Provincia Di Troie - Capitolo 6

di
genere
etero

Non ci pensai due volte. L'istinto prese il sopravvento. "Anna," dissi, con voce ferma, guardandola dritta negli occhi azzurri.
Per un secondo, nel salotto di Maria si sentì solo il ronzio dell'aria condizionata. Poi, scoppiò il delirio.
Anna sgranò gli occhi, stringendosi le braccia attorno al petto come se avesse appena realizzato di essere mezza nuda. L'alcol le aveva tinto le guance di un rosso acceso, e la sua reazione fu un misto di panico e indignazione da ubriaca. "Ma sei impazzito?!" sbottò, la voce un'ottava più alta del normale. "Non se ne parla proprio! Io sto con Marco, te lo ricordi? Sono fidanzata! È un gioco stupido, io non ti faccio vedere un bel niente!"
Ma in quel covo di vipere, la pietà non era contemplata. "Uuuh, la santarellina si tira indietro!" la derise Maria, sventolando il bicchiere di tequila. "Fino a cinque minuti fa mi stavi palpando il culo con un entusiasmo invidiabile, tesoro. Ora fai la suora per un paio di tette?" "Dai, Anna, non fare la fifona," rincarò la dose Sof, spietata, anche se i suoi occhi mi lanciavano pugnali. "È un obbligo. E le regole le hai lette tu. O gli fai vedere il panorama, o ti scoli la mezza bottiglia di rum scuro che è rimasta."
Anna guardò la bottiglia di rum con puro terrore. Era già al limite, un altro sorso e avrebbe vomitato l'anima sul tappeto di Maria. Strinse i denti, mi fulminò con uno sguardo carico di risentimento e scattò in piedi, i bottoni della camicetta verde smeraldo di Ilenia che minacciavano di cedere a ogni suo respiro affannoso. "Muoviti," mi ringhiò contro, afferrandomi per il polso con una forza inaspettata. "Andiamo in bagno. Subito."
Mi trascinò lungo il corridoio e mi sbatte dentro il bagno, chiudendo la porta a chiave alle nostre spalle con un colpo secco. Lo spazio era minuscolo. Il profumo dolce di Anna, mescolato all'odore fruttato della vodka che aveva bevuto, riempì immediatamente l'aria. Eravamo a un palmo di distanza. Il suo petto si alzava e si abbassava vertiginosamente, le famose "zizzone" costrette in quella seta verde che reclamavano libertà.
"Si può sapere che cazzo ti dice il cervello, Giò?" mi aggredì sussurrando, puntandomi un dito contro il petto. Le parole le uscivano un po' strascicate per la sbronza. "Siamo praticamente migliori amici! Conosci benissimo la mia situazione con Marco. Perché hai scelto proprio me?"
Mi appoggiai al lavandino, incrociando le braccia, sfoggiando un sorriso a metà tra il divertito e il colpevole. "Siamo all'interno di un gioco di sincerità, Anna," biascicai, la lingua leggermente intorpidita dal gin. Lasciai scivolare lo sguardo sul suo décolleté esplosivo per poi riportarlo sui suoi occhi azzurri. "Ho solo risposto alla domanda. Ho scelto te perché le tue sono oggettivamente le migliori. È un complimento, dovresti esserne lusingata."
Anna arrossì ancora di più, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte contro la porta di legno. "Giò, ti prego," mormorò, e quando riaprì gli occhi c'era una vulnerabilità dolcissima e disperata. L'alcol le stava togliendo le difese. "Non farmi questo. Non voglio tradire Marco, anche se è uno stronzo. Mentiamo. Ti prego. Torniamo di là e diciamo che me le hai viste. Loro ci crederanno. Mentiamo, ti scongiuro."
La guardai. Era bellissima, disperata, con le guance in fiamme e quella camicetta che le stava da dio. Avrei venduto un rene per vederla slacciare quei tre bottoni tesi allo spasimo. Ma, per quanto fossi un disastro, non ero un mostro. E soprattutto, ero un opportunista.
"Mi spezzi il cuore, Anna," sospirai teatralmente, passandomi una mano tra i capelli. "Un'occasione d'oro buttata al vento. Va bene. Ti copro. Diremo che è stato uno spettacolo indimenticabile." Anna fece un sospiro di sollievo così profondo che un bottone della camicetta sembrò sul punto di saltare via. "Grazie, Giò. Ti giuro, sei il mio sal-" "Ferma lì," la interruppi, alzando un dito. Il mio sorriso si fece decisamente più bastardo. "Io mento per te. Ma tu, in cambio, mi devi un favore grosso come una casa."
Lei si irrigidì. "Che tipo di favore?" "Tu hai l'app in mano. Tu gestisci il gioco," le spiegai, abbassando la voce. "Voglio che fai in modo di far uscire un obbligo, una scusa, un fottuto pretesto qualsiasi per farmi appartare da solo con Ilenia. Voglio cinque minuti con lei, senza che nessuno venga a rompere i coglioni."
L'espressione di Anna cambiò drasticamente. Il sollievo sparì, sostituito da una smorfia di puro fastidio. L'idea che io volessi Ilenia le dava un fastidio fisico, ma non poteva giustificarlo in nessun modo razionale. Iniziò a balbettare, cercando una scusa per tirarsi indietro. "Ma... ma Ilenia non è il tuo tipo, Giò! Cioè, lei deve studiare domani... e poi è così snob, dai, ti annoieresti a morte, è una roba senza senso..." "Questo è il mio prezzo, Anna," la incalzai, facendo un passo verso di lei, azzerando le distanze, sentendo il calore del suo corpo. "O mi sistemi con Ilenia, o quei bottoni li slacci tu, qui e adesso. Scegli."
Mi fulminò con lo sguardo. Se gli occhi avessero potuto incenerire, sarei diventato un mucchietto di cenere sul tappetino del bagno. "Sei un ricattatore di merda," sibilò, chiaramente scocciata e irritata. "E va bene. Affare fatto. Stronzo."
"Perfetto," le sorrisi, appoggiandomi di nuovo al lavandino. "Ora dobbiamo restare qui chiusi per almeno tre minuti. Se usciamo subito, non ci crederà nessuno. A meno che tu non voglia spogliarti per far passare il tempo." "Piantala," sbuffò lei, incrociando le braccia.
Rimanemmo in silenzio. Il rumore ovattato della musica dal salotto filtrava attraverso la porta. Guardai Anna, che fissava le piastrelle del pavimento con il broncio. Improvvisamente, l'alcol mi fece tornare in mente una questione in sospeso.
"Senti, cambiando discorso," dissi, abbassando il tono, facendomi improvvisamente serio. "Come sta Marica?" Anna alzò la testa di scatto, sorpresa da quel cambio di registro. Marica era sua sorella, e fino a due settimane prima era la ragazza di mio fratello. Si erano lasciati in malo modo, un disastro nucleare che aveva diviso le nostre famiglie. "Perché me lo chiedi?" chiese, mettendosi sulla difensiva. "Perché le voglio bene, lo sai. Mio fratello è un coglione, ma non significa che io ce l'abbia con lei." L'espressione scocciata di Anna si ammorbidì. Si appoggiò alla porta, sospirando stancamente. "Sta uno schifo, Giò," mormorò, e la sua voce si incrinò leggermente. "Sta malissimo. Non mangia, non esce, passa le giornate a piangere in camera sua. È una situazione un po' tragica a casa mia in questo momento. Per questo esco e mi distruggo con voi la sera... cerco di non pensarci."
Quella confessione aggiunse un peso inaspettato alla serata. Mi fece capire che, dietro i drammi con Marco e i giochi alcolici, c'era una ragazza che stava scappando da un clima familiare pesante. Annuii, guardandola con una comprensione sincera. "Mi dispiace, Anna. Davvero. Se ha bisogno di sfogarsi con un volto amico, dille che io ci sono."
Lei mi fece un piccolo, vero sorriso. "Grazie, Giò." Guardai l'orologio. Erano passati tre minuti e mezzo. "Ok," dissi, sbattendomi le mani sulle cosce per rimettermi in modalità commedia. "Il tempo è scaduto. Pronta a sfoggiare la tua miglior faccia da ragazza appena ispezionata?" "Fottiti," ridacchiò lei, sistemandosi i capelli.
Aprì la porta. Quando tornammo in salotto, tutti gli sguardi si puntarono su di noi. Io feci finta di sistemarmi la maglietta con un sorriso da ebete stampato in faccia, mentre Anna si risedette al suo posto con le guance ancora fiammanti, evitando gli sguardi di Maria e Sof. "Allora?" esclamò Maria, impaziente, sporgendosi in avanti. "Com'è stato lo spettacolo?" Io guardai Anna, le feci un occhiolino impercettibile e mi leccai le labbra. "Ragazze," dissi, alzando il bicchiere in un brindisi verso di lei. "Patrimonio dell'Unesco. Non aggiungo altro."
Tornai a sedermi sul divano di pelle bianca, affiancando di nuovo Ilenia.
Nel frattempo, il gioco era praticamente degenerato in un caos di chiacchiere disordinate. L'attenzione si era spostata e, con un sospiro di sollievo collettivo, Anna e Ilenia decisero di restituirsi i rispettivi indumenti. Anna tornò a respirare nella sua maglietta, mentre Ilenia si riabbottonò (da sola) la camicetta di seta verde, riacquistando istantaneamente quell'aura da intellettuale irraggiungibile.
"Mi ero ufficialmente scocciata di quel gioco," mormorò Ilenia, girandosi verso di me. I suoi occhiali tondi riflettevano la luce debole del salotto. "Siete molto... basici quando bevete. Ti va di riprendere la conversazione di prima, o sei troppo distratto dall'ispezione anatomica che hai appena fatto in bagno?" "Io sono un essere multitasking," le risposi, sfoggiando un sorriso sornione e scivolando un po' più giù sul divano, fino a trovarmi quasi steso, con la spalla a contatto con il suo braccio.
Iniziammo a chiacchierare. La sintonia era palpabile, ma l'alcol mi rendeva sfacciato, così decisi di stuzzicarla sul suo punto debole. "Comunque," le dissi, sfiorandole il ginocchio, "ammetti che ti sei sentita un po' persa dentro la maglietta di Anna. Voglio dire, con quelle tue tettine adorabili, lì dentro c'era un'eco pazzesca."
Ilenia si irrigidì. Non amava essere presa in giro, specialmente sull'aspetto fisico, e il suo istinto da maestrina snob scattò subito. "La quantità non è sinonimo di qualità, Giovanni," ribatté pungente, assottigliando lo sguardo. "E francamente, preferisco l'eleganza alla volgarità da vetrina. Le mie 'tettine', come le chiami tu, stanno benissimo dove stanno." "Ma io non ho detto che non mi piacciono," mi difesi ridacchiando. Allungai una mano e le sfiorai il fianco con due dita. "Anzi, trovo che siano fottutamente chic. Molto... proporzionate alla tua intelligenza." "Ruffiano," sbuffò lei, ma l'angolo della bocca le tradì un piccolo sorriso.
Era tenerissima quando faceva la permalosa. Iniziammo a stuzzicarci fisicamente. Io le sfioravo il collo, lei mi dava dei leggeri colpetti sul petto per allontanarmi, ma finivamo sempre per riavvicinarci. Le diedi un piccolo bacio sulla guancia, poi uno morbidissimo appena sotto l'orecchio. Lei sospirò, inclinando la testa per darmi spazio, lasciando che il nostro flirt si scaldasse a fuoco lento.
Eravamo esattamente sulla stessa lunghezza d'onda. O almeno, così credeva il mio cervello annegato nel gin tonic. "Senti," le sussurrai all'orecchio, sfiorandole i riccioli scuri. "Ti va di andare in bagno? Credo di dovermi sciacquare la faccia." Ilenia mi guardò, un luccichio di comprensione le attraverso gli occhi. "Certo. Anche io devo sistemarmi il trucco."
Ci alzammo senza dare nell'occhio. Una volta varcata la porta del bagno di Maria, girai la chiave nella serratura e non le diedi nemmeno il tempo di guardarsi allo specchio. L'afferrai per i fianchi e la spinsi delicatamente contro la porta di legno.
Le nostre bocche si cercarono e si scontrarono. Era un bacio totalmente diverso da quelli animaleschi con Sof o Maria. Le labbra di Ilenia erano morbide, esitanti all'inizio, ma poi si schiusero, accogliendo la mia lingua. Sapeva di gin e menta. Le infilai entrambe le mani in quella cascata di riccioli scuri, stringendoli leggermente, mentre lei mi avvolgeva le braccia intorno al collo. "Parli troppo, lo sai?" le sussurrai contro le labbra, scendendo a baciarle la linea della mandibola. "E tu hai il fiato che sa di alcol," mormorò lei, ansimando leggermente, tirandomi di nuovo su per baciarmi.
L'eccitazione mi salì al cervello. L'idea di spogliarla della sua corazza da snob mi faceva impazzire. Spostai una mano dalla sua testa e la feci scivolare giù, lungo la schiena, fino a stringerle una natica. Ilenia si irrigidì. Mi prese il polso e, con fermezza, mi spostò la mano rimettendola sul suo fianco. "Fermo con le mani, Giò," sussurrò, cercando di mantenere il tono leggero.
Io, completamente fuso, credetti che facesse parte del gioco. Che stesse facendo la preziosa. "Dai, non fare la suora con me," ridacchiai, e ci riprovai. Questa volta feci scivolare la mano sul davanti, sfiorandole l'inguine sopra la gonna, mentre con l'altra cercavo di aprirle di nuovo la camicetta per toccarle il seno.
Ilenia smise di baciarmi. Mi girò il viso dall'altra parte e mi afferrò entrambi i polsi. "No, Giò. Ho detto no." Il suo tono non era più ironico. Era tagliente.
Ma il mio cervello maschile, annebbiato da settimane di sesso facile e sfacciato con ragazze che mi saltavano addosso, non riusciva a processare il rifiuto. Ignorai il suo avvertimento. Mi liberai dalla sua presa e feci per infilarle una mano sotto la gonna, cercando la sua intimità con un'insistenza cieca, sussurrando: "Dai, Ile, rilassati..."
Fu un attimo. "Ho detto BASTA!" sibilò Ilenia.
Con una forza che non credevo possedesse in quel corpo minuto, mi piantò entrambe le mani sul petto e mi diede uno spintone violentissimo. Preso alla sprovvista e instabile per l'alcol, inciampai all'indietro. I miei piedi scivolarono sul tappetino del bagno e caddi rovinosamente a terra, sbattendo il sedere e la schiena contro le piastrelle fredde, con un tonfo sordo.
Rimasi seduto a terra, a gambe larghe, sbattendo le palpebre. La botta fisica fu niente in confronto alla doccia ghiacciata che mi investì il cervello. La lucidità tornò in una frazione di secondo, spazzando via l'eccitazione.
Ilenia mi guardava dall'alto, il petto che si alzava e si abbassava per la rabbia. Si stava sistemando la camicetta con mani tremanti. I suoi occhi dietro gli occhiali non erano più né dolci né ironici. Erano carichi di delusione e fastidio. "No, Giò, cazzo, fermo!" mi disse, la voce che tremava per la rabbia trattenuta. "Non sono una delle tue amichette. Non voglio scopare alla prima occasione su un cazzo di tappetino in un bagno! Ci siamo visti due volte e ci stiamo solo baciando. Impara a rispettare i tempi delle persone!"
Il senso di colpa mi schiacciò il petto come un macigno. Mi resi conto in un lampo di essermi comportato esattamente come uno di quegli stronzi viscidi che popolano i locali della nostra provincia. Avevo letto male ogni singolo segnale. "Ile... oddio," balbettai, cercando di tirarmi su a fatica. "Cazzo, scusa. Scusa, davvero. Sono un coglione. Ho bevuto troppo, io... ho frainteso tutto. Ti giuro che non volevo forzarti."
Lei mi guardò tirarsi in piedi. La rabbia nei suoi occhi si ammorbidì in una fredda distanza. Si sistemò i riccioli, riprendendo il controllo della situazione con quella sua algida eleganza. "Non fa niente, Giò," disse, fredda come il ghiaccio. "Sei ubriaco. Ma fermiamoci qua. Buonanotte."
Senza aggiungere una parola, girò la chiave, aprì la porta e uscì, lasciandomi solo nel bagno.
Rimasi immobile per non so quanto tempo, fissando la porta chiusa. Mi sentivo uno schifo. Amareggiato, triste e disgustato da me stesso. Avevo rovinato l'unica cosa pulita e stimolante che mi era capitata in quell'estate di merda. Aprii il rubinetto e mi sciacquai la faccia con abbondante acqua gelata, guardando il mio riflesso patetico nello specchio.
Quando finalmente trovai il coraggio di uscire e tornare in salotto, il mio umore sprofondò ancora di più. Antonella e Ilenia non c'erano più. Se ne erano andate, senza nemmeno salutare. Ero rimasto solo in un salotto pieno di bottiglie vuote, con l'ansia che mi divorava e la consapevolezza di aver fatto una figura di merda colossale.
Tornai in salotto con il morale sotto i tacchi e una rabbia sorda che mi ronzava nelle tempie, amplificata dal gin tonic. L’atmosfera si era svuotata della tensione elettrica di poco prima. Il salone era silenzioso, la musica abbassata. Dalla porta finestra aperta intravedevo Sofia e Ross sul balcone, illuminate dalla luce arancione di un lampione, intente a chiudersi una canna per chiudere in bellezza quella serata disastrosa. Maria, a quanto pare, era chiusa nell'altro bagno.
Sul divano era rimasta solo Anna.
Se ne stava sprofondata nei cuscini di pelle bianca, con le gambe rannicchiate al petto e un bicchiere mezzo vuoto tra le mani. La camicetta di Ilenia era tornata al suo legittimo proprietario, e Anna indossava di nuovo la sua t-shirt attillata. L'alcol le aveva dato una botta tremenda: aveva lo sguardo un po' perso, le guance arrossate e un sorrisetto ebete stampato in faccia.
Appena mi vide, alzò la testa. "Giò! Eccoti," biascicò, allungando una mano per tirarmi per la maglietta finché non mi sedetti di peso accanto a lei. "Allora? Com'è andata con la secchiona? Vi siete scambiati opinioni filosofiche sul bidet?"
La guardai, un misto di frustrazione cosmica e tensione sessuale repressa che mi bruciava lo stomaco. "Uno schifo, Anna," sbottai, passandomi le mani sulla faccia. "Un fottuto disastro. E tu non mi hai aiutato per niente, anzi. Quindi, tecnicamente, la nostra scommessa è annullata. Mi devi delle tette. Ora."
Anna scoppiò in una risatina acuta, di quelle che fai quando sei brilla e tutto ti sembra una barzelletta. Mi diede una spinta leggera sulla spalla. "Ma non fare lo scemo, Giò! Pensi davvero che te le avrei fatte vedere? Cioè, io e te? Dai, siamo praticamente fratelli!" Ridacchiò ancora, portandosi il bicchiere alle labbra. "E poi, scusa, se tu non sai rimorchiare non è colpa mia. Dovevi usare più... charme."
Il suo tono leggero, quel suo modo di trattare la mia eccitazione come un normalissimo scherzo tra amici, mi mandò il sangue al cervello. Ero seduto accanto alla ragazza per cui sbavavo da mesi, la stessa che mi aveva fatto venire un'erezione di marmo spiandola mentre usava una zucchina, e lei mi dava del "fratello".
"Sì, ridi, ridi," la stuzzicai, avvicinandomi col viso al suo, sfidandola, sentendo il profumo della sua pelle. "Sei in debito, Anna. Le regole del gioco erano chiare. E prima o poi passo all'incasso." "Sì, nei tuoi sogni, zombi," mi prese in giro lei, chiudendo gli occhi e appoggiando la testa all'indietro sul divano, totalmente ignara del fatto che io fossi consumato dall'eccitazione e a un passo dall'esplodere.
"Che faccia da funerale," trillò una voce alle mie spalle.
Mi girai. Maria era uscita dal bagno. Il suo vestitino rosso a sottoveste sembrava ancora più corto e illegale di prima. Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia, e il suo sguardo da predatrice scansionò immediatamente la situazione: Anna mezza addormentata, io rigido come un pezzo di legno, con una mascella contratta che tradiva tutta la mia frustrazione.
Maria non si fece sfuggire l'occasione. Sfoderò un sorriso diabolico. "Giò," mi chiamò, facendo un cenno con la testa verso il corridoio. "Vieni un attimo di là. Devo farti vedere una cosa. E porta quella bottiglia di rum."
Mi alzai, lasciando Anna al suo torpore alcolico, e la seguii. Maria mi trascinò direttamente in camera sua, chiudendo la porta a chiave con un piccolo scatto secco che mi fece rizzare i peli sulle braccia. La stanza era immersa nella penombra, illuminata solo da una piccola abat-jour. L'aria condizionata rendeva l'ambiente fresco, in netto contrasto con il calore che Maria emanava.
Mi indicò il bordo del letto. Mi sedetti, posando la bottiglia sul comodino. Non feci in tempo a dire una parola che lei si avvicinò, mi allargò le gambe e si sedette a cavalcioni sulle mie cosce, fronteggiandomi. Le sue ginocchia premevano contro il materasso ai miei lati, e la seta sottile del vestitino scivolò su, lasciandomi sentire il calore della sua intimità separata da me solo dal tessuto dei miei pantaloni e da quel perizoma inesistente.
"Allora," sussurrò, passandomi le mani tra i capelli e guardandomi dritto negli occhi con un'intensità quasi crudele. "Che è successo con la piccola filosofa? Ti ha dato il due di picche?"
La sua vicinanza, il suo profumo invadente, il peso del suo corpo sul mio... era troppo. "Ha fatto la suora," grugnii, appoggiando le mani sui suoi fianchi caldi. "Mi ha fatto la morale sui tempi, sul rispetto e su stronzate simili. E io sono qua, che sto letteralmente impazzendo."
Maria scoppiò a ridere in modo basso, roco. Iniziò a muovere il bacino contro il mio, una frizione lenta e calcolata che mi fece gemere a denti stretti. "Povero il mio zombi sfigato," mi consolò, ma il suo tono era una presa in giro totale. Si chinò in avanti, sfiorandomi il naso con il suo. "Te l'avevo detto che dovevi lasciar perdere quelle ragazzine noiose. Loro non sanno gestire la tua energia. Io sì." Si morse il labbro inferiore, e i suoi occhi chiari brillarono di una lussuria pura. "Dai... continuiamo il gioco, io e te. Dammi un obbligo."
Il mio cervello, già devastato dal gin, dai rifiuti e dalla frustrazione accumulata per Anna, decise di staccare la spina alla razionalità. Davanti a me avevo l'incarnazione del vizio, la fidanzata del mio migliore amico, una tigre che chiedeva solo di essere domata. E io ero incazzato nero.
"Ho voglia di farti male," le sussurrai, la voce che era diventata un ringhio gutturale. Le strinsi i fianchi con forza, affondando le dita nella sua carne. "Il tuo obbligo sarà obbedire a ogni mio singolo ordine. In silenzio. Finché non vengo io."
Maria sussultò. Le sue pupille si dilatarono, e un brivido visibile le percorse la colonna vertebrale. La perversione di quella dinamica la eccitava da morire. "Sì," ansimò, piegando leggermente la testa.
"Spogliati," le ordinai. "Togliti quel vestito da troia. Lentamente."
Maria non se lo fece ripetere. Si alzò in piedi davanti a me. Con una lentezza esasperante e teatrale, incrociò le braccia e afferrò l'orlo del vestitino rosso di seta. Lo tirò su, scoprendo prima le cosce perfette, poi il ventre piatto, fino a sfilarselo dalla testa, lasciandolo cadere a terra. Era rimasta solo con il minuscolo perizoma nero, i seni pieni e sodi offerti alla penombra della stanza, i capezzoli già turgidi. Fece la finta ubbidiente, tenendo lo sguardo basso in una finta sottomissione che mi faceva impazzire, perché sapevo perfettamente quanto fosse dominante di natura.
"Ora togli il perizoma," continuai, la voce che mi tremava per l'adrenalina. Lo sfilò con un dito, calciandolo via. Nuda. Perfetta. “hai dei collant?” le chiesi, lei annuì. “Prendine un paio neri. Indossali. Tirali su fino alla figa e basta."
La vidi deglutire. Ubbidì. Prese un paio di collant neri velati, si sedette sul bordo del letto accanto a me e iniziò a infilarli. Il nylon scuro le avvolse i piedi, risalendo lungo i polpacci e le cosce abbronzate. Li tirò su fino all'inguine, lasciando che l'elastico si fermasse proprio sopra il suo pube, creando una cornice sintetica ed estremamente feticista attorno al suo centro già umido.
"Sdraiati," ringhiai.
La spinsi indietro sul materasso, facendola sdraiare a pancia in su. Mi inginocchiai davanti a lei, ai piedi del letto. Afferrai i suoi piedi, ora coperti dal nylon nero, e iniziai a leccarli. La consistenza ruvida e sintetica dei collant contro la mia lingua, mescolata al suo odore, era inebriante. Le baciai le caviglie, i polpacci, mentre lei inarcava la schiena, strozzando i gemiti, costretta dal mio ordine a fare la parte della vittima compiacente.
Senza smettere di fissarla negli occhi, mi abbassai i pantaloni della tuta, liberando la mia erezione dolorante. Mi spinsi in avanti, posizionandomi tra le sue gambe. Invece di entrare, abbassai il bacino e iniziai a strusciare il mio cazzo pulsante direttamente contro la sua figa coperta dal collant.
La frizione era pazzesca. Il nylon velato creava un attrito caldo, elettrico, che faceva gemere Maria in modo disperato. Sentivo l'umidità del suo centro bagnare la calza nera, mentre io spingevo e ritraevo il bacino, strofinando la lunghezza del mio sesso contro il suo clitoride intrappolato. "Giò... cazzo..." supplicò lei, contorcendosi sulle lenzuola, le mani strette a pugno. "Ho detto in silenzio," la zittii, mordendole l'interno della coscia coperto dalla calza.
La torturai così per minuti interminabili. L'attrito, il calore della stanza, l'alcol che mi rendeva insensibile a tutto tranne che al piacere puro. Lei fingeva di essere docile, ma i suoi fianchi spingevano verso l'alto con una fame animalesca, implorando di essere riempita.
Quando la situazione divenne insostenibile anche per me, la tirai più su sul letto. "Toglili," le ordinai. Maria si afferrò l'elastico dei collant e se li sfilò con una mossa disperata e rapida, liberando finalmente la sua intimità rovente. Mi chinai, baciandole i piedi nudi appena liberati. Poi, con un gesto repentino, presi i collant appena tolti, li attorcigliai leggermente e glieli passai dietro la nuca.
Le strinsi i collant attorno al collo. Non una presa letale, ma una tensione erotica, ferma e inequivocabile, incrociando i lembi del nylon sopra la sua gola, costringendola a guardarmi dal basso verso l'alto. "Sei mia, stasera," le sussurrai, e con un colpo di reni brutale, entrai dentro di lei.
Maria emise un suono che fu a metà tra un urlo e un lamento strozzato. L'impatto fu devastante. La sua figa mi accolse come un abisso bollente e scivoloso. Iniziai a scoparla con una violenza che non mi apparteneva, sfogando tutto il rancore, l'eccitazione e l'odio per quella serata. Il silenzio della casa, rotto solo dalla musica lontana dal salotto e dai nostri colpi sordi sul materasso, rendeva tutto più claustrofobico e sporco.
Tenevo i collant in tensione con una mano, mentre con l'altra le bloccavo i polsi. Lei aveva gli occhi lucidi, la bocca mezza aperta per cercare aria, ma non cercava di liberarsi. Anzi, si spingeva contro la stretta, il collo teso. "Sì... sì..." ansimava debolmente, gli effetti dell'alcol che le rendevano lo sguardo vitreo e carico di lussuria. "Amo tutto questo... scopami, cazzo..."
Affondai in lei con spinte inesorabili, lunghe e pesanti. La sentivo stringersi attorno a me, i suoi spasmi interni che preannunciavano l'esplosione. I suoi gemiti trattenuti, soffocati dalla tensione della calza di nylon, erano la colonna sonora del nostro disastro. "Vengo..." sussurrò lei, gli occhi rovesciati all'indietro. "Giò... vengo!" Il suo corpo fu scosso da contrazioni violente, la sua figa che mi mungeva disperatamente mentre l'orgasmo la travolgeva come un'onda anomala.
La lasciai godere per tre secondi esatti. Poi, al culmine del suo piacere, mi fermai di colpo e mi sfilai da lei. Maria sbatté le palpebre, confusa, il petto che si alzava a un ritmo disumano. Allentai la presa dei collant per farla respirare.
"Tutto qui?" le dissi, sfoggiando un sorriso cinico, nascondendo a fatica il fatto che stavo per esplodere anch'io. La guardai con aria di superiorità. "Te lo devo dire, Maria... la tua figa non riesce proprio a farmi venire. Sei troppo larga per i miei gusti."
La stoccata fu crudele, un insulto da manuale calcolato per colpire il suo ego smisurato proprio nel momento di massima vulnerabilità. Maria sgranò gli occhi, l'orgoglio ferito che le infiammava le guance. Aprì la bocca per insultarmi, ma io non glielo permisi.
"Girate," le ordinai, afferrandola per un braccio. La ribaltai a pancia in giù, facendola mettere a pecora, con il viso schiacciato contro il cuscino e il sedere perfettamente offerto a me. "Meno male che c'è una soluzione," ironizzai.
Recuperai la bottiglietta di lubrificante dal comodino, ne versai una quantità oscena sulle mie dita e sul suo ingresso posteriore, e poi, senza ulteriori preamboli, spinsi la punta del mio sesso contro la sua fessura anale. Maria lanciò un urlo acuto, immediatamente soffocato dal cuscino. La morsa strettissima e dolorosa del suo culo mi accolse. Affondai con una spinta decisa, fino alla base.
Mentre il mio corpo si abituava a quella densità pazzesca, afferrai di nuovo i lembi dei collant che aveva ancora al collo con la mano sinistra, tirandola leggermente verso di me per inarcarle la schiena, mentre con la mano destra le assestai una sculacciata sonora e brutale sulla natica destra.
SLACK.
Il rumore dello schiaffo rimbombò nella stanza. Maria gemette forte, dimenando i fianchi. Iniziai a scoparle il culo con un ritmo spietato, marziale. A ogni mia spinta in avanti, la mia mano destra si alzava e si abbatteva sulla sua carne morbida. Spinta. Schiaffo. Spinta. Schiaffo. I suoi glutei diventarono rapidamente rossi, mentre i suoi lamenti si trasformavano in puro godimento perverso.
Eravamo andati oltre ogni limite. Era una scena cupa, carica di un'animalità violenta che l'alcol aveva solo esasperato, e io me ne stavo nutrendo fino all'ultima goccia, pronto a scaricare tutto il mio veleno dentro di lei.
La tensione in quella stanza era diventata qualcosa di solido, un calore asfissiante che l’aria condizionata non riusciva più a scalfire. Ero in un loop di pura ferocia, alimentato dal gin, dal rifiuto di Ilenia e da quell'assurda, costante presenza di Anna che mi fluttuava nel cervello come un fantasma erotico.
Maria era ridotta a un ammasso di carne vibrante sotto di me. La tenevo bloccata a pecora, le mani strette attorno ai lembi di quei collant neri che le cingevano il collo. Tiravo verso l'alto, costringendola a inarcare la schiena in modo quasi innaturale, offrendomi il suo sedere rosso per le sculacciate e teso per l'invasione.
Il ritmo era diventato brutale, marziale. Ogni mia spinta nel suo culo era un colpo secco, accompagnato dal suono sordo della mia pelle che sbatteva contro la sua. Maria non emetteva più gemiti articolati; erano suoni strozzati, piccoli versi gutturali che vibravano contro il cuscino dove teneva la faccia schiacciata. La morsa del suo ano era una trappola bollente che mi mungeva a ogni affondo, una sensazione così intensa da farmi girare la testa.
"Ti piace, eh?" le sibilai all'orecchio, tirando ancora di più i collant. "Ti piace che faccia lo stronzo, Maria? Che ti tratti come la troia che sei?"
Lei non rispose a parole, ma scosse la testa freneticamente, spingendo il bacino all'indietro per accogliermi ancora più a fondo, cercando il dolore tanto quanto il piacere. Era un’apoteosi di perversione che mi stava portando dritto al limite. Sentivo il climax salirmi lungo la schiena come una scossa elettrica.
Ero arrivato. Non potevo più tenerlo.
Con un ultimo, violento strattone ai collant, mi sfilai da lei proprio mentre il piacere esplodeva. Maria crollò in avanti, le braccia che cedevano sul materasso, mentre io mi svuotavo sulla sua schiena abbronzata. La sborrata la colpì con una foga disperata, macchiando la pelle lucida di sudore e le calze nere che le scivolavano lungo i fianchi.
In quel preciso istante, mentre il respiro mi usciva dai polmoni in un grugnito roco e Maria cercava di riprendere aria, accadde il disastro.
Il rumore della chiave che girava nella serratura non ci aveva avvertito, perché Maria l'aveva lasciata aperta dopo l'ultimo giro di drink. La porta della camera si spalancò con un colpo secco.
"Mari? Ma dove sei fini... oh mio Dio!"
Il tempo si fermò.
Sulla soglia della stanza c'era Anna. Era stordita, barcollante, con una ciocca di capelli biondi davanti agli occhi e il viso ancora arrossato dall'alcol. Stringeva ancora un bicchiere di plastica in mano, ma lo lasciò scivolare, facendolo cadere a terra con un rumore sordo.
La scena che si trovò davanti era l'incarnazione del trauma: Maria nuda, stesa a faccia in giù con dei collant stretti al collo, la schiena imbrattata e il sedere infiammato. E io, in piedi sopra di lei, nudo, sudato e inequivocabilmente colpevole del massacro appena terminato.
Anna sgranò gli occhi azzurri in un modo che non credevo possibile. La sua bocca si schiuse in un'espressione di puro, viscerale orrore. Il suo sguardo passò dalla schiena di Maria alla mia faccia, poi di nuovo giù. Non era la solita Anna ingenua o gelosa. Era una maschera di shock anafilattico.
"Giò... Mari..." balbettò, la voce che le tremava come se avesse visto un omicidio in diretta. "Ma che... ma che cazzo fate?! Siete dei mostri! Fate schifo! Giulio... oh mio Dio, Giulio!"
Si portò le mani alla bocca, fece un passo indietro inciampando sui suoi stessi piedi e scappò via lungo il corridoio, lanciando un urlo soffocato che sembrava più un gemito di dolore che di rabbia.
scritto il
2026-05-13
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