevo una goduria sadica che mi toglieva l'ossigeno.
Fu un affondo secco, brutale. Carne contro carne. Ma non era più sesso: era una guerra. Cavalcavo lo stesso identico ritmo spietato che avevo visto in piazza, ma ora lo usavo per distruggere. Per punire lei che stava godendo della mia umiliazione, e per punire me stesso, perché nelle mie vene scorreva il sangue infetto di quei due relitti. Ogni mia spinta andava a tempo con la mano di Ferruccio. Ogni colpo era una martellata per spaccare l'immagine di mia madre che si vendeva in piazza.
Cristina cacciò un gemito stridulo, acuto, che nella mia testa risuonò identico alla risata isterica di mia madre tra la folla. Il cazzo teso e la rabbia del mio corpo la invase, demolendo ogni sua resistenza, trascinandola dentro un orgasmo violento, bagnato, che le spezzò il respiro.
Non contento la girai e la inchiodai contro lo schienale del divano. Lei girò la testa di lato, con gli occhi vitrei e un sussulto di trionfo tra i denti stretti: «Dio, Roby... stasera... sei durissimo... sei proprio una bestia, sei come loro...»
Ma io non la sentivo. Non vedevo lei. Vedevo le mani di Ferruccio su mia madre. Quella visione asfissiante fu il punto di rottura. Con la mente sommersa dal vomito, l'orgoglio di mio padre calpestato e le vene del collo pronte a scoppiare, caddi nel vuoto. Fu un crollo totale, un crampo d'odio che partì dalle viscere e mi svuotò. Un'eiaculazione rabbiosa, convulsa, che non aveva nulla dell'atto d'amore: era solo uno spurgo di veleno.
Poi, la musica si spense di colpo. Rimase solo il vuoto.
Mi sfilai bruscamente da lei, rotolando sulla schiena dall'altra parte del divano. Il soffitto sembrava venirci incontro nella penombra sporca e claustrofobica. Il silenzio che seguì era così denso da far male alle orecchie, interrotto solo dal fischio dei nostri polmoni. Niente più tamburelli, niente più festa. Solo il sudore che ci si congelava addosso, viscido e pesante. Restammo immobili, distanti pochi centimetri ma separati da un abisso.
Cristina ruotò lentamente la testa verso di me. I capelli le si appiccicavano alla guancia come filamenti neri. I suoi occhi erano vitrei, svuotati.
«Ora lo sai», sussurrò, con una voce piatta e priva di vita.
Fissai il soffitto, senza risponderle. Sentivo la gola secca, impastata di un sapore amaro che sapevo non se ne sarebbe andato mai più.
«Ti sei tolto il dubbio», disse, rannicchiandosi su un fianco. Nella penombra, le sue dita presero ad accarezzarmi distrattamente gli addominali. «Non ti arrabbiare. D’altronde tutti abbiamo qualcosa di cui vergognarci e soprattutto, tutti siamo nati da una scopata. Lo so che la mamma si vede sempre come una santa, ma alcune lo sono di meno.»
Si accese una sigaretta. Il barlume della brace illuminò per un secondo la stanza, dandomi il tempo di ritornare in me, mentre lei continuava a parlare a mezza voce. Mi raccontò di come mia madre, a un certo punto, avesse scelto deliberatamente di punire mio padre con la persona che, detto da lei, le prendeva troppo la testa e che era bravo a fargli passare certe voglie.
Infine, mi passò la sigaretta. «Tieni, finiscila tu. Io ho altro da fare.»
E si chinò di nuovo su di me, mentre l'eco di quella rivelazione si cristallizzava nell'aria, sentii di nuovo il calore avvolgere il cazzo e tutto ricominciò a ballare, con Salvo che ubriaco dormiva sopra.
Fù l’ultima estate che trascorsi al paese con i miei.
se avete piacere di scambiare pareri o altro : nomedellarosa68@gmail.com – TLG -@Nomedellarosa68
Al mio ritorno all’ombrellone, lo trovai ripopolato dai miei e da Salvo. Proprio Lui, che mi chiedeva se avessi visto Cristina. Gli risposi di no con un filo di voce, mi asciugai e salutai tutti in fretta andando via, verso lo stabilimento. Avevo bisogno di aria, di normalità. Lì trovai alcuni amici che, mi salutarono in maniera rumorosa, come sempre. C’era anche Elisa che, con i suoi occhi dolci, attendeva paziente qualche mio accenno a fare coppia fissa, ma io avevo la mente letteralmente sequestrata da un altro pensiero.
Nel mentre stavamo lì a ridere e a chiacchierare, apparve Cristina dal bar. Aveva una gassosa in mano, era sorridente, truccatissima, impeccabile. Ci salutò tutti come sempre, con una naturalezza spaventosa. Mi regalò un larghissimo e complice sorriso, e lentamente si avviò verso l’ombrellone, verso suo marito. Guardandola camminare, non riuscivo a respirare: solo mezz’ora prima io stavo chiuso in cabina con lei, il mio cazzo nella sua bocca e le mie dita ficcate nel succosa figa. C’era da uscire pazzi. Una totale dissociazione.
Pazzesco. E ancora più pazzesco se pensavo alle sue rivelazioni. Ora guardavo Salvo con una consapevolezza diversa, quasi spaventosa: non mi intimoriva più, per niente. Anzi, provavo una specie di vertigine nel vedere quanto la sua sottomissione alla Cri fosse totale, assoluta, devastante. Un uomo annientato, ridotto a un burattino dalle sue perversioni. E non poteva essere diversamente. Ero divorato dalla curiosità di sapere cosa diavolo si dovesse far perdonare per ridursi così.
E Mio padre ?? Più ci pensavo, più i pezzi del puzzle si incastravano con una precisione oscena. Quell'aria da finto perbene, con le sue camicie di lino sempre stirate e quell’autorità sbiadita che ostentava solo a tavola. Eppure, sotto sotto, non era mai stato ’sta gran volpe; anzi. Sentivo lo stomaco ribaltarsi al solo pensiero: mio padre, cinquant'anni suonati, con la pancia flaccida e i capelli brizzolati, incastrato nello stesso giro di salvo, mentre mia madre tranquilla viveva la sua vita, forse. Un brivido di eccitazione malata mi corse lungo la schiena.
E poi quelle maledette immagini di Tunì o Francì dentro quel corpo… Mi eccitavano da morire, un calore viscido che mi saliva allo stomaco e, nello stesso tempo, mi gettavano nello sconforto più nero. Sentivo di non avere scelta, ero intrappolato: da quel momento in poi avrei vissuto nell'ossessione, sapendo perfettamente dove stava, con chi, e quale perversione avrebbe messo in atto. Pazzia. Stavo rasentando la pura pazzia.
Fatto sta che Elisa mi parlava e io sentivo solo un ronzio fastidioso, come una mosca intrappolata nell'orecchio; non capivo una singola parola. Lei mi raccontava della festa in piazza di stasera e io, nella mia testa, vedevo Cri inginocchiata sul pavimento freddo, i polsi tesi, con il costume strappato che le sfrega contro la pelle viva mentre inghiotte il cazzo del pescivendolo, strozzandosi col sapore forte di piscio. Sentivo l'odore aspro del fumo e del sudore, mentre l’altro le affonda le dita gialle di nicotina dentro la fica gonfia e umida, spalancandola senza pietà, facendola godere così, come una cagna di strada.
Cercai di calmarmi, presi la bici e pedalai verso il villaggio dei pescatori, sotto il sole cocente. La mia testa malata ora pretendeva i dettagli: volevo vedere le mani nodose di Francì, sporche di squame lucide e sangue rappreso, mentre sventrava il pesce sul bancone di legno fradicio. Volevo sentire l'odore pungente di salmastro e interiora, lo stesso puzzo primordiale che ora collegavo a lei.
E poi volevo Tunì. Volevo guardarlo mentre trascinava la gamba rotta sulla sabbia nera, con la pelle bruciata dal sale, i vestiti logori e lo sguardo perso nel vuoto accompagnato sempre dal suo cane, un bastardo puzzolente, che viveva nella sua stessa sozzeria. Se ne stava sempre lì, isolato nel fetore delle reti stese ad asciugare, a farsi i cazzi suoi. Un vecchio zoppo, un relitto del molo, totalmente ignaro di essere stato nominato in segreto in quella cabina. Usato ed evocato solo per togliere il calore ad una rispettabile signora della buona borghesia.
Arrivai al villaggio dei pescatori con il petto in fiamme e le cosce che bruciavano per la pedalata sotto il sole. Lì il tempo sembrava essersi fermato a cinquant'anni prima: niente ombrelloni colorati, niente juke-box, solo l'odore violento, quasi solido, di nafta, salmastro e interiora di pesce lasciate a marcire sotto il sole. Inchiodai la bici contro un muretto di tufo sgretolato e mi incamminai a piedi, con le infradito che affondavano nella sabbia mista a mozziconi e gusci di cozze.
Francì ex carcerato abbandonato in mare, era esattamente dove me lo aspettavo, dietro la sua baracca di legno grezzo. Aveva un grembiule di plastica cerata lordo di sangue scuro. Le sue mani nodose, enormi, si muovevano con una precisione spietata: stringeva un coltellaccio da macellaio con cui decapitava alici e sventrava triglie sul bancone fradicio. Pensai a quelle stesse mani ruvide sul corpo di Cristina. Pensai alla delicatezza con cui lei si sarebbe sottomessa al cazzo di quel gigante che puzzava di sudore e squame, lei che a pranzo usava il tovagliolo di Fiandra e si lamentava se il vino non era alla temperatura corretta.
«Oh, ciao biondo», grugnì Francì senza sollevare gli occhi dal pesce. La voce era profonda, roca di fumo e di urla al mercato. «Che ci fai da queste parti a quest'ora? »«Un servizio per la nonna, voleva sapere che pesce c’era per il pranzo di domenica», risposi, e la mia voce mi sembrò incredibilmente stupida e infantile. Mi sentivo un guardone per di più con una scusa più stupida di me. Francì indicò con la punta del coltello l'ombra di un vecchio capanno poco più avanti. «Chiedi a Tunì è là dietro che rammenda le reti. Vedi quello che è rimasto, ma comunque domani torniamo a mare, così sabato abbiamo pesce fresco»
Camminai verso il punto indicato, con il cuore che batteva contro le costole. Lo vidi. Tunì se ne stava seduto su una cassetta della frutta rovesciata, all'ombra di una tettoia di lamiera. La gamba offesa era tesa di lato, rigida, con la cicatrice violacea che gli risaliva la coscia fin sotto i calzoncini logori. Aveva la pelle tesa come cuoio vecchio, bruciata da una vita di sale e scirocco. Con le dita deformate dall'artrite stringeva un ago di legno, facendo passare il filo di nylon tra le maglie di una rete verde scuro.
Mi fermai a due metri da lui, incapace di muovermi. Era un relitto, anche lui arrivava dal carcere. Un uomo sconfitto dal tempo e dalla fatica, che viveva isolato nei suoi silenzi. Eppure, secondo i racconti folli di Cristina, questi uomini erano la chiave del suo piacere più estremo. Guardai la sua bocca sdentata che stringeva un mozzicone spento, e poi immaginai la Cri, con i suoi gioielli d'oro e il profumo costoso, inginocchiata davanti al cazzo di quest’uomo, con le labbra rosso fuoco, a pulirgli la cappella che puzza di piscio stantio, dopo che lui le aveva riversato in gola una buona dose di sperma ingiallito caldo e talmente denso da incollarsi in gola.
Tunì sollevò lo sguardo annebbiato. Mi fissò per qualche secondo, senza riconoscermi subito, o forse semplicemente senza che gliene fregasse niente. Sputò un filo di tabacco sulla sabbia nera. «cazz vù vuagliò?» chiese con la sua parlata strascicata.
Rimasi di pietra dal mio stesso silenzio. Tutta quella pazzia, quel castello di ossessioni che mi stritolava la testa da un'ora, crollava contro la realtà nuda e cruda di quel molo. Loro non sapevano niente. Erano due bestie usate come feticci mentali da una signora per bene, annoiata, perversi strumenti di una sottomissione che partiva dal benessere di Salvo e arrivava alla dura povertà di una baracca.
E la mia mente vagava….
… in quel perimetro di legno e miseria, i ruoli si sarebbero invertiti con la violenza di una scure. L’avrebbero presa duramente, lasciandola piena di lividi a prova dell'oscena fantasia. Un rapporto consumato su una panca di legno, dove, in un equilibrio precario, i due si alternavano a togliere il calore alla femmina a colpi di cazzo. Senza nessuna pietà, anzi con cattiveria. Non c'è sottomissione da parte loro, c'è cannibalismo. I loro corpi, abituati alle reti da tirare e alle casse da spaccarsi la schiena, la schiacciavano sotto il peso di anni di fame e privazioni. La povertà, per poche ore, si fa padrona dell'unica cosa che i soldi non possono proteggere: la carne. La usavano come si usa una troia, marchiando la pelle morbida di lei con le mani callose che puzzano di pesce e rancore.
Dal canto suo, lei desidera fortemente quel degrado, quella zozzeria, non è un gioco erotico da salotto, ma un'estasi traumatica, un godimento cieco che nasce proprio dalla sua superiorità sociale. Più loro spingevano, più lei sprofondava in quell'abisso di orgasmi bagnati e schizzati ovunque. Nella fogna trovava il suo paradiso, nel farsi sbattere a pelle, nel farsi sputare addosso la miseria repressa di quegli uomini che ora, almeno per una volta nella vita banchettavano con carne profumata di prima scelta, con la rabbia cieca di cani randagi che non sanno se domani mangeranno ancora.
E io, immobile nella penombra umida, sprofondavo nel mio inferno privato, prigioniero di una paralisi voyeuristica che mi lacerava. Il vomito mi saliva alla gols, per il lezzo di urina, salsedine e umori selvaggi che saturava l'aria del molo. Provavo un disgusto tremendo, assoluto, che mi rivoltava le viscere; eppure, con la stessa brutale violenza, sentivo il sangue pomparmi duro il cazzo, caldo e incontrollabile nelle vene. Quell'eccitazione bestiale era una malattia improvvisa, una colpa infetta che mi inchiodava gli occhi a quel banchetto di carne.
Risposi dal mio torpore« Mi manda Francì, per sapere se c’è pesce per domenica ?», dissi facendo un passo indietro. Il vecchio accennò un sorriso amaro, mostrando le gengive nude. «niente, vuagliò. Non c'è rimasto più niente da prendere. Ripassa sabato, che i ragazzi domani notte tornano a mare»
Rimontai in sella alla bici. Senza fretta, a colpi di pedale lenti e pesanti, puntai verso lo stabilimento. Mentre i copertoni friggevano sull'asfalto rovente, la mia testa ricominciò a partorire immagini stordenti: i costosi bikini di Cri buttati fuori dalla baracca, mentre lei, là dentro, succhiava sborra dalle cappelle violacee. E Salvo? Poveretto la aspettava a casa, mentre lei tornava sfatta, sporcata dagli umori di altri, e lui che, come un bambino idiota, impazziva di gioia nel ritrovare la moglie ancora calda, aperta, posseduta da poche ore, con il bikini zuppo di umori.
Eppure, a pensarci, quel pensiero malsano eccitava tremendamente anche me. Ero scemo come Salvo? E papà? Era della stessa pasta? Stavano sempre insieme, non potevo credere che non sapesse di quel vizio viscido del suo amico. Cosa ne pensava? Com’era lui, nel chiuso della camera con mamma? E mamma, sapeva di Salvo e Cristina, di quel loro modo perverso di viversi? E poi, sapeva dei "compagni di merende"?
Boh non capivo nulla, ero sicuro che Cristina mi avrebbe teso un altro tranello, certa che sarei cascato di nuovo nella sua rete. Ma non potevo rinunciare a quel privilegio. Avevo sete di lei, della sua passione, una fame di femmina mai sentita fino ad ora e comunque, l'alternativa era morire soffocato dai tormenti e dai ricordi. Sapevo che al villaggio dei pescatori non ci sarebbe mai andata, ma magari si.
Mi svegliai giusto in tempo per scendere in piazza, vestito e profumato per l’occasione. I miei erano già scesi: di solito si prendevano un tavolo insieme ai soliti amici lungo il perimetro della piazza, per stare seduti e godersi lo spettacolo danzante. La mia serata, invece, sarebbe stata con il gruppo di sempre. E chissà... visto che avevo ancora quell'eccitazione addosso, magari mi sarei appartato con Elisa per darci da fare in qualche modo.
In piazza individuai subito il tavolo. Salutai tutti con il mio solito fare da bravo ragazzo, recitando la parte alla perfezione, mentre dentro di me bruciava un fuoco che nessuno poteva minimamente sospettare. Mi fermai a parlare con loro e, per una volta, mi soffermai a guardare mia madre. Per l’occasione indossava un abito leggero azzurro che le lasciava le spalle scoperte, aprendosi in un décolleté decisamente audace che le incorniciava il seno prima di fermarsi appena sopra il ginocchio. Il tessuto, impalpabile e leggermente trasparente, giocava con la luce dei faretti a ogni suo minimo movimento. Calzava delle scarpe con un tacco accennato e una collana di pietre azzurre che completava la sua figura. I lunghi capelli castani e un trucco leggero esaltavano la sua bellezza, restituendomi un'immagine di lei insolita, quasi magnetica.
Cristina, invece, indossava un tubino bianco, decisamente corto sulle gambe e così incredibilmente attillato da risaltare contro l'abbronzatura scura della pelle, che sembrava quasi sparare e accendersi sotto quel contrasto accecante. Al collo l'immancabile filo di perle sul décolleté e ai piedi un paio di zeppe di stoffa bianca. Il trucco era impeccabile, le labbra accese di un rosso vivo e il suo profumo intenso, un'essenza stordente mista a note di creme solari che arrivava dritta alle mie narici, confondendo i pensieri.
Si avvicinò a me. Il suo sorriso era complice, lo sguardo magnetico. Si sporse in avanti, quel tanto che bastava per farmi arrivare il calore e il profumo della sua pelle.
«Ciao bello, di rimorchio stasera?», mi disse subito dopo, abbassando la voce con tono confidenziale. «Che programmi avete? Rimanete in piazza o vi spostate sul lungomare?»
«Non lo sappiamo ancora», risposi, sostenendo il suo sguardo con totale disinvoltura. «Probabilmente facciamo un salto qui intorno, poi si vede. Lo chalet è un'opzione, ma non c'è niente di sicuro.» Cristina fece un tiro lungo, trattenne il respiro per un istante e poi mi esalò il fumo dritto in faccia. Un sorriso malizioso le piegò le labbra rosse. «Se hai bisogno di un posto dove scomparire, la mia cabina è aperta, certo mi rode un po saperti lì dentro con la tua puttanella», sussurrò, stringendo gli occhi. «Vorrei esserci io... mi è rimasto ancora un certo calore.»
«Grazie, Cri. È sempre utile sapere dove andarsi a chiudere quando si vuole stare fuori dal mondo.»
Il mio distacco la colpì, ma lei non si piegò. Fece un passo indietro, lentissima, misurando lo space che ci divideva. Mi squadrò dall'alto in basso, gli occhi ridotti a due fessure lucide di puro veleno.
«Ma tanto a te certe cose non interessano, vero?», disse, abbassando ancora di più la voce, finché non divenne un sussurro tagliente. «Fa niente. Troverò qualcun altro che mi faccia passare la … febbre.»
Mi sostenne lo sguardo per un battito di ciglia interminabile. Fu in quel preciso istante che la violenza delle sue parole mi arrivò dritto allo stomaco, scatenando un'erezione immediata e prepotente nei pantaloni. Sentii il sangue pompare forte sotto la stoffa dei jeans, un calore improvviso che contrastava con la mia maschera di ghiaccio. Lei mi lanciò un ultimo sguardo carico di sfida e possesso, poi si girò di scatto, svanendo di nuovo nel branco. Rimasi immobile per qualche secondo, respirando a fondo per ritrovare il controllo, mentre gli altri continuavano a blaterare senza aver fiutato minimamente il cortocircuito che si era appena consumato a un passo da loro.
La serata morì in piazza, trasformandosi in un porcile a cielo aperto. Elisa non si era presentata — i suoi l'avevano sequestrata per qualche stronzata di famiglia — così mi ritrovai seduto lì con loro, a guardarli con gli occhi cinici di chi comincia a vedere un’altra facciata. Cristina era un cortocircuito continuo, saltava da un gruppo all'altro, ballava con chiunque le capitasse a tiro ma non sfiorava mai Salvo. Lui non si muoveva: stava piantato sulla sedia, ad affogarsi di alcol e a fumarsi il mondo.
Mio padre, aveva concesso due balli svogliati, a mamma, prima di collassare sulla sedia, accettando di passarla poi di mano in mano, a uomini che desideravano ballare con lei. Pensavo: Ma in quanti si sono strusciati contro di lei stasera? Quanti le avranno spinto il cazzo addosso mentre ballavano per farglielo sentire? E lei, lei come reagiva?
La risposta mi arrivò addosso come uno schiaffo, guardandola meglio. Le piaceva. Le piaceva da morire tutto quel fottuto squallore.
Non c’era fastidio sul suo volto sudato, non c’era vergogna. Mentre quei vecchi bavosi le stavano addosso, lei cercava il loro contatto. Accompagnava il movimento, assecondava ogni spinta con un colpo d'anca impercettibile ma preciso, stringendosi a quei lupi arrapati con una foga che in casa non aveva mai avuto. C'era una luce torbida nei suoi occhi semichiusi, un sorriso specchiato di pura compiacenza che le deformava le labbra mentre l'alito le puzzava di vino e sigarette. Continuava a ballare solo per quello. Trovava una gratificazione perversa e violenta nell'essere l'oggetto del desiderio più basso del paese, una scarica di adrenalina che le faceva dimenticare il marito spento sul tavolino accanto.
In quella miseria, mia madre si sentiva una regina.
L'aria della piazza era diventata una cappa asfissiante, densa di un calore esausto di fine serata che impastava l'odore di cucina di piazza al sudore rancido dei corpi. Ogni tanto Cristina mi trascinava in quella mischia informe, ma non era un ballo: era un corpo a corpo violento, un groviglio di piedi calpestati e carne umida. Intorno a noi galleggiava un’allegria forzata, disperata, una farsa grottesca che faceva vomitare. Sotto la superficie di quella festa agonizzante affiorava solo fango. Niente era pulito in quella piazza di merda, logorata dalle luci livide e dall'afa che non dava tregua.
Verso la fine, quando la musica si faceva più lenta e sfigurata, Cristina mi trascinò di nuovo in pista. Ormai era del tutto incontenibile, mossa da un'eccitazione febbrile che sembrava consumarla da dentro. Si incollò al mio petto con una foga disordinata, strusciando il bacino contro il mio in modo osceno, la pelle lucida di sudore contro la mia. Mi sussurrò all'orecchio, con un fiato caldo che sapeva di alcol e urgenza: «Quindi? Niente sesso in cabina stanotte? Ti bagna ancora il pensiero di Elisa o vuoi una donna vera?»
«lo sai che non potrebbe esserci nessun’altra», risposi. « mmmmmm va bene ma devi portare un po di pazienza»
«certo certo», dissi. «senti poi mi dici quello che è successo ??»
Si avvicinò, la bocca contro il mio orecchio. Il suo alito caldo sapeva di fumo e di birra. «Lo Vuoi davvero sapere, tesoro? e’ roba schifosa, ti faresti solo il sangue amaro e finiresti per odiare i tuoi. Lascia stare. Pensa a scoparmi, prendimi come una bestia, scopami quando e dove vuoi, ma lascia andare il resto.»
«No. Io devo sapere e tu me lo devi»
«Ah, sì?» Mi squadrò, gelida. «Poi però non ridurti ad un coglione che piange.»
Mi girò le spalle e tornò al tavolo ondeggiando i fianchi. Preso dalla rabbia feci per andarmene, ma lei, bloccandomi con lo sguardo: «Resta qui. Tra un po' mi aiuti a trascinare Salvo a casa, è ridotto male.»
Mi sedetti di fianco. Lei si chinò verso di me, la voce ridotta a un sibilo: «Guarda tua madre. Guarda come sculetta con quel vecchio. Lo sai chi è?»
«Sì. Ferruccio. Il proprietario di un locale a Roma. Viene qui ogni estate.»
«Ah, lo conosci bene allora. Lo vedevi anche a Roma, immagino.»
«Sì, spesso.»
Smise di parlare. Si girò verso Salvo, secca: «Salvo, fumo questa e andiamo. Ci accompagna Roberto.» Accese la sigaretta con calma ipnotica, esasperante. Io fissavo mia madre che si faceva palpeggiare da quel vecchio con la scusa del saltarello.
Arrivati a casa, trascinammo Salvo in camera. Lo buttammo sul letto come un sacco di stracci e lo lasciammo lì, già perso nel coma profondo dell’alcol.
Scesi in salotto e mi sbattei sul divano, aspettando che Cri venisse giù. Pochi minuti e comparve sulle scale. Si era cambiata: addosso aveva solo una camicia da notte leggera che le si incollava alle curve del corpo. Emanava un odore denso di femmina, che mi fece saltare i battiti. Dimenticai tutto. C'era solo lei lì davanti, pronta a farsi fottere.
La afferrai per i fianchi, tirandola a me con violenza per schiacciarla contro il mio corpo: «Quanto sei…».
«Zitto, non urlare. Sopra c’è Salvo», mi troncò il fiato, piantandomi la lingua in gola.
Mi risedetti di colpo sul divano e lei mi saltò a cavalcioni, muovendo la bocca sulla mia con una foga rabbiosa. Riuscì solo a ordinarmi, con il fiato corto: «Dai….fai il maschio».
Nessun preambolo, nessun convenevole. Eravamo carichi di un'elettricità sporca, accumulata per tutta la sera. Fu un incastro selvaggio, animalesco, un attrito di pelle intriso di sudore, alcol e sapore amaro di rossetto. Durò pochissimo, spinto dall'eccitazione violenta della giornata, ma bastò a svuotare la testa a entrambi. Momentaneamente.
Rimasi dentro di lei, immobile, mentre le nostre bocche continuavamo a cercarsi a scatti. Cri iniziò a muovere il bacino con una lentezza studiata, un dondolio regolare, quasi ipnotico. Poi, mi afferrò la nuca con le dita, mi costrinse a guardarla negli occhi e avvicinò le labbra al mio orecchio. Il suo respiro era caldo, il suo tono una carezza velenosa:
«Lo sai cosa facevano i cari compagnucci di merende, Roby? Giravano per boscaglie dove si imboscavano le coppiette. Facevano i guardoni. Stavano lì a farsi le seghe nel buio, a guardare gli altri che godevano. Fino a quando tuo padre non è stato beccato da Ferruccio che si era imboscato con una turista sposata…sai chi era?»
Mi ficcò di nuovo la lingua in bocca, non per passione, ma per bloccarmi, assaporando il mio sconcerto. Sotto di lei, sentivo il ferro nei denti. A malapena riuscii a sputare un: «Chi?».
Lei si staccò di un millimetro, mi guardò dritto dentro le pupille con un sorriso spietato e impresse un colpo secco, violentissimo, con il bacino: «Tua madre, Roby. Quella puttana di tua madre».
La verità mi centrò allo stomaco come un pugno a nocche nude. Mi tolse l’aria, mi rivoltò le viscere. Ma lei non si fermò. Continuava a ondeggiare sopra di me, tenendomi inchiodato con lo sguardo, godendosi la mia agonia.
«E sai qual è il bello? Che tuo padre lo sapeva. Ha sempre saputo tutto e stava zitto. Se l’è lasciata sbranare per anni da Ferruccio. L’hai vista stasera in piazza, no? Hai visto come la stringeva? Mentre quel fallito di tuo padre marciva al tavolo a bere. Guardami, Roby. Tu sei il figlio di uno strofinaccio e di una cagna».
La mia mente si spaccò in due. Fui risucchiato indietro, in mezzo alla piazza. Il ritmo ossessivo del saltarello tornò a martellarmi il cervello, ma adesso quella danza non era folklore: era un abuso esibito, spudorato. Vedevo le dita enormi, nodose di Ferruccio che artigliavano la stoffa del vestito di mia madre, affondando nella carne dei fianchi, deformandole la silhouette a ogni battito del tamburello. E lei che rideva. Rideva a testa alta, offrendo il collo bagnato di sudore alle luci della festa, godendosi ogni palpeggio.
Quel tamburello maledetto ricominciò a battere, ma il suo ritmo si impastò nel rumore viscido dei nostri respiri sul divano. Le ultime parole di Cristina mi morirono in bocca in un bacio disperato, che sapeva di ferro e grasso. Non c’era tempo per elaborare lo schifo, c'era spazio solo per lo scontro cieco di due corpi. Cristina mi stava sopra con una foga spietata; i suoi capelli bagnati mi frustavano la faccia, identici alle ciocche di mia madre che volavano al vento della festa. Nei suoi occhi leggevo una goduria sadica che mi toglieva l'ossigeno.
Fu un affondo secco, brutale. Carne contro carne. Ma non era più sesso: era una guerra. Cavalcavo lo stesso identico ritmo spietato che avevo visto in piazza, ma ora lo usavo per distruggere. Per punire lei che stava godendo della mia umiliazione, e per punire me stesso, perché nelle mie vene scorreva il sangue infetto di quei due relitti. Ogni mia spinta andava a tempo con la mano di Ferruccio. Ogni colpo era una martellata per spaccare l'immagine di mia madre che si vendeva in piazza.
Cristina cacciò un gemito stridulo, acuto, che nella mia testa risuonò identico alla risata isterica di mia madre tra la folla. Il cazzo teso e la rabbia del mio corpo la invase, demolendo ogni sua resistenza, trascinandola dentro un orgasmo violento, bagnato, che le spezzò il respiro.
Non contento la girai e la inchiodai contro lo schienale del divano. Lei girò la testa di lato, con gli occhi vitrei e un sussulto di trionfo tra i denti stretti: «Dio, Roby... stasera... sei durissimo... sei proprio una bestia, sei come loro...»
Ma io non la sentivo. Non vedevo lei. Vedevo le mani di Ferruccio su mia madre. Quella visione asfissiante fu il punto di rottura. Con la mente sommersa dal vomito, l'orgoglio di mio padre calpestato e le vene del collo pronte a scoppiare, caddi nel vuoto. Fu un crollo totale, un crampo d'odio che partì dalle viscere e mi svuotò. Un'eiaculazione rabbiosa, convulsa, che non aveva nulla dell'atto d'amore: era solo uno spurgo di veleno.
Poi, la musica si spense di colpo. Rimase solo il vuoto.
Mi sfilai bruscamente da lei, rotolando sulla schiena dall'altra parte del divano. Il soffitto sembrava venirci incontro nella penombra sporca e claustrofobica. Il silenzio che seguì era così denso da far male alle orecchie, interrotto solo dal fischio dei nostri polmoni. Niente più tamburelli, niente più festa. Solo il sudore che ci si congelava addosso, viscido e pesante. Restammo immobili, distanti pochi centimetri ma separati da un abisso.
Cristina ruotò lentamente la testa verso di me. I capelli le si appiccicavano alla guancia come filamenti neri. I suoi occhi erano vitrei, svuotati.
«Ora lo sai», sussurrò, con una voce piatta e priva di vita.
Fissai il soffitto, senza risponderle. Sentivo la gola secca, impastata di un sapore amaro che sapevo non se ne sarebbe andato mai più.
«Ti sei tolto il dubbio», disse, rannicchiandosi su un fianco. Nella penombra, le sue dita presero ad accarezzarmi distrattamente gli addominali. «Non ti arrabbiare. D’altronde tutti abbiamo qualcosa di cui vergognarci e soprattutto, tutti siamo nati da una scopata. Lo so che la mamma si vede sempre come una santa, ma alcune lo sono di meno.»
Si accese una sigaretta. Il barlume della brace illuminò per un secondo la stanza, dandomi il tempo di ritornare in me, mentre lei continuava a parlare a mezza voce. Mi raccontò di come mia madre, a un certo punto, avesse scelto deliberatamente di punire mio padre con la persona che, detto da lei, le prendeva troppo la testa e che era bravo a fargli passare certe voglie.
Infine, mi passò la sigaretta. «Tieni, finiscila tu. Io ho altro da fare.»
E si chinò di nuovo su di me, mentre l'eco di quella rivelazione si cristallizzava nell'aria, sentii di nuovo il calore avvolgere il cazzo e tutto ricominciò a ballare, con Salvo che ubriaco dormiva sopra.
Fù l’ultima estate che trascorsi al paese con i miei.
se avete piacere di scambiare pareri o altro : nomedellarosa68@gmail.com – TLG -@Nomedellarosa68
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