Il risveglio di Valentina (la finestra sul desiderio)
di
Lia & Robi
genere
corna
PROLOGO
Ci sono notti in cui il silenzio pesa più del rumore.
Federico lo scopre quando si sveglia di colpo, con la sensazione che qualcosa stia cambiando, appena fuori dalla portata delle parole. Da troppo tempo il loro matrimonio vive in punta di piedi, come se ogni gesto potesse rompere un equilibrio fragile, costruito sul dolore e sull’attesa.
Il vuoto nasce da una ferita profonda: l’aborto di Valentina, il corpo che si svuota, il futuro che si spezza, e la depressione che segue come una nebbia silenziosa e persistente. Federico resta, cura, protegge, sostiene con una dedizione ostinata e tenera, mentre una terapeuta diventa il primo varco attraverso cui Valentina ricomincia lentamente a respirare, a guardarsi, a sentire di nuovo il proprio corpo come qualcosa che le appartiene.
Valentina dorme poco ultimamente. Milano le ha restituito colore agli occhi, ma anche inquietudini nuove, più luminose e pericolose. Tra loro si apre uno spazio fatto di sguardi mancati, parole trattenute, piccoli gesti che oscillano tra cura e desiderio. Federico osserva il mondo da dietro le quinte, convinto che amare significhi soprattutto non interferire. Ma mentre la città respira sotto di loro, capisce che il vero rischio non è guardare troppo: è continuare a non guardarsi affatto.
Il desiderio si fa sentire, ma in punta di piedi. È un brivido sottile lungo la schiena, un pensiero inatteso, un tocco leggero che provoca vertigine. I primi capitoli seguono questa lentezza: non è pigrizia narrativa, ma la costruzione attenta di un’intimità fragile, fatta di introspezione, sospensioni e piccoli risvegli. Ogni sguardo, ogni silenzio, ogni gesto trattenuto è un passo verso ciò che verrà, un preludio alla passione che non osa ancora esplodere.
La loro storia non è di perdita…È di risveglio.
Del momento in cui Valentina scopre che desiderare significa anche esporsi.
E che, a volte, basta una finestra aperta per cambiare tutto.
Ma andiamo con ordine. Mettetevi comodi, prendete la vostra bevanda preferita e lasciatevi guidare in questo lento viaggio dentro i loro corpi e le loro menti.
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Capitolo 1 - Il risveglio notturno
Federico si svegliò di soprassalto nel buio, il cuore che gli martellava nel petto, trafitto dal pianto sommesso di Valentina. Quel suono, fragile e disperato, gli gelò il sangue nelle vene come sempre. Non era accanto a lui nel letto: la voce proveniva dal soggiorno, lontana ma terribilmente chiara, e un brivido gli gelò la schiena.
Restò immobile per qualche secondo, trattenendo il respiro, quasi sperando di essersi sbagliato.
Invece il lamento continuava, fragile, ostinato, un filo di dolore che si insinuava nel silenzio della casa.
Sapeva esattamente cosa stesse succedendo.
Valentina cercava di nascondergli la tristezza della sua depressione, proprio ora che lui aveva cominciato a illudersi che fosse davvero guarita. Quella finzione gli bruciava dentro come acido, gli scavava lo stomaco.
Da quando si erano trasferiti a Milano da Fidenza, una tranquilla cittadina della provincia di Parma, Valentina sembrava rinata: più leggera, più sorridente, quasi libera. Scoprire che era tutta una maschera fu un colpo basso, una delusione che faceva male fisicamente. Dopo mesi, anni di lotta per strapparla a quell’abisso della sua depressione, possibile che avesse solo recitato la parte della donna felice?
L’amava anche per quell’altruismo testardo, per il modo in cui cercava di proteggerla dal suo dolore…Ma tacere, ingoiare, fingere non era cura: era veleno lento.
Il pianto non era neppure forte.
Lo stupì che lo avesse svegliato. A Fidenza, negli ultimi tempi, si era talmente abituato alle sue lacrime notturne da dormirci attraverso. Ora invece bastava un singhiozzo soffocato per strapparlo al sonno, come all’inizio di tutto, quando ogni gemito era un allarme rosso.
Eppure, solo pochi giorni prima era stata luminosa quando era tornata a casa con la notizia del nuovo lavoro.
“Non è niente di speciale”, aveva detto con quel sorriso timido, quasi a volersi scusare per la propria gioia.
Ma Federico aveva visto gli occhi brillarle. Aveva sentito la stretta entusiasta delle sue dita mentre lo trascinava fuori a cena per festeggiare. Quel gesto, venire a cercarlo dopo il lavoro, voler condividere subito quella piccola vittoria, gli era sembrato la prova più chiara che stesse tornando a vivere. O forse aveva voluto crederci con troppa forza.
“È fantastico, tesoro. Sono così felice per te.”
“Federico, lavoro in una grande libreria, alla Mondadori in Piazza Duomo, tutto qui. Non è che stia facendo qualcosa di straordinario… figurati diventare una grande scrittrice.”
“Ma è perfetto, tesoro. Ti è sempre piaciuto perderti tra gli scaffali. E quando sarai pronta, potrebbe diventare la base per qualcosa di più grande.”
“Lo spero…Sarà così, vero?”
Poi il viso di Valentina si era illuminato con quel sorriso splendido, lo stesso che un tempo gli fece tremare le ginocchia. Per un istante Federico aveva rivisto la donna che aveva sposato, prima che il buio si insinuasse tra loro.
Erano usciti a festeggiare al Moebius Bar, nel cuore di Milano, un locale conviviale, animato dalla musica e dall’ottima cucina. Lei era stata così allegra, così piena di ottimismo... era tutta una recita per lui? Era segretamente triste perché il suo nuovo lavoro non aveva lo stesso prestigio del suo vecchio lavoro di giornalista alla Gazzetta di Parma.
Nel buio della stanza Federico si tirò su dal materasso, aggrappandosi a un barlume di speranza. Magari era solo un episodio isolato, un intoppo provocato da qualcosa di concreto. Qualcosa che poteva affrontare, risolvere insieme a lei.
Camminò piano sul tappeto fino alla porta della camera, il cuore stretto dal pianto sommesso che arrivava dal soggiorno. Si chiese se fosse la prima volta che Valentina sgattaiolava via per sfogarsi in segreto, o se lo avesse fatto già decine di volte senza che lui se ne accorgesse.
Federico si fermò nel piccolo disimpegno che collegava la camera da letto alla zona giorno, un unico spazio che univa cucina e salotto. Sentire la voce di lei, così piena di emozione, faceva riaffiorare quel senso di colpa sottile che lo accompagnava fin dai primi giorni della sua malattia.
Con la testa sapeva di aver fatto tutto il possibile per starle accanto, eppure dentro di sé continuava a sentirsi rimproverato. Non era mai riuscito a liberarsi dall’idea di non essere stato abbastanza, di aver fallito nella cosa più semplice e più preziosa: rendere felice la donna che amava più di ogni altra cosa.
Dal corridoio, poteva sentire il suo respiro affannoso, irregolare, pesante e costantemente interrotto da singhiozzi e sospiri o da qualche gemito sommesso. Era chiaro che stava cercando di contenere il rumore, per non svegliare il marito. Sapeva che lui doveva alzarsi presto per andare al lavoro la mattina dopo, aveva bisogno di dormire. Non voleva appesantirlo con le preoccupazioni per la sua condizione.
Una serie di respiri staccati gli fece capire che stava piangendo davvero, senza più ritegno.
Federico rimase inchiodato lì, nel corridoio buio, le gambe pesanti come piombo, paralizzato. Un sospiro gli uscì piano, quasi un rantolo soffocato, mentre il cervello gli girava a vuoto cercando le parole giuste. Quelle che non facessero peggio. Quelle che non la facessero sentire un peso, una fallita, un errore. “Troveremo un altro terapeuta”, pensò di dirle.
“Quella dottoressa Morelli con le sue teorie del cazzo… da come ne parlavi l’ultima volta, sembrava più una ciarlatana che un aiuto vero. Cambiamo, amore. Troviamo qualcuno che capisca davvero.” O magari qualcosa di più leggero, per tirarla su almeno per un secondo:
“E se ce ne andassimo via per un po’? Una vacanza, solo noi due. Mare, montagne, dove cavolo vuoi…Basta respirare aria diversa.”
O, più brutale, più onesto, buttando fuori quello che gli rodeva da settimane: “Valentina… forse Milano ci sta ammazzando. Forse questo posto non è più per noi. Forse dovremmo mollare tutto e ricominciare da un’altra parte. Di nuovo.”
Ma nessuna di quelle frasi gli usciva dalla gola. Restavano lì, incastrate, acide, inutili. Perché in fondo lo sapeva: non erano le parole a mancare. Era la convinzione che bastassero a cambiare qualcosa.
Si sentiva sempre così inutile quando sua moglie era sconvolta. Lei gli diceva sempre che lui l'aiutava molto, ma in realtà era sicuro che non facesse nulla per lei, niente per affrontare la causa del dolore e della depressione che l'aveva attanagliata da quel terribile giorno di tre anni prima, quando la loro gravidanza era andata a rotoli.
Si sentiva così esausto mentre stava lì ad ascoltarla. Non gli arrivava alcuna ispirazione, era a corto di idee.
Mi dispiace, tesoro, è semplicemente così.
Inspirò lentamente una boccata d'ossigeno, preparandosi allo sforzo che avrebbe dovuto fare per calmarla, per scusarsi di tutto, per rassicurarla che le cose sarebbero migliorate, che avrebbero trovato una soluzione. Ma poi, proprio prima di fare una mossa, qualcosa lo trattenne.
All'inizio non riuscì a capire di cosa si trattasse. C'era un tono leggermente diverso, una cadenza diversa nel suo pianto rispetto a quello che ricordava di quegli anni di depressione. Una sorta di sottile disparità rispetto al suo solito attacco di malinconia. Forse la stanchezza gli stava giocando brutti scherzi.
Un altro respiro pesante, poi sospiri leggeri, quasi musicali, che si scioglievano nel silenzio nero della notte.
Federico rimase inchiodato nel corridoio, il sangue che gli pulsava nelle vene. Sentì le orecchie drizzarsi, e poi qualcos’altro, più in basso, un calore improvviso, traditore, che gli gonfiava il cazzo nei boxer.
Valentina emise un altro piccolo suono.
Non era pianto. Era un gemito basso, trattenuto, dolce da togliere il respiro. Un suono che le vibrava in gola, come se stesse assaporando un segreto tutto suo.
Lui rimase immobile, con il fiato fermo nel petto, ad ascoltare ogni sfumatura.
E capì.
Non stava soffrendo.
Era seduta sul davanzale della finestra, le gambe divaricate quel tanto che bastava, una mano infilata tra le cosce, l’altra premuta forte sulla bocca per mordere i gemiti che le sfuggivano comunque. Il bacino che si muoveva piano, ritmico, contro le dita. Il respiro che si spezzava in piccoli ansiti affamati.
Gesù Cristo…SI STAVA MASTURBANDO!
Era naturale. Era sacrosanto.
Anni di desiderio strangolato, di corpo che si era spento sotto il peso della malattia, di notti in cui lui la sfiorava e lei si irrigidiva, si scusava, si voltava dall’altra parte.
Avevano smesso di scopare da così tanto tempo che Federico quasi non ricordava più com’era sentirsi desiderato.
Ogni tentativo era finito in lacrime, in lei che diceva “non ce la faccio”, in lui che si sentiva un mostro per averci provato.
Il sesso era diventato un’accusa muta, un fallimento condiviso.
E ora eccola lì, sola, a prendersi ciò che il suo corpo urlava da mesi, forse da anni. Le dita che scivolavano umide, sicure, dentro di sé.
Il modo in cui inarcava la schiena quando trovava il punto giusto. La testa gettata all’indietro, i capelli che le ricadevano sul viso sudato. I gemiti che le sfuggivano nonostante la mano, piccoli, rotti, bellissimi.
Non era tristezza…Era fame…Era vita che tornava a reclamare il suo spazio.
Federico sentì una fitta al petto, come se qualcuno gli avesse infilato una lama tra le costole e girasse piano. Eccitazione feroce, gelosia che bruciava come acido, amore così grande da fare male.
Voleva entrare. Voleva inginocchiarsi tra le sue gambe, sostituire quelle dita con la lingua, con il cazzo, con tutto sé stesso. Voleva dirle “Sono qui, amore, prendimi, usami, fammi sentire che esisto ancora per te”.
Voleva urlarle che non doveva nascondersi, che il suo piacere era anche il suo, che avrebbe dato qualsiasi cosa per vederla venire così, per lui, con lui, sopra di lui.
Ma restò fermo, a qualche metro di distanza.
A guardare la sua ombra tremare contro il vetro illuminato dal lampione.
A sentire ogni ansito, ogni piccolo schiocco umido delle dita, ogni sospiro che le sfuggiva più profondo, più disperato.
Era bellissima…Bellissima e lontanissima.
E lui era lì, duro da far male, con le lacrime che gli pungevano gli occhi e il cuore che si spezzava in silenzio.
Sentiva il ritmo delle sue dita, lento, poi più insistente e il modo in cui il respiro le si spezzava quando si avvicinava al bordo.
Immaginava il suo viso: le guance arrossate, le labbra socchiuse, gli occhi chiusi stretti come se stesse inseguendo qualcosa di sacro e proibito.
E lui era lì, a un metro, con il cuore che gli scoppiava nel petto e il sesso duro contro il tessuto dei boxer, pulsando al ritmo dei gemiti di lei.
Provò una forte tentazione di andare direttamente lì e saltarle addosso, sperando che fosse pronta per la loro prima vera relazione dopo anni. Eppure, per qualche ragione, si trattenne, temendo la sua possibile reazione. Poteva essere spaventata dalla sua improvvisa apparizione, poteva rifiutare le sue proposte. Poteva non essere pronta.
Potrebbe persino pensare che lui stia invadendo la sua privacy, sapendo cosa sta facendo, e qualsiasi rabbia che ne possa derivare potrebbe uccidere ogni speranza di un ritorno di fiamma.
Tuttavia, pur comprendendo il suo bisogno di procedere con calma, Federico si ritrovò a dover superare il rispetto per il suo spazio personale con la sua formidabile curiosità. Poteva trattenersi dal saltarle addosso, ma non riusciva a staccarsi da quei dolci suoni che lei emetteva. Voleva vedere.
Il suo cuore accelerava, mentre nell’aria si diffondeva il delicato aroma della sua intimità, segno della sua eccitazione. I sospiri appena udibili, i gemiti trattenuti, gli improvvisi tremiti, e il ritmo profondo e regolare del suo petto che si sollevava e abbassava, diventavano per lui una musica irresistibile, capace di avvolgerlo e catturarlo completamente.
Lei dava piacere a sé stessa e, così facendo, dava piacere anche a lui.
Si spostò verso l'angolo, con un occhio che sporgeva per vedere la cucina e poi verso la finestra dove era seduta Valentina.
La stanza era avvolta in una penombra, la luce dei lampioni della strada che filtrava dalla finestra disegnava contorni sfumati sul suo corpo. Seduta sulla poltrona in un angolo, con la schiena appoggiata, i lunghi capelli biondo cenere le ricadevano morbidi sulle spalle. Il respiro era lento, quasi impercettibile, e le sollevava appena il petto, come se stesse aspettando qualcosa che non osava nominare.
Una gamba era piegata, rivolta verso la finestra; l’altra penzolava libera, lasciando intravedere, tra i giochi di luce, il bianco delicato delle mutandine. La maglietta rosa, indossata per la notte, aderiva appena al suo corpo, ma non abbastanza da nascondere i capezzoli, duri come pietra, che sfioravano il tessuto a ogni movimento. Dei pantaloni della tuta non c’era più traccia.
Federico dovette soffocare un gemito mentre osservava le sue dita muoversi sotto il sottile cotone della biancheria intima, il suo corpo che ondeggiava al ritmo delle sue carezze.
Dio, com’era sexy. C’erano stati momenti, all’inizio, quando tutto era nuovo e proibito, in cui lei gli aveva concesso di osservarla mentre si toccava. Non erano mai stati attimi interminabili, mai fino al culmine, ma bastavano a infiammarlo: il modo in cui il suo corpo rispondeva ai propri gesti, fluido e consapevole, era una danza che lo ipnotizzava. Era inevitabile che quella complicità maliziosa si perdesse lungo la strada? Anche prima che il sesso diventasse un ricordo, il matrimonio aveva ridotto la loro passione a un’eco sbiadita di ciò che erano stati.
Valentina sollevò i fianchi, sfilandosi le mutandine con un gesto lento che rivelò la ciocca bionda tra le cosce, setosa e invitante. Federico trattenne il respiro.
Lei si immobilizzò di colpo, la testa girata di scatto, le orecchie tese a captare il minimo rumore: un passo, un respiro, qualsiasi segno che lui si fosse svegliato.
Federico si rifugiò dietro l'angolo, con il cuore che gli batteva forte, temendo di essere scoperto.
Poteva solo aspettare, battito dopo battito, concentrato sul respirare il più silenziosamente possibile. Il suo silenzio si prolungò, abbastanza a lungo da rassicurare la sua bellissima moglie che la sua privacy era ancora al sicuro, che il suo innocente marito rimaneva chiuso nella loro camera da letto.
Osò sbirciare di nuovo, spostando appena la testa per avere una visuale migliore. Fuori, il rombo assordante di un veicolo che passava per la strada sembrò giustificare ogni suo timore, e lei, rassicurata, si lasciò andare: con un gesto lento, finì di sfilarsi le mutandine lungo le ginocchia, fino a liberarsene del tutto.
Federico trattenne il respiro, attento a non tradirsi, mentre lei lasciava cadere la biancheria sul pavimento. Nella luce ambrata e fioca, le cosce si aprirono appena, svelando quel piccolo, delicato fiore tra le gambe. Le sue dita si mossero tra la peluria morbida, sfiorando le labbra umide e gonfie. Dio, era perfetta. Ma era davvero così osceno guardarla in quel modo?
Federico desiderava ardentemente andare lì e raggiungerla, toccarla come si stava toccando, sentire la morbidezza della sua pelle, il calore del suo corpo, l'umidità del suo sesso. Ma se l'avesse fatto, era certo che lei si sarebbe sentita in imbarazzo, a disagio e persino in colpa per essersi toccata in segreto, invece di prendere l'iniziativa con lui.
Sospettava anche che se fosse apparso all'improvviso e lei lo avesse accettato, la sua attenzione si sarebbe rivolta a compiacerlo, assicurandosi che avesse un orgasmo adeguato, sacrificando il proprio piacere nel farlo. Federico voleva che lei venisse, aveva davvero bisogno di vederla realizzare la sua conclusione, come per verificare che fosse ancora possibile. L'unica vera garanzia che aveva era di lasciarla in pace: era la più qualificata per quel particolare compito.
Così lui si limitò a fare un passo indietro e a stuzzicarsi in silenzio con il suo desiderio per lei.
A cosa stava pensando mentre le sue mani scivolavano su quelle curve meravigliose, le sue dita scivolavano sul suo monte di piacere e nella sua figa bagnata? Le donne erano un tale mistero, anche quando le sposavi. Lo stava forse immaginando in qualche modo? Qualche esperienza passionale del passato?
Era meraviglioso vederla darsi tanto piacere, uno spettacolo così bruciante vederla muoversi con tanta compostezza e finezza, le dita che affondavano nelle sue pieghe scivolose, stuzzicando quei meravigliosi piccoli gemiti, quei piccoli sussulti sexy.
Più andava avanti, più sembrava rassicurata dal silenzio persistente della notte, dal fatto che le sue azioni non stessero disturbando il sonno del marito. Eppure, lui riusciva ancora a sentire quel piccolo e grazioso tremito nervoso nel suo respiro, mentre le sue dita danzavano sulle sue curve e tra le sue cosce.
Il suo corpo si accasciò sulla poltrona, quasi in posizione orizzontale, con gli occhi chiusi, concentrata solo sulle sensazioni del suo tocco. Iniziò a trattenere il respiro tra i denti mentre le sue dita le accarezzavano il sesso in cerchi continui, e ora sembrava decisa ad andare fino in fondo.
Federico si meravigliò dei suoi movimenti fluidi ed eleganti, del suo corpo che si contorceva e ondeggiava quasi come se fosse liquido, di quelle curve così eloquenti nell'esprimere le sensazioni che provava mentre si muoveva, delle sue mani che acceleravano il ritmo verso l'imminente orgasmo.
Era la creatura più sexy che avesse mai visto. Quello sguardo misterioso, quel luccichio negli occhi, lo facevano impazzire. Si chiedeva se anche lei, come gli uomini, fantasticasse su corpi famosi o scene di film mentre si accarezzava. Non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo: la masturbazione era un argomento troppo intimo, persino per una coppia sposata.
Pensava tra sé: “A cosa pensi, Valentina, quando ti tocchi? Stai immaginando me? Il mio cazzo che ti scava, che ti riempie, che ti fa tremare? Oppure stai sognando un uomo diverso, un volto sconosciuto che non potrò mai essere?”
Non aveva mai pensato alla possibilità che Valentina fantasticasse su modelli o attori, ma era naturale che lo facesse. Da giovane, immaginava che lo avrebbe fatto ingelosire, anche se in realtà lui stesso ogni tanto desiderava modelle e attrici. Quella sera, scoprì che non gli importava se lei sognasse qualche ragazzo immagine o altro…Era felicissimo che stesse riacquistando contatto con la sua sessualità.
"Ti immagini il suo torace possente, quella pancia scolpita che ti sfiora mentre il suo cazzo da sogno, impossibile da raggiungere, ti penetra senza resistenza? Ragazza malvagia..." Il pensiero lo attraversò mentre il respiro di lei si faceva sempre più irregolare, spezzato da gemiti che sembravano quasi dolorosi, come se il piacere la stesse portando sull’orlo di qualcosa di insostenibile. Era lì, a un passo dal culmine.
Il suo profumo, intenso e inebriante, riempiva la stanza, così intenso che lui poteva percepirlo come un tocco sulla pelle. Assistere a quel momento di abbandono totale, di libertà assoluta, lo fece sentire vivo, euforico, come se stesse vivendo qualcosa di proibito e meraviglioso.
"Oh sì..." Le parole le uscirono in un sussurro spezzato, come se non potesse più controllarle. "Oh Dio sì... oh sì..."
Federico non era sicuro di quando avesse iniziato a toccarsi la durezza mentre la guardava, ma ora sapeva che se non fosse stato attento, avrebbe combinato un pasticcio. Era difficile controllarsi, però, mentre la sentiva esprimere a voce le potenti sensazioni che le fiorivano dentro.
"Oh... oh cazzo sì... Oh Dio..."
La vista del suo urlo silenzioso mentre veniva, la bocca aperta, le guance arrossate, gli occhi chiusi, quelle due piccole rughe verticali tra le sopracciglia, la testa che si piegava all'indietro mentre le emozioni le tremavano in tutto il corpo: era ciò che più eccitava Federico. Niente di preparato per il suo bene: solo una soddisfazione autentica, sincera, travolgente.
Cosa potrebbe desiderare di più un marito per la propria moglie?
Capitolo 2 - La nuova vita a Milano
Federico aveva iniziato il suo nuovo ruolo come specialista senior nelle Risorse Umane in un’azienda multinazionale subito dopo il trasferimento a Milano. Questo lavoro fu il motivo principale che li aveva spinti a lasciare Fidenza per ricominciare da zero nella città lombarda.
In quei primi mesi, Valentina aveva disfatto tutti i bagagli, ristrutturando l'appartamento a sua immagine e somiglianza, assumendosi la maggior parte del lavoro di allestimento della casa, per lasciare a Federico lo spazio necessario per concentrarsi sul suo lavoro.
Aveva anche fatto una ricerca superficiale su giornali e siti web per trovare lavori adatti, ma Federico non voleva metterle pressione in quella direzione. Caricarle sulle spalle qualsiasi peso non l'avrebbe mai aiutata a scrollarsi di dosso il peso della sua condizione. Avrebbe cercato lavoro quando si fosse sentita pronta.
Mentre lui si alzava dal letto a orari assurdi la mattina, per poi tornare tardi la sera, aveva l'impressione che lei trascorresse gran parte delle sue giornate seduta alla finestra, come faceva a Fidenza, leggendo i suoi libri o osservando la vita dall'altra parte della strada.
I palazzi di quella strada, poco lontano da Lambrate, erano inquietantemente vicini, le finestre così ravvicinate da sembrare quasi toccabili. Proprio quella vicinanza, quella stretta compressione urbana, era parte del motivo per cui aveva scelto quell’appartamento: uno spazio che potesse accogliere la malinconia di Valentina senza opporsi ad essa. La sua indifferenza verso il luogo in cui vivevano non era mai stata superficiale, era radicata nella depressione che la accompagnava da anni, ma lui era riuscito a farle intravedere i lati positivi dell’appartamento, abbastanza da convincere persino la vecchia Valentina.
Se fosse rimasta lì, trincerata sul sedile accanto alla finestra, con la malinconia che tornava a farsi sentire, almeno avrebbe avuto una finestra sul mondo. Osservare la vita che scorreva tra i palazzi vicini, vedere gli altri immersi nelle loro occupazioni quotidiane, poteva diventare per lei un filo sottile per riallacciare un contatto con la vita stessa.
La vedeva seduta lì, nei fine settimana, assorta a guardare fuori, e sapeva che il suo istinto doveva avere almeno una parte di verità. Le piaceva sedersi lì e guardare gli appartamenti di fronte, le finestre così vicine da sembrare quasi a portata di mano, ciascuno con interni diversi, custodi silenziosi di vite tranquille e ripetitive: coppie che sistemavano libri o stoviglie, persone che cenavano insieme o si muovevano tra stanze illuminate dal sole. In quel guardare quieto, tra il fluire lento delle piccole routine e la luce che filtrava dai vetri, Valentina trovava un filo sottile che la teneva legata alla vita degli altri, un ponte discreto e rassicurante verso un mondo che sembrava lontano, ma al tempo stesso sorprendentemente vicino. Famiglie di ceto medio, immerse nelle loro routine quotidiane, ma con gesti e dettagli che Valentina riusciva a cogliere solo dall’osservatorio del suo piccolo angolo vicino alla finestra.
Anche i loro vicini più abbienti raramente chiudevano persiane o tende, e a Federico non passò nemmeno per la mente che lo facessero per ostentare il successo. Sembrava piuttosto che la loro vita, sempre esposta, avesse lentamente dissolto il bisogno di privacy, come se la consuetudine di essere osservati li avesse resi immuni alla solitudine. Osservandoli, Federico percepiva una sorta di malinconica armonia: vite tranquille, esposte e insieme protette dal semplice fluire della quotidianità, come se ogni gesto fosse già destinato a diventare parte del racconto silenzioso della strada.
"Non hanno niente da nascondere", gli disse Valentina un giorno, quando lui commentò la cosa.
“Credo di no. Sono solo appartamenti belli da mostrare ai vicini.”
Lei alzò le spalle. “Sono orgogliosi di quello che hanno costruito.”
Federico annuì, con una fitta silenziosa allo stomaco. Sapeva bene che il loro appartamento era più piccolo di quelli dall’altra parte della strada. “Hai mai desiderato che fossimo così?” le chiese. “Forse se non avessi sposato un impiegato…”
Si rese conto troppo tardi di quanto suonasse amara quella frase. Non era il tipo di domanda che le faceva di solito. Doveva essere stato il cambiamento, la casa nuova, quella sensazione di esposizione che gli aveva abbassato le difese.
Ma Valentina sorrise, spazzando via il peso di quelle parole con una leggerezza che lo sorprese. “Sposare qualcuno che non fossi tu?” disse, con un tono divertito che lui non sentiva da tempo. Quel lampo di ironia gli scaldò il petto come una carezza inaspettata.
“Be’, prima di me avrai avuto proposte da ogni direzione,” rispose lui, ricambiando il sorriso. “Tutta quella gente da copertina con cui uscivi."
“Facevo interviste, non appuntamenti,” ribatté lei. “E quelle erano solo interviste veloci e poco interessanti.”
L’immagine di una Valentina più giovane, corteggiata da uomini famosi durante il suo periodo d’oro, gli accese un filo di gelosia, ma la conosceva. All’epoca era feroce con le sue ambizioni e sorprendentemente schiva nella vita privata.
“In più,” aggiunse lei con una risata leggera, sollevando la mano, “tu mi hai regalato questo anellino scintillante.” Mostrò le due sottili fasce d’oro, quella di fidanzamento e quella nuziale, come fossero la prova tangibile di una scelta giusta fin dall’inizio.
Il suono della sua risata, limpido e sincero, lo colpì con la forza di una fortuna improvvisa. Aveva sempre avuto quell’effetto su di lui…solo che era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva sentita così. Quella Valentina che riemergeva gli riempiva il cuore di speranza.
Sembrava più determinata che mai a riavvicinarsi a una parvenza di normalità.
Forse era davvero merito del cambiamento. Della casa nuova. Di quel fragile senso di inizio che aleggiava tra loro.
O forse erano le ore trascorse a osservare gli abitanti più abbienti negli appartamenti dall’altra parte della strada, quelle vite ordinate e visibili che scorrevano dietro vetri sempre scoperti.
Oppure era il nuovo terapeuta, il percorso appena iniziato, quel tentativo silenzioso di rimettere insieme i pezzi.
Il fatto che si fosse iscritta a una terapia vera e propria doveva pur significare qualcosa. A Fidenza aveva evitato con cura qualsiasi percorso del genere, arrivando perfino a divorare articoli su articoli che sostenevano quanto la terapia servisse a poco contro la depressione, se non per prescrivere farmaci. Farmaci che lei non si era mai sentita a suo agio a prendere.
Questo voleva dire che il cambiamento era iniziato prima ancora del primo incontro, anche se l’insolita dottoressa Morelli poteva aver contribuito ad accelerarlo.
E adesso aveva perfino un lavoro.
A Federico piaceva immaginarla in libreria, circondata da scaffali e lettori, immersa in quel silenzio pieno di storie, mentre aiutava i clienti con la sua conoscenza appassionata e precisa. Una libreria, di questi tempi, sembrava quasi un’anomalia, sopravvissuta alla stessa rivoluzione digitale che aveva sabotato la promettente carriera di Valentina e spinto lui, con meno nobiltà, verso il lato oscuro delle pubbliche relazioni. Era come se lei, in qualche modo, stesse reagendo.
E quale luogo poteva essere più adatto, più gentile, più protettivo, per qualcuno che stava cercando di liberarsi dalle ultime ombre della propria angoscia mentale, se non una libreria?
Quando Federico tornò a casa e trovò l’appartamento vuoto, provò una strana, improvvisa euforia. Valentina non era lì ad aspettarlo. Era fuori, in mezzo alla città, impegnata a fare qualcosa, a parlare con persone vere, a rientrare a poco a poco nel flusso della vita quotidiana.
A volte tornava in tempo per cena, appena finito il turno. Altre sere faceva più tardi, trattenuta dagli orari prolungati della libreria. E tutto questo, invece di preoccuparlo, gli sembrava un segno incredibilmente sano. Si era abituato a temere il rientro serale, l’idea di aprire la porta e trovarla lì, immobile, scoraggiata, sempre più dipendente da lui, sempre più isolata dal mondo che continuava a scorrere fuori dalle loro finestre.
La sera in cui lo chiamò mentre lui stava scendendo verso la metropolitana, per dirgli che forse sarebbe andata a bere qualcosa con alcuni colleghi, per Federico fu quasi un piccolo evento da festeggiare.
“Certo che va bene, amore. Non devi nemmeno chiedermelo,” le disse, cercando di non far trasparire troppa emozione.
“È che… non so ancora se li conosco davvero così bene,” rispose lei, con un’incertezza timida che lui non sentiva da anni.
E in quella esitazione, così normale, così umana, Federico sentì aprirsi uno spiraglio di luce.
La sua voce tradiva una lieve esitazione, una crepa sottile nella sicurezza che aveva mostrato negli ultimi tempi, e lui riconobbe subito quel meccanismo familiare: la capacità della sua condizione di convincerla che uscire, stare con gli altri, fare qualunque cosa che non fosse nascondersi, sarebbe stato complicato, faticoso, forse persino doloroso.
“Proprio per questo è un’ottima occasione per creare un legame, no? Vedrai che vi divertirete,” disse lui con dolcezza.
“Non hanno detto niente sull’invito ai partner…”
“Non hai bisogno di me lì,” ridacchiò. “Senza il tuo noioso marito al seguito sarà molto più divertente.”
“Da quando lavoro la sera mi sento sempre così stanca.”
“Facciamo così,” propose lui. “Ti chiamo tra un paio d’ore per sapere come va. Se non ti stai divertendo, troviamo una scusa e facciamo finta che io abbia bisogno di te a casa per qualcosa di urgente.”
“Va bene.”
Il tono quieto con cui lo disse gli lasciò addosso un dubbio sottile. Forse la stava spingendo troppo in fretta. Eppure, in fondo, sentiva che era una spinta necessaria, un piccolo strappo verso il mondo, prima che la paura tornasse a richiuderle tutto intorno.
Più tardi la chiamò, temendo di trovarla abbattuta, pentita di essere uscita, magari già convinta di aver rovinato il rapporto con i colleghi e compromesso i progressi fatti al lavoro. Invece, sulla linea disturbata e piena di rumori, tra un brusio vivace di voci e bicchieri, la sua voce limpida gli arrivò luminosa, quasi squillante.
“Ehi tesoro!”
“Ehi… ti stai divertendo?”
“Un sacco!” rispose lei, frizzante, piena di energia. “Ti dispiace se faccio un po’ più tardi?”
“Certo che no, anzi, mi sembra un’ottima idea.”
Per un attimo ebbe perfino l’impressione che lei volesse chiudere in fretta, per tornare al gruppo e alla conversazione. E questo gli lasciò addosso un sorriso silenzioso e incredulo. Stava davvero riemergendo. Stava tornando, poco alla volta, la donna che aveva sposato.
Rimasto solo per la serata, Federico si concesse un lusso che non provava da tempo: rilassarsi davvero. Una puntata della serie preferita alla TV sul divano e un calzone esageratamente farcito preso alla gastronomia dietro l’angolo. Piccole cose, semplici, che quella notte gli sembrarono quasi un premio.
Quando finalmente tornò a casa, dopo la sua prima vera serata fuori da anni, allegra e un po’ brilla, era l’immagine stessa della felicità. Rideva senza trattenersi, gli occhi lucidi e vivi, e si aggrappava a lui mentre cercava di non inciampare lungo il corridoio verso la camera da letto.
Vederla così, così luminosa, quasi euforica, gli provocò una reazione immediata e profonda. Non era solo sollievo o tenerezza: era il ricordo improvviso e travolgente di quanto fosse bella, di quanto lo avesse sempre attratto, come se quella gioia ritrovata avesse riacceso qualcosa anche dentro di lui.
Erano anni che non aveva un'erezione così potente.
Probabilmente aiutava il fatto che indossava la gonna più corta che lui le avesse mai visto, un capo che non sapeva nemmeno avesse nell’armadio. Davvero si vestiva così per andare al lavoro?
“Voglio restare sveglia ancora un po’,” aveva protestato quando lui le aveva suggerito di sdraiarsi, ma non appena aveva toccato il materasso era ricaduta all’indietro, gli occhi già chiusi, i muscoli che si scioglievano mentre il sonno prendeva il sopravvento.
L’aveva spogliata con delicatezza per infilarle il pigiama, proprio come aveva fatto tante volte durante i periodi più bui. Solo che quella sera era diverso. Era avvolto dal suo profumo dolce, familiare, e non riusciva a smettere di pensare a quanto fosse bella. Forse aveva fatto qualche colpo di sole in più. Era truccata più del solito e, quando le sfilò la maglietta, anche il reggiseno di pizzo, più ricercato del normale, gli parve un dettaglio nuovo, quasi sorprendente.
Insieme alla gonna così corta, tutto suggeriva un ritorno di fiducia in sé stessa. Era un segnale meraviglioso.
Mentre le toglieva con cura la gonna e le calze scure, prima di infilarle la camicia da notte con gesti attenti, fu attraversato da un desiderio caldo e improvviso, così intenso da lasciarlo senza fiato. Non era solo attrazione fisica, era la gioia di rivederla viva, presente, luminosa.
Valentina stava tornando a essere la donna di un tempo, forse lo era già. E questo gli ricordò, con una dolce fitta, da quanto tempo tra loro mancasse quella complicità fatta di passione e vicinanza.
Forse, prima o poi, ci sarebbe stata l’occasione di far nascere qualcosa di nuovo tra loro, una sorta di seduzione lenta e inattesa. Ma aveva senso, a quel punto della loro storia? Erano sposati. Non avrebbe dovuto essere tutto più semplice? Le coppie sposate si guardano, si capiscono al volo, riconoscono il desiderio negli occhi dell’altro e poi si infilano a letto, senza bisogno di rituali, no?
Eppure, Federico sentiva che con Valentina non poteva funzionare così. Aveva la sensazione di doverla corteggiare di nuovo, con delicatezza, come se si stessero incontrando per la prima volta. Il problema era che non era mai stato bravo in quelle cose. Già la prima volta gli era sembrata un’impresa.
Lei addormentò mentre Federico la osservava, col cuore leggero, felice di rivedere finalmente quella luce serena sul volto di sua moglie. Forse lo era davvero: l’inizio di una nuova vita. Un piccolo, fragile inizio, fatto di sorrisi ritrovati, piccole libertà e gesti quotidiani che tornavano a essere condivisi. Federico sentiva che, dopo tanto tempo, qualcosa stava finalmente cambiando tra loro, e che quella luce nei suoi occhi poteva segnare l’alba di un capitolo diverso, più vivo e autentico.
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Lui tornava a casa il venerdì sera, a volte anche altre sere durante la settimana, e lei era ancora fuori con le sue amiche della libreria, e lui si sentiva benissimo.
Sapeva che, a livello egoistico, era bello avere un po' di spazio personale per un po', dopo tanti mesi e anni in cui ogni minuto fuori dal lavoro era stato dedicato alla cura di lei. Era una pausa per lui, anche adesso, un momento di pausa dopo il faticoso lavoro di badante.
Gli sembrava anche una sorta di giustificazione per le sue scelte, per aver accettato l'offerta di lavoro in un nuovo settore, per essersi trasferito con Valentina in una nuova città. Lei stava trovando la felicità, e nessuno poteva voltarsi e dire che Federico non la stava aiutando, non stava facendo tutto il possibile per metterla sulla strada giusta, anche se aveva trascorso così tante settimane da quando erano arrivati a Milano e a concentrarsi sul suo lavoro, sulla sua carriera.
Dopotutto, il motivo principale per cui si sentiva così bene tornando a casa in un appartamento vuoto era che poteva mettere a tacere il suo opprimente senso di colpa. Valentina non era infelice. Non aveva più bisogno di provare quell'angoscia irrazionale che era tutta colpa sua.
Si scoprì che si trattava di un enorme peso che gli era stato tolto dalle spalle.
Lei lo invitava solo occasionalmente a incontrare i suoi colleghi, ma all'inizio lui evitava i suoi inviti e lei non sembrava affatto contrariata. Era forse pigro, voleva rimandare il suo ingresso nella sua nuova cerchia? Lui lo vedeva più come un desiderio di godersi quello spazio personale che ora aveva. E, cosa non trascurabile, voleva che lei avesse la sua indipendenza nel legare con i colleghi.
Di solito tornava prima di andare a letto, per sorprenderlo un po' con la brevità delle sue gonne o la profondità delle sue scollature, impressionarlo con la sua energia, abbagliarlo con i suoi bei sorrisi e gli occhi spalancati. E adorava quando lei lo intratteneva con storie di persone che non conosceva, che avevano tutti nomi diversi – tutti segnali che si stava immergendo nella normalità.
Lei lo incantava, lo seduceva, lo stuzzicava con la sua nuova identità, eppure lui si ritrovava completamente incapace di fare una mossa con lei, di assecondare la sua lussuria. Paura, pensò, di farle pressione se non fosse stata pronta, ma anche senza dubbio terrorizzato da un possibile rifiuto, persino dopo tutti quegli anni insieme.
Ogni volta che ci pensava, tutto gli sembrava perfettamente ragionevole e logico: avrebbe dovuto semplicemente affrontare la donna che amava, dirle che voleva strapparle i vestiti, baciarla su tutto il corpo, penetrarla.
Eppure, quando arrivò il momento, e lei era proprio lì davanti a lui, si sentì a disagio, stupido, bloccato. Non gli sembrava giusto addossargliela se non era nel posto giusto. Gli sembrava che ora fossero solo migliori amici, non amanti.
Quindi non lo fece. La lasciò lì, e poi si svegliò nel cuore della notte e la trovò intenta a masturbarsi, e la cosa lo fece impazzire.
(CONTINUA)
Ci sono notti in cui il silenzio pesa più del rumore.
Federico lo scopre quando si sveglia di colpo, con la sensazione che qualcosa stia cambiando, appena fuori dalla portata delle parole. Da troppo tempo il loro matrimonio vive in punta di piedi, come se ogni gesto potesse rompere un equilibrio fragile, costruito sul dolore e sull’attesa.
Il vuoto nasce da una ferita profonda: l’aborto di Valentina, il corpo che si svuota, il futuro che si spezza, e la depressione che segue come una nebbia silenziosa e persistente. Federico resta, cura, protegge, sostiene con una dedizione ostinata e tenera, mentre una terapeuta diventa il primo varco attraverso cui Valentina ricomincia lentamente a respirare, a guardarsi, a sentire di nuovo il proprio corpo come qualcosa che le appartiene.
Valentina dorme poco ultimamente. Milano le ha restituito colore agli occhi, ma anche inquietudini nuove, più luminose e pericolose. Tra loro si apre uno spazio fatto di sguardi mancati, parole trattenute, piccoli gesti che oscillano tra cura e desiderio. Federico osserva il mondo da dietro le quinte, convinto che amare significhi soprattutto non interferire. Ma mentre la città respira sotto di loro, capisce che il vero rischio non è guardare troppo: è continuare a non guardarsi affatto.
Il desiderio si fa sentire, ma in punta di piedi. È un brivido sottile lungo la schiena, un pensiero inatteso, un tocco leggero che provoca vertigine. I primi capitoli seguono questa lentezza: non è pigrizia narrativa, ma la costruzione attenta di un’intimità fragile, fatta di introspezione, sospensioni e piccoli risvegli. Ogni sguardo, ogni silenzio, ogni gesto trattenuto è un passo verso ciò che verrà, un preludio alla passione che non osa ancora esplodere.
La loro storia non è di perdita…È di risveglio.
Del momento in cui Valentina scopre che desiderare significa anche esporsi.
E che, a volte, basta una finestra aperta per cambiare tutto.
Ma andiamo con ordine. Mettetevi comodi, prendete la vostra bevanda preferita e lasciatevi guidare in questo lento viaggio dentro i loro corpi e le loro menti.
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Capitolo 1 - Il risveglio notturno
Federico si svegliò di soprassalto nel buio, il cuore che gli martellava nel petto, trafitto dal pianto sommesso di Valentina. Quel suono, fragile e disperato, gli gelò il sangue nelle vene come sempre. Non era accanto a lui nel letto: la voce proveniva dal soggiorno, lontana ma terribilmente chiara, e un brivido gli gelò la schiena.
Restò immobile per qualche secondo, trattenendo il respiro, quasi sperando di essersi sbagliato.
Invece il lamento continuava, fragile, ostinato, un filo di dolore che si insinuava nel silenzio della casa.
Sapeva esattamente cosa stesse succedendo.
Valentina cercava di nascondergli la tristezza della sua depressione, proprio ora che lui aveva cominciato a illudersi che fosse davvero guarita. Quella finzione gli bruciava dentro come acido, gli scavava lo stomaco.
Da quando si erano trasferiti a Milano da Fidenza, una tranquilla cittadina della provincia di Parma, Valentina sembrava rinata: più leggera, più sorridente, quasi libera. Scoprire che era tutta una maschera fu un colpo basso, una delusione che faceva male fisicamente. Dopo mesi, anni di lotta per strapparla a quell’abisso della sua depressione, possibile che avesse solo recitato la parte della donna felice?
L’amava anche per quell’altruismo testardo, per il modo in cui cercava di proteggerla dal suo dolore…Ma tacere, ingoiare, fingere non era cura: era veleno lento.
Il pianto non era neppure forte.
Lo stupì che lo avesse svegliato. A Fidenza, negli ultimi tempi, si era talmente abituato alle sue lacrime notturne da dormirci attraverso. Ora invece bastava un singhiozzo soffocato per strapparlo al sonno, come all’inizio di tutto, quando ogni gemito era un allarme rosso.
Eppure, solo pochi giorni prima era stata luminosa quando era tornata a casa con la notizia del nuovo lavoro.
“Non è niente di speciale”, aveva detto con quel sorriso timido, quasi a volersi scusare per la propria gioia.
Ma Federico aveva visto gli occhi brillarle. Aveva sentito la stretta entusiasta delle sue dita mentre lo trascinava fuori a cena per festeggiare. Quel gesto, venire a cercarlo dopo il lavoro, voler condividere subito quella piccola vittoria, gli era sembrato la prova più chiara che stesse tornando a vivere. O forse aveva voluto crederci con troppa forza.
“È fantastico, tesoro. Sono così felice per te.”
“Federico, lavoro in una grande libreria, alla Mondadori in Piazza Duomo, tutto qui. Non è che stia facendo qualcosa di straordinario… figurati diventare una grande scrittrice.”
“Ma è perfetto, tesoro. Ti è sempre piaciuto perderti tra gli scaffali. E quando sarai pronta, potrebbe diventare la base per qualcosa di più grande.”
“Lo spero…Sarà così, vero?”
Poi il viso di Valentina si era illuminato con quel sorriso splendido, lo stesso che un tempo gli fece tremare le ginocchia. Per un istante Federico aveva rivisto la donna che aveva sposato, prima che il buio si insinuasse tra loro.
Erano usciti a festeggiare al Moebius Bar, nel cuore di Milano, un locale conviviale, animato dalla musica e dall’ottima cucina. Lei era stata così allegra, così piena di ottimismo... era tutta una recita per lui? Era segretamente triste perché il suo nuovo lavoro non aveva lo stesso prestigio del suo vecchio lavoro di giornalista alla Gazzetta di Parma.
Nel buio della stanza Federico si tirò su dal materasso, aggrappandosi a un barlume di speranza. Magari era solo un episodio isolato, un intoppo provocato da qualcosa di concreto. Qualcosa che poteva affrontare, risolvere insieme a lei.
Camminò piano sul tappeto fino alla porta della camera, il cuore stretto dal pianto sommesso che arrivava dal soggiorno. Si chiese se fosse la prima volta che Valentina sgattaiolava via per sfogarsi in segreto, o se lo avesse fatto già decine di volte senza che lui se ne accorgesse.
Federico si fermò nel piccolo disimpegno che collegava la camera da letto alla zona giorno, un unico spazio che univa cucina e salotto. Sentire la voce di lei, così piena di emozione, faceva riaffiorare quel senso di colpa sottile che lo accompagnava fin dai primi giorni della sua malattia.
Con la testa sapeva di aver fatto tutto il possibile per starle accanto, eppure dentro di sé continuava a sentirsi rimproverato. Non era mai riuscito a liberarsi dall’idea di non essere stato abbastanza, di aver fallito nella cosa più semplice e più preziosa: rendere felice la donna che amava più di ogni altra cosa.
Dal corridoio, poteva sentire il suo respiro affannoso, irregolare, pesante e costantemente interrotto da singhiozzi e sospiri o da qualche gemito sommesso. Era chiaro che stava cercando di contenere il rumore, per non svegliare il marito. Sapeva che lui doveva alzarsi presto per andare al lavoro la mattina dopo, aveva bisogno di dormire. Non voleva appesantirlo con le preoccupazioni per la sua condizione.
Una serie di respiri staccati gli fece capire che stava piangendo davvero, senza più ritegno.
Federico rimase inchiodato lì, nel corridoio buio, le gambe pesanti come piombo, paralizzato. Un sospiro gli uscì piano, quasi un rantolo soffocato, mentre il cervello gli girava a vuoto cercando le parole giuste. Quelle che non facessero peggio. Quelle che non la facessero sentire un peso, una fallita, un errore. “Troveremo un altro terapeuta”, pensò di dirle.
“Quella dottoressa Morelli con le sue teorie del cazzo… da come ne parlavi l’ultima volta, sembrava più una ciarlatana che un aiuto vero. Cambiamo, amore. Troviamo qualcuno che capisca davvero.” O magari qualcosa di più leggero, per tirarla su almeno per un secondo:
“E se ce ne andassimo via per un po’? Una vacanza, solo noi due. Mare, montagne, dove cavolo vuoi…Basta respirare aria diversa.”
O, più brutale, più onesto, buttando fuori quello che gli rodeva da settimane: “Valentina… forse Milano ci sta ammazzando. Forse questo posto non è più per noi. Forse dovremmo mollare tutto e ricominciare da un’altra parte. Di nuovo.”
Ma nessuna di quelle frasi gli usciva dalla gola. Restavano lì, incastrate, acide, inutili. Perché in fondo lo sapeva: non erano le parole a mancare. Era la convinzione che bastassero a cambiare qualcosa.
Si sentiva sempre così inutile quando sua moglie era sconvolta. Lei gli diceva sempre che lui l'aiutava molto, ma in realtà era sicuro che non facesse nulla per lei, niente per affrontare la causa del dolore e della depressione che l'aveva attanagliata da quel terribile giorno di tre anni prima, quando la loro gravidanza era andata a rotoli.
Si sentiva così esausto mentre stava lì ad ascoltarla. Non gli arrivava alcuna ispirazione, era a corto di idee.
Mi dispiace, tesoro, è semplicemente così.
Inspirò lentamente una boccata d'ossigeno, preparandosi allo sforzo che avrebbe dovuto fare per calmarla, per scusarsi di tutto, per rassicurarla che le cose sarebbero migliorate, che avrebbero trovato una soluzione. Ma poi, proprio prima di fare una mossa, qualcosa lo trattenne.
All'inizio non riuscì a capire di cosa si trattasse. C'era un tono leggermente diverso, una cadenza diversa nel suo pianto rispetto a quello che ricordava di quegli anni di depressione. Una sorta di sottile disparità rispetto al suo solito attacco di malinconia. Forse la stanchezza gli stava giocando brutti scherzi.
Un altro respiro pesante, poi sospiri leggeri, quasi musicali, che si scioglievano nel silenzio nero della notte.
Federico rimase inchiodato nel corridoio, il sangue che gli pulsava nelle vene. Sentì le orecchie drizzarsi, e poi qualcos’altro, più in basso, un calore improvviso, traditore, che gli gonfiava il cazzo nei boxer.
Valentina emise un altro piccolo suono.
Non era pianto. Era un gemito basso, trattenuto, dolce da togliere il respiro. Un suono che le vibrava in gola, come se stesse assaporando un segreto tutto suo.
Lui rimase immobile, con il fiato fermo nel petto, ad ascoltare ogni sfumatura.
E capì.
Non stava soffrendo.
Era seduta sul davanzale della finestra, le gambe divaricate quel tanto che bastava, una mano infilata tra le cosce, l’altra premuta forte sulla bocca per mordere i gemiti che le sfuggivano comunque. Il bacino che si muoveva piano, ritmico, contro le dita. Il respiro che si spezzava in piccoli ansiti affamati.
Gesù Cristo…SI STAVA MASTURBANDO!
Era naturale. Era sacrosanto.
Anni di desiderio strangolato, di corpo che si era spento sotto il peso della malattia, di notti in cui lui la sfiorava e lei si irrigidiva, si scusava, si voltava dall’altra parte.
Avevano smesso di scopare da così tanto tempo che Federico quasi non ricordava più com’era sentirsi desiderato.
Ogni tentativo era finito in lacrime, in lei che diceva “non ce la faccio”, in lui che si sentiva un mostro per averci provato.
Il sesso era diventato un’accusa muta, un fallimento condiviso.
E ora eccola lì, sola, a prendersi ciò che il suo corpo urlava da mesi, forse da anni. Le dita che scivolavano umide, sicure, dentro di sé.
Il modo in cui inarcava la schiena quando trovava il punto giusto. La testa gettata all’indietro, i capelli che le ricadevano sul viso sudato. I gemiti che le sfuggivano nonostante la mano, piccoli, rotti, bellissimi.
Non era tristezza…Era fame…Era vita che tornava a reclamare il suo spazio.
Federico sentì una fitta al petto, come se qualcuno gli avesse infilato una lama tra le costole e girasse piano. Eccitazione feroce, gelosia che bruciava come acido, amore così grande da fare male.
Voleva entrare. Voleva inginocchiarsi tra le sue gambe, sostituire quelle dita con la lingua, con il cazzo, con tutto sé stesso. Voleva dirle “Sono qui, amore, prendimi, usami, fammi sentire che esisto ancora per te”.
Voleva urlarle che non doveva nascondersi, che il suo piacere era anche il suo, che avrebbe dato qualsiasi cosa per vederla venire così, per lui, con lui, sopra di lui.
Ma restò fermo, a qualche metro di distanza.
A guardare la sua ombra tremare contro il vetro illuminato dal lampione.
A sentire ogni ansito, ogni piccolo schiocco umido delle dita, ogni sospiro che le sfuggiva più profondo, più disperato.
Era bellissima…Bellissima e lontanissima.
E lui era lì, duro da far male, con le lacrime che gli pungevano gli occhi e il cuore che si spezzava in silenzio.
Sentiva il ritmo delle sue dita, lento, poi più insistente e il modo in cui il respiro le si spezzava quando si avvicinava al bordo.
Immaginava il suo viso: le guance arrossate, le labbra socchiuse, gli occhi chiusi stretti come se stesse inseguendo qualcosa di sacro e proibito.
E lui era lì, a un metro, con il cuore che gli scoppiava nel petto e il sesso duro contro il tessuto dei boxer, pulsando al ritmo dei gemiti di lei.
Provò una forte tentazione di andare direttamente lì e saltarle addosso, sperando che fosse pronta per la loro prima vera relazione dopo anni. Eppure, per qualche ragione, si trattenne, temendo la sua possibile reazione. Poteva essere spaventata dalla sua improvvisa apparizione, poteva rifiutare le sue proposte. Poteva non essere pronta.
Potrebbe persino pensare che lui stia invadendo la sua privacy, sapendo cosa sta facendo, e qualsiasi rabbia che ne possa derivare potrebbe uccidere ogni speranza di un ritorno di fiamma.
Tuttavia, pur comprendendo il suo bisogno di procedere con calma, Federico si ritrovò a dover superare il rispetto per il suo spazio personale con la sua formidabile curiosità. Poteva trattenersi dal saltarle addosso, ma non riusciva a staccarsi da quei dolci suoni che lei emetteva. Voleva vedere.
Il suo cuore accelerava, mentre nell’aria si diffondeva il delicato aroma della sua intimità, segno della sua eccitazione. I sospiri appena udibili, i gemiti trattenuti, gli improvvisi tremiti, e il ritmo profondo e regolare del suo petto che si sollevava e abbassava, diventavano per lui una musica irresistibile, capace di avvolgerlo e catturarlo completamente.
Lei dava piacere a sé stessa e, così facendo, dava piacere anche a lui.
Si spostò verso l'angolo, con un occhio che sporgeva per vedere la cucina e poi verso la finestra dove era seduta Valentina.
La stanza era avvolta in una penombra, la luce dei lampioni della strada che filtrava dalla finestra disegnava contorni sfumati sul suo corpo. Seduta sulla poltrona in un angolo, con la schiena appoggiata, i lunghi capelli biondo cenere le ricadevano morbidi sulle spalle. Il respiro era lento, quasi impercettibile, e le sollevava appena il petto, come se stesse aspettando qualcosa che non osava nominare.
Una gamba era piegata, rivolta verso la finestra; l’altra penzolava libera, lasciando intravedere, tra i giochi di luce, il bianco delicato delle mutandine. La maglietta rosa, indossata per la notte, aderiva appena al suo corpo, ma non abbastanza da nascondere i capezzoli, duri come pietra, che sfioravano il tessuto a ogni movimento. Dei pantaloni della tuta non c’era più traccia.
Federico dovette soffocare un gemito mentre osservava le sue dita muoversi sotto il sottile cotone della biancheria intima, il suo corpo che ondeggiava al ritmo delle sue carezze.
Dio, com’era sexy. C’erano stati momenti, all’inizio, quando tutto era nuovo e proibito, in cui lei gli aveva concesso di osservarla mentre si toccava. Non erano mai stati attimi interminabili, mai fino al culmine, ma bastavano a infiammarlo: il modo in cui il suo corpo rispondeva ai propri gesti, fluido e consapevole, era una danza che lo ipnotizzava. Era inevitabile che quella complicità maliziosa si perdesse lungo la strada? Anche prima che il sesso diventasse un ricordo, il matrimonio aveva ridotto la loro passione a un’eco sbiadita di ciò che erano stati.
Valentina sollevò i fianchi, sfilandosi le mutandine con un gesto lento che rivelò la ciocca bionda tra le cosce, setosa e invitante. Federico trattenne il respiro.
Lei si immobilizzò di colpo, la testa girata di scatto, le orecchie tese a captare il minimo rumore: un passo, un respiro, qualsiasi segno che lui si fosse svegliato.
Federico si rifugiò dietro l'angolo, con il cuore che gli batteva forte, temendo di essere scoperto.
Poteva solo aspettare, battito dopo battito, concentrato sul respirare il più silenziosamente possibile. Il suo silenzio si prolungò, abbastanza a lungo da rassicurare la sua bellissima moglie che la sua privacy era ancora al sicuro, che il suo innocente marito rimaneva chiuso nella loro camera da letto.
Osò sbirciare di nuovo, spostando appena la testa per avere una visuale migliore. Fuori, il rombo assordante di un veicolo che passava per la strada sembrò giustificare ogni suo timore, e lei, rassicurata, si lasciò andare: con un gesto lento, finì di sfilarsi le mutandine lungo le ginocchia, fino a liberarsene del tutto.
Federico trattenne il respiro, attento a non tradirsi, mentre lei lasciava cadere la biancheria sul pavimento. Nella luce ambrata e fioca, le cosce si aprirono appena, svelando quel piccolo, delicato fiore tra le gambe. Le sue dita si mossero tra la peluria morbida, sfiorando le labbra umide e gonfie. Dio, era perfetta. Ma era davvero così osceno guardarla in quel modo?
Federico desiderava ardentemente andare lì e raggiungerla, toccarla come si stava toccando, sentire la morbidezza della sua pelle, il calore del suo corpo, l'umidità del suo sesso. Ma se l'avesse fatto, era certo che lei si sarebbe sentita in imbarazzo, a disagio e persino in colpa per essersi toccata in segreto, invece di prendere l'iniziativa con lui.
Sospettava anche che se fosse apparso all'improvviso e lei lo avesse accettato, la sua attenzione si sarebbe rivolta a compiacerlo, assicurandosi che avesse un orgasmo adeguato, sacrificando il proprio piacere nel farlo. Federico voleva che lei venisse, aveva davvero bisogno di vederla realizzare la sua conclusione, come per verificare che fosse ancora possibile. L'unica vera garanzia che aveva era di lasciarla in pace: era la più qualificata per quel particolare compito.
Così lui si limitò a fare un passo indietro e a stuzzicarsi in silenzio con il suo desiderio per lei.
A cosa stava pensando mentre le sue mani scivolavano su quelle curve meravigliose, le sue dita scivolavano sul suo monte di piacere e nella sua figa bagnata? Le donne erano un tale mistero, anche quando le sposavi. Lo stava forse immaginando in qualche modo? Qualche esperienza passionale del passato?
Era meraviglioso vederla darsi tanto piacere, uno spettacolo così bruciante vederla muoversi con tanta compostezza e finezza, le dita che affondavano nelle sue pieghe scivolose, stuzzicando quei meravigliosi piccoli gemiti, quei piccoli sussulti sexy.
Più andava avanti, più sembrava rassicurata dal silenzio persistente della notte, dal fatto che le sue azioni non stessero disturbando il sonno del marito. Eppure, lui riusciva ancora a sentire quel piccolo e grazioso tremito nervoso nel suo respiro, mentre le sue dita danzavano sulle sue curve e tra le sue cosce.
Il suo corpo si accasciò sulla poltrona, quasi in posizione orizzontale, con gli occhi chiusi, concentrata solo sulle sensazioni del suo tocco. Iniziò a trattenere il respiro tra i denti mentre le sue dita le accarezzavano il sesso in cerchi continui, e ora sembrava decisa ad andare fino in fondo.
Federico si meravigliò dei suoi movimenti fluidi ed eleganti, del suo corpo che si contorceva e ondeggiava quasi come se fosse liquido, di quelle curve così eloquenti nell'esprimere le sensazioni che provava mentre si muoveva, delle sue mani che acceleravano il ritmo verso l'imminente orgasmo.
Era la creatura più sexy che avesse mai visto. Quello sguardo misterioso, quel luccichio negli occhi, lo facevano impazzire. Si chiedeva se anche lei, come gli uomini, fantasticasse su corpi famosi o scene di film mentre si accarezzava. Non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo: la masturbazione era un argomento troppo intimo, persino per una coppia sposata.
Pensava tra sé: “A cosa pensi, Valentina, quando ti tocchi? Stai immaginando me? Il mio cazzo che ti scava, che ti riempie, che ti fa tremare? Oppure stai sognando un uomo diverso, un volto sconosciuto che non potrò mai essere?”
Non aveva mai pensato alla possibilità che Valentina fantasticasse su modelli o attori, ma era naturale che lo facesse. Da giovane, immaginava che lo avrebbe fatto ingelosire, anche se in realtà lui stesso ogni tanto desiderava modelle e attrici. Quella sera, scoprì che non gli importava se lei sognasse qualche ragazzo immagine o altro…Era felicissimo che stesse riacquistando contatto con la sua sessualità.
"Ti immagini il suo torace possente, quella pancia scolpita che ti sfiora mentre il suo cazzo da sogno, impossibile da raggiungere, ti penetra senza resistenza? Ragazza malvagia..." Il pensiero lo attraversò mentre il respiro di lei si faceva sempre più irregolare, spezzato da gemiti che sembravano quasi dolorosi, come se il piacere la stesse portando sull’orlo di qualcosa di insostenibile. Era lì, a un passo dal culmine.
Il suo profumo, intenso e inebriante, riempiva la stanza, così intenso che lui poteva percepirlo come un tocco sulla pelle. Assistere a quel momento di abbandono totale, di libertà assoluta, lo fece sentire vivo, euforico, come se stesse vivendo qualcosa di proibito e meraviglioso.
"Oh sì..." Le parole le uscirono in un sussurro spezzato, come se non potesse più controllarle. "Oh Dio sì... oh sì..."
Federico non era sicuro di quando avesse iniziato a toccarsi la durezza mentre la guardava, ma ora sapeva che se non fosse stato attento, avrebbe combinato un pasticcio. Era difficile controllarsi, però, mentre la sentiva esprimere a voce le potenti sensazioni che le fiorivano dentro.
"Oh... oh cazzo sì... Oh Dio..."
La vista del suo urlo silenzioso mentre veniva, la bocca aperta, le guance arrossate, gli occhi chiusi, quelle due piccole rughe verticali tra le sopracciglia, la testa che si piegava all'indietro mentre le emozioni le tremavano in tutto il corpo: era ciò che più eccitava Federico. Niente di preparato per il suo bene: solo una soddisfazione autentica, sincera, travolgente.
Cosa potrebbe desiderare di più un marito per la propria moglie?
Capitolo 2 - La nuova vita a Milano
Federico aveva iniziato il suo nuovo ruolo come specialista senior nelle Risorse Umane in un’azienda multinazionale subito dopo il trasferimento a Milano. Questo lavoro fu il motivo principale che li aveva spinti a lasciare Fidenza per ricominciare da zero nella città lombarda.
In quei primi mesi, Valentina aveva disfatto tutti i bagagli, ristrutturando l'appartamento a sua immagine e somiglianza, assumendosi la maggior parte del lavoro di allestimento della casa, per lasciare a Federico lo spazio necessario per concentrarsi sul suo lavoro.
Aveva anche fatto una ricerca superficiale su giornali e siti web per trovare lavori adatti, ma Federico non voleva metterle pressione in quella direzione. Caricarle sulle spalle qualsiasi peso non l'avrebbe mai aiutata a scrollarsi di dosso il peso della sua condizione. Avrebbe cercato lavoro quando si fosse sentita pronta.
Mentre lui si alzava dal letto a orari assurdi la mattina, per poi tornare tardi la sera, aveva l'impressione che lei trascorresse gran parte delle sue giornate seduta alla finestra, come faceva a Fidenza, leggendo i suoi libri o osservando la vita dall'altra parte della strada.
I palazzi di quella strada, poco lontano da Lambrate, erano inquietantemente vicini, le finestre così ravvicinate da sembrare quasi toccabili. Proprio quella vicinanza, quella stretta compressione urbana, era parte del motivo per cui aveva scelto quell’appartamento: uno spazio che potesse accogliere la malinconia di Valentina senza opporsi ad essa. La sua indifferenza verso il luogo in cui vivevano non era mai stata superficiale, era radicata nella depressione che la accompagnava da anni, ma lui era riuscito a farle intravedere i lati positivi dell’appartamento, abbastanza da convincere persino la vecchia Valentina.
Se fosse rimasta lì, trincerata sul sedile accanto alla finestra, con la malinconia che tornava a farsi sentire, almeno avrebbe avuto una finestra sul mondo. Osservare la vita che scorreva tra i palazzi vicini, vedere gli altri immersi nelle loro occupazioni quotidiane, poteva diventare per lei un filo sottile per riallacciare un contatto con la vita stessa.
La vedeva seduta lì, nei fine settimana, assorta a guardare fuori, e sapeva che il suo istinto doveva avere almeno una parte di verità. Le piaceva sedersi lì e guardare gli appartamenti di fronte, le finestre così vicine da sembrare quasi a portata di mano, ciascuno con interni diversi, custodi silenziosi di vite tranquille e ripetitive: coppie che sistemavano libri o stoviglie, persone che cenavano insieme o si muovevano tra stanze illuminate dal sole. In quel guardare quieto, tra il fluire lento delle piccole routine e la luce che filtrava dai vetri, Valentina trovava un filo sottile che la teneva legata alla vita degli altri, un ponte discreto e rassicurante verso un mondo che sembrava lontano, ma al tempo stesso sorprendentemente vicino. Famiglie di ceto medio, immerse nelle loro routine quotidiane, ma con gesti e dettagli che Valentina riusciva a cogliere solo dall’osservatorio del suo piccolo angolo vicino alla finestra.
Anche i loro vicini più abbienti raramente chiudevano persiane o tende, e a Federico non passò nemmeno per la mente che lo facessero per ostentare il successo. Sembrava piuttosto che la loro vita, sempre esposta, avesse lentamente dissolto il bisogno di privacy, come se la consuetudine di essere osservati li avesse resi immuni alla solitudine. Osservandoli, Federico percepiva una sorta di malinconica armonia: vite tranquille, esposte e insieme protette dal semplice fluire della quotidianità, come se ogni gesto fosse già destinato a diventare parte del racconto silenzioso della strada.
"Non hanno niente da nascondere", gli disse Valentina un giorno, quando lui commentò la cosa.
“Credo di no. Sono solo appartamenti belli da mostrare ai vicini.”
Lei alzò le spalle. “Sono orgogliosi di quello che hanno costruito.”
Federico annuì, con una fitta silenziosa allo stomaco. Sapeva bene che il loro appartamento era più piccolo di quelli dall’altra parte della strada. “Hai mai desiderato che fossimo così?” le chiese. “Forse se non avessi sposato un impiegato…”
Si rese conto troppo tardi di quanto suonasse amara quella frase. Non era il tipo di domanda che le faceva di solito. Doveva essere stato il cambiamento, la casa nuova, quella sensazione di esposizione che gli aveva abbassato le difese.
Ma Valentina sorrise, spazzando via il peso di quelle parole con una leggerezza che lo sorprese. “Sposare qualcuno che non fossi tu?” disse, con un tono divertito che lui non sentiva da tempo. Quel lampo di ironia gli scaldò il petto come una carezza inaspettata.
“Be’, prima di me avrai avuto proposte da ogni direzione,” rispose lui, ricambiando il sorriso. “Tutta quella gente da copertina con cui uscivi."
“Facevo interviste, non appuntamenti,” ribatté lei. “E quelle erano solo interviste veloci e poco interessanti.”
L’immagine di una Valentina più giovane, corteggiata da uomini famosi durante il suo periodo d’oro, gli accese un filo di gelosia, ma la conosceva. All’epoca era feroce con le sue ambizioni e sorprendentemente schiva nella vita privata.
“In più,” aggiunse lei con una risata leggera, sollevando la mano, “tu mi hai regalato questo anellino scintillante.” Mostrò le due sottili fasce d’oro, quella di fidanzamento e quella nuziale, come fossero la prova tangibile di una scelta giusta fin dall’inizio.
Il suono della sua risata, limpido e sincero, lo colpì con la forza di una fortuna improvvisa. Aveva sempre avuto quell’effetto su di lui…solo che era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva sentita così. Quella Valentina che riemergeva gli riempiva il cuore di speranza.
Sembrava più determinata che mai a riavvicinarsi a una parvenza di normalità.
Forse era davvero merito del cambiamento. Della casa nuova. Di quel fragile senso di inizio che aleggiava tra loro.
O forse erano le ore trascorse a osservare gli abitanti più abbienti negli appartamenti dall’altra parte della strada, quelle vite ordinate e visibili che scorrevano dietro vetri sempre scoperti.
Oppure era il nuovo terapeuta, il percorso appena iniziato, quel tentativo silenzioso di rimettere insieme i pezzi.
Il fatto che si fosse iscritta a una terapia vera e propria doveva pur significare qualcosa. A Fidenza aveva evitato con cura qualsiasi percorso del genere, arrivando perfino a divorare articoli su articoli che sostenevano quanto la terapia servisse a poco contro la depressione, se non per prescrivere farmaci. Farmaci che lei non si era mai sentita a suo agio a prendere.
Questo voleva dire che il cambiamento era iniziato prima ancora del primo incontro, anche se l’insolita dottoressa Morelli poteva aver contribuito ad accelerarlo.
E adesso aveva perfino un lavoro.
A Federico piaceva immaginarla in libreria, circondata da scaffali e lettori, immersa in quel silenzio pieno di storie, mentre aiutava i clienti con la sua conoscenza appassionata e precisa. Una libreria, di questi tempi, sembrava quasi un’anomalia, sopravvissuta alla stessa rivoluzione digitale che aveva sabotato la promettente carriera di Valentina e spinto lui, con meno nobiltà, verso il lato oscuro delle pubbliche relazioni. Era come se lei, in qualche modo, stesse reagendo.
E quale luogo poteva essere più adatto, più gentile, più protettivo, per qualcuno che stava cercando di liberarsi dalle ultime ombre della propria angoscia mentale, se non una libreria?
Quando Federico tornò a casa e trovò l’appartamento vuoto, provò una strana, improvvisa euforia. Valentina non era lì ad aspettarlo. Era fuori, in mezzo alla città, impegnata a fare qualcosa, a parlare con persone vere, a rientrare a poco a poco nel flusso della vita quotidiana.
A volte tornava in tempo per cena, appena finito il turno. Altre sere faceva più tardi, trattenuta dagli orari prolungati della libreria. E tutto questo, invece di preoccuparlo, gli sembrava un segno incredibilmente sano. Si era abituato a temere il rientro serale, l’idea di aprire la porta e trovarla lì, immobile, scoraggiata, sempre più dipendente da lui, sempre più isolata dal mondo che continuava a scorrere fuori dalle loro finestre.
La sera in cui lo chiamò mentre lui stava scendendo verso la metropolitana, per dirgli che forse sarebbe andata a bere qualcosa con alcuni colleghi, per Federico fu quasi un piccolo evento da festeggiare.
“Certo che va bene, amore. Non devi nemmeno chiedermelo,” le disse, cercando di non far trasparire troppa emozione.
“È che… non so ancora se li conosco davvero così bene,” rispose lei, con un’incertezza timida che lui non sentiva da anni.
E in quella esitazione, così normale, così umana, Federico sentì aprirsi uno spiraglio di luce.
La sua voce tradiva una lieve esitazione, una crepa sottile nella sicurezza che aveva mostrato negli ultimi tempi, e lui riconobbe subito quel meccanismo familiare: la capacità della sua condizione di convincerla che uscire, stare con gli altri, fare qualunque cosa che non fosse nascondersi, sarebbe stato complicato, faticoso, forse persino doloroso.
“Proprio per questo è un’ottima occasione per creare un legame, no? Vedrai che vi divertirete,” disse lui con dolcezza.
“Non hanno detto niente sull’invito ai partner…”
“Non hai bisogno di me lì,” ridacchiò. “Senza il tuo noioso marito al seguito sarà molto più divertente.”
“Da quando lavoro la sera mi sento sempre così stanca.”
“Facciamo così,” propose lui. “Ti chiamo tra un paio d’ore per sapere come va. Se non ti stai divertendo, troviamo una scusa e facciamo finta che io abbia bisogno di te a casa per qualcosa di urgente.”
“Va bene.”
Il tono quieto con cui lo disse gli lasciò addosso un dubbio sottile. Forse la stava spingendo troppo in fretta. Eppure, in fondo, sentiva che era una spinta necessaria, un piccolo strappo verso il mondo, prima che la paura tornasse a richiuderle tutto intorno.
Più tardi la chiamò, temendo di trovarla abbattuta, pentita di essere uscita, magari già convinta di aver rovinato il rapporto con i colleghi e compromesso i progressi fatti al lavoro. Invece, sulla linea disturbata e piena di rumori, tra un brusio vivace di voci e bicchieri, la sua voce limpida gli arrivò luminosa, quasi squillante.
“Ehi tesoro!”
“Ehi… ti stai divertendo?”
“Un sacco!” rispose lei, frizzante, piena di energia. “Ti dispiace se faccio un po’ più tardi?”
“Certo che no, anzi, mi sembra un’ottima idea.”
Per un attimo ebbe perfino l’impressione che lei volesse chiudere in fretta, per tornare al gruppo e alla conversazione. E questo gli lasciò addosso un sorriso silenzioso e incredulo. Stava davvero riemergendo. Stava tornando, poco alla volta, la donna che aveva sposato.
Rimasto solo per la serata, Federico si concesse un lusso che non provava da tempo: rilassarsi davvero. Una puntata della serie preferita alla TV sul divano e un calzone esageratamente farcito preso alla gastronomia dietro l’angolo. Piccole cose, semplici, che quella notte gli sembrarono quasi un premio.
Quando finalmente tornò a casa, dopo la sua prima vera serata fuori da anni, allegra e un po’ brilla, era l’immagine stessa della felicità. Rideva senza trattenersi, gli occhi lucidi e vivi, e si aggrappava a lui mentre cercava di non inciampare lungo il corridoio verso la camera da letto.
Vederla così, così luminosa, quasi euforica, gli provocò una reazione immediata e profonda. Non era solo sollievo o tenerezza: era il ricordo improvviso e travolgente di quanto fosse bella, di quanto lo avesse sempre attratto, come se quella gioia ritrovata avesse riacceso qualcosa anche dentro di lui.
Erano anni che non aveva un'erezione così potente.
Probabilmente aiutava il fatto che indossava la gonna più corta che lui le avesse mai visto, un capo che non sapeva nemmeno avesse nell’armadio. Davvero si vestiva così per andare al lavoro?
“Voglio restare sveglia ancora un po’,” aveva protestato quando lui le aveva suggerito di sdraiarsi, ma non appena aveva toccato il materasso era ricaduta all’indietro, gli occhi già chiusi, i muscoli che si scioglievano mentre il sonno prendeva il sopravvento.
L’aveva spogliata con delicatezza per infilarle il pigiama, proprio come aveva fatto tante volte durante i periodi più bui. Solo che quella sera era diverso. Era avvolto dal suo profumo dolce, familiare, e non riusciva a smettere di pensare a quanto fosse bella. Forse aveva fatto qualche colpo di sole in più. Era truccata più del solito e, quando le sfilò la maglietta, anche il reggiseno di pizzo, più ricercato del normale, gli parve un dettaglio nuovo, quasi sorprendente.
Insieme alla gonna così corta, tutto suggeriva un ritorno di fiducia in sé stessa. Era un segnale meraviglioso.
Mentre le toglieva con cura la gonna e le calze scure, prima di infilarle la camicia da notte con gesti attenti, fu attraversato da un desiderio caldo e improvviso, così intenso da lasciarlo senza fiato. Non era solo attrazione fisica, era la gioia di rivederla viva, presente, luminosa.
Valentina stava tornando a essere la donna di un tempo, forse lo era già. E questo gli ricordò, con una dolce fitta, da quanto tempo tra loro mancasse quella complicità fatta di passione e vicinanza.
Forse, prima o poi, ci sarebbe stata l’occasione di far nascere qualcosa di nuovo tra loro, una sorta di seduzione lenta e inattesa. Ma aveva senso, a quel punto della loro storia? Erano sposati. Non avrebbe dovuto essere tutto più semplice? Le coppie sposate si guardano, si capiscono al volo, riconoscono il desiderio negli occhi dell’altro e poi si infilano a letto, senza bisogno di rituali, no?
Eppure, Federico sentiva che con Valentina non poteva funzionare così. Aveva la sensazione di doverla corteggiare di nuovo, con delicatezza, come se si stessero incontrando per la prima volta. Il problema era che non era mai stato bravo in quelle cose. Già la prima volta gli era sembrata un’impresa.
Lei addormentò mentre Federico la osservava, col cuore leggero, felice di rivedere finalmente quella luce serena sul volto di sua moglie. Forse lo era davvero: l’inizio di una nuova vita. Un piccolo, fragile inizio, fatto di sorrisi ritrovati, piccole libertà e gesti quotidiani che tornavano a essere condivisi. Federico sentiva che, dopo tanto tempo, qualcosa stava finalmente cambiando tra loro, e che quella luce nei suoi occhi poteva segnare l’alba di un capitolo diverso, più vivo e autentico.
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Lui tornava a casa il venerdì sera, a volte anche altre sere durante la settimana, e lei era ancora fuori con le sue amiche della libreria, e lui si sentiva benissimo.
Sapeva che, a livello egoistico, era bello avere un po' di spazio personale per un po', dopo tanti mesi e anni in cui ogni minuto fuori dal lavoro era stato dedicato alla cura di lei. Era una pausa per lui, anche adesso, un momento di pausa dopo il faticoso lavoro di badante.
Gli sembrava anche una sorta di giustificazione per le sue scelte, per aver accettato l'offerta di lavoro in un nuovo settore, per essersi trasferito con Valentina in una nuova città. Lei stava trovando la felicità, e nessuno poteva voltarsi e dire che Federico non la stava aiutando, non stava facendo tutto il possibile per metterla sulla strada giusta, anche se aveva trascorso così tante settimane da quando erano arrivati a Milano e a concentrarsi sul suo lavoro, sulla sua carriera.
Dopotutto, il motivo principale per cui si sentiva così bene tornando a casa in un appartamento vuoto era che poteva mettere a tacere il suo opprimente senso di colpa. Valentina non era infelice. Non aveva più bisogno di provare quell'angoscia irrazionale che era tutta colpa sua.
Si scoprì che si trattava di un enorme peso che gli era stato tolto dalle spalle.
Lei lo invitava solo occasionalmente a incontrare i suoi colleghi, ma all'inizio lui evitava i suoi inviti e lei non sembrava affatto contrariata. Era forse pigro, voleva rimandare il suo ingresso nella sua nuova cerchia? Lui lo vedeva più come un desiderio di godersi quello spazio personale che ora aveva. E, cosa non trascurabile, voleva che lei avesse la sua indipendenza nel legare con i colleghi.
Di solito tornava prima di andare a letto, per sorprenderlo un po' con la brevità delle sue gonne o la profondità delle sue scollature, impressionarlo con la sua energia, abbagliarlo con i suoi bei sorrisi e gli occhi spalancati. E adorava quando lei lo intratteneva con storie di persone che non conosceva, che avevano tutti nomi diversi – tutti segnali che si stava immergendo nella normalità.
Lei lo incantava, lo seduceva, lo stuzzicava con la sua nuova identità, eppure lui si ritrovava completamente incapace di fare una mossa con lei, di assecondare la sua lussuria. Paura, pensò, di farle pressione se non fosse stata pronta, ma anche senza dubbio terrorizzato da un possibile rifiuto, persino dopo tutti quegli anni insieme.
Ogni volta che ci pensava, tutto gli sembrava perfettamente ragionevole e logico: avrebbe dovuto semplicemente affrontare la donna che amava, dirle che voleva strapparle i vestiti, baciarla su tutto il corpo, penetrarla.
Eppure, quando arrivò il momento, e lei era proprio lì davanti a lui, si sentì a disagio, stupido, bloccato. Non gli sembrava giusto addossargliela se non era nel posto giusto. Gli sembrava che ora fossero solo migliori amici, non amanti.
Quindi non lo fece. La lasciò lì, e poi si svegliò nel cuore della notte e la trovò intenta a masturbarsi, e la cosa lo fece impazzire.
(CONTINUA)
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