Casanova 3.2: "La camera delle torture"

di
genere
confessioni

Teresa quasi non lo ascoltava più, ma continuava a esplorare a tentoni la stanza buia con un’eccitazione crescente. Dopo alcuni passi, le sue dita incontrarono qualcosa di completamente diverso: un legno liscio, finemente levigato... con una sommità arrotondata, fin troppo familiare... Sussultò e ritrasse per un istante la mano, ma la curiosità si rivelò più forte della timidezza, lasciando che le dita scorressero lentamente sulla superficie liscia del legno. Nell’oscurità, il tatto sembrava quasi più affidabile della vista. Sembrava più caldo del calore della sua mano, vivo, quasi pulsante.
«Dio mio... Mi ricorda...», riuscì infine a dire la donna.
«In effetti, non vi sbagliate... È proprio ciò a cui assomiglia. È stato realizzato prendendo a modello una parte del corpo maschile?»
«Ebbene, si comporta forse allo stesso modo di quella parte così birichina che mi avete descritto poco fa nel vostro testo? Quell’affare che tengo in mano è forse il Furbo... oppure addirittura il Dormiente?»
«Si dice che le donne indiane ne facciano uso da secoli, chiamando ciò che fanno "il vezzeggiamento dell’intimità". In Europa una simile cosa è ancora considerata una stranezza, benché il nostro mondo ami definirsi civilizzato.»
«Di che cosa sono fatti?»
«Sono ricavati dal legno di un albero che cresce in America e che i popoli locali chiamano yuqua. Quando è asciutto sembra duro e privo di vita, ma sotto l’effetto dell’umidità si gonfia, diventa più morbido e sorprendentemente elastico... La natura conosce bene il proprio mestiere.»
Teresa lasciò che le dita scorressero nuovamente sul legno levigato, accarezzandone la testa arrotondata.
«Potrei esaminarli più da vicino?»
«Sono qui proprio per essere esaminati e utilizzati.»
«Utilizzati qui? Sentite, questa volta state certamente scherzando... Ma in ogni caso», disse Teresa a bassa voce, «me ne servirebbero almeno due... Quindi, se avessi bisogno di una variante più grossa di questa... dovrei prima lasciarla immersa nell’acqua?»
«Esattamente... ma perché ve ne servirebbero due contemporaneamente?» chiese Casanova con un sorriso. «Uno solo non basta forse alla vostra curiosità?»
«Temo che, se possiedono davvero le qualità che voi sostenete, uno solo potrebbe non resistere a lungo.»
Quelle parole erano già più che franche, e questa volta anche Casanova rise più apertamente.
«Bene. Tuttavia, per questo dovremo prima liberarci degli abiti... Il mio eunuco sarà lieto di aiutarvi, oppure preferite una delle mie serve, che potrebbe sciogliere il vostro vestito in un istante?»
Teresa si voltò bruscamente verso di lui; peccato che nell’oscurità non fossero visibili i suoi occhi illuminati da una passione che il buio nascondeva:
«Ma perché delle serve? Non vorreste farlo voi stesso? Oppure bisogna credere alle voci secondo cui persino nelle imprese più intime il famoso Casanova si serve di sostituti?»
«Madame», rispose Casanova questa volta in un francese galante, «vi sono azioni che non affiderei a nessuno se non a me stesso.»
Si avvicinò alla donna, fermandosi dietro di lei, e le posò le mani sulle spalle.
«Me lo permettete?»
«Finora vi ho forse proibito qualcosa?»
Allungò la mano in avanti, ma non con l’impazienza di un conquistatore, bensì con la prudente curiosità di un naturalista. Le sue dita non avevano fretta. Non cercavano tanto il corpo quanto i suoi confini, le proporzioni e il calore, come se tentassero di ricostruire soltanto attraverso il tatto la forma che l’occhio avrebbe riconosciuto in un solo istante.
Le sue dita trovarono il primo nastro dell’abito, poi il successivo. Uno dopo l’altro cedettero i nodi e le chiusure alla cui realizzazione la sarta aveva dedicato un’intera giornata, ma per aprirli ora bastava soltanto la pazienza. Teresa rimase immobile, senza sapere se stesse aspettando la fine di quel gesto oppure se, in segreto, desiderasse che durasse ancora qualche istante.
Quando anche l’ultimo strato di tessuto ebbe ceduto, tra loro rimase ancora l’oscurità. La penombra copriva il corpo con la stessa benevolenza della seta più raffinata.
«Ora», disse Casanova piano, «la vista, per entrambi, è ormai divenuta inutile. È strano: quando gli occhi tacciono, la mente comincia a dubitare persino di ciò che per tutta la vita ha considerato ovvio.»
Teresa non si mosse. Le sembrava che, in quella oscurità, Casanova non stesse esaminando tanto il suo corpo quanto il suo coraggio. E forse ancora di più i limiti della propria immaginazione. Non era più soltanto una seduzione, ma un esperimento nel quale entrambi erano, nello stesso istante, osservatori e oggetti dell’osservazione.
scritto il
2026-07-14
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