Tempesta
di
Giù!!!
genere
etero
Mi piaceva camminare tardi sul lungomare dopo la palestra. Finivo di posare piastrelle alle sette e mezza, a volte anche alle otto di sera, con le ginocchia che urlavano e le mani che sapevano ancora di colla e polvere di cemento. Poi andavo in palestra per un paio d’ore: ferro pesante, sudore che bruciava negli occhi, il clangore dei pesi che mi svuotava la testa. Non lo facevo per sembrare bello. Lo facevo perché era l’unico modo che conoscevo per fronteggiare tutto quello che mi portavo dentro: la rabbia, la stanchezza di una vita che mi aveva dato tutto ma, non aveva mai preso la strada giusta. Dopo, invece di tornare a casa, camminavo sul lungomare. Passi lenti, il vento di mare che mi asciugava il sudore sulla pelle. Cercavo serenità, o qualcosa che ci assomigliasse. Un po’ di silenzio nella testa. Un posto dove il mondo smetteva di cercarmi per qualche minuto.
Non mi ero mai trovato bene con gli altri nutrizionisti. Troppo freddi, troppo distanti, troppo pieni di parole che non conoscevo. Quando mi avevano parlato di Dora, avevo accettato quasi controvoglia. Una donna, bella per di più. Lo avevo capito ancora prima di varcare la soglia del suo studio.
La prima visita era stata un inferno silenzioso.
Mi chiese diverse informazioni sul mio stile di vita. Mi aveva chiesto di spogliarmi fino a restare in mutande. Voce professionale, calda, gentile. Io, che passavo le giornate in ginocchio sui pavimenti degli altri con le mani rovinate, mi ero sentito improvvisamente nudo in un modo che non c’entrava niente con i vestiti. Le mani grandi, callose, segnate da tagli e malta secca, erano rimaste ferme lungo i fianchi mentre lei prendeva le misure: vita, torace, braccia, cosce. Il metro a nastro le scorreva sulla pelle con precisione clinica, eppure ogni sfioramento leggero mi mandava una scarica elettrica lungo la schiena. Dora era troppo bella per stare così vicina. Capelli raccolti, occhi concentrati, ma con quel sorriso dolce che le incurvava appena le labbra. Il desiderio era inevitabile ma, il desiderio quella volta sembrava aver trovato un angelo anziché una diavola. Sentivo il calore del suo corpo, il profumo leggero di pulito. Quando mi aveva misurato il petto, le dita che sfioravano appena la pelle, avevo trattenuto il respiro come un ragazzino idiota. Non imbarazzo. Un desiderio anormale per me, che mi stringeva lo stomaco e mi faceva sentire fuori posto. Lei aveva notato tutto. Mi concesse solo un sorriso piccolo, quasi complice, mentre annotava i numeri.
«Va tutto bene» aveva mormorato piano.
Da quel momento gli sguardi tra noi erano cambiati. Durante le visite successive restavamo professionali: lei parlava di alimentazione, di recupero muscolare, di come bilanciare proteine e carboidrati, ma c’era sempre quel secondo di troppo in cui i nostri occhi si incrociavano. Cioccolato ed iris. Io non abbassavo mai lo sguardo. Lei sì, ogni tanto, e quando lo rialzava c’era un leggero rossore sulle guance. Frasi che iniziavano e poi si fermavano a metà.
«Forse dovresti provare a…» e poi silenzio, come se entrambi sapessimo che non stavamo parlando solo di cibo.
Le passeggiate sul lungomare erano arrivate dopo. All’inizio per caso. Poi per abitudine.
Finivo tardi, uscivo dalla palestra con i muscoli ancora caldi e la testa piena di pensieri pesanti, e lei era lì, quasi ogni sera, con il suo cane che le correva intorno felice. Bella da far male. Nutrizionista stimata, donna in carriera, amante degli animali, instancabile atleta. Alta, forme piene e armoniose, quel tipo di bellezza che sembra naturale e curata allo stesso tempo. Dolce. Romantica. Di una femminilità rara, che mi faceva sentire al tempo stesso inadeguato e disperatamente vivo.
La prima volta che avevamo parlato davvero era stato una sera di vento leggero. Lei aveva rallentato il passo, mi aveva sorriso.
«Cammini sempre solo a quest’ora?»
Io avevo scrollato le spalle. «Mi aiuta a mettere a posto la testa. Invece tu? Non è un poco tardi per portare il cane a spasso?»
«Sai com’è, il lavoro…»
«Solo quello?» Chiesi. La risposta fu solo un sorriso.
Il vero tempo, quello che decidi sia prezioso e lo spendi con una persona a volte ti ripaga. Io e lei eravamo diventavi amici, di quelli che confessano gli sbagli, gli eccessi. Gli amici a cui non serve una scopata, ma solo l’udito e un sorriso. E lei, con quella voce morbida che sembrava fatta per curare più delle diete, mi aveva detto una cosa che mi era rimasta conficcata nelle costole come un cacciavite:
«Prima di poter amare davvero, prima di donare quel sentimento, devi imparare a riceverlo. Lasciare che qualcuna te lo dia.»
Avevo riso, amaro, passandomi una mano sulla nuca. «E come si fa, Dora? Come cazzo si fa?»
Lei non aveva risposto subito. Aveva guardato il mare, poi di nuovo me. E da quel giorno le passeggiate erano diventate il nostro tempo. Mesi di conversazioni che iniziavano dal lavoro, dal cane, dal mare, e scivolavano lentamente verso cose più vere. Sguardi che duravano troppo. Frasi sospese. Imbarazzo che non era più solo professionale.
Fino a quella sera.
Il cielo si era squarciato all’improvviso. Una pioggia violenta, che aveva trasformato il lungomare in un fiume grigio e luccicante. Avevamo iniziato a correre ridendo come due stupidi, io con la felpa da palestra ancora umida di sudore, lei leggera come sempre. Ci eravamo infilati sotto il ponte che divide la ferrovia dal mare, un arco di cemento grezzo, ombre spesse, dove la pioggia batteva furiosa sui due lati, chiudendoci quasi dentro.
Eravamo stretti. Troppo stretti.
Il suo corpo contro il mio, il petto che si alzava e abbassava veloce per la corsa, i capelli bagnati appiccicati alla fronte e alle guance. Il suo profumo e pioggia che mi riempiva i polmoni insieme all’odore di cemento bagnato. Il cane si era accucciato ai nostri piedi, indifferente al mondo.
Non parlavamo. Solo respiri.
Le avevo preso il viso tra le mani, mani grandi, callose, segnate dal lavoro, dai pesi e l’avevo guardata negli occhi. Quegli occhi grandi, azzurri, un fiore. Pieni di una dolcezza che non meritavo e una passione che cerca disperatamente una via di fuga.
Poi l’avevo baciata.
Non fu un bacio timido. Fu fame e reverenza insieme. Il mio bisogno. Le mie labbra, dure e calde, premettero contro le sue morbide con una disperazione quieta, quasi dolorosa. Dora sussultò solo per un istante, poi ricambiò con una passione profonda, le mani che mi afferravano la felpa bagnata tirandomi più vicino. Io le tenni il viso con delicatezza feroce, i pollici che le accarezzavano gli zigomi bagnati di pioggia mentre la baciavo più a fondo, la lingua che sfiorava la sua con lentezza esploratrice, come se avessi paura di rompere qualcosa di prezioso… o di possedere qualcosa di libero.
Sapeva di pioggia. Di mare. Di tutto quello che avevo passato anni a ignorare camminando su quel lungomare con le mani in tasca e il cuore chiuso a chiave.
Sapeva di dolce e di amaro insieme. Come l’amore, che avevo sempre pensato fosse roba per gli altri, per quelli che ci credevano, per quelli che sapevano stare fermi. Io non sapevo stare fermo. Io volevo solo fottere.
Sapeva di lei.
Calda. Romantica. Con quello sguardo che mi guardava come se fossi ancora salvabile.
Ora volevo amarla. Dio, quanto volevo amarla.
Il bacio si fece più intenso. Un gemito leggero le sfuggì contro la mia bocca, un suono morbido che mi entrò nel petto come una lama calda. Le passai una mano tra i capelli bagnati, tenendola lì, corpo contro corpo, mentre la pioggia continuava a cadere intorno al nostro piccolo mondo, battendo sul cemento come un cuore impazzito che finalmente aveva trovato il suo ritmo.
Quando ci staccammo, solo di pochi centimetri, le nostre fronti si toccavano ancora. I respiri si mescolavano. Lei sorrideva piano, gli occhi lucidi di pioggia e di qualcosa di più profondo.
Io tremavo dentro, le mani ancora sul suo viso, callose contro la sua pelle perfetta.
E capii, con una chiarezza dolorosa e bellissima, che questa donna, Dora, non era solo un bacio sotto la pioggia.
Era l’inizio di qualcosa che poteva distruggermi.
O salvarmi. Ed io distruggere lei, per la prima volta non era un pensiero. Per la prima volta nella mia vita, non volevo più entrare, possedere e fuggire.
E se dovevo fuggire, lo avrei con lei.
Ma potevo pensarlo solo dopo aver assaporato le sue labbra. L’avevo conosciuta per mesi: ogni sguardo, ogni parola sospesa, ogni passeggiata sul lungomare mi aveva già legato a lei più di quanto volessi ammettere.
«Casa mia è qui vicino» dissi, la voce bassa e roca. Non glielo domandai. Lo supplicai. «Vieni con me.»
Nei suoi occhi passò una tempesta di dubbi, ma poi annuì. «Va bene.»
La presi per mano e corremmo sotto la pioggia fino al mio appartamento. Era piccolo, moderno, pulito: pareti bianche, pochi mobili che avevo sistemato io stesso dopo il lavoro. Appena entrati, il cane si scrollò l’acqua di dosso. Le diedi due asciugamani: uno grande per lei, uno più piccolo per lui, e un phon. Le nostre dita si sfiorarono e quel tocco bastò.
Ci scambiammo baci teneri, leggeri, mentre lei si asciugava i capelli. Baci sulla guancia bagnata, sulla tempia, sulle labbra. Baci che sembravano innocenti, ma non lo erano. Senza che ce ne accorgessimo, i vestiti iniziarono a cadere uno dopo l’altro sul pavimento. La mia felpa, la sua maglia, i pantaloni. Le mani che si cercavano, timide e fameliche.
Quando ci rendemmo conto di essere quasi nudi, i baci erano già diventati tempesta. Bocche affamate, corpi premuti l’uno contro l’altro. La presi in braccio e la portai sul letto.
All’inizio fu dolce, quasi reverenziale. Mi posizionai sopra di lei, la baciai. Come si fa con una donna che ti accende. Poi scesi con la bocca. Le baciai il collo, il seno, la pancia, scendendo sempre più giù. Quando arrivai tra le sue gambe, le spalancai piano le cosce con le mani. Lei tremò. Il suo profumo mi avvolse, un odore di donna eccitata e pioggia. Abbassai la testa e la leccai con lentezza devastante.
La lingua piatta scivolò tra le sue labbra morbide, assaporando ogni goccia della sua eccitazione. La leccai dal basso verso l’alto, lentamente, poi concentrai l’attenzione sul clitoride, disegnando piccoli cerchi precisi, succhiandolo piano tra le labbra. Dora inarcò la schiena, un gemito lungo e tremante le sfuggì dalla gola. Le infilai due dita dentro, curvandole leggermente mentre la lingua continuava il suo lavoro implacabile: lenta, poi più veloce, poi di nuovo lenta, alternando pressione e leggerezza. Sentivo il suo sapore inondarmi la bocca, caldo e dolce, mentre i suoi fianchi cominciavano a muoversi contro il mio viso. Le sue mani mi afferrarono i capelli, stringendo forte, i suoi gemiti salivano lungo la mia schiena come dita calde. Più alti. Più rotti. Più onesti di qualsiasi parola che avesse mai detto. Quella dolce melodia della donna che gode, e fu la cosa più bella che avessi mai sentito in vita mia.
La leccai come se fosse l’unica cosa che contasse al mondo, assaporando ogni fremito, ogni contrazione, ogni sospiro spezzato. Quando venne, lo fece con tutto il corpo: un orgasmo potente che la fece tremare violentemente, le cosce che si stringevano intorno alla mia testa, la figa che pulsava contro la mia lingua mentre io continuavo a leccare piano, accompagnandola fino all’ultimo brivido.
Solo allora risalii su di lei, il mento bagnato del suo sapore, e la baciai di nuovo profondamente, facendole sentire quanto mi piaceva il suo gusto.
Entrai dentro di lei con una spinta lunga, lenta, implacabile.
Sentii ogni centimetro di me scivolare nel suo calore bagnato, aprendola piano, riempiendola fino in fondo. Dora emise un sospiro tremante, quasi un gemito soffocato, le palpebre che vibravano mentre mi guardava dritto negli occhi. Le sue mani mi accarezzarono la schiena con urgenza dolce, le unghie che graffiavano appena la pelle, come se volesse ancorarsi a me per non perdersi.
Ci muovevamo insieme, con un ritmo profondo e languido, come se il tempo si fosse fermato solo per noi. Ogni volta che affondavo, sentivo le sue pareti vellutate stringersi intorno al mio cazzo, calde, bagnate, fameliche. Ogni ritirata era una carezza lenta e tortuosa, ogni ritorno una promessa più intensa. Il suo corpo morbido e forte mi accoglieva perfettamente, come se fosse stato creato apposta per avvolgermi, per prendermi tutto.
La guardavo negli occhi mentre la scopavo piano, e vedevo il piacere crescerle dentro: le pupille dilatate, le labbra socchiuse, il respiro che si faceva più corto e irregolare. Sentivo il suo calore pulsare intorno a me, il modo in cui il suo corpo si inarcava leggermente per venirmi incontro, per prendermi più a fondo. Era una sensazione divina, stretta, scivolosa, viva. Mi faceva desiderare di restare sepolto dentro di lei per sempre.
Ogni affondo era una dichiarazione silenziosa: sei mia. Ogni gemito che le sfuggiva dalle labbra era un invito a spingere più forte, a prenderla più a fondo. E io lo facevo, lentamente, deliberatamente, lasciando che sentisse ogni millimetro di me che la reclamava, che la riempiva, che la faceva tremare di piacere.
E approfittando di un attimo di cedimento, un respiro affannato, lei chiese la sua cavalcata gloriosa. Mi spinse delicatamente sul petto e salì sopra di me.
Si mise a cavalcioni, le ginocchia piantate ai lati dei miei fianchi, il corpo nudo e perfetto che si ergeva su di me come una dea scesa per sbaglio nella mia piccola casa. I capelli ancora umidi le ricadevano sulle spalle in onde scure, il seno pieno che si alzava e abbassava con il respiro affannoso, la pelle che brillava di un velo leggero di sudore e pioggia. Era troppa bellezza per uno come me. Troppa luce. Troppa grazia.
Si sollevò leggermente sulle ginocchia, una mano sul mio petto, l’altra che guidava il mio cazzo dentro di sé. Quando si abbassò, lo fece con un movimento fluido e vorace. Il suo calore mi avvolse tutto in una volta, stretto, vellutato, perfetto.
E poi cominciò a saltare.
Si sollevava quasi fino a uscire, per poi lasciarsi cadere di nuovo su di me con un ritmo profondo, potente, ipnotico. I fianchi che si alzavano e si abbassavano, le cosce forti e scolpite che lavoravano con grazia atletica. Ogni discesa era un colpo al cuore: il seno che ondeggiava dolcemente, i capelli che le frustavano le spalle, i gemiti che diventavano sempre più alti e spezzati.
La guardavo dal basso, ipnotizzato. Quella donna dolce e romantica, la mia Dora, che cavalcava il mio cazzo con abbandono totale, gli occhi socchiusi, le labbra socchiuse in gemiti leggeri che mi entravano dentro come musica. Era bellissima. Troppo bella. E io ero eccitato da morire nel vederla così: selvaggia, tenera, completamente persa nel piacere.
Il suo orgasmo arrivò all’improvviso.
Il corpo di Dora si irrigidì, un tremito violento la attraversò tutta. La sua figa si strinse intorno a me in contrazioni potenti, calde, bagnate, mentre un gemito lungo e profondo le usciva dalla gola. Si inarcò all’indietro, le mani premute sul mio petto, tremando forte mentre il piacere la travolgeva.
Poi, con il respiro ancora affannoso, si scostò da me e si gettò di lato sul letto, pensando che fosse finita. Si sdraiò sulla schiena, il petto che si alzava e abbassava rapidamente, un sorriso appagato sulle labbra, gli occhi chiusi per un istante.
Ma io non avevo finito.
Il mio cazzo era ancora duro, pulsante, dolorosamente eccitato. Vederla venire così mi aveva fatto impazzire ancora di più.
La presi per i fianchi e la tirai verso di me. Senza dire una parola la girai sulla schiena e le sollevai le gambe, appoggiandole sulle mie spalle. La piegai in quella posizione profonda, l’incudine, aprendo completamente il suo corpo per me. Il suo sesso era esposto, gonfio e lucido del suo orgasmo.
Entrai dentro di lei con una spinta potente, arrivando più a fondo di quanto avessi mai osato. Dora spalancò gli occhi e gemette forte, sorpresa e eccitata allo stesso tempo.
Qualcosa dentro di me si ruppe.
Cominciai a scoparla forte, con colpi profondi e spietati, il suono della carne contro carne che riempiva la stanza. Le mie mani le strinsero il collo, non abbastanza da farle male, ma abbastanza da farle sentire il mio controllo, la mia urgenza disperata. Le infilai il pollice tra le labbra socchiuse e lei lo succhiò istintivamente, gli occhi velati di piacere e di qualcosa di più oscuro.
«Dora…» ringhiai, la voce bassa e spezzata, mentre spingevo dentro di lei con tutta la forza che avevo. «Non riesco… non riesco a trattenermi…»
Lei capì. Le sue mani mi afferrarono i polsi, non per fermarmi, ma per tenermi lì. I suoi occhi incontrarono i miei, lucidi, intensi, pieni di una dolcezza feroce.
«Lasciati andare» sussurrò contro il mio pollice, la voce roca e tremante. «Sono qui. Sfogati dentro di me… prendimi come hai bisogno.»
Quelle parole furono la fine di ogni resistenza.
La scopai con una ferocia tenera e disperata, il corpo che sbatteva contro il suo, le sue gambe che tremavano sulle mie spalle, il suo sesso che si stringeva intorno a me come se non volesse più lasciarmi andare. Il piacere salì come un’onda violenta, inevitabile. Quando non riuscii più a trattenermi, uscii da lei e venni sul suo ventre, fiotti caldi e abbondanti che la marchiarono, densi e bianchi sulla sua pelle perfetta.
Dora abbassò lo sguardo, un sorriso piccolo e osceno sulle labbra. Intinse un dito nel mio seme, lo portò lentamente alla bocca e lo assaggiò, gli occhi fissi nei miei, come se volesse dirmi che accettava ogni parte di me, anche quella più selvaggia, anche quella più tormentata.
Restammo così, ansimanti, sudati, intrecciati. Io le accarezzai il ventre sporco con dita tremanti, lei mi sorrideva con quella luce dolce che mi faceva sentire, per la prima volta, che forse non ero solo uno stronzo bastardo.
Non mi ero mai trovato bene con gli altri nutrizionisti. Troppo freddi, troppo distanti, troppo pieni di parole che non conoscevo. Quando mi avevano parlato di Dora, avevo accettato quasi controvoglia. Una donna, bella per di più. Lo avevo capito ancora prima di varcare la soglia del suo studio.
La prima visita era stata un inferno silenzioso.
Mi chiese diverse informazioni sul mio stile di vita. Mi aveva chiesto di spogliarmi fino a restare in mutande. Voce professionale, calda, gentile. Io, che passavo le giornate in ginocchio sui pavimenti degli altri con le mani rovinate, mi ero sentito improvvisamente nudo in un modo che non c’entrava niente con i vestiti. Le mani grandi, callose, segnate da tagli e malta secca, erano rimaste ferme lungo i fianchi mentre lei prendeva le misure: vita, torace, braccia, cosce. Il metro a nastro le scorreva sulla pelle con precisione clinica, eppure ogni sfioramento leggero mi mandava una scarica elettrica lungo la schiena. Dora era troppo bella per stare così vicina. Capelli raccolti, occhi concentrati, ma con quel sorriso dolce che le incurvava appena le labbra. Il desiderio era inevitabile ma, il desiderio quella volta sembrava aver trovato un angelo anziché una diavola. Sentivo il calore del suo corpo, il profumo leggero di pulito. Quando mi aveva misurato il petto, le dita che sfioravano appena la pelle, avevo trattenuto il respiro come un ragazzino idiota. Non imbarazzo. Un desiderio anormale per me, che mi stringeva lo stomaco e mi faceva sentire fuori posto. Lei aveva notato tutto. Mi concesse solo un sorriso piccolo, quasi complice, mentre annotava i numeri.
«Va tutto bene» aveva mormorato piano.
Da quel momento gli sguardi tra noi erano cambiati. Durante le visite successive restavamo professionali: lei parlava di alimentazione, di recupero muscolare, di come bilanciare proteine e carboidrati, ma c’era sempre quel secondo di troppo in cui i nostri occhi si incrociavano. Cioccolato ed iris. Io non abbassavo mai lo sguardo. Lei sì, ogni tanto, e quando lo rialzava c’era un leggero rossore sulle guance. Frasi che iniziavano e poi si fermavano a metà.
«Forse dovresti provare a…» e poi silenzio, come se entrambi sapessimo che non stavamo parlando solo di cibo.
Le passeggiate sul lungomare erano arrivate dopo. All’inizio per caso. Poi per abitudine.
Finivo tardi, uscivo dalla palestra con i muscoli ancora caldi e la testa piena di pensieri pesanti, e lei era lì, quasi ogni sera, con il suo cane che le correva intorno felice. Bella da far male. Nutrizionista stimata, donna in carriera, amante degli animali, instancabile atleta. Alta, forme piene e armoniose, quel tipo di bellezza che sembra naturale e curata allo stesso tempo. Dolce. Romantica. Di una femminilità rara, che mi faceva sentire al tempo stesso inadeguato e disperatamente vivo.
La prima volta che avevamo parlato davvero era stato una sera di vento leggero. Lei aveva rallentato il passo, mi aveva sorriso.
«Cammini sempre solo a quest’ora?»
Io avevo scrollato le spalle. «Mi aiuta a mettere a posto la testa. Invece tu? Non è un poco tardi per portare il cane a spasso?»
«Sai com’è, il lavoro…»
«Solo quello?» Chiesi. La risposta fu solo un sorriso.
Il vero tempo, quello che decidi sia prezioso e lo spendi con una persona a volte ti ripaga. Io e lei eravamo diventavi amici, di quelli che confessano gli sbagli, gli eccessi. Gli amici a cui non serve una scopata, ma solo l’udito e un sorriso. E lei, con quella voce morbida che sembrava fatta per curare più delle diete, mi aveva detto una cosa che mi era rimasta conficcata nelle costole come un cacciavite:
«Prima di poter amare davvero, prima di donare quel sentimento, devi imparare a riceverlo. Lasciare che qualcuna te lo dia.»
Avevo riso, amaro, passandomi una mano sulla nuca. «E come si fa, Dora? Come cazzo si fa?»
Lei non aveva risposto subito. Aveva guardato il mare, poi di nuovo me. E da quel giorno le passeggiate erano diventate il nostro tempo. Mesi di conversazioni che iniziavano dal lavoro, dal cane, dal mare, e scivolavano lentamente verso cose più vere. Sguardi che duravano troppo. Frasi sospese. Imbarazzo che non era più solo professionale.
Fino a quella sera.
Il cielo si era squarciato all’improvviso. Una pioggia violenta, che aveva trasformato il lungomare in un fiume grigio e luccicante. Avevamo iniziato a correre ridendo come due stupidi, io con la felpa da palestra ancora umida di sudore, lei leggera come sempre. Ci eravamo infilati sotto il ponte che divide la ferrovia dal mare, un arco di cemento grezzo, ombre spesse, dove la pioggia batteva furiosa sui due lati, chiudendoci quasi dentro.
Eravamo stretti. Troppo stretti.
Il suo corpo contro il mio, il petto che si alzava e abbassava veloce per la corsa, i capelli bagnati appiccicati alla fronte e alle guance. Il suo profumo e pioggia che mi riempiva i polmoni insieme all’odore di cemento bagnato. Il cane si era accucciato ai nostri piedi, indifferente al mondo.
Non parlavamo. Solo respiri.
Le avevo preso il viso tra le mani, mani grandi, callose, segnate dal lavoro, dai pesi e l’avevo guardata negli occhi. Quegli occhi grandi, azzurri, un fiore. Pieni di una dolcezza che non meritavo e una passione che cerca disperatamente una via di fuga.
Poi l’avevo baciata.
Non fu un bacio timido. Fu fame e reverenza insieme. Il mio bisogno. Le mie labbra, dure e calde, premettero contro le sue morbide con una disperazione quieta, quasi dolorosa. Dora sussultò solo per un istante, poi ricambiò con una passione profonda, le mani che mi afferravano la felpa bagnata tirandomi più vicino. Io le tenni il viso con delicatezza feroce, i pollici che le accarezzavano gli zigomi bagnati di pioggia mentre la baciavo più a fondo, la lingua che sfiorava la sua con lentezza esploratrice, come se avessi paura di rompere qualcosa di prezioso… o di possedere qualcosa di libero.
Sapeva di pioggia. Di mare. Di tutto quello che avevo passato anni a ignorare camminando su quel lungomare con le mani in tasca e il cuore chiuso a chiave.
Sapeva di dolce e di amaro insieme. Come l’amore, che avevo sempre pensato fosse roba per gli altri, per quelli che ci credevano, per quelli che sapevano stare fermi. Io non sapevo stare fermo. Io volevo solo fottere.
Sapeva di lei.
Calda. Romantica. Con quello sguardo che mi guardava come se fossi ancora salvabile.
Ora volevo amarla. Dio, quanto volevo amarla.
Il bacio si fece più intenso. Un gemito leggero le sfuggì contro la mia bocca, un suono morbido che mi entrò nel petto come una lama calda. Le passai una mano tra i capelli bagnati, tenendola lì, corpo contro corpo, mentre la pioggia continuava a cadere intorno al nostro piccolo mondo, battendo sul cemento come un cuore impazzito che finalmente aveva trovato il suo ritmo.
Quando ci staccammo, solo di pochi centimetri, le nostre fronti si toccavano ancora. I respiri si mescolavano. Lei sorrideva piano, gli occhi lucidi di pioggia e di qualcosa di più profondo.
Io tremavo dentro, le mani ancora sul suo viso, callose contro la sua pelle perfetta.
E capii, con una chiarezza dolorosa e bellissima, che questa donna, Dora, non era solo un bacio sotto la pioggia.
Era l’inizio di qualcosa che poteva distruggermi.
O salvarmi. Ed io distruggere lei, per la prima volta non era un pensiero. Per la prima volta nella mia vita, non volevo più entrare, possedere e fuggire.
E se dovevo fuggire, lo avrei con lei.
Ma potevo pensarlo solo dopo aver assaporato le sue labbra. L’avevo conosciuta per mesi: ogni sguardo, ogni parola sospesa, ogni passeggiata sul lungomare mi aveva già legato a lei più di quanto volessi ammettere.
«Casa mia è qui vicino» dissi, la voce bassa e roca. Non glielo domandai. Lo supplicai. «Vieni con me.»
Nei suoi occhi passò una tempesta di dubbi, ma poi annuì. «Va bene.»
La presi per mano e corremmo sotto la pioggia fino al mio appartamento. Era piccolo, moderno, pulito: pareti bianche, pochi mobili che avevo sistemato io stesso dopo il lavoro. Appena entrati, il cane si scrollò l’acqua di dosso. Le diedi due asciugamani: uno grande per lei, uno più piccolo per lui, e un phon. Le nostre dita si sfiorarono e quel tocco bastò.
Ci scambiammo baci teneri, leggeri, mentre lei si asciugava i capelli. Baci sulla guancia bagnata, sulla tempia, sulle labbra. Baci che sembravano innocenti, ma non lo erano. Senza che ce ne accorgessimo, i vestiti iniziarono a cadere uno dopo l’altro sul pavimento. La mia felpa, la sua maglia, i pantaloni. Le mani che si cercavano, timide e fameliche.
Quando ci rendemmo conto di essere quasi nudi, i baci erano già diventati tempesta. Bocche affamate, corpi premuti l’uno contro l’altro. La presi in braccio e la portai sul letto.
All’inizio fu dolce, quasi reverenziale. Mi posizionai sopra di lei, la baciai. Come si fa con una donna che ti accende. Poi scesi con la bocca. Le baciai il collo, il seno, la pancia, scendendo sempre più giù. Quando arrivai tra le sue gambe, le spalancai piano le cosce con le mani. Lei tremò. Il suo profumo mi avvolse, un odore di donna eccitata e pioggia. Abbassai la testa e la leccai con lentezza devastante.
La lingua piatta scivolò tra le sue labbra morbide, assaporando ogni goccia della sua eccitazione. La leccai dal basso verso l’alto, lentamente, poi concentrai l’attenzione sul clitoride, disegnando piccoli cerchi precisi, succhiandolo piano tra le labbra. Dora inarcò la schiena, un gemito lungo e tremante le sfuggì dalla gola. Le infilai due dita dentro, curvandole leggermente mentre la lingua continuava il suo lavoro implacabile: lenta, poi più veloce, poi di nuovo lenta, alternando pressione e leggerezza. Sentivo il suo sapore inondarmi la bocca, caldo e dolce, mentre i suoi fianchi cominciavano a muoversi contro il mio viso. Le sue mani mi afferrarono i capelli, stringendo forte, i suoi gemiti salivano lungo la mia schiena come dita calde. Più alti. Più rotti. Più onesti di qualsiasi parola che avesse mai detto. Quella dolce melodia della donna che gode, e fu la cosa più bella che avessi mai sentito in vita mia.
La leccai come se fosse l’unica cosa che contasse al mondo, assaporando ogni fremito, ogni contrazione, ogni sospiro spezzato. Quando venne, lo fece con tutto il corpo: un orgasmo potente che la fece tremare violentemente, le cosce che si stringevano intorno alla mia testa, la figa che pulsava contro la mia lingua mentre io continuavo a leccare piano, accompagnandola fino all’ultimo brivido.
Solo allora risalii su di lei, il mento bagnato del suo sapore, e la baciai di nuovo profondamente, facendole sentire quanto mi piaceva il suo gusto.
Entrai dentro di lei con una spinta lunga, lenta, implacabile.
Sentii ogni centimetro di me scivolare nel suo calore bagnato, aprendola piano, riempiendola fino in fondo. Dora emise un sospiro tremante, quasi un gemito soffocato, le palpebre che vibravano mentre mi guardava dritto negli occhi. Le sue mani mi accarezzarono la schiena con urgenza dolce, le unghie che graffiavano appena la pelle, come se volesse ancorarsi a me per non perdersi.
Ci muovevamo insieme, con un ritmo profondo e languido, come se il tempo si fosse fermato solo per noi. Ogni volta che affondavo, sentivo le sue pareti vellutate stringersi intorno al mio cazzo, calde, bagnate, fameliche. Ogni ritirata era una carezza lenta e tortuosa, ogni ritorno una promessa più intensa. Il suo corpo morbido e forte mi accoglieva perfettamente, come se fosse stato creato apposta per avvolgermi, per prendermi tutto.
La guardavo negli occhi mentre la scopavo piano, e vedevo il piacere crescerle dentro: le pupille dilatate, le labbra socchiuse, il respiro che si faceva più corto e irregolare. Sentivo il suo calore pulsare intorno a me, il modo in cui il suo corpo si inarcava leggermente per venirmi incontro, per prendermi più a fondo. Era una sensazione divina, stretta, scivolosa, viva. Mi faceva desiderare di restare sepolto dentro di lei per sempre.
Ogni affondo era una dichiarazione silenziosa: sei mia. Ogni gemito che le sfuggiva dalle labbra era un invito a spingere più forte, a prenderla più a fondo. E io lo facevo, lentamente, deliberatamente, lasciando che sentisse ogni millimetro di me che la reclamava, che la riempiva, che la faceva tremare di piacere.
E approfittando di un attimo di cedimento, un respiro affannato, lei chiese la sua cavalcata gloriosa. Mi spinse delicatamente sul petto e salì sopra di me.
Si mise a cavalcioni, le ginocchia piantate ai lati dei miei fianchi, il corpo nudo e perfetto che si ergeva su di me come una dea scesa per sbaglio nella mia piccola casa. I capelli ancora umidi le ricadevano sulle spalle in onde scure, il seno pieno che si alzava e abbassava con il respiro affannoso, la pelle che brillava di un velo leggero di sudore e pioggia. Era troppa bellezza per uno come me. Troppa luce. Troppa grazia.
Si sollevò leggermente sulle ginocchia, una mano sul mio petto, l’altra che guidava il mio cazzo dentro di sé. Quando si abbassò, lo fece con un movimento fluido e vorace. Il suo calore mi avvolse tutto in una volta, stretto, vellutato, perfetto.
E poi cominciò a saltare.
Si sollevava quasi fino a uscire, per poi lasciarsi cadere di nuovo su di me con un ritmo profondo, potente, ipnotico. I fianchi che si alzavano e si abbassavano, le cosce forti e scolpite che lavoravano con grazia atletica. Ogni discesa era un colpo al cuore: il seno che ondeggiava dolcemente, i capelli che le frustavano le spalle, i gemiti che diventavano sempre più alti e spezzati.
La guardavo dal basso, ipnotizzato. Quella donna dolce e romantica, la mia Dora, che cavalcava il mio cazzo con abbandono totale, gli occhi socchiusi, le labbra socchiuse in gemiti leggeri che mi entravano dentro come musica. Era bellissima. Troppo bella. E io ero eccitato da morire nel vederla così: selvaggia, tenera, completamente persa nel piacere.
Il suo orgasmo arrivò all’improvviso.
Il corpo di Dora si irrigidì, un tremito violento la attraversò tutta. La sua figa si strinse intorno a me in contrazioni potenti, calde, bagnate, mentre un gemito lungo e profondo le usciva dalla gola. Si inarcò all’indietro, le mani premute sul mio petto, tremando forte mentre il piacere la travolgeva.
Poi, con il respiro ancora affannoso, si scostò da me e si gettò di lato sul letto, pensando che fosse finita. Si sdraiò sulla schiena, il petto che si alzava e abbassava rapidamente, un sorriso appagato sulle labbra, gli occhi chiusi per un istante.
Ma io non avevo finito.
Il mio cazzo era ancora duro, pulsante, dolorosamente eccitato. Vederla venire così mi aveva fatto impazzire ancora di più.
La presi per i fianchi e la tirai verso di me. Senza dire una parola la girai sulla schiena e le sollevai le gambe, appoggiandole sulle mie spalle. La piegai in quella posizione profonda, l’incudine, aprendo completamente il suo corpo per me. Il suo sesso era esposto, gonfio e lucido del suo orgasmo.
Entrai dentro di lei con una spinta potente, arrivando più a fondo di quanto avessi mai osato. Dora spalancò gli occhi e gemette forte, sorpresa e eccitata allo stesso tempo.
Qualcosa dentro di me si ruppe.
Cominciai a scoparla forte, con colpi profondi e spietati, il suono della carne contro carne che riempiva la stanza. Le mie mani le strinsero il collo, non abbastanza da farle male, ma abbastanza da farle sentire il mio controllo, la mia urgenza disperata. Le infilai il pollice tra le labbra socchiuse e lei lo succhiò istintivamente, gli occhi velati di piacere e di qualcosa di più oscuro.
«Dora…» ringhiai, la voce bassa e spezzata, mentre spingevo dentro di lei con tutta la forza che avevo. «Non riesco… non riesco a trattenermi…»
Lei capì. Le sue mani mi afferrarono i polsi, non per fermarmi, ma per tenermi lì. I suoi occhi incontrarono i miei, lucidi, intensi, pieni di una dolcezza feroce.
«Lasciati andare» sussurrò contro il mio pollice, la voce roca e tremante. «Sono qui. Sfogati dentro di me… prendimi come hai bisogno.»
Quelle parole furono la fine di ogni resistenza.
La scopai con una ferocia tenera e disperata, il corpo che sbatteva contro il suo, le sue gambe che tremavano sulle mie spalle, il suo sesso che si stringeva intorno a me come se non volesse più lasciarmi andare. Il piacere salì come un’onda violenta, inevitabile. Quando non riuscii più a trattenermi, uscii da lei e venni sul suo ventre, fiotti caldi e abbondanti che la marchiarono, densi e bianchi sulla sua pelle perfetta.
Dora abbassò lo sguardo, un sorriso piccolo e osceno sulle labbra. Intinse un dito nel mio seme, lo portò lentamente alla bocca e lo assaggiò, gli occhi fissi nei miei, come se volesse dirmi che accettava ogni parte di me, anche quella più selvaggia, anche quella più tormentata.
Restammo così, ansimanti, sudati, intrecciati. Io le accarezzai il ventre sporco con dita tremanti, lei mi sorrideva con quella luce dolce che mi faceva sentire, per la prima volta, che forse non ero solo uno stronzo bastardo.
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