La mia ribelle preferita (Parte 1)
di
Antares_M
genere
etero
"Non ridere, cretina!" Lo so, forse anch'io dovrei controllarmi, ma se Dio ha reso il collo una zona erogena io non ho altra scelta se non adeguarmi. C'è da dire che non i suoi risolini maliziosi, a metà tra piacere e solletico per la mia barba pungente, non sono affatto d'aiuto: ora stuzzicano i desideri più profondi che si rimestano nel mio animo, quelli che avevo promesso di tenere a bada. E, lo ammetto, in questo non sto facendo un buon lavoro... Quasi d'istinto mi viene da afferrarle i generosi fianchi ma, di nuovo, mi limito a sfiorarli con delicatezza, tuttavia non abbastanza da non fare in modo che si accorga. "E tu non ti allargare troppo..." sussurra lei piccata, accogliendo con un piccolo brivido ognuno dei miei mille baci e morsetti, mentre resta saldamente avvinghiata al mio collo, le mani tra i miei capelli ormai brizzolati. Anche lei, tuttavia, non resiste più: porta la testa all'indietro, concedendomi una visuale dominata da quella sua pelle così deliziosamente levigata e mulatta, frutto fortunato del suo sangue dominicano. No, voglio di più: aumento l'intensità dei baci, tanto che lei, piacevolmente intrappolata tra il mio corpo e la parete, è costretta a subire in silenzio il mio ardore cieco, soffocando chissà quanti gridolini nel suo palmo tremante. La sua pelle scotta, ma per me non è abbastanza. Voglio ustionarmi, se possibile. I miei baci scendono sempre più in basso e, contravvenendo ai suoi avvertimenti bisbigliati, che non distinguo dai sospiri di piacere di cui mi fa dono, approfitto della scollatura e bacio il suo petto, al che, con un certo grado di stupore, vengo spintonato all'indietro con decisione. "Oh, prof, ho detto di no!" sbotta lei con un sussurro urlato, mentre il suo sguardo accigliato mi fulmina senza pietà. Dovevo aspettarmelo. "Scusami Giulia, mi sono lasciato trasportare..." Abbozzo una scusa, ma una parte di me non riesce a non trovare la situazione alquanto ironica: di solito è l'alunna che campa giustificazioni al prof, non viceversa. Lei, seccata, tira un lungo sospiro e scuote pian piano la testa, contrariata. "È che se volevo il solito vecchio bavoso sarei andata da Zanardelli, il prof di chimica..." "Vecchio, io?!" strepito, nel tentativo di difendere l'onorabilità dei miei quarantasette anni. Lei mi rivolge un'espressione tediata. Forse le ho dato la risposta sbagliata. "Prof, non farmi incazzare..." sibila. "Ok, ok, scusa... Lo giuro, non lo faccio più." Temo che non sia ancora del tutto convinta, e infatti continua a negarmi lo sguardo, presa dal risentimento. Com'è difficile, questa ragazza... Il suo muso scazzato potrà intimorire gli altri, ma di certo non me. Dopotutto, ogni docente che si rispetti sa come disinnescare le bullette. Mi avvicino senza smettere di sorriderle e la stringo in un dolce ma vigoroso abbraccio, a cui lei, come sospettavo, non si sottrae: i calori dei nostri corpi premuti l'uno contro l'altro si confondono e si alimentano a vicenda. "Non lo faccio più, promesso", le sussurro all'orecchio, mentre lei, guardando altrove, annuisce e basta. E va bene, è ancora arrabbiata: a volte sono davvero un coglione, devo riconoscerlo. Mi allontano da lei e, porgendo una mano sulla sua morbida guancia sinistra, le sposto con delicatezza il volto di fronte al mio, accogliendo il suo sguardo imbronciato con un sincero sorriso intenerito. "Adesso mi terrai il muso per tutto il tempo?" ridacchio, giocando con le lunghe ciocche mosse che le cadono sulle spalle, mentre il mio pollice le carezza affettuosamente la guancia. In quella situazione, nemmeno lei è più in grado di mantenere la sua recita, e come previsto si scioglie in un vulnerabile — ma dolcissimo — ghigno imbarazzato. Ecco la Giulia che conosco. Mi faccio perdonare con un fugace bacio a stampo sulle sue labbra carnose, poi un altro, poi un altro ancora. "Ok, adesso non giocare", borbotta lei, per nulla soddisfatta dal mio affetto a intermittenza. E infatti, coglie l'amo come solo lei sa fare. Balzando in punta di piedi, mi sorprende baciandomi intensamente e a lungo, mentre regge il mio volto con le mani. Le sue labbra sembrano muoversi di vita propria, la sua lingua è un pennello che disegna momenti indimenticabili su di me. Accoglie con malcelato piacere anche la mia lingua, e diamo inizio a un lascivo ma pacifico duello d'amore, il rumore umido della saliva che sovrasta i nostri pensieri. La campanella, come molte altre volte prima di allora, ci interrompe sul più bello. Ci stacchiamo con un filo di saliva che congiunge le nostre bocche, restando a fissarci ansimanti e colmi di desiderio, mai davvero soddisfatti. Mi lecco le labbra, assaporando per un'ultima volta il suo sapore e, prendendo coscienza di ciò che abbiamo fatto, entrambi scoppiamo in una sommessa ma sincera risata. "Che dici, mi sono fatto perdonare?" le chiedo, dandole due lievi schiaffetti sulla guancia. Lei arrossisce, ancora stravolta. "Ho fatto io tutto il lavoro, come sempre." "Ah, se solo tenessi questa mentalità anche con i miei compiti..." ribatto sarcastico. Giulia alza gli occhi al cielo, fingendo di non sentirmi. Apprestandosi a uscire, si sistema la camicetta — mantenendo una generosa scollatura, come suo solito — e la gonnella blu dell'uniforme, completata da un paio di parigine nere e mocassini. Una visione così semplice ma al contempo così sublime. Quanto vorrei tornare a diciannove anni... "Beh, ora scappo", dice lei, salutandomi con un ultimo bacio sulla guancia. "A domani, allora." "Sono sempre qui", rispondo con un sorriso, arruffandole per gioco i capelli, che lei si aggiusta divertita. "Hasta luego, profe", mi dice un spagnolo. Fa per andarsene, ma appena mette mano alla manopola un pensiero riaffiora nella mia mente. "Ah, aspetta..." dico, facendo un passo in avanti. "Per quella faccenda della canna..." Lei si ferma e si volta verso di me, guardandomi con anticipazione. Sorrido. "Tutto a posto, ora." Il suo volto si rilassa e ricambia il mio sorriso. "Sei il numero uno", risponde, e salutandomi con un occhiolino sparisce dalla mia vista, aggraziata come una gattina randagia. Finalmente posso tirare un sospiro di sollievo. Sopraffatto dalla nostra ennesima sessione privata, mi siedo sulla poltroncina del mio ufficio e inizio a riprodurre a ripetizione quei momenti nella mia memoria, questa volta lasciando viaggiare la mia mano in posti che mai potrei toccare in sua compagnia. Ripensando ai suoi fianchi, a come danzano mentre cammina, alla desiderio soffocato di farli miei, mi tornano alla mente le sue parole, come un mantra: "Solo baci e carezze, massimo sul collo." Sospiro. Che ragazza taccagna... Apprezzo come abbia piazzato confini molto ben definiti al nostro rapporto e, soprattutto, mi lusinga la fiducia che ripone nei miei confronti affinché vengano mantenuti. E sì, sono perfettamente conscio di trovarmi in una posizione che milioni di altri colleghi riescono a vedere solo nei porno più fantasiosi... Ora, sarà il suo profumo ancora addosso che mi scombina i pensieri, o il sangue in circolo che non smette di accelerare... Però, ho torto se una parte di me vuole di più? Il silenzio al di fuori del mio ufficio mi riporta alla realtà: sono in ritardo per la mia ora. In fretta e furia mi ricompongo e afferro la mia roba, fiondandosi verso la mia classe maledicendo quella monella che, allo stesso tempo, rallegra e ingarbuglia i miei giorni.
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