La sculacciata dello zio
di
Arrossato
genere
bisex
Virginia non credeva ai suoi occhi: era proprio Marco il tizio che, inginocchiato di fianco alla portiera dell’auto di un loro vicino, ci stava incidendo sopra con le chiavi la parola “cornuto”.
Fermò la propria macchina davanti al luogo del crimine e attese che Marco la guardasse. Quando si rese conto di non essere solo, lui alzò gli occhi e le rivolse il suo sorriso più accattivante.
Sprecato peraltro.
Virginia era furiosa e gli fece cenno di salire senza fiatare.
Marco eseguì, consapevole di essere nei guai.
Invece di parcheggiare, come era stata sua intenzione, la ragazza uscì dal garage e cominciò a guidare.
Serviva a calmarla e lui rimase saggiamente zitto.
Alla fine lei sbottò: “si può sapere cosa diavolo hai nella zucca?”
“Quel beota parcheggia sempre attaccato alla mia e spesso per entrare o uscire mi tocca passare dallo sportello passeggero.”
“E ti pare una buona ragione per danneggiargli il veicolo e il matrimonio?”
“Sì” affermò lui con assoluta sfacciataggine.
Intanto si erano lasciati alle spalle la città e l’auto si inerpicava agile nella statale.
“Dove stiamo andando?” chiese Marco, perplesso.
“Dove farti capire che le azioni hanno conseguenze. Quello che hai fatto è un reato. Io sono un magistrato. Te ne rendi conto, almeno?”
Lui annuì ma non resistette e ciò che pensava davvero alla fine gli uscì di bocca: “È una questione di principio…"
“Sai che nei garage stanno per essere installate le telecamere? Te ne ho parlato ma probabilmente lo hai scordato. Se ti avessero registrato?”
Intanto erano arrivati a destinazione, una bella casa colonica, piuttosto isolata, con un cortile antistante sul quale fermò la macchina.
“Mi vuoi spiegare cosa ci facciamo qui?” chiese Marco, afferrando incerto la maniglia della portiera.
“Scendi, su. I miei colleghi di lavoro fanno una cena e ci hanno invitato.”
“Quelli del tribunale? Uffa, lo sai che mi trovo a disagio con certa gente…”
“Lo so bene, e anche a me all’inizio non andava, ma poi ci ho ripensato.”
Marco aprì la portiera e seguì Virginia, che lo prese per mano. L’idea di una cena con persone con cui non aveva nulla da spartire non era certo esaltante, ma se non altro provò un po’ di sollievo al pensiero di aver scampato, o comunque almeno rimandato di qualche ora, la punizione che Virginia aveva in serbo per lui. Probabilmente col passare delle ore avrebbe finito per essere più indulgente nei confronti del suo dispetto, che in fin dei conti era stata poco più che una monelleria, o addirittura per scordarsene, chissà. Per il momento decise di starle vicino e di assecondarla quanto più possibile, sia perché sperava di riuscire a farle passare di mente il suo misfatto, sia perché da solo, col suo carattere riservato, immaginava che avrebbe fatto molta fatica a fare conversazione con qualcuno.
I due raggiunsero l’ingresso, lasciarono i loro cappotti a un custode ed entrarono nella sala principale, che comprendeva un ampio soggiorno dalle luci soffuse, con divani e poltrone disposti attorno a un camino a legna, e un ambiente più spoglio e luminoso separato da un paravento orientale, dove faceva bella mostra un lungo tavolo da buffet. C’erano in tutto una dozzina di persone che conversavano tra di loro, perlopiù in piedi: la maggior parte erano uomini di mezza età, ma c’erano anche un paio di donne e una coppia di loro coetanei con cui Virginia e Marco si fermarono a chiacchierare, dopo aver preso dei calici di vino e del cibo.
“Posso?” domandò Marco prima di allungare la mano verso un secondo bicchiere di vino. Sapeva che Virginia non amava vederlo bere troppo, e per non contrariarla ancora di più ritenne opportuno chiederle il permesso, dandole poi un piccolo bacio.
“Certo, tesoro.”
La cosa strana era che nessuno degli ospiti era vestito in abiti formali, come Marco si sarebbe aspettato in un’occasione simile. Molti indossavano abiti assolutamente ordinari, ma non mancavano alcuni capi di abbigliamento abbastanza eccentrici, come la giacca in pelle di una donna e una specie di tuta o pigiamone chiaro, a strisce celesti e giallo paglierino, di un uomo seduto in disparte.
“Pensavo che i tuoi colleghi fossero molto più rigidi in fatto di abbigliamento… Non c’è un dress code?” osservò Marco perplesso.
“No, ognuno viene vestito come vuole” rispose Virginia. “Ah, eccolo là! Ciao zio! Quanto tempo!”
Marco rimase di stucco, e per un po’ si limitò a guardare da lontano la conversazione tra i due, senza capire cosa si stessero dicendo. Aveva conosciuto circa un anno prima lo zio di Virginia alla festa di inaugurazione del loro appartamento, che era stato lui stesso a regalare alla nipote, dopo averci vissuto diversi anni. Lo zio Umberto era un magistrato molto celebre e benvoluto, sia per la sua grande professionalità, sia per la vita sessuale assai movimentata che correva voce conducesse anche con alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Lui per primo non faceva mistero delle sue preferenze per gli uomini, ed essendo celibe, come gli aveva confidato, nonostante la sua età non aveva smesso di andare in cerca di nuove esperienze di piacere. Per farla breve, durante quella festa Marco aveva finito per ubriacarsi ben oltre il limite della decenza, e seduto sul divano tra Virginia e lo zio Umberto si era messo a chiamare quest’ultimo con un’imbarazzante vocetta infantile, insistendo per farsi prendere sulle ginocchia e per sbaciucchiarlo sulle guance paffute e sui suoi baffi “da tricheco”. Virginia, divertita dall’assurdità della situazione, aveva permesso allo zio di esaudire il suo desiderio, ma l’indomani, una volta passata la sbornia, si era premurata di castigare Marco a dovere. Da allora Marco non aveva più rivisto lo zio Umberto, e quella sera non poteva certo immaginare di trovarsi proprio nella sua casa, come invece l’uomo gli disse dopo averlo salutato con un caloroso abbraccio.
A causa di quel ricordo Marco faceva fatica a guardarlo negli occhi: era certo che lo zio ricordasse bene l’accaduto, e lui stesso aveva delle vaghe reminiscenze che durante la loro conversazione riaffiorarono più volte alla sua mente, alla vista dei baffi dell’uomo o al tocco delle sue mani sui fianchi. Tutte le volte che lo vedeva sorridere per qualsiasi cosa, fissando il bicchiere che aveva in mano mentre quel ricordo aleggiava silenzioso e insistente tra di loro, si sentiva avvampare dalla vergogna.
“Così finalmente vi siete decisi a venirmi a trovare!” esclamò.
“Perché finalmente?”
“Beh, feste così ne faccio quasi ogni settimana, vero Virginia?”
“Sì, era da un po’ che volevo venire, e oggi mi è sembrata l’occasione giusta.”
“Ogni settimana? E non si stanca di avere sempre attorno i suoi colleghi di lavoro?”
“Quelli sono solo alcuni” disse, facendogli l’occhiolino. “E poi qui non c’è pericolo che si finisca a parlare di questioni di lavoro.”
Poco dopo lo zio andò ad alzare il volume della musica, e davanti al buffet tre o quattro persone accennarono dei passi di danza. Marco cominciava a sentirsi piacevolmente stordito dall’alcol, pur essendo ancora abbastanza sobrio.
“Ti stai divertendo?” chiese a un tratto a Virginia, sorridendole.
“Sì, tu? Guarda che non mi sono dimenticata di quello che hai fatto, non credere.”
“E dai, sono pure venuto qui anche se non ne avevo voglia. Non merito un perdono?”
“Eppure mi pare che ti stai divertendo anche tu, o sbaglio? Non mi sembri molto pentito di quello che hai fatto.”
“Pff…”
Da quando aveva visto lo zio Umberto, in realtà, Marco aveva cominciato a provare emozioni contrastanti. Da un lato, avrebbe voluto stare il più possibile accanto a Virginia a parlare del più e del meno, e ogni volta che lei lo lasciava solo per conversare con qualcun altro si sentiva inquieto e desideroso di tornare a casa al più presto. Dall’altro, però, avvertiva anche uno strano bisogno di avere vicino a sé quell’uomo, e in un paio di occasioni aveva proposto a Virginia di andare a sedersi sui divani del soggiorno, sperando che lui li avrebbe raggiunti, anche se tutti gli ospiti si trovavano nella sala del buffet. Quando vide lo zio dirigersi nel corridoio, infine, disse a Virginia che doveva andare in bagno, e lo seguì tenendosi a qualche passo di distanza.
Vide lo zio entrare in una cucina, aprire il frigorifero ed estrarre una bottiglia di vino. Non sapeva cosa fosse in procinto di fare, ma istintivamente aveva appoggiato la schiena all’arco in mattoni a vista che faceva da ingresso a quella stanza, guardandolo da dietro con fare furtivo. Di colpo, nel silenzio irreale di quella cucina lontano dalla musica della sala, sentì lo stesso senso di libertà irresponsabile che provava a volte da bambino: anche se non aveva nemmeno una vaga idea di cosa avrebbe fatto, sentiva di volerlo fare, e ciò era abbastanza.
“Chi c’è là?” fece d’un tratto lo zio, intento ad aprire la bottiglia con un cavatappi. “Credi che non ti abbia sentito? Discolo! Vieni qui!”
Ammutolito, Marco gli si avvicinò e affondò la testa nel suo ampio e accogliente petto, ricoperto da un morbido maglione di lana che odorava di muschio. Non ci fu nemmeno bisogno di confessare il misfatto, perché Virginia gli aveva già raccontato ogni cosa. Lo zio si sedette su una sedia e lo fece sedere sulle sue ginocchia, dopo di che gli fece una bella ramanzina costringendolo a guardarlo negli occhi. Alla fine, però, volle che fosse Marco a ragionare ad alta voce su ciò che era opportuno fare in quelle circostanze, e dopo un lungo silenzio quest’ultimo ammise che la sua monelleria meritava di essere punita al più presto. Si vedeva già disteso sulle sue ginocchia a sculettare sotto i battiti della sua mano, e poi in ginocchio tra le sue gambe, a succhiarlo come un lecca-lecca. In quella sua fantasia la scena aveva un carattere molto più erotico che disciplinare.
Lo zio Umberto annuì, e di colpo la sua espressione mutò completamente: se durante il rimprovero aveva conservato tracce di dolcezza e di affetto, ora era improntata alla fermezza e all’intransigenza più assolute, come indicavano le labbra serrate sotto i baffi e le folte sopracciglia corrugate. Non appena Marco si alzò si sentì prendere per un’orecchia e tirare verso il corridoio. Con la mano sinistra lo zio Umberto lo teneva in questo modo, mentre con la destra reggeva lo schienale della sedia, trascinandola contro il pavimento, e sotto l’ascella dello stesso braccio destro stringeva la bottiglia di vino ancora sigillata.
“Non davanti a tutti, zio!” protestò Marco.
Arrivarono presto in sala, e senza dire una parola di più lo zio sistemò la sedia in una zona di passaggio tra il soggiorno e il buffet, e allungò la bottiglia a un uomo, indicandogli qualcosa in un angolo. Quindi si sedette a gambe larghe, gli sbottonò i pantaloni e lo sistemò di traverso sulle proprie ginocchia. Doveva essere uno sculacciatore piuttosto esperto, perché trovò senza problemi una posizione che mentre la sua mano lo teneva fermo gli permettesse di stare comodo, col sedere ben sollevato. Procedette senza indugi ad abbassargli i pantaloni e le mutande, mentre ad alta voce ripeteva quanto fosse stato discolo a rigare l’automobile di un signore per bene, che oltretutto era un caro amico di famiglia, e poi si arrotolò la manica del maglione e della camicia fino al gomito.
I pochi presenti che non avevano già lanciato sguardi incuriositi verso la scena, impegnati in un ballo o in un bacio, se ne accorsero non appena lo zio cominciò a sculacciare di buona lena le sue natiche scoperte, distribuendo i colpi in modo alternato e con ritmo costante, ora sulla natica destra, ora sulla natica sinistra, e producendo un battito che sovrastava a tratti il volume della musica proveniente dalle casse lontane. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac. Erano percosse lente e molto cadenzate, segno che la sculacciata non si sarebbe esaurita in un tempo breve. Il carattere esuberante e sopra le righe dello zio, anzi, lo portava ad accentuare i colpi innalzando il palmo della mano ben al di sopra della sua spalla, dando a quella sculacciata un che di farsesco e teatrale, ma non per questo meno sonoro. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac.
A un tratto Marco incrociò lo sguardo con quello di Virginia, che lo osservava sorridendo da qualche metro di distanza, mentre chiacchierava con un’amica, e pensando al dispetto che gli aveva fatto a sua insaputa le fece una linguaccia. Si sentiva ormai in tutto e per tutto un monello irriverente, e mentre percepiva il bruciore delle sculacciate diffondersi sull’intera superficie del sedere sculettava dondolando a destra e a sinistra, sgambettava in aria e si strusciava contro la pancia e le grandi gambe dello zio, tra le quali si era formato un gonfiore inconfondibile. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac. A un certo punto, quando il bruciore cominciava a farsi insopportabile, si era messo a tirare dei pugni contro i polpacci dello zio, ma quest’ultimo aveva dichiarato impassibile che avrebbe avuto la sua punizione fino in fondo, volente o nolente. A nulla erano servite le suppliche, anzi, non appena lo sentì giurare che aveva imparato la lezione, prese a colpirlo con maggiore intensità. Sciac! Sciac! Sciac! Sciac!
“Ahi, ahi!” dicevano gli ospiti che di tanto in tanto gli passavano accanto. Un gruppo di persone salutò lo zio Umberto e si incamminò verso l’uscita, ma nemmeno allora lui lasciò la presa. Senza alzarsi dalla sedia, tenendo una mano premuta contro la schiena di Marco, li salutò uno a uno volgendo la testa di lato e baciandoli sulle guance, per poi riprendere la sua sculacciatura. Sciac! Sciac! Sciac! Sciac!
Dopo un altro buon quarto d’ora Marco era ormai in lacrime, singhiozzante e senza più alcun freno inibitore che lo trattenesse dall’emettere dei prolungati mugolii, intervallati da boccacce e da grida lamentose che faceva con la bocca spalancata. Era sbalordito, ma anche intimamente soddisfatto, di come lo zio era stato in grado di punirlo in quel modo adoperando solo il palmo di una mano, e nonostante avesse fantasticato di ricevere una sculacciata molto più leggera, privata e sensuale, l’imbarazzo di quella solenne sculacciata pubblica lo riempiva di un’eccitazione mai provata prima.
Finalmente lo zio lo fece alzare e poi sedere di nuovo sulle sue ginocchia, col culetto nudo ben riscaldato, chiedendogli di promettere di fare il bravo e di dargli un bacino di ringraziamento. Non gli permise di ricoprirsi con le mutande e i pantaloni, ma mentre invitava gli ultimi ospiti rimasti, tra cui Virginia, a sedersi con lui sul divano e sulle poltrone a bere qualcosa attorno al camino, gli ordinò di mettersi inginocchiato in un angolo, con le mani dietro la testa e il sedere bene in vista.
Solo una mezzora più tardi Virginia lo chiamò per tornare a casa, gli asciugò con un fazzoletto le lacrime e gli rimise a posto le mutande e i pantaloni. Lo zio Umberto gli diede una lettera da porgere l’indomani al vicino di casa assieme alle scuse per il suo stupido gesto e alla promessa di occuparsi personalmente della riparazione, proibendogli di aprirla o sarebbero stati guai, dopo di che lo abbracciò teneramente e gli stampò un bel bacio sulla guancia.
In macchina Marco rimase zitto a lungo, a testa bassa, mentre Virginia lo prendeva in giro, dicendo che la prossima volta ci avrebbe pensato un po’ prima di sfregiare le auto degli altri. Aggiunse poi che da quando l’aveva visto corteggiare suo zio in quel modo così assurdo e infantile, l’anno prima, le era venuta la fantasia di farlo sculacciare da lui in sua presenza, proprio come un bambino che necessita di un castigo esemplare. Doveva solo aspettare il momento giusto, disse, ma sapeva che prima o poi sarebbe arrivato. Il suo sorriso malizioso, ora, lasciava però intendere a Marco che una volta a casa avrebbe avuto un’ulteriore ripassata, prima della buonanotte.
Fermò la propria macchina davanti al luogo del crimine e attese che Marco la guardasse. Quando si rese conto di non essere solo, lui alzò gli occhi e le rivolse il suo sorriso più accattivante.
Sprecato peraltro.
Virginia era furiosa e gli fece cenno di salire senza fiatare.
Marco eseguì, consapevole di essere nei guai.
Invece di parcheggiare, come era stata sua intenzione, la ragazza uscì dal garage e cominciò a guidare.
Serviva a calmarla e lui rimase saggiamente zitto.
Alla fine lei sbottò: “si può sapere cosa diavolo hai nella zucca?”
“Quel beota parcheggia sempre attaccato alla mia e spesso per entrare o uscire mi tocca passare dallo sportello passeggero.”
“E ti pare una buona ragione per danneggiargli il veicolo e il matrimonio?”
“Sì” affermò lui con assoluta sfacciataggine.
Intanto si erano lasciati alle spalle la città e l’auto si inerpicava agile nella statale.
“Dove stiamo andando?” chiese Marco, perplesso.
“Dove farti capire che le azioni hanno conseguenze. Quello che hai fatto è un reato. Io sono un magistrato. Te ne rendi conto, almeno?”
Lui annuì ma non resistette e ciò che pensava davvero alla fine gli uscì di bocca: “È una questione di principio…"
“Sai che nei garage stanno per essere installate le telecamere? Te ne ho parlato ma probabilmente lo hai scordato. Se ti avessero registrato?”
Intanto erano arrivati a destinazione, una bella casa colonica, piuttosto isolata, con un cortile antistante sul quale fermò la macchina.
“Mi vuoi spiegare cosa ci facciamo qui?” chiese Marco, afferrando incerto la maniglia della portiera.
“Scendi, su. I miei colleghi di lavoro fanno una cena e ci hanno invitato.”
“Quelli del tribunale? Uffa, lo sai che mi trovo a disagio con certa gente…”
“Lo so bene, e anche a me all’inizio non andava, ma poi ci ho ripensato.”
Marco aprì la portiera e seguì Virginia, che lo prese per mano. L’idea di una cena con persone con cui non aveva nulla da spartire non era certo esaltante, ma se non altro provò un po’ di sollievo al pensiero di aver scampato, o comunque almeno rimandato di qualche ora, la punizione che Virginia aveva in serbo per lui. Probabilmente col passare delle ore avrebbe finito per essere più indulgente nei confronti del suo dispetto, che in fin dei conti era stata poco più che una monelleria, o addirittura per scordarsene, chissà. Per il momento decise di starle vicino e di assecondarla quanto più possibile, sia perché sperava di riuscire a farle passare di mente il suo misfatto, sia perché da solo, col suo carattere riservato, immaginava che avrebbe fatto molta fatica a fare conversazione con qualcuno.
I due raggiunsero l’ingresso, lasciarono i loro cappotti a un custode ed entrarono nella sala principale, che comprendeva un ampio soggiorno dalle luci soffuse, con divani e poltrone disposti attorno a un camino a legna, e un ambiente più spoglio e luminoso separato da un paravento orientale, dove faceva bella mostra un lungo tavolo da buffet. C’erano in tutto una dozzina di persone che conversavano tra di loro, perlopiù in piedi: la maggior parte erano uomini di mezza età, ma c’erano anche un paio di donne e una coppia di loro coetanei con cui Virginia e Marco si fermarono a chiacchierare, dopo aver preso dei calici di vino e del cibo.
“Posso?” domandò Marco prima di allungare la mano verso un secondo bicchiere di vino. Sapeva che Virginia non amava vederlo bere troppo, e per non contrariarla ancora di più ritenne opportuno chiederle il permesso, dandole poi un piccolo bacio.
“Certo, tesoro.”
La cosa strana era che nessuno degli ospiti era vestito in abiti formali, come Marco si sarebbe aspettato in un’occasione simile. Molti indossavano abiti assolutamente ordinari, ma non mancavano alcuni capi di abbigliamento abbastanza eccentrici, come la giacca in pelle di una donna e una specie di tuta o pigiamone chiaro, a strisce celesti e giallo paglierino, di un uomo seduto in disparte.
“Pensavo che i tuoi colleghi fossero molto più rigidi in fatto di abbigliamento… Non c’è un dress code?” osservò Marco perplesso.
“No, ognuno viene vestito come vuole” rispose Virginia. “Ah, eccolo là! Ciao zio! Quanto tempo!”
Marco rimase di stucco, e per un po’ si limitò a guardare da lontano la conversazione tra i due, senza capire cosa si stessero dicendo. Aveva conosciuto circa un anno prima lo zio di Virginia alla festa di inaugurazione del loro appartamento, che era stato lui stesso a regalare alla nipote, dopo averci vissuto diversi anni. Lo zio Umberto era un magistrato molto celebre e benvoluto, sia per la sua grande professionalità, sia per la vita sessuale assai movimentata che correva voce conducesse anche con alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Lui per primo non faceva mistero delle sue preferenze per gli uomini, ed essendo celibe, come gli aveva confidato, nonostante la sua età non aveva smesso di andare in cerca di nuove esperienze di piacere. Per farla breve, durante quella festa Marco aveva finito per ubriacarsi ben oltre il limite della decenza, e seduto sul divano tra Virginia e lo zio Umberto si era messo a chiamare quest’ultimo con un’imbarazzante vocetta infantile, insistendo per farsi prendere sulle ginocchia e per sbaciucchiarlo sulle guance paffute e sui suoi baffi “da tricheco”. Virginia, divertita dall’assurdità della situazione, aveva permesso allo zio di esaudire il suo desiderio, ma l’indomani, una volta passata la sbornia, si era premurata di castigare Marco a dovere. Da allora Marco non aveva più rivisto lo zio Umberto, e quella sera non poteva certo immaginare di trovarsi proprio nella sua casa, come invece l’uomo gli disse dopo averlo salutato con un caloroso abbraccio.
A causa di quel ricordo Marco faceva fatica a guardarlo negli occhi: era certo che lo zio ricordasse bene l’accaduto, e lui stesso aveva delle vaghe reminiscenze che durante la loro conversazione riaffiorarono più volte alla sua mente, alla vista dei baffi dell’uomo o al tocco delle sue mani sui fianchi. Tutte le volte che lo vedeva sorridere per qualsiasi cosa, fissando il bicchiere che aveva in mano mentre quel ricordo aleggiava silenzioso e insistente tra di loro, si sentiva avvampare dalla vergogna.
“Così finalmente vi siete decisi a venirmi a trovare!” esclamò.
“Perché finalmente?”
“Beh, feste così ne faccio quasi ogni settimana, vero Virginia?”
“Sì, era da un po’ che volevo venire, e oggi mi è sembrata l’occasione giusta.”
“Ogni settimana? E non si stanca di avere sempre attorno i suoi colleghi di lavoro?”
“Quelli sono solo alcuni” disse, facendogli l’occhiolino. “E poi qui non c’è pericolo che si finisca a parlare di questioni di lavoro.”
Poco dopo lo zio andò ad alzare il volume della musica, e davanti al buffet tre o quattro persone accennarono dei passi di danza. Marco cominciava a sentirsi piacevolmente stordito dall’alcol, pur essendo ancora abbastanza sobrio.
“Ti stai divertendo?” chiese a un tratto a Virginia, sorridendole.
“Sì, tu? Guarda che non mi sono dimenticata di quello che hai fatto, non credere.”
“E dai, sono pure venuto qui anche se non ne avevo voglia. Non merito un perdono?”
“Eppure mi pare che ti stai divertendo anche tu, o sbaglio? Non mi sembri molto pentito di quello che hai fatto.”
“Pff…”
Da quando aveva visto lo zio Umberto, in realtà, Marco aveva cominciato a provare emozioni contrastanti. Da un lato, avrebbe voluto stare il più possibile accanto a Virginia a parlare del più e del meno, e ogni volta che lei lo lasciava solo per conversare con qualcun altro si sentiva inquieto e desideroso di tornare a casa al più presto. Dall’altro, però, avvertiva anche uno strano bisogno di avere vicino a sé quell’uomo, e in un paio di occasioni aveva proposto a Virginia di andare a sedersi sui divani del soggiorno, sperando che lui li avrebbe raggiunti, anche se tutti gli ospiti si trovavano nella sala del buffet. Quando vide lo zio dirigersi nel corridoio, infine, disse a Virginia che doveva andare in bagno, e lo seguì tenendosi a qualche passo di distanza.
Vide lo zio entrare in una cucina, aprire il frigorifero ed estrarre una bottiglia di vino. Non sapeva cosa fosse in procinto di fare, ma istintivamente aveva appoggiato la schiena all’arco in mattoni a vista che faceva da ingresso a quella stanza, guardandolo da dietro con fare furtivo. Di colpo, nel silenzio irreale di quella cucina lontano dalla musica della sala, sentì lo stesso senso di libertà irresponsabile che provava a volte da bambino: anche se non aveva nemmeno una vaga idea di cosa avrebbe fatto, sentiva di volerlo fare, e ciò era abbastanza.
“Chi c’è là?” fece d’un tratto lo zio, intento ad aprire la bottiglia con un cavatappi. “Credi che non ti abbia sentito? Discolo! Vieni qui!”
Ammutolito, Marco gli si avvicinò e affondò la testa nel suo ampio e accogliente petto, ricoperto da un morbido maglione di lana che odorava di muschio. Non ci fu nemmeno bisogno di confessare il misfatto, perché Virginia gli aveva già raccontato ogni cosa. Lo zio si sedette su una sedia e lo fece sedere sulle sue ginocchia, dopo di che gli fece una bella ramanzina costringendolo a guardarlo negli occhi. Alla fine, però, volle che fosse Marco a ragionare ad alta voce su ciò che era opportuno fare in quelle circostanze, e dopo un lungo silenzio quest’ultimo ammise che la sua monelleria meritava di essere punita al più presto. Si vedeva già disteso sulle sue ginocchia a sculettare sotto i battiti della sua mano, e poi in ginocchio tra le sue gambe, a succhiarlo come un lecca-lecca. In quella sua fantasia la scena aveva un carattere molto più erotico che disciplinare.
Lo zio Umberto annuì, e di colpo la sua espressione mutò completamente: se durante il rimprovero aveva conservato tracce di dolcezza e di affetto, ora era improntata alla fermezza e all’intransigenza più assolute, come indicavano le labbra serrate sotto i baffi e le folte sopracciglia corrugate. Non appena Marco si alzò si sentì prendere per un’orecchia e tirare verso il corridoio. Con la mano sinistra lo zio Umberto lo teneva in questo modo, mentre con la destra reggeva lo schienale della sedia, trascinandola contro il pavimento, e sotto l’ascella dello stesso braccio destro stringeva la bottiglia di vino ancora sigillata.
“Non davanti a tutti, zio!” protestò Marco.
Arrivarono presto in sala, e senza dire una parola di più lo zio sistemò la sedia in una zona di passaggio tra il soggiorno e il buffet, e allungò la bottiglia a un uomo, indicandogli qualcosa in un angolo. Quindi si sedette a gambe larghe, gli sbottonò i pantaloni e lo sistemò di traverso sulle proprie ginocchia. Doveva essere uno sculacciatore piuttosto esperto, perché trovò senza problemi una posizione che mentre la sua mano lo teneva fermo gli permettesse di stare comodo, col sedere ben sollevato. Procedette senza indugi ad abbassargli i pantaloni e le mutande, mentre ad alta voce ripeteva quanto fosse stato discolo a rigare l’automobile di un signore per bene, che oltretutto era un caro amico di famiglia, e poi si arrotolò la manica del maglione e della camicia fino al gomito.
I pochi presenti che non avevano già lanciato sguardi incuriositi verso la scena, impegnati in un ballo o in un bacio, se ne accorsero non appena lo zio cominciò a sculacciare di buona lena le sue natiche scoperte, distribuendo i colpi in modo alternato e con ritmo costante, ora sulla natica destra, ora sulla natica sinistra, e producendo un battito che sovrastava a tratti il volume della musica proveniente dalle casse lontane. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac. Erano percosse lente e molto cadenzate, segno che la sculacciata non si sarebbe esaurita in un tempo breve. Il carattere esuberante e sopra le righe dello zio, anzi, lo portava ad accentuare i colpi innalzando il palmo della mano ben al di sopra della sua spalla, dando a quella sculacciata un che di farsesco e teatrale, ma non per questo meno sonoro. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac.
A un tratto Marco incrociò lo sguardo con quello di Virginia, che lo osservava sorridendo da qualche metro di distanza, mentre chiacchierava con un’amica, e pensando al dispetto che gli aveva fatto a sua insaputa le fece una linguaccia. Si sentiva ormai in tutto e per tutto un monello irriverente, e mentre percepiva il bruciore delle sculacciate diffondersi sull’intera superficie del sedere sculettava dondolando a destra e a sinistra, sgambettava in aria e si strusciava contro la pancia e le grandi gambe dello zio, tra le quali si era formato un gonfiore inconfondibile. Sciac. Sciac. Sciac. Sciac. A un certo punto, quando il bruciore cominciava a farsi insopportabile, si era messo a tirare dei pugni contro i polpacci dello zio, ma quest’ultimo aveva dichiarato impassibile che avrebbe avuto la sua punizione fino in fondo, volente o nolente. A nulla erano servite le suppliche, anzi, non appena lo sentì giurare che aveva imparato la lezione, prese a colpirlo con maggiore intensità. Sciac! Sciac! Sciac! Sciac!
“Ahi, ahi!” dicevano gli ospiti che di tanto in tanto gli passavano accanto. Un gruppo di persone salutò lo zio Umberto e si incamminò verso l’uscita, ma nemmeno allora lui lasciò la presa. Senza alzarsi dalla sedia, tenendo una mano premuta contro la schiena di Marco, li salutò uno a uno volgendo la testa di lato e baciandoli sulle guance, per poi riprendere la sua sculacciatura. Sciac! Sciac! Sciac! Sciac!
Dopo un altro buon quarto d’ora Marco era ormai in lacrime, singhiozzante e senza più alcun freno inibitore che lo trattenesse dall’emettere dei prolungati mugolii, intervallati da boccacce e da grida lamentose che faceva con la bocca spalancata. Era sbalordito, ma anche intimamente soddisfatto, di come lo zio era stato in grado di punirlo in quel modo adoperando solo il palmo di una mano, e nonostante avesse fantasticato di ricevere una sculacciata molto più leggera, privata e sensuale, l’imbarazzo di quella solenne sculacciata pubblica lo riempiva di un’eccitazione mai provata prima.
Finalmente lo zio lo fece alzare e poi sedere di nuovo sulle sue ginocchia, col culetto nudo ben riscaldato, chiedendogli di promettere di fare il bravo e di dargli un bacino di ringraziamento. Non gli permise di ricoprirsi con le mutande e i pantaloni, ma mentre invitava gli ultimi ospiti rimasti, tra cui Virginia, a sedersi con lui sul divano e sulle poltrone a bere qualcosa attorno al camino, gli ordinò di mettersi inginocchiato in un angolo, con le mani dietro la testa e il sedere bene in vista.
Solo una mezzora più tardi Virginia lo chiamò per tornare a casa, gli asciugò con un fazzoletto le lacrime e gli rimise a posto le mutande e i pantaloni. Lo zio Umberto gli diede una lettera da porgere l’indomani al vicino di casa assieme alle scuse per il suo stupido gesto e alla promessa di occuparsi personalmente della riparazione, proibendogli di aprirla o sarebbero stati guai, dopo di che lo abbracciò teneramente e gli stampò un bel bacio sulla guancia.
In macchina Marco rimase zitto a lungo, a testa bassa, mentre Virginia lo prendeva in giro, dicendo che la prossima volta ci avrebbe pensato un po’ prima di sfregiare le auto degli altri. Aggiunse poi che da quando l’aveva visto corteggiare suo zio in quel modo così assurdo e infantile, l’anno prima, le era venuta la fantasia di farlo sculacciare da lui in sua presenza, proprio come un bambino che necessita di un castigo esemplare. Doveva solo aspettare il momento giusto, disse, ma sapeva che prima o poi sarebbe arrivato. Il suo sorriso malizioso, ora, lasciava però intendere a Marco che una volta a casa avrebbe avuto un’ulteriore ripassata, prima della buonanotte.
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