La Sfida dei Dannati - Pizza di Mezzanotte

di
genere
etero

La musica martellava i muri del "Mosh Pit", un locale sudicio che odorava di birra stantia, sudore e disperazione. Sul palco una band death metal locale urlava verso un vuoto di anime perse, e sul pavimento la folla ondeggiava come un'unica entità convulsa. In mezzo a tutto questo, c'era Giada. Capelli neri a caschetto, tagliati irregolarmente, eyeliner nero che le scendeva lungo gli zigomi come lacrime di carbone. Indossava un top nero striminzito che le lasciava scoperte le braccia tatuate e un paio di jeans strappati sulle ginocchia. Era una regina in un regno di rottami, e lo sapeva.

Il suo sguardo, freddo e tagliente come il vetro rotto, si posò sul bancone. Lì, seduto su uno sgabello scalcinato, c'era un tipo. Alto, esile, vestito di nero dall'alto verso basso, con una camicia di velluto ricamata e pantaloni a zampa. I suoi capelli erano lunghi e scuri, e beveva una birra con un'aria malinconica che a Giada sembrò una provocazione. Si avvicinò, stivali da combattimento che stridevano sul pavimento incollato.

"Ehi tu!" disse, la sua voce un sibilo rauco sopra il rumore. "Sembri un corvo morto."

L'uomo alzò lo sguardo. Aveva occhi profondi e stanchi. "E tu sembri un'emicrania con le gambe. Posso aiutarti?"

"Chiamami Giada. E tu, scheletro, hai le palle per una sfida?"

Lui sorrise debolmente. "Eugenio... Dipende dalla sfida."

Giada replicò: "Abbiamo appena iniziato e già hai paura? Beviamo. Chi crolla per primo, paga tutto. A tuo rischio e pericolo, ovviamente," aggiunse, con un sorriso da predatore.

Eugenio la fissò per un lungo istante, poi scrollò le spalle. "Perché no? La vita è già una malattia terminale, un po' di etanolo in più non cambierà la prognosi."

La sfida fu annunciata a gran voce da Giada, che in pochi secondi radunò un piccolo cerchio di ubriaconi e curiosi. Il barista, stanco e rassegnato, mise sul bancone una fila di shot di whisky e tequila. Il pubblico iniziò a incitare entrambi.

Iniziarono. Uno dopo l'altro, i bicchierini vuoti si accumulavano. Giada beveva con la furia di chi vuole annegare i propri demoni, Eugenio con la rassegnazione di chi li ha già invitati a cena. Erano uguali. Resistenti. Duri. Dopo un decimo shot, i loro volti, già pallidi e privi di colore, iniziarono a perdere anche l'ultimo rimasuglio colore rimasto. Dopo il dodicesimo, le gambe di Eugenio cedettero. Dopo il tredicesimo, fu Giada a vacillare, finendo per vomitare una fontana di liquido amaro e rimasugli delle loro cene sul pavimento. Eugenio, vedendola, si lasciò andare a sua volta, rovesciando il contenuto del suo stomaco accanto a lei.

Un pareggio. La folla applaudì, divertita dal macabro spettacolo.

"Meno male," borbottò Giada, pulendosi la bocca con il dorso della mano. "Non avrei sputato un soldo per te, Tontini."

"Mi conoscevi già quindi" rispose lui, appoggiato al bancone, ripreso leggermente. "ad ogni modo: mi sa che ognuno pagherà il suo, a questo punto"

Giada: "Non importa, è stato bello. Mi dai un passaggio? non vorrai farmi andare via da sola in queste condizioni?!" chiese lei, come se nulla fosse.

Eugenio la guardò, dalla sua posizione semi-coma, e scosse la testa. "Perché no? La notte è ancora giovane e la mia macchina ha la guida sicura."

"Potresti portarmi da te?" rispose Giada "a 25 anni ancora mi ritrovo a vivere con i miei genitori, preferisco chiamarli e dire che sto da un'amica, piuttosto che sentire gli strilli di mia madre e padre."

"Va bene, ma non mettermi nei guai" rispose lui.

L'appartamento di Eugenio era un santuario gotico. Tappeti pesanti, libri impilati ovunque, candele quasi consumate e un odore di incenso e polvere. Appena la porta si chiuse, l'energia tra loro cambiò. L'ebbrezza era ancora lì, un velo confuso, ma sotto c'era qualcos'altro. Un'attrazione magnetica e pericolosa.

Giada lo spinse contro la porta, le proprie labbra cercarono le sue con una fame che sorprese entrambi. Era un bacio violento, pieno di labbra e lingua, un miscuglio di alito di whisky di Giada, birra da parte sua, e pura voluttà. Eugenio rispose, affondando le mani nei suoi capelli neri. Limonarono per minuti, perdendo il respiro, finché Giada, con una mossa improvvisa, lo spinse via da sé, per poi dirigersi verso la camera da letto. Lui cadde sul letto, un'isola di coperte scure in un mare di penombra.

"Spogliati," ordinò lei, con un tono che non ammetteva repliche.

Eugenio eseguì, togliendosi la camicia di velluto e i pantaloni, rimanendo in boxer neri. Mentre lui si stendeva sul letto, Giada entrò in bagno. Sentì lo scroscio dell'acqua. Poi il silenzio. Quando la porta si aprì di nuovo, Eugenio rimase senza fiato.

Giada era completamente nuda. La sua pelle era bianca come il marmo, un perfetto contrasto con i suoi capelli corvini e i tatuaggi neri che le snodavano braccia e schiena. Aveva un corpo atletico, seni piccoli e sodi, fianchi stretti. Si mosse con una grazia felina, salendo sul letto e sdraiandosi sopra di lui.

Non disse una parola. Si chinò e lo baciò di nuovo, più dolcemente questa volta. Poi le sue labbra abbandonarono la sua bocca e scesero lungo la sua gola. Mordegno leggermente la pelle sensibile del suo collo, facendolo gemere. La sua lingua tracciò un percorso umido verso il suo petto, dove si soffermò su un capezzolo, succhiandolo, tirandolo con i denti, poi passò all'altro. Eugenio si contorceva sotto di lei, con le sue mani che le accarezzavano la schiena.

Giada continuò la sua discesa. Una scia di baci lungo il suo stomaco, il suo ombelico. Le sue labbra scivolarono sulle sue gambe, mentre le sue mani le massaggiavano. Arrivò ai suoi piedi. Con una devozione quasi religiosa, li prese in mano. Baciò la pianta del suo piede, poi le dita. Prese un suo alluce in bocca e iniziò a succhiarlo, lentamente, guardandolo negli occhi. Eugenio era in estasi, mai nessuno aveva mai ricevuto una cosa del genere da Giada, se non per lui.

Dopo averlo torturato e deliziato, risalì lungo il suo corpo. Le sue mani afferrarono l'elastico dei suoi boxer e lo sfilò con un solo movimento, liberando il suo membro già eretto. Senza esitazione, Giada si chinò e lo prese in bocca. Il suo calore, la sua umidità, il ritmo che impose furono travolgenti. Lo succhiò con maestria, con la lingua che giocava sulla punta, con le labbra che si stringevano attorno all'asta. Eugenio non poté resistere a lungo. Con un gemito strozzato, esplose, riempiendole la gola. Giada inghiottì tutto, senza perdere una goccia. Si alzò, le labbra lucenti, e gli sussurrò all'orecchio: "Oh caro, non pensare che io abbia finito. Ora tocca a me venire, Il bello deve ancora arrivare."

Lo spinse, facendolo rotolare e mettere piegato a pancia sotto. Giada si mise dietro di lui, si chinò e le sue labbra trovarono il suo culo. Iniziò a leccarlo, a baciare quell'area così intima e proibita, mentre una sua mano scivolava sotto di lui per afferrare il suo membro, già di nuovo duro, e le sue palle, stimolandole con un ritmo costante. Eugenio gemeva nel cuscino, travolto da un piacere che non avrebbe mai immaginato gli sarebbe accaduto quella sera.

Quando fu di nuovo pronto, Giada si sollevò e lui tornò sdraiato a pancia in su. Lo prese e lo guidò dentro di sé. Si impalò su di lui con un movimento lento e profondo, chiudendo gli occhi per godersi la sensazione di pienezza. Era bagnata, calda, incredibilmente stretta. Iniziò a muoversi, un ritmo lento e sensuale all'inizio, poi sempre più veloce, più selvaggio. Eugenio, sotto di lei, era al suo completo servizio. Le sue mani afferrarono i suoi seni, le dita che le stringevano i capezzoli duri, aumentando la sua eccitazione.

Giada si dondolava, la schiena arcuata, i capelli che le cadevano sulla faccia. Si sentiva una Valchiria, una furia nera che la stava possedendo. Sentiva l'orgasmo avvicinarsi, un'ondata di calore che partiva da dentro di lei e si espandeva a tutto il corpo. Accelerò il ritmo, muovendosi su e giù con una forza disperata. Eugenio la stava guardando, i suoi occhi pieni di ammirazione e desiderio. "Vieni, Giada," sussurrò. "Vieni per me."

Le sue parole furono la rovina di Giada. Con un urlo che fece tremare i muri, Giada ebbe un orgasmo esplosivo. Il suo corpo si contrasse, ondate di piacere la travolsero, e sentì una zampillata di calore uscire da lei, bagnandolo, inondandolo del suo piacere. Crollò su di lui, esausta, il cuore che le batteva all'impazzata.

Rimasero così per qualche minuto, abbracciati, sudati e soddisfatti. Il profumo del sesso si mescolava a quello della loro puzza di alcol. Poi Giada si sollevò, gli diede un bacio leggero sulla fronte.

"Ho una fame da lupi," disse, con un sorriso che per la prima volta quella sera sembrava genuino, quasi tenero. "Che ne dici di una pizza?"

Eugenio rise, un suono roco e felice. "La miglior idea che tu abbia avuto stasera."

Mentre lei si alzava dal letto per cercare il suo telefono, nuda e magnifica nella luce fioca della stanza, Eugenio la guardava. Non era più la cattiva ragazza rock, né lui il malinconico gotico. Erano solo due persone che avevano trovato un momento di pura, incasinata connessione.
E aspettavano una pizza.
scritto il
2026-03-09
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