Innamorata del mio dominatore

di
genere
dominazione

Ritorni
A Riccardo


Guardo l’orologio, sono quasi le quattro, mancano pochi minuti all’appuntamento: mi sistemo i capelli, metto un po’ di lucidalabbra, controllo le pieghe del cappotto.
I vestiti sono gli stessi di due anni fa.
Quando arriva riconosco la macchina — prima non ricordavo quale avesse — e mi avvicino con il cuore a mille.
«Ciao, pupattola.»
«Ciao, fuckboy.»
Durante il viaggio parliamo poco; ad un certo punto mi mette una mano sulla coscia, rimanendo però abbastanza rigido.
«Che c’è, hai perso tutta la tua verve?»
Lui borbotta una risposta sgradevole, per cui io mi sento subito in colpa: biascico delle scuse, poi inizio a parlargli del mio erasmus, degli amici, delle stanze doppie in collegio.
Lui guida abbastanza distratto: riconosco tutto, la strada, la buca sulla destra, la discesa dopo il cancello.
«Beh, siamo arrivati.»
Mi alzo, cercando di ignorare l’imbarazzo per l’alone di sudore lasciato sul sedile di pelle.
«Te la ricordavi così?»
«Sì, esattamente.»
Lo guardo mentre cammina verso la porta, una maglietta un po’ larga e un paio di jeans chiari, lo sguardo concentrato sui movimenti delle mani: le immagino mentre mi stringono, sentendomi mancare il fiato.
Entriamo e vedo subito il divano letto, poi andiamo verso la cucina: è tutto come la prima sera, fa solo meno freddo.
Noto l’alone di sudore sulla sua schiena, i capelli un po’ spettinati, la curvatura del busto: è così sciatto, imperfetto, e incredibilmente sexy.
«Vuoi dell’acqua? Non ho nient’altro da offrirti.»
Annuisco, senza parlare.
Il suo viso è diverso da come lo ricordavo, più stanco, sofferente.
«Mi sono abituata a vederti con la barba, sei bello.»
Lui sorride.
«Anche tu.»
Mi versa l’acqua nel bicchiere, io intanto giro intorno al tavolo, gli vado vicino, da dietro. Gli accarezzo le braccia, la schiena, poi sento il corpo tendersi, risvegliarsi. Immagino che lui stia ancora sorridendo.
Lo abbraccio e infilo le mani sotto la maglietta, beandomi della sensazione della sua pelle morbidissima, da bambino. Poi gli appoggio le labbra sulla nuca, facendogli sentire il mio respiro.
Si gira, e non posso fare a meno di notare la sua erezione: il ricordo delle foto e delle videochiamate irrompe con violenza nella mia testa, facendomi bagnare: l’immagine dei suoi orgasmi è vivida, quasi tangibile, e devo tenermi a lui per evitare che mi cedano le gambe.
Lui ricambia la mia stretta, le sue mani su di me si muovono esitanti, prima sui fianchi, poi sul seno, sul collo: chiudo gli occhi e sento la bocca aprirsi per il piacere: quando riapro gli occhi lui mi sta guardando, la stessa espressione di un tempo stampata sul viso, passano pochi secondi che sembrano interminabili, e poi mi bacia.
Camminiamo avvinghiati fino al divano, le sue mani sempre più sicure e la sua lingua che cerca furiosamente la mia.
Sbatto contro il materasso, lo spingo giù e salgo sopra di lui, prendendogli il viso e muovendo il bacino per sentire la sua erezione.
Neanche un minuto e lo sento entrare dentro di me, di fretta, l’attesa di questi due anni materializzata in un orgasmo che non tarda ad arrivare per nessuno dei due.
«Vuoi alzare il livello, piccola?»
Non desidero altro.
«S, ti prego.»
Dallo zaino estrae una siringa, senza ago, poi va in cucina a fare scaldare l’acqua.
Io so cosa mi aspetta, la paura e l’eccitazione si mischiano nella mia testa, facendomi impazzire.
Quando torna sono già a quattro zampe, pronta a farmi spurgare: ad ogni iniezione che mi entra nel culo sento crescere i crampi, inizio a toccarmi, e al dolore si unisce il piacere.
Quando finisce mi fa sdraiare sulla schiena, mi accarezza la pancia.
«Lo sai che è un gioco, vero?»
«Sì, ma non fermarti.»
«Neanche se mi implori?»
«Solo se ti dico Riccardo sei un citrullo.»
Lui ride.
«Un po’ lunga, come safe word.»
Sorrido, stregata dell’imperfezione dei suoi denti, uno più lungo dell’altro.
«Bene, ora iniziamo.»
Prende uno dei miei plug, il più grosso, e me lo infila dopo averci spremuto una quantità assurda di lubrificante.
«Se mi caghi sul letto te lo faccio pulire con la lingua, è chiaro?»
Annuisco, spaventata, mentre lui sale sopra di me e mi infila il cazzo ancora sporco di sperma: il suo peso mi schiaccia la pancia, e inizio a gemere di dolore.
Lui mi zittisce, sussurrando con dolcezza tra i sospiri, prendendomi la testa da entrambi i lati e accarezzandomi i capelli con fare protettivo.
«Ti fa male, piccola?»
Biascico un sì, trattenendo il respiro.
Lui sorride appena, poi continua a sussurrarmi sulla bocca:
«Su piccola, fai la brava, fai vedere al tuo padrone quanto sai resistere con la purga nel culo.»
Io intanto mi sento esplodere, stringo forte il buchetto e afferro le sue mani che mi tengono bloccata sul materasso.
«Ti prego, basta…»
Continuo a pregarlo, lo imploro di smettere: lui mi guarda negli occhi, cerca la mia conferma, poi rincara la dose e mi schiaccia sul letto, strappandomi un grido.
«Dai bimba, resisti per me.»
Un brivido mi attraversa dalle gambe fino alla nuca, facendomi tremare.
Lo ripete una, due, tre volte, sa quanto lo adoro: sento le pulsazioni scuotermi la figa, la sensazione dei capezzoli turgidi premuti contro il petto di lui, il suo respiro che si mischia al mio mentre si muove dentro di me.
Ci immagino visti da sopra, la sua schiena che si incurva, il mio corpo schiacciato dal suo, vorrei mettergli le braccia intorno e seguire con le mani il movimento sensuale del suo bacino: poi il dolore diventa insopportabile.
Mi dice che può fermarsi, che sono stata brava: io rifiuto, gli dico di ignorare ogni supplica, che mi piace così.
«È un gioco, no?»
Annuisce, il suo fiato si fa ancora più pesante, poi scarica ancora di più il peso sulla mia pancia. Urlo, di nuovo.
Ride, mi accarezza, schiaccia più forte e intanto mi continua a penetrare: lo vedo socchiudere gli occhi e stringere le labbra per il piacere e la fatica.
«Basta ti prego, basta…faccio tutto quello che vuoi, ma lasciami andare…»
Lui esce. Ce l'ha durissimo.
Afferra il plug e mi ordina di stringere, poi tira: fa un po’ fatica ad uscire, ma alla fine viene via tirandosi dietro una schizzata di acqua giallognola.
«A quella ci pensiamo dopo, puttana.»
Mi lascia le mani, io balzo seduta ma vengo trattenuta dalla sua stretta sulle spalle.
«Aspetta.»
Lo vedo alzarsi e frugare nello zaino, torna poi con un rotolo di scotch per pacchi.
«Mettilo in bocca», mi dice, indicando il plug bagnato.
«No, ti prego...»
«Mettilo in bocca, ho detto.»
«Per favore, non riesco…»
Lo vedo prendere il plug, poi mi afferra i capelli e tenendomi ferma me lo spinge sulle labbra serrate.
«Apri la bocca, zoccola.»
Provo a spingerlo via con le mani, ma lui mi tira i capelli e mi spalma in faccia il mix di lubrificante e acqua sporca che ricopre il plug. Resisto per poco, ormai ho le labbra imbrattate e le lacrime agli occhi, di nuovo mi immagino vista da fuori e spero che lui possa infilarmelo tutto a forza.
Alla fine apro la bocca, e lo prendo: l’affondo in gola è accompagnato da un gemito di entrambi, mentre poi io sono scossa dai conati di vomito. Lui sembra ignorarli, mentre con la mano mi preme in faccia per non farlo uscire.
«Adesso fai la brava cagna e lo tieni dentro, è chiaro?»
Io annuisco senza parlare, aiutandomi con le mani a non farlo scappare.
Lui inizia a srotolare lo scotch per pacchi e mi ci tappa la bocca, per tenere dentro il plug. Poi mi lega le mani dietro la schiena, sempre con lo scotch, mi porta in bagno e mi fa sedere sul cesso.
«Hai 15 minuti, poi torno a prenderti. Vedi di farti trovare vuota, mi raccomando.»
Lo guardo, carica di rabbia: sa benissimo che solo la vicinanza del suo corpo mi permette di sopportare il dolore che mi infligge.
Ricambia il mio sguardo, compassionevole, poi mi bacia sulla fronte mentre mi accarezza il seno.
«Sei stupenda, conciata così.»
Mi avvicina il cazzo alla faccia, duro e incurvato verso l'alto.
«Pensa a questo, mentre ti scarichi.»
Vorrei chiedergli di restare, di segarsi davanti a me e venirmi addosso, ma non riesco a parlare e dalla bocca esce solo un mugugno lamentoso.
«Vuoi che resti con te?»
Scuoto la testa per la vergogna, ma credo che lui mi abbia letto la vera risposta negli occhi.
Esce un attimo, torna con la fleshlight e il lubrificante: mi si ferma il respiro.
Ho le mani e la bocca bloccate, ed è una tortura più dell'acqua che mi riempie il culo.
Mi ricordo della videochiamata, dei mesi passati a cercare di trattenere un ricordo di lui sempre più vago, della sofferenza nel vederlo toccare oltre lo schermo.
Ripenso alla sensazione di desiderio e impotenza che avevo provato vedendolo infilarsi la fleshlight, nudo nel suo letto, centinaia di chilometri distante da me.
Ora quella sensazione è come amplificata; il metro e mezzo che ci separa mi fa stringere lo stomaco, eppure so di non potermi alzare: soffrire per lui mi fa capire quanto lo desidero.
Lui si infila la fleshlight e inizia a segarsi, gemendo sempre più forte quando la cappella esce dal buchetto in cima al silicone, ogni volta più vicino all'orgasmo.
Lo guardo febbrile, vorrei potermi liberare le braccia e guidare il suo piacere, mettere la bocca in cima al suo cazzo e avvolgerlo con le labbra ogni volta che spunta fuori, sputarci sopra, leccarlo.
Non riesco a trattenermi, esce la prima scarica, accompagnata da un mio gemito di dolore: lo sento sospirare fortissimo, e questo riesce a lenire la mia vergogna.
Poi una seconda, una terza, inizio a piangere perché so che anche lui sentirà l'odore, eppure lui non sembra farci caso, mi asciuga le lacrime con la mano libera, dice che sono la sua piccola, la sua bimba, che sono stata tanto brava a trattenermi così a lungo e che è giusto che adesso mi liberi, e poi di nuovo, la sua piccola, la sua bimba.
Quando viene mi sento scuotere dai brividi: i suoi gemiti sono fortissimi, gutturali, mi fanno impazzire.
Si sfila la fleshlight e mi rovescia tutto in faccia, io mi muovo per assecondarlo, sentendo caldo sulle guance; poi mi accarezza la testa.
«Ti lascio sola per un po’, ok? I quindici minuti partono da ora.»
Annuisco.
Quando torna mi toglie prima lo scotch dalla bocca, ed io sputo il plug; poi mi libera le mani, mi porta in doccia, ed è lui a lavarmi con un sapone profumato alla lavanda.
Mi avvolge in un asciugamano di un rosa un po’ sbiadito, e mi porta sul divano.
«Coccole?»
«Coccole.»
Si sdraia, mi fa cenno di seguirlo, io mi sdraio con la fronte appoggiata alla sua e le nostre gambe intrecciate.
«Sei stata brava, piccola.»
Io gli passo le mani tra i capelli, un po’ sudati sul davanti, sulla barba, sulle guance.
«Sei bello.»
«Me l'hai già detto, bimba.»
«Sì, lo so. Ed io, sono bella?»
«Certamente.»
Rimaniamo così per un po’, poi lo vedo chiudere gli occhi, sento il suo respiro rallentare, il corpo rilassarsi.
Il suo viso si distende, tranne che per una piccola ruga in mezzo alle sopracciglia: la accarezzo, piano, per non svegliarlo, e chiudo gli occhi anche io.
Li riapro quando la luce è già calata, lui dorme ancora.
Mi alzo, inizio a lavare il plug, a rivestirmi. Mi pettino i capelli, metto di nuovo il lucidalabbra, poi mi siedo sul letto.
Lui apre gli occhi, gli appoggio una mano sul viso.
«Buongiorno, fuckboy.»
Mi guarda, spaesato.
«Buongiorno, piccola.»
Ride.
«Sono diventato vecchio.»






scritto il
2026-03-19
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