Provincia Di Troie - Capitolo 8
di
giovy22
genere
etero
"Dai, Marica... non mi sembra il caso," balbettai, alzando le mani col palmo aperto in un patetico gesto di resa, mentre i miei occhi continuavano ostinatamente a cadere sui suoi seni perfetti e turgidi. "Cioè, sei... sei fragile in questo momento. Sei appena uscita da una storia lunghissima. Non voglio approfittarmene."
Fragile un cazzo, urlava la mia voce interiore in preda al panico. La verità è che la follia che le brillava negli occhi mi stava letteralmente terrorizzando. Qui non parlavamo della famosa scala Pazza/Gnocca di How I Met Your Mother, la celebre "Diagonale di Vicky Mendoza". No, qui eravamo fuori scala. Questa non era una ragazza eccentrica che ti bucava le gomme dell'auto; questa era una maniaca egocentrica che voleva usarmi come un fottuto dildo umano per vendicarsi di mio fratello, e che poi, con ogni probabilità, avrebbe usato questa storia per ricattarmi o rovinarmi l'esistenza.
Ma a Marica non importava nulla delle mie finte remore morali. Fece quel suo sorrisetto obliquo, carico di un'arroganza sensuale e spietata. "Io non sono fragile, Giò. E tu non ti stai approfittando di niente," mormorò, la voce che si abbassava di un'ottava, diventando un sussurro roco e vibrante.
Senza smettere di fissarmi negli occhi, salì sul letto. Gattonò verso di me con la grazia di un felino, il seno sodo che dondolava pesante e ipnotico a ogni suo movimento, la pelle dorata che catturava la luce fievole della stanza. "Marica, aspetta, fermati un attimo, ragioniamo..." provai a dire, indietreggiando fino a ritrovarmi con le spalle contro la testiera del letto. Allungai le mani per afferrarle le spalle e tenerla a distanza, ma la sua pelle era calda, morbida come seta, e il mio tocco fu tutto tranne che un rifiuto.
Era fottutamente indomabile. Si scrollò via le mie mani con un movimento fluido e si mise in ginocchio, letteralmente sopra le mie gambe. Si chinò in avanti, azzerando le distanze, e affondò il viso nell'incavo del mio collo. Le sue labbra piene e umide si schiusero contro la mia pelle, iniziando a baciarmi con un'avidità che sapeva di rabbia e lussuria, mentre il suo petto nudo e caldo si schiacciava contro la mia maglietta.
Il cervello andò in tilt. L'odore di vaniglia e sudore femminile mi invase le narici. "Marica... cazzo," ansimai, cercando di aggrapparmi all'ultimo barlume di sanità mentale. "E Anna? È nell'altra stanza! È letteralmente a due muri di distanza da noi!"
Lei non si fermò. Anzi, il brivido del rischio sembrò accenderla ancora di più. Mi diede un piccolo morso sul lobo dell'orecchio, facendomi sussultare. "Appunto," sussurrò, con il fiato caldo che mi faceva rizzare i peli sulle braccia. "Vuol dire che dovremo fare molto, molto piano. Sarà il nostro piccolo segreto sporco. A meno che tu non voglia metterti a urlare."
Ero fottuto. Non c'era via d'uscita. La sua rivincita mentale doveva compiersi e niente, né la razionalità né la presenza della sorella, l'avrebbe fermata. Oltretutto, l'erezione che mi stava facendo esplodere la zip dei pantaloni non era esattamente un argomento a favore del rifiuto.
Mi arresi. Allargai le braccia e le lasciai cadere sul materasso con un sospiro che era un misto di disperazione e pura eccitazione animale. "Cazzo... però solo questa volta, intesi?" grugnii, pregando con tutto me stesso che fosse pazza e letale tanto quanto era brava a scopare.
Marica si tirò indietro, sfoderando un sorriso trionfante da imperatrice che aveva appena conquistato un nuovo territorio. Mi mise le mani sulle spalle e, con una spinta decisa, mi fece stendere del tutto sul materasso.
"Stenditi, Giò," mi ordinò, con un tono basso e autoritario che non ammetteva repliche. I suoi occhi scuri brillavano di una luce diabolica. "Stai fermo e lascia fare agli adulti."
Lascia fare agli adulti?, pensai, in un guizzo di comico orgoglio ferito mentre fissavo il soffitto. Cazzo, hai solo ventisei anni, mica sei Monica Bellucci! E poi, datti una calmata, zia, che nelle ultime due settimane ho scopato con i ritmi e le posizioni di un pornoattore baffuto degli anni '80!
Ma quelle parole rimasero sepolte nella mia testa. Nella realtà, rimasi rigido e immobile come una statua, il cuore che mi martellava nel petto.
Marica si mosse su di me. Ancora in topless, si abbassò verso la mia vita. Il suo décolleté maestoso ondeggiò a pochi centimetri dal mio viso, una visione divina che mi azzerò completamente la salivazione. Con una lentezza teatrale, studiata per farmi impazzire, afferrò l'orlo della mia maglietta e me la tirò via dalla testa in un unico gesto. Poi le sue mani agili, dalle unghie perfettamente laccate di rosso, scesero verso la mia cintura.
Slacciò il bottone con uno scatto secco. Il rumore della zip che scendeva nel silenzio della stanza sembrò il rombo di un tuono. Mi afferrò l'elastico dei pantaloni e dei boxer in un colpo solo, e con una foga improvvisa li tirò giù lungo le cosce, liberando finalmente la mia erezione, dura come il marmo e pulsante per l'attesa.
Lei si fermò a guardare il risultato del suo lavoro. Si passò lentamente la lingua sulle labbra carnose, visibilmente soddisfatta del potere che esercitava su di me, pronta a consumare la sua spietata vendetta proprio sotto il tetto di Anna.
Ero letteralmente inchiodato al materasso. Senza pantaloni, vulnerabile, con il cuore che mi pompava sangue alle tempie a una velocità allarmante e un'erezione che non ammetteva repliche.
Marica rimase in ginocchio tra le mie gambe. Mi guardò dall'alto verso il basso, studiando la mia intimità esposta con un'intensità predatoria. Non c'era traccia di timidezza in lei, né quell'incertezza un po' goffa che avevo vissuto con Ilenia. Marica sapeva esattamente cosa stava guardando e come usarlo.
Schiuse quelle sue labbra carnose e perfette, passandosi la lingua sui denti. Raccogliendo un po' di saliva in bocca, prese la mira e, con una sfacciataggine assoluta che mi fece mancare un battito, sputò direttamente sulla punta del mio cazzo.
Il contrasto tra il calore della stanza e la freschezza umida della sua saliva mi fece sussultare.
"Cristo..." mormorai, stringendo i pugni nelle lenzuola.
L'espressione di Marica era un capolavoro di tossicità: gli occhi scuri leggermente socchiusi, un sorrisetto arrogante e una soddisfazione viscerale che le illuminava il viso. Allungò la mano destra, dalle unghie laccate di rosso, e avvolse saldamente la mia lunghezza. Usando il suo stesso sputo come lubrificante, iniziò a masturbarmi.
La sensazione era pazzesca. La sua presa era decisa ma scivolosa, e il suono umido della pelle contro la pelle riempì l'aria viziata della camera. Eppure, l'imbarazzo che aleggiava tra noi era denso come nebbia, specialmente quando lei decise di aprire la bocca per dare voce ai suoi pensieri distorti.
"Dio mio, Giò," sussurrò, accelerando il ritmo della mano e inarcando la schiena, facendo tremare i suoi seni nudi a ogni movimento. "Tuo fratello mi aveva tenuto nascosto che il DNA buono della famiglia l'avevi preso tu."
Mi sentii gelare. Il sangue mi si ritirò momentaneamente dallo stomaco per finire tutto lì sotto. "Marica, ti prego... non mi sembra il caso di parlarne ora," balbettai, contorcendomi a disagio.
"E perché no?" ribatté lei, spietata, abbassandosi un po' di più sul mio bacino, stringendo la presa. "Voglio dire... lui si credeva chissà chi, ma tu sei letteralmente il doppio. Questo è un cazzo, Giò. Il suo, a confronto, era un passatempo noioso."
"Cazzo, Marica, smettila!" sibilai, a metà tra l'incazzatura e l'eccitazione più nera. Mi sentivo tremendamente a disagio. Ero steso nudo sul suo letto, a dieci metri dalla sorella di cui ero innamorato, mentre lei mi segava con la saliva denigrando l'anatomia di mio fratello. Era una situazione ai limiti del grottesco, una follia pura. "È imbarazzante, non puoi dire cose del genere..."
"Io dico quello che voglio," mi zittì, con una freddezza che mi fece capire quanto fosse disposta ad andare a fondo con la sua vendetta. "E tu stai zitto e godi."
E a quel punto, ignorando completamente le mie proteste, cambiò tattica.
Lasciò andare la presa della mano. Si sporse completamente in avanti, azzerando la distanza tra il mio bacino e il suo torace, finché i suoi seni pieni e sodi non sfiorarono la mia erezione. Con le mani si afferrò i lati del petto e schiacciò le sue mammelle l'una contro l'altra, intrappolando il mio cazzo bagnato di saliva esattamente in mezzo alla sua scollatura.
"Porca troia," mi sfuggì, un lamento roco che non riuscii a trattenere.
La sensazione fu un cortocircuito per il mio sistema nervoso. La pelle del suo décolleté era bollente, di una morbidezza indescrivibile. La stretta dei suoi seni creava una pressione avvolgente, e la saliva residua fungeva da perfetto scivolante naturale. Marica iniziò a muoversi avanti e indietro con il busto. Il mio sesso scivolava tra la sua carne dorata, la cappella che faceva capolino vicino al suo collo per poi sprofondare di nuovo tra i suoi seni a ogni suo movimento.
Lei mi guardava dall'alto, i capelli scuri che le ricadevano sulle spalle, le labbra dischiuse in un respiro affannoso. "Vedi?" sussurrò, strusciandosi contro di me. "Tuo fratello non mi ha mai fatto usare il mio corpo così. Tu invece apprezzi, vero?"
Ero completamente ipnotizzato dalla vista di quel topless perfetto che mi masturbava. E mentre ansimavo, in preda a un godimento visivo e tattile fuori dal comune, il mio cervello bacato decise di formulare il pensiero più inopportuno della storia.
Ma porca puttana, pensai, fissando la scena. Com'è fisicamente possibile che mi scopo Sofia da quasi un mese... una che ha delle zizzone colossali che sfidano la gravità... e non mi sono MAI fatto fare una roba del genere?! Era un'illuminazione mistica. Nel bel mezzo della trappola erotica tesa dalla pazza ex di mio fratello, stavo prendendo appunti mentali per le mie future sessioni con Sof. Da annotare assolutamente nella to-do list, mi dissi, mentre il piacere prendeva il sopravvento su ogni residuo di lucidità.
"Giò..." mormorò Marica, stringendo ancora di più i seni attorno a me, accelerando il grinding del suo busto, sfiorandomi la pelle con i suoi capezzoli turgidi. La frizione diventò insostenibile. "Fammi vedere quanto ti piace. Sfogati."
"Cazzo... Marica..." gemetti a denti stretti, cercando di non fare rumore per non allarmare Anna. Il limite era a un passo. Le misi le mani sui fianchi, stringendo la sua pelle morbida per tenerla ferma e dettare il ritmo degli ultimi affondi. "Sto venendo... attenta, cazzo, mi sto venendo!"
"Fallo," mi sfidò lei, senza fermarsi di un millimetro, guardandomi con quegli occhi da predatrice tossica.
Esplosi. Il climax mi travolse con una forza devastante, facendomi inarcare la schiena sul materasso. Le prime scosse bollenti schizzarono verso l'alto, colpendo in pieno il suo décolleté immacolato, macchiando la pelle dorata tra i suoi seni, arrivando fino alla base del collo.
Mi svuotai ansimando, il respiro spezzato, mentre lei si fermò, tenendomi ancora stretto tra i seni. Abbassò lo sguardo sulla sua pelle imbrattata dal mio seme, poi mi guardò. Il suo sorriso obliquo e soddisfatto era la firma in calce alla sua vendetta perfetta. Io, invece, ero appena sprofondato ancora di più in un baratro da cui, molto probabilmente, non sarei mai uscito vivo.
Marica si passò un dito sul décolleté imbrattato, raccogliendo una goccia del mio disastro, per poi pulirselo distrattamente su un fazzoletto preso dal comodino. Mi guardò dall'alto in basso, i seni ancora ansimanti per lo sforzo, e sfoderò un sorriso che non prometteva nulla di rassicurante.
"Se ti è piaciuto l'antipasto," sussurrò, scendendo dalle mie gambe e mettendosi in piedi di fianco al letto, "direi che è il momento di passare al piatto principale."
Ero totalmente fuso. La mia mente era un groviglio di contraddizioni. Di solito, per scopare bene, ho bisogno di un minimo di legame mentale, di confidenza, di quella complicità cazzona che ho con Sof. Con Marica avrei dovuto averne, vista la parentela acquisita, eppure la sua sola presenza mi terrorizzava. Mi sentivo tremendamente fuori luogo. Era palese che, per quanto fossi fisicamente lì, nudo sul suo letto, nella sua testa io non esistevo. Ero solo un ologramma, un avatar con una fava più grossa usato esclusivamente per distruggere l'ego di mio fratello.
Senza staccarmi gli occhi di dosso, Marica slacciò la gonna e se la fece scivolare lungo i fianchi. Subito dopo, agganciò con i pollici i lembi degli slip e li tirò giù. Rimase completamente nuda. Notai un dettaglio inaspettato: un ciuffetto curato di peli biondi proprio lì, sulla sua intimità, in netto contrasto con i suoi capelli scuri. La mia lingua, purtroppo, è sempre stata più veloce del mio cervello.
"Ah," ridacchiai nervosamente, cercando di smorzare quella tensione asfissiante. "Vedo che la moquette non fa pendantcon le tende. Un classico."
Il suo sguardo si indurì all'istante. L'aria altera e sensuale lasciò il posto a un'espressione infastidita e glaciale. "Piantala di fare il simpatico a tutti i costi, Giovanni, che non lo sei per niente," mi zittì in modo rude, incrociando le braccia. "E levati quel sorriso da ebete dalla faccia."
Avrei voluto avere una medaglia al valore per il mio cazzo. Chiunque, di fronte a tanta rigidità e antipatia, avrebbe sperimentato un'ammosciata clamorosa. La sua personalità era l'equivalente di una doccia ghiacciata. Eppure, mentre si toglieva lentamente i calzini e scalciava via le scarpe, il mio soldato tornò prepotentemente sull'attenti, pronto alla guerra. La sua cattiveria mi respingeva, ma il suo corpo era una calamita.
Salì di nuovo sul letto, mettendosi a gattoni sopra di me. "Non fare niente," mi ordinò, il tono di voce che non ammetteva repliche. "Tengo io il controllo. Voglio farti vedere come si muove una donna vera, non le ragazzine inesperte che frequenti di solito." Continuava a essere disturbante, imbarazzante. Sembrava quasi che le stessi sul cazzo, che le facesse schifo avermi lì, e le uniche volte in cui addolciva il tono era per fare un paragone malato. "Vediamo se duri più di due minuti, al contrario di qualcuno della tua famiglia..."
Si posizionò esattamente sopra il mio bacino, dandomi le spalle per un secondo per sistemarsi, per poi girarsi verso di me: la classica, inequivocabile posizione dell'amazzone. Io ero sdraiato, piatto sulla schiena. Lei era seduta dritta, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, le mani appoggiate sul mio petto.
Si sollevò leggermente, afferrò la mia erezione e la guidò verso il suo ingresso. L'entrata fu un'esperienza quasi surreale. Non ci fu dolcezza, né l'irruenza animale che avevo con Maria. Marica si lasciò cadere su di me usando tutto il peso del suo corpo. La sua figa era incredibilmente calda e stretta, ma incredibilmente lubrificata.
"Ah..." emise un sospiro lungo, socchiudendo gli occhi. Non era un gemito di abbandono, ma il verso di chi sta testando un nuovo paio di scarpe e le trova comode. "Sì. Molto meglio di lui. Molto."
Ero stranito. La posizione dell'amazzone mi toglieva ogni iniziativa, costringendomi a subire il suo peso e a guardarla dal basso verso l'alto, con i suoi seni pieni che ondeggiavano a ogni sua mossa. Sentivo la pressione fino alla base del ventre. Lei iniziò a muoversi. Prima con rotazioni lente del bacino, strusciando il suo clitoride contro di me, poi iniziò ad alzarsi e abbassarsi.
Su e giù. Su e giù. Il ritmo divenne rapidamente frenetico. Marica chiuse gli occhi e si perse nel suo delirio di onnipotenza. I suoi gemiti aumentarono di volume, accompagnati da quelle frasi fuori luogo che mi facevano accapponare la pelle. "Sì, cazzo... sei enorme rispetto a lui... scopami, fammi dimenticare quello sfigato..."
Ero in seria difficoltà. Un po' gemevo per il piacere puramente fisico, perché l'attrito era pazzesco, ma il disagio mi stava consumando. A un certo punto, lei buttò la testa all'indietro e lanciò un acuto decisamente troppo alto per un appartamento non insonorizzato.
"Cazzo, Marica, stai zitta!" sibilai, allungando le mani verso i suoi fianchi per frenarla. "Abbassa la voce, Anna ci sentirà così!"
Fu una frazione di secondo. Marica sgranò gli occhi, interruppe il movimento discendente, alzò la mano destra e... STLAC!
Mi tirò uno schiaffo in pieno viso. Non una carezza violenta da porno, ma un vero, sonoro e dolorosissimo ceffone che mi fece girare la testa di lato. La guancia mi andò in fiamme.
"Non permetterti mai più di dirmi di stare zitta," sibilò, gli occhi che mandavano lampi di pura pazzia, mentre riprendeva a scoparmi con una ferocia ancora maggiore. "Io urlo quanto cazzo mi pare!"
Porca troia, pensai, massaggiandomi la guancia con una mano, stordito, mentre il mio bacino si alzava istintivamente per incontrare le sue spinte. Questa è una rompicoglioni clinica, ma è troppo eccitante. Il dolore dello schiaffo si mischiò all'adrenalina, mandando in cortocircuito il mio sistema nervoso.
Ma la mia preoccupazione era fondatissima. TUM! TUM! TUM!
Tre colpi pesanti e furiosi si abbatterono contro il legno della porta della camera, fortunatamente chiusa a chiave. Il mio cuore si fermò. Il cazzo, miracolosamente, no.
"Cazzo, Marica, ma cos'è 'sto casino?!" urlò la voce di Anna dal corridoio, carica di frustrazione e rabbia. "Ti vuoi stare zitta che sto cercando di studiare?! Sembri una gatta in calore!"
Se fossi stato un essere umano normale, sarei morto di vergogna sul colpo. Ma Marica non era normale. Senza smettere di cavalcarmi, senza perdere il ritmo di un singolo affondo, girò la testa verso la porta e le rispose urlando, come se stesse chiedendo di passarle il sale a tavola, intercalando le parole con i gemiti.
"Cazzo, Anna! Sono... ah!... sono con un mio amico!" le urlò di rimando, i seni che sobbalzavano violentemente, la mia erezione che entrava e usciva dal suo corpo a un palmo dal mio naso. "Non fare... mmh... non fare sempre la bambina rompicazzo!"
Dall'altra parte della porta ci fu un secondo di silenzio tombale. Poi, la voce schifata di Anna. "Ma che schifo! Vaffanculo!" Sentii i suoi passi pesanti allontanarsi lungo il corridoio, seguiti dal rumore di una porta sbattuta con violenza.
Quello fu l'interruttore definitivo. Il mio cervello andò in blackout. Stavo scopando la sorella maggiore della ragazza per cui perdevo la testa. Quella stessa ragazza aveva appena ascoltato in diretta i nostri gemiti e ci aveva mandati a fare in culo disgustata. Era un abisso di degrado psicologico così profondo e tabù che l'eccitazione si trasformò in una furia cieca.
"Vieni qua, pazza," ringhiai. Afferrai Marica per i fianchi con una forza che le lasciò i segni delle mie dita sulla pelle. Iniziai a spingere dal basso, andando incontro al suo bacino, rompendo il suo ritmo e imponendo il mio. Ogni volta che scendeva, io spingevo verso l'alto, affondando fino alla radice in colpi sordi e bagnati.
Marica perse il suo controllo altezzoso. Lo schiaffo le si ritorse contro. La sua espressione di superiorità si sciolse in una smorfia di piacere puro e incontrollabile. Le sue mani si aggrapparono alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle. "Giò... ah! Giò... cazzo!" iniziò a balbettare, incapace di formulare altre frasi sul fratello.
L'attrito era devastante. Sentivo le pareti della sua intimità contrarsi attorno a me, i suoi muscoli che cedevano sotto i miei colpi. "Vengo..." urlò lei, buttando la testa all'indietro, i capelli scuri che le frustavano la schiena. "Oddio, vengo!"
Il suo orgasmo fu un terremoto. La sentii stringersi attorno al mio cazzo come una morsa d'acciaio, pulsando furiosamente mentre le sue cosce tremavano contro i miei fianchi.
La sua stretta mi diede il colpo di grazia. Spinsi il bacino un'ultima volta, affondando il più possibile, e svuotai tutto quello che mi era rimasto dentro di lei, emettendo un gemito roco e prolungato che si perse nel rumore del respiro affannoso di entrambi.
Rimanemmo così, incastrati, sudati e ansanti. Marica era accasciata sul mio petto, un peso morto e bollente. Fissavo il soffitto della sua camera, ascoltando il silenzio dell'appartamento, con la consapevolezza chirurgica che, dopo questa giornata, non c'era più assolutamente niente da salvare.
Mentre cercavo di riprendere fiato, il silenzio della stanza fu riempito di nuovo dalla sua voce. Non c'era un briciolo di dolcezza o di intimità post-sesso. Marica si stava già rivestendo, passandosi una mano tra i capelli scuri, con un'espressione di pura, fredda soddisfazione.
"Vedi?" mormorò, infilandosi gli slip e guardandomi con sufficienza. "Te l'avevo detto che il talento in famiglia non era stato distribuito equamente. Tuo fratello, dopo una cosa del genere, si sarebbe addormentato come un neonato inutile. Tu invece hai del potenziale."
"Sì, fantastico. Un trionfo della genetica," bofonchiai, ancora stordito, cercando i miei pantaloni sul pavimento.
I suoi commenti squallidi e fuori luogo continuavano a ronzarmi nelle orecchie, facendomi sentire un fottuto pezzo di carne usato per una ripicca. Mentre mi infilavo i boxer, recuperai il telefono dalla tasca dei pantaloni. Schiacciai il tasto laterale.
Lo schermo si illuminò, mostrandomi la mia personalissima condanna a morte. Otto chiamate perse da Sofia.
Merda. Merda. Merda. Il sangue mi si gelò nelle vene. Sof mi stava aspettando a casa sua per il nostro pomeriggio di sesso e aria condizionata, e io ero sparito dai radar per farmi usare dalla pazza ex di mio fratello. Ero fottuto. Per farmi perdonare uno sgarbo del genere, e conoscendo il suo carattere, avrei dovuto leccarle la figa per quaranta ore di fila, senza pause per bere o respirare.
Mentre fissavo lo schermo in preda al panico, il telefono vibrò di nuovo. Una chiamata in entrata. Ma non era Sof. Sgranai gli occhi. Il nome sul display mi fece mancare un battito: Anna.
Ma che cazzo? Non la sentivo dal disastro nucleare di sabato sera, era stata un fantasma per giorni, e ora mi chiamava all'improvviso? Deglutii a vuoto. Guardai Marica, che si stava abbottonando la gonna ignara di tutto, e risposi, cercando di sfoderare il tono più disinvolto ed estraneo possibile.
"Pronto? Anna? Ciao," dissi, la voce che mi tremava appena.
"Giò..." esordì lei. Aveva il fiatone, come se stesse camminando a passo spedito. Il suo tono era un misto di frustrazione, rabbia e puro disgusto. "Cazzo, Giò, sono per strada. Non puoi capire che schifo. Sto tremando dal nervoso."
"Eh... cosa? Che succede?" feci io, stringendo le chiappe, terrorizzato che Marica potesse parlare o fare rumore.
"Marica!" sbottò Anna, la voce che si alzava di un'ottava. "Quella psicopatica di mia sorella! Ero in camera a studiare, e lei si è portata un tizio in casa... un suo amico, non so chi cazzo fosse! Stavano scopando come animali, Giò! Urlava come una gatta in calore! Ho dovuto sbattere la porta, mandarla a fare in culo e andarmene di casa per non vomitare."
Io chiusi gli occhi, passandomi una mano sulla fronte madida di sudore. L'ironia della sorte mi stava prendendo a badilate in faccia. "Ah... wow. Pazzesco," balbettai, dando risposte vaghe e monosillabiche, lanciando sguardi di panico a Marica. "Mi dispiace un sacco, Anna."
"Ti prego," mi implorò lei, con quella sua voce dolce e ingenua che mi faceva sciogliere il cuore. "Ho bisogno del mio migliore amico. Devo farmi una passeggiata per tenermi compagnia e dimenticare la scena traumatica che ho appena vissuto. Ci sei?"
"Certo. Certo che ci sono," dissi subito. "Dove sei?" "Sono in centro, verso la piazza principale."
Calcolai rapidamente le distanze. Dovevo darle un punto di incontro abbastanza lontano da casa sua per non farle capire che venivo esattamente da lì. "Ok. Ascolta, io ero... a fare un giro. Incontriamoci al chiosco vicino al parco, quello dei gelati. Dammi venti minuti."
"Perfetto," sospirò lei, sembrando improvvisamente sollevata. Ma prima di riattaccare, sganciò la bomba. "Bene... così, visto che ci siamo, parliamo anche di quello che è successo sabato a casa di Maria. A dopo."
Click. La chiamata si chiuse. Il mio stomaco fece un triplo salto mortale. "E chi era?" chiese Marica, girandosi verso di me con le mani sui fianchi, un sopracciglio inarcato.
"Nessuno, un amico," mentii spudoratamente, finendo di tirarmi su i pantaloni in fretta e furia, recuperando la maglietta. "Senti, io devo scappare. Ho un'emergenza. Davvero, devo andare."
Feci per scattare verso la porta della camera, ma non feci in tempo. Marica si lasciò cadere di schiena sul materasso sfatto. Con una naturalezza disarmante e una fluidità quasi felina, alzò una gamba e mi piantò un piede nudo dritto in faccia. La pianta del suo piede andò a premere esattamente contro la mia guancia e l'angolo della mia bocca, fermando la mia corsa.
"Così di fretta, Giò?" mormorò, con un sorrisetto malizioso e manipolatore, le braccia incrociate dietro la nuca, i seni perfetti che si tendevano verso l'alto. "Sicuro di non volere un secondo round prima di andare a fare il bravo ragazzo?"
"Marica, dai, ti ho detto che de-" La frase mi morì in gola. Mentre aprivo la bocca per protestare e scostarle il piede dalla faccia, il mio naso registrò un dettaglio che mandò in totale cortocircuito il mio sistema nervoso.
Non c'era puzza. Non c'era odore di chiuso o di sudore stantio. Il suo piede aveva un odore fantastico. Sapeva di crema alla vaniglia, di pelle calda, di sudore pulito e di feromoni femminili. Era un odore inebriante, intimo, meraviglioso. Una mazzata chimica direttamente al cervello.
La razionalità mi urlava di scappare, che Anna mi stava aspettando al parco per farmi il processo per sabato sera. Ma l'istinto animale, risvegliato da quell'odore, prese violentemente il controllo.
Invece di allontanarle la gamba, le mie mani si alzarono e le afferrarono saldamente la caviglia sottile. Marica sgranò leggermente gli occhi, sorpresa dalla mia reazione, ma il suo sorriso si allargò, compiaciuto.
Chiusi gli occhi. Schiusi le labbra e, con una lentezza esasperante, feci scivolare la lingua lungo l'arco plantare del suo piede. Il sapore era salato e dolce allo stesso tempo. La sentii sussultare sul letto, il respiro che le si spezzava in gola. Iniziai ad annusarle la pelle, leccando la pianta del piede con movimenti umidi e decisi, per poi prendere l'alluce tra le labbra e iniziare a succhiarlo delicatamente, facendolo scivolare sulla lingua.
"Cristo, Giò..." ansimò Marica, chiudendo gli occhi e inarcando la schiena, completamente in balia di quella nuova, inaspettata perversione. La sua sicurezza altezzosa vacillò, sostituita da un gemito basso e roco che le vibrò nel petto.
Le mie mani le accarezzarono il polpaccio, salendo verso il ginocchio, mentre continuavo a viziare il suo piede, assaggiando ogni centimetro di quella pelle morbida. L'imbarazzo e la rigidità di prima erano spariti, sostituiti da una fame feticista che mi stava facendo esplodere di nuovo i pantaloni.
La guardai dal basso verso l'alto, la lingua ancora premuta contro la sua pelle. Marica si contorceva sul lenzuolo, i seni che si alzavano e si abbassavano in modo irregolare, totalmente soggiogata dal piacere.
Feci un rapido calcolo mentale, sentendo l'erezione spingere prepotentemente contro la zip appena chiusa. Cazzo, pensai, perdendomi nel sapore della sorella pazza. Anna poteva decisamente aspettare altri cinque minuti.
Fragile un cazzo, urlava la mia voce interiore in preda al panico. La verità è che la follia che le brillava negli occhi mi stava letteralmente terrorizzando. Qui non parlavamo della famosa scala Pazza/Gnocca di How I Met Your Mother, la celebre "Diagonale di Vicky Mendoza". No, qui eravamo fuori scala. Questa non era una ragazza eccentrica che ti bucava le gomme dell'auto; questa era una maniaca egocentrica che voleva usarmi come un fottuto dildo umano per vendicarsi di mio fratello, e che poi, con ogni probabilità, avrebbe usato questa storia per ricattarmi o rovinarmi l'esistenza.
Ma a Marica non importava nulla delle mie finte remore morali. Fece quel suo sorrisetto obliquo, carico di un'arroganza sensuale e spietata. "Io non sono fragile, Giò. E tu non ti stai approfittando di niente," mormorò, la voce che si abbassava di un'ottava, diventando un sussurro roco e vibrante.
Senza smettere di fissarmi negli occhi, salì sul letto. Gattonò verso di me con la grazia di un felino, il seno sodo che dondolava pesante e ipnotico a ogni suo movimento, la pelle dorata che catturava la luce fievole della stanza. "Marica, aspetta, fermati un attimo, ragioniamo..." provai a dire, indietreggiando fino a ritrovarmi con le spalle contro la testiera del letto. Allungai le mani per afferrarle le spalle e tenerla a distanza, ma la sua pelle era calda, morbida come seta, e il mio tocco fu tutto tranne che un rifiuto.
Era fottutamente indomabile. Si scrollò via le mie mani con un movimento fluido e si mise in ginocchio, letteralmente sopra le mie gambe. Si chinò in avanti, azzerando le distanze, e affondò il viso nell'incavo del mio collo. Le sue labbra piene e umide si schiusero contro la mia pelle, iniziando a baciarmi con un'avidità che sapeva di rabbia e lussuria, mentre il suo petto nudo e caldo si schiacciava contro la mia maglietta.
Il cervello andò in tilt. L'odore di vaniglia e sudore femminile mi invase le narici. "Marica... cazzo," ansimai, cercando di aggrapparmi all'ultimo barlume di sanità mentale. "E Anna? È nell'altra stanza! È letteralmente a due muri di distanza da noi!"
Lei non si fermò. Anzi, il brivido del rischio sembrò accenderla ancora di più. Mi diede un piccolo morso sul lobo dell'orecchio, facendomi sussultare. "Appunto," sussurrò, con il fiato caldo che mi faceva rizzare i peli sulle braccia. "Vuol dire che dovremo fare molto, molto piano. Sarà il nostro piccolo segreto sporco. A meno che tu non voglia metterti a urlare."
Ero fottuto. Non c'era via d'uscita. La sua rivincita mentale doveva compiersi e niente, né la razionalità né la presenza della sorella, l'avrebbe fermata. Oltretutto, l'erezione che mi stava facendo esplodere la zip dei pantaloni non era esattamente un argomento a favore del rifiuto.
Mi arresi. Allargai le braccia e le lasciai cadere sul materasso con un sospiro che era un misto di disperazione e pura eccitazione animale. "Cazzo... però solo questa volta, intesi?" grugnii, pregando con tutto me stesso che fosse pazza e letale tanto quanto era brava a scopare.
Marica si tirò indietro, sfoderando un sorriso trionfante da imperatrice che aveva appena conquistato un nuovo territorio. Mi mise le mani sulle spalle e, con una spinta decisa, mi fece stendere del tutto sul materasso.
"Stenditi, Giò," mi ordinò, con un tono basso e autoritario che non ammetteva repliche. I suoi occhi scuri brillavano di una luce diabolica. "Stai fermo e lascia fare agli adulti."
Lascia fare agli adulti?, pensai, in un guizzo di comico orgoglio ferito mentre fissavo il soffitto. Cazzo, hai solo ventisei anni, mica sei Monica Bellucci! E poi, datti una calmata, zia, che nelle ultime due settimane ho scopato con i ritmi e le posizioni di un pornoattore baffuto degli anni '80!
Ma quelle parole rimasero sepolte nella mia testa. Nella realtà, rimasi rigido e immobile come una statua, il cuore che mi martellava nel petto.
Marica si mosse su di me. Ancora in topless, si abbassò verso la mia vita. Il suo décolleté maestoso ondeggiò a pochi centimetri dal mio viso, una visione divina che mi azzerò completamente la salivazione. Con una lentezza teatrale, studiata per farmi impazzire, afferrò l'orlo della mia maglietta e me la tirò via dalla testa in un unico gesto. Poi le sue mani agili, dalle unghie perfettamente laccate di rosso, scesero verso la mia cintura.
Slacciò il bottone con uno scatto secco. Il rumore della zip che scendeva nel silenzio della stanza sembrò il rombo di un tuono. Mi afferrò l'elastico dei pantaloni e dei boxer in un colpo solo, e con una foga improvvisa li tirò giù lungo le cosce, liberando finalmente la mia erezione, dura come il marmo e pulsante per l'attesa.
Lei si fermò a guardare il risultato del suo lavoro. Si passò lentamente la lingua sulle labbra carnose, visibilmente soddisfatta del potere che esercitava su di me, pronta a consumare la sua spietata vendetta proprio sotto il tetto di Anna.
Ero letteralmente inchiodato al materasso. Senza pantaloni, vulnerabile, con il cuore che mi pompava sangue alle tempie a una velocità allarmante e un'erezione che non ammetteva repliche.
Marica rimase in ginocchio tra le mie gambe. Mi guardò dall'alto verso il basso, studiando la mia intimità esposta con un'intensità predatoria. Non c'era traccia di timidezza in lei, né quell'incertezza un po' goffa che avevo vissuto con Ilenia. Marica sapeva esattamente cosa stava guardando e come usarlo.
Schiuse quelle sue labbra carnose e perfette, passandosi la lingua sui denti. Raccogliendo un po' di saliva in bocca, prese la mira e, con una sfacciataggine assoluta che mi fece mancare un battito, sputò direttamente sulla punta del mio cazzo.
Il contrasto tra il calore della stanza e la freschezza umida della sua saliva mi fece sussultare.
"Cristo..." mormorai, stringendo i pugni nelle lenzuola.
L'espressione di Marica era un capolavoro di tossicità: gli occhi scuri leggermente socchiusi, un sorrisetto arrogante e una soddisfazione viscerale che le illuminava il viso. Allungò la mano destra, dalle unghie laccate di rosso, e avvolse saldamente la mia lunghezza. Usando il suo stesso sputo come lubrificante, iniziò a masturbarmi.
La sensazione era pazzesca. La sua presa era decisa ma scivolosa, e il suono umido della pelle contro la pelle riempì l'aria viziata della camera. Eppure, l'imbarazzo che aleggiava tra noi era denso come nebbia, specialmente quando lei decise di aprire la bocca per dare voce ai suoi pensieri distorti.
"Dio mio, Giò," sussurrò, accelerando il ritmo della mano e inarcando la schiena, facendo tremare i suoi seni nudi a ogni movimento. "Tuo fratello mi aveva tenuto nascosto che il DNA buono della famiglia l'avevi preso tu."
Mi sentii gelare. Il sangue mi si ritirò momentaneamente dallo stomaco per finire tutto lì sotto. "Marica, ti prego... non mi sembra il caso di parlarne ora," balbettai, contorcendomi a disagio.
"E perché no?" ribatté lei, spietata, abbassandosi un po' di più sul mio bacino, stringendo la presa. "Voglio dire... lui si credeva chissà chi, ma tu sei letteralmente il doppio. Questo è un cazzo, Giò. Il suo, a confronto, era un passatempo noioso."
"Cazzo, Marica, smettila!" sibilai, a metà tra l'incazzatura e l'eccitazione più nera. Mi sentivo tremendamente a disagio. Ero steso nudo sul suo letto, a dieci metri dalla sorella di cui ero innamorato, mentre lei mi segava con la saliva denigrando l'anatomia di mio fratello. Era una situazione ai limiti del grottesco, una follia pura. "È imbarazzante, non puoi dire cose del genere..."
"Io dico quello che voglio," mi zittì, con una freddezza che mi fece capire quanto fosse disposta ad andare a fondo con la sua vendetta. "E tu stai zitto e godi."
E a quel punto, ignorando completamente le mie proteste, cambiò tattica.
Lasciò andare la presa della mano. Si sporse completamente in avanti, azzerando la distanza tra il mio bacino e il suo torace, finché i suoi seni pieni e sodi non sfiorarono la mia erezione. Con le mani si afferrò i lati del petto e schiacciò le sue mammelle l'una contro l'altra, intrappolando il mio cazzo bagnato di saliva esattamente in mezzo alla sua scollatura.
"Porca troia," mi sfuggì, un lamento roco che non riuscii a trattenere.
La sensazione fu un cortocircuito per il mio sistema nervoso. La pelle del suo décolleté era bollente, di una morbidezza indescrivibile. La stretta dei suoi seni creava una pressione avvolgente, e la saliva residua fungeva da perfetto scivolante naturale. Marica iniziò a muoversi avanti e indietro con il busto. Il mio sesso scivolava tra la sua carne dorata, la cappella che faceva capolino vicino al suo collo per poi sprofondare di nuovo tra i suoi seni a ogni suo movimento.
Lei mi guardava dall'alto, i capelli scuri che le ricadevano sulle spalle, le labbra dischiuse in un respiro affannoso. "Vedi?" sussurrò, strusciandosi contro di me. "Tuo fratello non mi ha mai fatto usare il mio corpo così. Tu invece apprezzi, vero?"
Ero completamente ipnotizzato dalla vista di quel topless perfetto che mi masturbava. E mentre ansimavo, in preda a un godimento visivo e tattile fuori dal comune, il mio cervello bacato decise di formulare il pensiero più inopportuno della storia.
Ma porca puttana, pensai, fissando la scena. Com'è fisicamente possibile che mi scopo Sofia da quasi un mese... una che ha delle zizzone colossali che sfidano la gravità... e non mi sono MAI fatto fare una roba del genere?! Era un'illuminazione mistica. Nel bel mezzo della trappola erotica tesa dalla pazza ex di mio fratello, stavo prendendo appunti mentali per le mie future sessioni con Sof. Da annotare assolutamente nella to-do list, mi dissi, mentre il piacere prendeva il sopravvento su ogni residuo di lucidità.
"Giò..." mormorò Marica, stringendo ancora di più i seni attorno a me, accelerando il grinding del suo busto, sfiorandomi la pelle con i suoi capezzoli turgidi. La frizione diventò insostenibile. "Fammi vedere quanto ti piace. Sfogati."
"Cazzo... Marica..." gemetti a denti stretti, cercando di non fare rumore per non allarmare Anna. Il limite era a un passo. Le misi le mani sui fianchi, stringendo la sua pelle morbida per tenerla ferma e dettare il ritmo degli ultimi affondi. "Sto venendo... attenta, cazzo, mi sto venendo!"
"Fallo," mi sfidò lei, senza fermarsi di un millimetro, guardandomi con quegli occhi da predatrice tossica.
Esplosi. Il climax mi travolse con una forza devastante, facendomi inarcare la schiena sul materasso. Le prime scosse bollenti schizzarono verso l'alto, colpendo in pieno il suo décolleté immacolato, macchiando la pelle dorata tra i suoi seni, arrivando fino alla base del collo.
Mi svuotai ansimando, il respiro spezzato, mentre lei si fermò, tenendomi ancora stretto tra i seni. Abbassò lo sguardo sulla sua pelle imbrattata dal mio seme, poi mi guardò. Il suo sorriso obliquo e soddisfatto era la firma in calce alla sua vendetta perfetta. Io, invece, ero appena sprofondato ancora di più in un baratro da cui, molto probabilmente, non sarei mai uscito vivo.
Marica si passò un dito sul décolleté imbrattato, raccogliendo una goccia del mio disastro, per poi pulirselo distrattamente su un fazzoletto preso dal comodino. Mi guardò dall'alto in basso, i seni ancora ansimanti per lo sforzo, e sfoderò un sorriso che non prometteva nulla di rassicurante.
"Se ti è piaciuto l'antipasto," sussurrò, scendendo dalle mie gambe e mettendosi in piedi di fianco al letto, "direi che è il momento di passare al piatto principale."
Ero totalmente fuso. La mia mente era un groviglio di contraddizioni. Di solito, per scopare bene, ho bisogno di un minimo di legame mentale, di confidenza, di quella complicità cazzona che ho con Sof. Con Marica avrei dovuto averne, vista la parentela acquisita, eppure la sua sola presenza mi terrorizzava. Mi sentivo tremendamente fuori luogo. Era palese che, per quanto fossi fisicamente lì, nudo sul suo letto, nella sua testa io non esistevo. Ero solo un ologramma, un avatar con una fava più grossa usato esclusivamente per distruggere l'ego di mio fratello.
Senza staccarmi gli occhi di dosso, Marica slacciò la gonna e se la fece scivolare lungo i fianchi. Subito dopo, agganciò con i pollici i lembi degli slip e li tirò giù. Rimase completamente nuda. Notai un dettaglio inaspettato: un ciuffetto curato di peli biondi proprio lì, sulla sua intimità, in netto contrasto con i suoi capelli scuri. La mia lingua, purtroppo, è sempre stata più veloce del mio cervello.
"Ah," ridacchiai nervosamente, cercando di smorzare quella tensione asfissiante. "Vedo che la moquette non fa pendantcon le tende. Un classico."
Il suo sguardo si indurì all'istante. L'aria altera e sensuale lasciò il posto a un'espressione infastidita e glaciale. "Piantala di fare il simpatico a tutti i costi, Giovanni, che non lo sei per niente," mi zittì in modo rude, incrociando le braccia. "E levati quel sorriso da ebete dalla faccia."
Avrei voluto avere una medaglia al valore per il mio cazzo. Chiunque, di fronte a tanta rigidità e antipatia, avrebbe sperimentato un'ammosciata clamorosa. La sua personalità era l'equivalente di una doccia ghiacciata. Eppure, mentre si toglieva lentamente i calzini e scalciava via le scarpe, il mio soldato tornò prepotentemente sull'attenti, pronto alla guerra. La sua cattiveria mi respingeva, ma il suo corpo era una calamita.
Salì di nuovo sul letto, mettendosi a gattoni sopra di me. "Non fare niente," mi ordinò, il tono di voce che non ammetteva repliche. "Tengo io il controllo. Voglio farti vedere come si muove una donna vera, non le ragazzine inesperte che frequenti di solito." Continuava a essere disturbante, imbarazzante. Sembrava quasi che le stessi sul cazzo, che le facesse schifo avermi lì, e le uniche volte in cui addolciva il tono era per fare un paragone malato. "Vediamo se duri più di due minuti, al contrario di qualcuno della tua famiglia..."
Si posizionò esattamente sopra il mio bacino, dandomi le spalle per un secondo per sistemarsi, per poi girarsi verso di me: la classica, inequivocabile posizione dell'amazzone. Io ero sdraiato, piatto sulla schiena. Lei era seduta dritta, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, le mani appoggiate sul mio petto.
Si sollevò leggermente, afferrò la mia erezione e la guidò verso il suo ingresso. L'entrata fu un'esperienza quasi surreale. Non ci fu dolcezza, né l'irruenza animale che avevo con Maria. Marica si lasciò cadere su di me usando tutto il peso del suo corpo. La sua figa era incredibilmente calda e stretta, ma incredibilmente lubrificata.
"Ah..." emise un sospiro lungo, socchiudendo gli occhi. Non era un gemito di abbandono, ma il verso di chi sta testando un nuovo paio di scarpe e le trova comode. "Sì. Molto meglio di lui. Molto."
Ero stranito. La posizione dell'amazzone mi toglieva ogni iniziativa, costringendomi a subire il suo peso e a guardarla dal basso verso l'alto, con i suoi seni pieni che ondeggiavano a ogni sua mossa. Sentivo la pressione fino alla base del ventre. Lei iniziò a muoversi. Prima con rotazioni lente del bacino, strusciando il suo clitoride contro di me, poi iniziò ad alzarsi e abbassarsi.
Su e giù. Su e giù. Il ritmo divenne rapidamente frenetico. Marica chiuse gli occhi e si perse nel suo delirio di onnipotenza. I suoi gemiti aumentarono di volume, accompagnati da quelle frasi fuori luogo che mi facevano accapponare la pelle. "Sì, cazzo... sei enorme rispetto a lui... scopami, fammi dimenticare quello sfigato..."
Ero in seria difficoltà. Un po' gemevo per il piacere puramente fisico, perché l'attrito era pazzesco, ma il disagio mi stava consumando. A un certo punto, lei buttò la testa all'indietro e lanciò un acuto decisamente troppo alto per un appartamento non insonorizzato.
"Cazzo, Marica, stai zitta!" sibilai, allungando le mani verso i suoi fianchi per frenarla. "Abbassa la voce, Anna ci sentirà così!"
Fu una frazione di secondo. Marica sgranò gli occhi, interruppe il movimento discendente, alzò la mano destra e... STLAC!
Mi tirò uno schiaffo in pieno viso. Non una carezza violenta da porno, ma un vero, sonoro e dolorosissimo ceffone che mi fece girare la testa di lato. La guancia mi andò in fiamme.
"Non permetterti mai più di dirmi di stare zitta," sibilò, gli occhi che mandavano lampi di pura pazzia, mentre riprendeva a scoparmi con una ferocia ancora maggiore. "Io urlo quanto cazzo mi pare!"
Porca troia, pensai, massaggiandomi la guancia con una mano, stordito, mentre il mio bacino si alzava istintivamente per incontrare le sue spinte. Questa è una rompicoglioni clinica, ma è troppo eccitante. Il dolore dello schiaffo si mischiò all'adrenalina, mandando in cortocircuito il mio sistema nervoso.
Ma la mia preoccupazione era fondatissima. TUM! TUM! TUM!
Tre colpi pesanti e furiosi si abbatterono contro il legno della porta della camera, fortunatamente chiusa a chiave. Il mio cuore si fermò. Il cazzo, miracolosamente, no.
"Cazzo, Marica, ma cos'è 'sto casino?!" urlò la voce di Anna dal corridoio, carica di frustrazione e rabbia. "Ti vuoi stare zitta che sto cercando di studiare?! Sembri una gatta in calore!"
Se fossi stato un essere umano normale, sarei morto di vergogna sul colpo. Ma Marica non era normale. Senza smettere di cavalcarmi, senza perdere il ritmo di un singolo affondo, girò la testa verso la porta e le rispose urlando, come se stesse chiedendo di passarle il sale a tavola, intercalando le parole con i gemiti.
"Cazzo, Anna! Sono... ah!... sono con un mio amico!" le urlò di rimando, i seni che sobbalzavano violentemente, la mia erezione che entrava e usciva dal suo corpo a un palmo dal mio naso. "Non fare... mmh... non fare sempre la bambina rompicazzo!"
Dall'altra parte della porta ci fu un secondo di silenzio tombale. Poi, la voce schifata di Anna. "Ma che schifo! Vaffanculo!" Sentii i suoi passi pesanti allontanarsi lungo il corridoio, seguiti dal rumore di una porta sbattuta con violenza.
Quello fu l'interruttore definitivo. Il mio cervello andò in blackout. Stavo scopando la sorella maggiore della ragazza per cui perdevo la testa. Quella stessa ragazza aveva appena ascoltato in diretta i nostri gemiti e ci aveva mandati a fare in culo disgustata. Era un abisso di degrado psicologico così profondo e tabù che l'eccitazione si trasformò in una furia cieca.
"Vieni qua, pazza," ringhiai. Afferrai Marica per i fianchi con una forza che le lasciò i segni delle mie dita sulla pelle. Iniziai a spingere dal basso, andando incontro al suo bacino, rompendo il suo ritmo e imponendo il mio. Ogni volta che scendeva, io spingevo verso l'alto, affondando fino alla radice in colpi sordi e bagnati.
Marica perse il suo controllo altezzoso. Lo schiaffo le si ritorse contro. La sua espressione di superiorità si sciolse in una smorfia di piacere puro e incontrollabile. Le sue mani si aggrapparono alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle. "Giò... ah! Giò... cazzo!" iniziò a balbettare, incapace di formulare altre frasi sul fratello.
L'attrito era devastante. Sentivo le pareti della sua intimità contrarsi attorno a me, i suoi muscoli che cedevano sotto i miei colpi. "Vengo..." urlò lei, buttando la testa all'indietro, i capelli scuri che le frustavano la schiena. "Oddio, vengo!"
Il suo orgasmo fu un terremoto. La sentii stringersi attorno al mio cazzo come una morsa d'acciaio, pulsando furiosamente mentre le sue cosce tremavano contro i miei fianchi.
La sua stretta mi diede il colpo di grazia. Spinsi il bacino un'ultima volta, affondando il più possibile, e svuotai tutto quello che mi era rimasto dentro di lei, emettendo un gemito roco e prolungato che si perse nel rumore del respiro affannoso di entrambi.
Rimanemmo così, incastrati, sudati e ansanti. Marica era accasciata sul mio petto, un peso morto e bollente. Fissavo il soffitto della sua camera, ascoltando il silenzio dell'appartamento, con la consapevolezza chirurgica che, dopo questa giornata, non c'era più assolutamente niente da salvare.
Mentre cercavo di riprendere fiato, il silenzio della stanza fu riempito di nuovo dalla sua voce. Non c'era un briciolo di dolcezza o di intimità post-sesso. Marica si stava già rivestendo, passandosi una mano tra i capelli scuri, con un'espressione di pura, fredda soddisfazione.
"Vedi?" mormorò, infilandosi gli slip e guardandomi con sufficienza. "Te l'avevo detto che il talento in famiglia non era stato distribuito equamente. Tuo fratello, dopo una cosa del genere, si sarebbe addormentato come un neonato inutile. Tu invece hai del potenziale."
"Sì, fantastico. Un trionfo della genetica," bofonchiai, ancora stordito, cercando i miei pantaloni sul pavimento.
I suoi commenti squallidi e fuori luogo continuavano a ronzarmi nelle orecchie, facendomi sentire un fottuto pezzo di carne usato per una ripicca. Mentre mi infilavo i boxer, recuperai il telefono dalla tasca dei pantaloni. Schiacciai il tasto laterale.
Lo schermo si illuminò, mostrandomi la mia personalissima condanna a morte. Otto chiamate perse da Sofia.
Merda. Merda. Merda. Il sangue mi si gelò nelle vene. Sof mi stava aspettando a casa sua per il nostro pomeriggio di sesso e aria condizionata, e io ero sparito dai radar per farmi usare dalla pazza ex di mio fratello. Ero fottuto. Per farmi perdonare uno sgarbo del genere, e conoscendo il suo carattere, avrei dovuto leccarle la figa per quaranta ore di fila, senza pause per bere o respirare.
Mentre fissavo lo schermo in preda al panico, il telefono vibrò di nuovo. Una chiamata in entrata. Ma non era Sof. Sgranai gli occhi. Il nome sul display mi fece mancare un battito: Anna.
Ma che cazzo? Non la sentivo dal disastro nucleare di sabato sera, era stata un fantasma per giorni, e ora mi chiamava all'improvviso? Deglutii a vuoto. Guardai Marica, che si stava abbottonando la gonna ignara di tutto, e risposi, cercando di sfoderare il tono più disinvolto ed estraneo possibile.
"Pronto? Anna? Ciao," dissi, la voce che mi tremava appena.
"Giò..." esordì lei. Aveva il fiatone, come se stesse camminando a passo spedito. Il suo tono era un misto di frustrazione, rabbia e puro disgusto. "Cazzo, Giò, sono per strada. Non puoi capire che schifo. Sto tremando dal nervoso."
"Eh... cosa? Che succede?" feci io, stringendo le chiappe, terrorizzato che Marica potesse parlare o fare rumore.
"Marica!" sbottò Anna, la voce che si alzava di un'ottava. "Quella psicopatica di mia sorella! Ero in camera a studiare, e lei si è portata un tizio in casa... un suo amico, non so chi cazzo fosse! Stavano scopando come animali, Giò! Urlava come una gatta in calore! Ho dovuto sbattere la porta, mandarla a fare in culo e andarmene di casa per non vomitare."
Io chiusi gli occhi, passandomi una mano sulla fronte madida di sudore. L'ironia della sorte mi stava prendendo a badilate in faccia. "Ah... wow. Pazzesco," balbettai, dando risposte vaghe e monosillabiche, lanciando sguardi di panico a Marica. "Mi dispiace un sacco, Anna."
"Ti prego," mi implorò lei, con quella sua voce dolce e ingenua che mi faceva sciogliere il cuore. "Ho bisogno del mio migliore amico. Devo farmi una passeggiata per tenermi compagnia e dimenticare la scena traumatica che ho appena vissuto. Ci sei?"
"Certo. Certo che ci sono," dissi subito. "Dove sei?" "Sono in centro, verso la piazza principale."
Calcolai rapidamente le distanze. Dovevo darle un punto di incontro abbastanza lontano da casa sua per non farle capire che venivo esattamente da lì. "Ok. Ascolta, io ero... a fare un giro. Incontriamoci al chiosco vicino al parco, quello dei gelati. Dammi venti minuti."
"Perfetto," sospirò lei, sembrando improvvisamente sollevata. Ma prima di riattaccare, sganciò la bomba. "Bene... così, visto che ci siamo, parliamo anche di quello che è successo sabato a casa di Maria. A dopo."
Click. La chiamata si chiuse. Il mio stomaco fece un triplo salto mortale. "E chi era?" chiese Marica, girandosi verso di me con le mani sui fianchi, un sopracciglio inarcato.
"Nessuno, un amico," mentii spudoratamente, finendo di tirarmi su i pantaloni in fretta e furia, recuperando la maglietta. "Senti, io devo scappare. Ho un'emergenza. Davvero, devo andare."
Feci per scattare verso la porta della camera, ma non feci in tempo. Marica si lasciò cadere di schiena sul materasso sfatto. Con una naturalezza disarmante e una fluidità quasi felina, alzò una gamba e mi piantò un piede nudo dritto in faccia. La pianta del suo piede andò a premere esattamente contro la mia guancia e l'angolo della mia bocca, fermando la mia corsa.
"Così di fretta, Giò?" mormorò, con un sorrisetto malizioso e manipolatore, le braccia incrociate dietro la nuca, i seni perfetti che si tendevano verso l'alto. "Sicuro di non volere un secondo round prima di andare a fare il bravo ragazzo?"
"Marica, dai, ti ho detto che de-" La frase mi morì in gola. Mentre aprivo la bocca per protestare e scostarle il piede dalla faccia, il mio naso registrò un dettaglio che mandò in totale cortocircuito il mio sistema nervoso.
Non c'era puzza. Non c'era odore di chiuso o di sudore stantio. Il suo piede aveva un odore fantastico. Sapeva di crema alla vaniglia, di pelle calda, di sudore pulito e di feromoni femminili. Era un odore inebriante, intimo, meraviglioso. Una mazzata chimica direttamente al cervello.
La razionalità mi urlava di scappare, che Anna mi stava aspettando al parco per farmi il processo per sabato sera. Ma l'istinto animale, risvegliato da quell'odore, prese violentemente il controllo.
Invece di allontanarle la gamba, le mie mani si alzarono e le afferrarono saldamente la caviglia sottile. Marica sgranò leggermente gli occhi, sorpresa dalla mia reazione, ma il suo sorriso si allargò, compiaciuto.
Chiusi gli occhi. Schiusi le labbra e, con una lentezza esasperante, feci scivolare la lingua lungo l'arco plantare del suo piede. Il sapore era salato e dolce allo stesso tempo. La sentii sussultare sul letto, il respiro che le si spezzava in gola. Iniziai ad annusarle la pelle, leccando la pianta del piede con movimenti umidi e decisi, per poi prendere l'alluce tra le labbra e iniziare a succhiarlo delicatamente, facendolo scivolare sulla lingua.
"Cristo, Giò..." ansimò Marica, chiudendo gli occhi e inarcando la schiena, completamente in balia di quella nuova, inaspettata perversione. La sua sicurezza altezzosa vacillò, sostituita da un gemito basso e roco che le vibrò nel petto.
Le mie mani le accarezzarono il polpaccio, salendo verso il ginocchio, mentre continuavo a viziare il suo piede, assaggiando ogni centimetro di quella pelle morbida. L'imbarazzo e la rigidità di prima erano spariti, sostituiti da una fame feticista che mi stava facendo esplodere di nuovo i pantaloni.
La guardai dal basso verso l'alto, la lingua ancora premuta contro la sua pelle. Marica si contorceva sul lenzuolo, i seni che si alzavano e si abbassavano in modo irregolare, totalmente soggiogata dal piacere.
Feci un rapido calcolo mentale, sentendo l'erezione spingere prepotentemente contro la zip appena chiusa. Cazzo, pensai, perdendomi nel sapore della sorella pazza. Anna poteva decisamente aspettare altri cinque minuti.
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