Selene

di
genere
corna

Questo racconto è tratto da una storia vera.

Ho sempre saputo che i miei capelli avrebbero parlato prima di me. Lunghi, mossi, di un rosso ramato intenso, lucidi e pieni di volume, scendono sotto le spalle e incorniciano il mio viso come una dichiarazione d’intenti. Sono caldi, saturi, impossibili da ignorare. La mia pelle è chiara, uniforme, con quel sottotono neutro-caldo che non vira né al rosa né all’oliva, un beige naturale che prende bene la luce e la restituisce senza sforzo.
Il mio viso è ovale, più morbido che spigoloso, ma con lineamenti che sanno farsi notare. Gli occhi, chiari, tra il verde e il nocciola, sono sempre stati il mio punto fermo. Li sottolineo senza timidezza: eyeliner nero deciso, ombretti scuri che allungano lo sguardo e lo rendono più affilato di quanto io non sia davvero. Le sopracciglia, curate e scure, creano un contrasto netto con la pelle. Le labbra, piene, le vesto spesso di rosso, lo stesso rosso che dialoga con i capelli. Non è mai una scelta casuale. È un modo per dire che so esattamente quello che sto facendo.
Il mio corpo segue la stessa logica: curve morbide, presenti, ma proporzionate. Non sono alta, non sono esile, non sono dura. Il busto è pieno, il seno non enorme, la vita segnata, l’insieme rotondo senza essere eccessivo. È una fisicità che ho imparato a conoscere e usare, soprattutto da quando ho iniziato a lavorare come performer, nel luglio del 2010. Oggi ho trentotto anni, e guardandomi indietro mi rendo conto che nulla di tutto questo è successo per caso. È una costruzione lenta, consapevole, fatta di scelte precise e di una presenza che, volente o nolente, non passa inosservata.
Mi chiamo Francesca e il mondo della performance mi ha trovata prima ancora che io sapessi darle un nome. È sempre stato lì, come un riflesso che ritorna. Dopo il liceo artistico lavoravo come barista, versavo caffè e osservavo persone, mentre nei fine settimana iniziavo a prestare il mio corpo a fotografi dilettanti, a farmi dipingere la pelle, a salire sui trampoli, a entrare in universi steampunk, burlesque, circensi.
Ogni volta che qualcuno mi trasformava, che il mio volto spariva sotto una maschera o il mio corpo diventava tela, scattava qualcosa. La donna pacata, quasi timida, che ero nella vita quotidiana veniva messa a tacere. Al suo posto arrivavano la voglia di esibizione, la spregiudicatezza, la vanità. Non era finzione. Era un’altra verità che prendeva spazio. Sul palco potevo permettermi di essere eccessiva, visibile, ambita. Viva, in un modo che fuori non mi concedevo.
All’inizio era solo un modo per arrotondare uno stipendio magro. Spettacoli per bambini, animazione a matrimoni, feste private, eventi di ogni tipo. Poi, quasi senza accorgermene, quel “di più” è diventato il centro. Anno dopo anno sono cresciuta, ho imparato a stare in scena, a reggere uno sguardo, a costruire un numero. Ho partecipato, vincendo, a concorsi nazionali e internazionali, ho iniziato a collaborare con compagnie di circo e animazione di altissimo livello. A un certo punto non ero più una barista che faceva spettacoli. Ero una performer. E basta.
Dodici anni fa, in questo stesso mondo fatto di corpi in movimento e notti insonni, ho incontrato mio marito. Insieme abbiamo dato vita a uno spettacolo sui trampoli che ancora oggi portiamo in scena. Quando abbiamo aggiunto il fuoco, tutto è cambiato. Il rischio, il calore, la luce violenta delle fiamme hanno reso quello spettacolo qualcosa di più.
Dieci anni fa sono diventata madre. E da allora il mio corpo non è più solo mio, il mio tempo non è più lineare, la mia energia va negoziata ogni giorno. Tenere insieme la scena, la maternità, la casa, l’amore, e un’età che avanza anche quando fai finta di non vederla, è un esercizio continuo di equilibrio. A volte precario. A volte faticoso, a volte anche troppo.
Continuo ad esibirmi, a salire sui trampoli, a dipingermi, a bruciare. Continuo perché è lì che mi riconosco. Perché sul palco non scappo da me stessa. Mi incontro.
Un paio di anni fa è arrivata una proposta che mi ha colta di sorpresa. Me l’ha fatta un’amica, una performer molto simile a me per linguaggio scenico e presenza, anche se più giovane di una decina d’anni con cui lavoravo, insieme a mio marito ed al suo compagno, negli spettacoli del “cirque de la nuit”, un collettivo artistico di performer e creativi che mette in scena eventi carichi di arte e folclore con mangiafuoco, trampolieri, ballerine, nani, donne cannone e personaggi steampunk.
Una notissima discoteca cercava animatori. Lei aveva già un’idea chiara, fin troppo chiara.
Uno spettacolo burlesque in due. Io e lei. Il fuoco, ovviamente. Me lo raccontò tutto d’un fiato, senza lasciarmi il tempo di pensare. Prima ancora che potessi davvero riflettere, mi disse anche che aveva già proposto il progetto al direttore artistico. Era entusiasta. Voleva vederci a brevissimo. E poi sparò la cifra. Una cifra che mi fece ammutolire. Per una sola serata avrei guadagnato quasi quanto quattro matrimoni. Quattro giornate intere di lavoro, concentrate in poche ore, in un contesto che conoscevo pochissimo, che, forse, non mi apparteneva.
In quel momento si sono sovrapposte molte voci. L’adrenalina, certo. Ma anche qualcosa di più scomodo. La consapevolezza che non era solo una proposta di lavoro. Era una prova.
Mi sono vista da fuori. Il mio corpo sul palco di una discoteca, lo sguardo del pubblico, il confronto silenzioso con un corpo più giovane accanto al mio. Il fuoco che conosco bene, che non mente. E io, lì in mezzo, a chiedermi se quello spazio fosse ancora mio o se stessi cercando di dimostrare qualcosa a qualcuno. O peggio, a me stessa.
Ho sentito il peso dell’età non come un limite fisico, ma come uno sguardo che cambia. La maternità che mi ha resa più vulnerabile e allo stesso tempo più lucida. La responsabilità di sapere che ogni scelta, a un certo punto, ti definisce più di quanto tu definisca lei.
Non ho risposto subito. Per una volta ho chiesto tempo. E in quel tempo ho capito che l’entusiasmo degli altri non basta. Che il cachet, per quanto eccezionale, non copre tutte le domande. Che ci sono palchi che ti accendono e palchi che ti consumano, anche quando sembrano scintillanti.
Ne ho parlato con mio marito. Non era una decisione da poco. I soldi erano tanti, sì, ma avrebbero avuto un prezzo preciso: i venerdì e i sabati sottratti alla mia famiglia, e probabilmente anche una fetta abbondante della domenica, visto che il locale distava due ore di autostrada da casa. Avrebbe significato entrare in un contesto nuovo, fare un salto nel buio a un’età in cui i salti non si fanno più con leggerezza.
Eppure, proprio quell’età mi sussurrava un’altra cosa, molto meno rassicurante: poteva essere un treno che non sarebbe passato mai più.
Dopo una serata e una nottata intere di confronto, di parole dette e non dette, io e Alessandro abbiamo deciso che avrei detto di sì. Non per incoscienza, ma per onestà. Con me stessa, prima di tutto.
Il contratto sarebbe stato limitato ai tre mesi clou della stagione invernale. Una durata finita, misurabile. Un modo per contenere il rischio, almeno sulla carta.
Due giorni dopo, in macchina con Daniela, la mia amica e futura partner di scena, ho preso un’altra decisione. Questa esperienza doveva restare separata dal resto della mia professione. Doveva essere un compartimento stagno. Se fosse andata male, se mi fossi persa, se avessi capito di aver sbagliato, non avrebbe dovuto inghiottire tutto il mio percorso precedente.
Avevo bisogno di una distanza. Di una maschera ulteriore.
Ho pensato a un alias che avesse un senso, che non fosse solo un nome d’arte. Ho pensato alla luna. A come da sempre mi ha ricordato la donna. Alle sue fasi, alla trasformazione continua. A quel suo doppio volto: uno splendente, offerto allo sguardo del sole, e uno nascosto, buio, silenzioso.
Così è nata Selene.
Selene non aveva una famiglia con cui stare sul divano la domenica sera. Selene non aveva un’età da difendere. Selene poteva permettersi di essere guardata senza chiedere scusa. Io l’avrei abitata solo per il tempo necessario. O almeno così credevo.
Ovviamente il direttore artistico era entusiasta. La nostra proposta era strepitosa, sensuale, eccitante e sfacciata, ma di classe e in grado di supportare una sfrenata serata di una discoteca di quel tipo.
Il contratto avrebbe avuto inizio il venerdì successivo.
Le prime due serate scorsero con una facilità quasi sospetta. La discoteca era enorme, frammentata in più piste, più ambienti, più ritmi. L’animazione cambiava continuamente, seguendo i momenti della notte, e il nostro intervento era previsto due volte: una a metà serata, quando il pubblico era caldo ma ancora vigile, e una più tardi, quando l’attenzione si faceva meno razionale e più istintiva.
Per la prima uscita eravamo vestite in modo essenziale e dichiarato, senza ambiguità. Indossavamo corsetti neri in ecopelle, strutturati, che tenevano il busto eretto e disegnavano una femminilità forte, non fragile. Calze a rete, stivali alti, il corpo esposto quanto bastava per essere letto come scena e non come invito. Niente fronzoli inutili: il nero dominava, interrotto solo dal riflesso del fuoco.
Ballavo e mi muovevo, sapientemente sensuale al ritmo martellante della musica, reggendo ventagli infuocati che disegnavano archi luminosi. Le fiamme si muovevano, controllate, come un’estensione delle spalle e dei polsi. Daniela era più in basso, piegata in posizioni estreme, il corpo sinuoso come una corda, mentre maneggiava attrezzi accesi che tracciavano linee di luce vicino al suolo. Due altezze, due posture, un dialogo visivo netto.
In quel momento Selene funziona a meraviglia. Il nome, il corpo, la scena. Io stavo dentro a quella figura senza attrito, come se l’avessi sempre abitata. Non pensavo alla famiglia, al tempo, all’età. Pensavo solo muovermi mentre tutto intorno si muoveva, a reggere gli sguardi, a non abbassare le braccia prima del tempo giusto.
Il pubblico rispondeva alla magia. Con coinvolgimento. E quella, per me, è sempre stata la vera misura del successo.
C’è una cosa che notai subito ma registrai solo dopo, quando l’adrenalina iniziale della prima uscita cominciò a scendere. L’età del pubblico. Diciotto, vent’anni. Nessuno me l’aveva detto. Io non avevo chiesto.
Li guardai meglio. Volti giovani, corpi ancora in formazione, sguardi affamati e acerbi insieme. Per me poco più che ragazzini. Eppure, mi osservavano come si guarda qualcosa che non si conosce ma si desidera. Lo spettacolo era sensuale, sì, era costruito per esserlo. Il fuoco, i corpi, il ritmo.
Quegli sguardi addosso mi provocarono un brivido lungo la schiena. A me, Francesca, diedero soprattutto vertigine. Un senso di spostamento. Come se il tempo avesse improvvisamente deciso di rendersi visibile. Mi sentivo esaminata da una generazione non mia, e questo mi mise a disagio più di quanto volessi ammettere.
Selene, invece, reagì in modo diverso.
Selene si nutriva di quegli sguardi come energia. Non li pesava. Li usava. Se li sentiva addosso mentre si preparava per la seconda uscita, mentre sistemava il costume, rientrando in quella concentrazione tesa che precede la scena. Selene beve l’eccitazione del momento, non ha memoria, non ha radici.
Io restavo un passo indietro, a guardarla. A chiedermi quanto fosse sottile il confine che stavo attraversando. A chiedermi se lo stessi attraversando io, o se fosse lei che mi stava tirando dentro.
La musica riparte. È il momento di tornare fuori. E come sempre, non c’è più spazio per le domande. Solo per il corpo.
La seconda uscita incontrò animi già accesi dalla prima. L’alcol ha fatto il suo lavoro, la notte si è fatta più densa, gli sguardi più insistenti, meno ingenui, più difficili da sostenere senza sentire la pelle reagire. Il ritmo era martellante, continuo, e muoveva i corpi prima ancora delle intenzioni.
Selene entrava in scena come se fosse trascinata da una corrente. La musica la prendeva allo stomaco, le saliva lungo la schiena, le svuotava la testa. Una trance lucida, estatica. I costumi ancora più ridotti all’essenziale: pantaloncini a culotte bordeaux calze a rete con reggicalze, sopra solo 2 copricapezzoli a cuore, neri, con piccole nappe pendenti, linee che seguono il corpo invece di coprirlo, tacchi alti che obbligano a una postura fiera, inevitabilmente esposta.
I nostri nomi iniziarono a circolare. Passavano di bocca in bocca, diventavano qualcosa di simile ad una leggenda notturna che nutriva sussurri e aspettative.
Dopo la seconda, riuscitissima, performance del secondo sabato, il direttore artistico ci raggiunse, a bassa voce, ci chiese di seguirlo nel privé. Il figlio di un grande industriale stava festeggiando il suo diciottesimo compleanno. Voleva uno spettacolo privato.
Non sapevamo cosa dire. In realtà lo sapevamo, ma non era una parola che là aveva cittadinanza. Stiamo parlando di clienti da milioni. Il “no” non è contemplato, non in questo contesto, non in questo linguaggio fatto di sorrisi rigidi e mani fasulle.
Arrivammo nel privé per ripetere la nostra performance. I gesti erano gli stessi, ma il contesto li cambiava. Lo spazio più chiuso, l’aria più pesante. Il caldo, la stanchezza, il sudore lungo la schiena, l’odore dolciastro dell’alcol e del testosterone mescolati fino a diventare quasi stordenti. Selene li assorbe tutti, amplificata, portata all’ennesima potenza.
Il ragazzo era molto bello. Di una bellezza piena, compatta. Niente ambiguità, niente fragilità esibita. Alto almeno 1,90, mascella decisa, capelli castani, un corpo che si intuisce solido sotto la camicia sbottonata. Gli avambracci, tesi e venosi, raccontano una forza grezza, a stento addomesticata.
Mi fissa durante l’esibizione. Non distoglie lo sguardo. Io lo sento addosso come una pressione costante, un punto caldo che non posso ignorare. Quando finiamo, ci chiama al suo tavolo, al centro del privé, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
I margarita comparvero davanti a noi senza che nessuno li avesse ordinati. Bicchieri freddi, vetro bagnato, sale sul bordo. Un invito silenzioso.
Io li guardavo perplessa. Selene, invece, sorrise.
Il bicchiere davanti a me sudava invitante. Il ragazzo parlava, rideva, si muoveva con quella sicurezza di chi ha il diritto di occupare spazio nel mondo, e sa come farlo. Non chiede permesso, prende quello che vuole, e si vede. È scritto nell’aria, nei sorrisi compiacenti, nella naturalezza con cui nessuno chiese davvero se avessimo voluto restare.
Selene era nel pieno di una botta di adrenalina. La sentivo. Era eccitata dal potere, dall’attenzione, dalla possibilità. Per lei era tutto coerente: il corpo esposto, lo sguardo che prende, il desiderio che circola come una corrente elettrica. Selene sa muoversi in questo campo senza inciampare. Mentre sorseggiavamo i margarita, il ragazzo prese la parola con naturalezza, come se fosse abituato a farlo. Si presentò come Leone, voce ferma, sorriso sicuro; la sua presenza solida, fisica, che occupa spazio senza bisogno di dimostrarlo. Accanto a lui c’era Enrico, che ci osservava con curiosità tranquilla, alto meno di Leone, bello e sportivo. Più attento che invadente.
Parlammo. Della performance, del compleanno, del locale, del pubblico, quasi interamente composto da ragazzi giovani come loro. Risero alla rivelazione della nostra età, la mia soprattutto. Quella incredulità si espandeva dentro di me come una corrente calda; vanità semplice? Lusinga? Non lo sapevo.
La conversazione scorreva senza attriti. I bicchieri si riempivano di nuovo, come per magia. A metà del terzo drink arrivarono altri due amici: Valerio e Brando. Si inserirono con naturalezza, senza rompere l’equilibrio. Ridevamo, parlavamo, il tempo perse consistenza. Leone continuava a fissarmi, uno sguardo diretto, deciso, che non chiede permesso. Io lo sentivo, mi nascondevo quasi. Selene no…lei si stava nutrendo.
Quando decidemmo che fosse ora di andare, mi sorpresi di due cose: era quasi l’alba, e me ne resi conto con lentezza. I margarita avevano fatto il loro lavoro. Quando uscimmo barcollando dopo esserci struccate e cambiate I ragazzi erano ancora nel parcheggio, fumando, propongono una “passeggiata per smaltire un po’”. L’aria era fresca, la città quasi silenziosa. A Selene sembrava un’ottima idea, non sono riuscita a insistere per tornare a casa.
Camminammo. I tacchi risuonavano sull’acciottolato del centro storico, intervallati da risate e frasi spezzate. Dopo qualche minuto, Daniela chiese se ci fosse un bar aperto nelle vicinanze, aveva bisogno di un bagno. Leone disse che il suo appartamento era proprio nell’isolato successivo. Prendemmo l’ascensore.
L’attico era luminoso, estremamente lussuoso ma senza ostentazione. Enrico si lasciò cadere sull’enorme divano e accese la televisione. Io mi avvicinai alla grande vetrata che dava sulla terrazza e restai a guardare il centro città che stava per svegliarsi lentamente. Daniela andò in bagno. Leone propose un altro drink.
Accettai. Forse per distrazione, chiedendomi poi “cosa” stessi accettando, visto che la frase non era stata posta come domanda.
Mentre Daniela stava tornando, Leone rientrava con un vassoio di margarita freschi. Il vetro era freddo tra le dita. Bevvi e solo dopo mi resi conto di averne già mandato giù metà. Sorridevo, quasi sorpresa da me stessa.
In quel momento capì una cosa con chiarezza improvvisa: Selene stava decidendo di restare, quanto spingersi avanti. La notte non era ancora finita.
Daniela era sul divano, con Valerio, Brando ed Enrico; chiacchieravano, ridevano. Io stavo ancora guardando fuori, quando sentì il suo respiro. Leone era vicino al mio orecchio, lo percepivo. Le sue mani mi scivolarono lungo i fianchi, tirando delicatamente l'orlo della mia maglia. Mentre le sue mani risalivano, mi toccò leggermente le spalle, e provai un'ondata di emozioni contrastanti. L'atmosfera nella stanza era densa di attesa, ed ero combattuta tra il desiderio di interromperlo e l'emozione del momento. Ero combattuta fra Francesca e Selene. Conosco bene le reazioni del mio corpo; la mia pelle formicolava sotto il suo tocco e la mia mente correva. Il cuore mi martellava nel petto mentre chiusi gli occhi, appoggiandomi leggermente allo stipite della porta finestra, cercando di decidere cosa fare. Le sue mani si mossero più in alto, sollevando leggermente l'orlo della mia maglietta, e potei sentire il calore delle sue mani sulla mia pelle nuda.
Mentre le sue mani scivolavano sotto la mia maglietta, sfiorando delicatamente il tessuto del reggiseno, provai una strana combinazione di nervosismo ed emozione. Ero una donna sposata, cazzo! Ed essere entrata in quell’appartamento non dava diritto a nessuno di pensare che…
In quel momento i ragazzi risero, sciogliendo la tensione nella stanza. Mi tirai giù velocemente la maglietta, provando un misto di vergogna e tensione persistente. Mi spostai da quel punto, andandomi a sedere nella parte libera dell’enorme divano angolare. Daniela, seduta di fronte a me, con una scintilla di eccitazione negli occhi mi rivolse un sorriso di sostegno, e io riuscii a ricambiare con un piccolo sorriso mentre mi sedevo di nuovo, cercando di riprendermi. Quello che mi lasciò basita fu che sia la mano sinistra di Brando che la mano destra di Valerio erano sopra le cosce di Daniela e le stavano sollevando la mini pericolosamente vicino all’inguine. Non solo questo non sembrava impensierirla ma il suo sguardo seguiva le mosse di Enrico, che si stava posizionando dietro di lei, per massaggiarle il collo e le spalle.
La scelta improvvisa di Daniela di sfilarsi la maglia mi lasciò di sasso, mentre Leone si sedeva di fianco a me, porgendomi un margarita fresco di shaker, e ancora di più di sasso rimasi quando Dani cominciò a muoversi sinuosa al tocco delle mani di Enrico, che dalla schiena stavano passando alla parte laterale dei suoi seni. Mentre lei si muoveva, Leone si è chinato e mi ha chiesto se mi stesse piacendo lo spettacolo. Mi stava guardando il seno e all'inizio non ho capito, finché non ho seguito il suo sguardo e ho visto che con la mano appoggiata al bracciolo del divano, mi stavo sfiorando il capezzolo ben visibile attraverso la maglia. Arrossii mentre toglievo la mano dal seno e Leone mi disse di fargli sapere se avessi avuto bisogno di una ulteriore mano.
Capivo che Daniela si stava godendo le mani degli altri ragazzi sulle sue cosce. La stavano osservando come un pezzo di carne, non credo che fosse del tutto consapevole della posizione pericolosa in cui si trovava con loro tre.
Ho cercato di riprendere un po' di controllo e ho incrociato le braccia per nascondere i capezzoli sporgenti, senza rendermi conto di quanto inutile sarebbe stata questa azione di lì a pochi minuti.
Leone si alzò , si avvicinò ad un cofanetto di argento sulla libreria, lo aprì e, dopo eesersi portato un piccolo cucchiaino sempre d’argento fino alla narice; inclinò leggermente la testa all'indietro e aspirò con una breve inalazione decisa.
Dopo questa operazione fece partire della musica da non so dove, e mi chiese di ballare, la musica era lenta ed anche i miei processi mentali. La mia mente cercava di dirmi di alzarmi e andarmene, ma il mio corpo mi diceva di restare e divertirmi. Il mio corpo me lo diceva a voce alta. Mi alzai e lo seguii fino al centro della stanza, davanti agli altri, e cominciammo a muoverci. Sentivo la sua erezione premere potente contro la mia pancia, mentre non riuscivo ad impedire al mio corpo di strusciarcisi contro, fino a quando mi fece girare verso il divano prima di abbracciarmi di nuovo. Mi fece scorrere le mani lungo i fianchi facendomi venire la pelle d'oca e sempre muovendo la sua erezione contro la mia schiena mi sfilò la maglia, col mio corpo che lo assecondava; con “Selene” che lo assecondava. Continuando a muoverci in quella posizione alzò le mani dai miei fianchi e mi afferrò i seni, stringendoli tra le sue mani forti e chiedendo al divano se dovesse togliermi il reggiseno.
Gli applausi furono fragorosi mentre mi faceva rotolare i capezzoli tra le dita prima di infilarsene uno in bocca. Leone mi succhiava il capezzolo come un posseduto, alternando succhiate profonde, morsi e poi rapide leccate.
Ero completamente persa, con le bevande super forti e i miei capezzoli sensibili trattati come giocattoli da masticare da un ragazzino straricco strafatto ed arrogante.
Non riuscivo a ricordare la madre che si scorda sempre il giorno della piscina, né la moglie che discute sui cicli della lavastoviglie o che dorme con una maglietta di cotone sformata, l’animatrice delle feste, l’elfa di babbo Natale o la trampoliera del circo; ero Selene, libera , selvaggia assetata di adrenalina e di sensazioni.
Dopo un po’ di questo trattamento le mani di Leone sono scivolate lungo la mia schiena e mi hanno afferrato il sedere.
"Ha un bel culo, però", disse Brando. Alzando lo sguardo verso di lui, Daniela gli fece scorrere il dito sul naso, sulle labbra (come per zittirlo, pensai) poi scesero sul mento, fino al petto. Capii che gli altri ragazzi stavano fissando le sue natiche separate dal perizoma oramai in vista visto che la mini era completamente salita, ma i miei occhi seguirono il suo dito mentre continuava a scendere lungo il suo ventre piatto fino alla cintura e lungo la cerniera. Quando arrivò in fondo alla cerniera, girò la mano e gli palpò completamente l'inguine. Lui gemette quando la sua mano lo strinse.
"mhmm, cosa c’è qui?", disse lei mentre con la mano gli apriva rapidamente la cintura e faceva scattare il bottone dei jeans.
Si sporse verso di lui mentre la sua mano scompariva nei suoi pantaloni. Rimasi senza fiato quando vidi la sua mano muoversi sotto i jeans, capii che gli stava pompando il cazzo.
Mentre Leone continuava a spingermi la sua erezione enorme contro la pancia strizzandomi le chiappe lei tirò fuori la mano e gli abbassò i jeans. Leone stava slacciandomi i jeans ma lo sentii a malapena perché fissavo il cazzo duro di Brando che spuntava dai boxer. Era lungo, probabilmente circa 18/20 centimetri.
Daniela gli avvolse le dita intorno e gli diede un paio di colpi mentre Enrico le aveva completamente scoperto i seni. Mentre si girava per favorire il palpeggiamento ad Enrico, Daniela spinse il sedere contro Brando, infilandogli il pene tra le natiche e facendolo strusciare.
Ero lì, sbalordita. Guardavo la mia migliore amica che accarezzava il pene di uno sconosciuto. Lo facevo mentre un altro sconosciuto mi stava facendo scendere i jeans esponendo il mio culo in perizoma in una stanza piena di sconosciuti.
Mentre mi tirava giù le mutandine dalle gambe, si inginocchiò davanti a me inalando il mio profumo "la porcella profuma di sesso": aggiunse. Mi scostai e cominciai a camminare barcollando con i pantaloni a mezza coscia e la figa all’aria verso il mio posto sul divano.
La mia testa girava mentre il pensiero razionale cercava di farsi strada nella mia testa. Il mio corpo era in fiamme, desiderava ardentemente essere toccato, desiderava ardentemente essere esposto, ma: non posso farlo! Sono sposata, amo mio marito, ho dei figli! Cosa fai Francesca? smettila... ORA!
“Selene! Mi chiamò Dani.
Guardai Daniela cercando di concludere il mio pensiero, ma non ci riuscii, era svanito, svanito da tempo; come entrambe noi.
Non ci volle molto perché la mano forte di Leone raggiungesse la mia coscia mentre si sedeva di nuovo. Si chinò per sussurrarmi all'orecchio che se avesse continuato a toccarmi per altri dieci secondi, sarebbe venuto. Scivolò sull'altra coscia e rapidamente raggiunse l'interno, massaggiandomi con il pollice che scivolava su e giù sulla mia figa mentre me lo diceva. Chiusi gli occhi, presi il mio bicchiere pieno e bevvi un lungo sorso.
Brando aveva vinto. Tirò Daniela in piedi e la portò all’altro capo del divano. Abbracciandola forte, la guardammo tutti mentre ondeggiava davanti a noi, premendo inconsciamente il sedere contro di lui. Le sue mani le sfiorarono le mutandine e le accarezzarono il sesso. Lei gemette quando lui le premette un dito lungo la piega umida delle mutandine. Mi guardò con un fuoco negli occhi come non le avevo mai visto prima ed entrambe gememmo. Sapevo perché lei aveva gemuto, ma non perché lo avessi fatto io, finché non ho abbassato lo sguardo e ho visto che il pollice di Leone stava strofinando la figa nuda e bagnata, entrando di quando in quando di almeno la prima falange, ed uscendone lucente di umori. Ho chiuso gli occhi, ho allargato ulteriormente le cosce e mi sono appoggiata un po' indietro sul divano mentre Leone faceva la sua magia.
Un applauso percorse la stanza mentre provavo una piacevole sensazione ed ero pronta a un piccolo orgasmo. Aprii gli occhi e vidi Daniela che teneva la testa di Brando a torso nudo mentre lui le mordicchiava un capezzolo durissimo ed estremamente eretto, mentre le mani dei ragazzi che la stavano esplorando si staccavano da lei mentre applaudivano.
Un ultimo tentativo fu fatto dalla mia mente sana per porre fine alla frenesia, mentre due dita mi stuzzicavano le labbra della figa, penetrandone la prima parte. Annunciai che dovevamo smettere con un ultimo slancio di ragione.
I ragazzi mi fischiarono tutti e cercarono di convincermi a cambiare idea. Mi chinai, tolsi le mani dalle cosce e dissi con enfasi che dovevamo davvero fermarci. Guardai Daniela, cercando di raggiungere il suo sguardo attraverso l'estasi nei suoi occhi mentre la guardavo e le dicevo che dovevamo tornare a casa. Lei mi guardò e annuì prima di abbassare lo sguardo sul suo grembo, sono sicura che stesse guardando le mani che la stavano stimolando, prima di mordersi il labbro inferiore e annuire di nuovo.
Leone a quel punto è sceso in ginocchio davanti a me. Con un colpo fulmineo mettendomi le ampie spalle sotto alle fosse poplitee, mi ha sollevato facendo arrivare il mio sedere sul bordo del divano, afferrandomi le cosce e aprendomi le gambe. Ho sentito il suo respiro caldo sui genitali. Le mie perfette labbra rosa dovevano essere uno spettacolo succulento. “Aspettami che arrivo, troia”.
Tutte le obiezioni che stavo per fare a questa frase sono andate in fumo quando il primo colpo della sua lingua colpì le mie labbra; non seppi fare altro che rabbrividire e allargare le gambe per lui. La punta della sua lingua mi toccò l'ano e poi spinse con forza mentre lui mi leccava, muovendo la lingua tra le pieghe delle mie labbra e poi salendo a sfiorarmi il clitoride. Gemetti forte quando all'improvviso mi succhiò tutto il clitoride tra le labbra.
Leone attaccò poi la mia figa, ora bisognosa, con ancora più entusiasmo. Non avevo mai provato niente di così bello prima. Mi leccò e succhiò la figa, a volte usando la lingua come un cazzo che mi scopava. Prima che me ne rendessi conto, la mia pancia iniziò a ondeggiare verso il basso mentre i miei fianchi si sollevavano leggermente dal divano, spingendo verso la sua lingua. Un orgasmo cresceva, si faceva più grande, il mio mondo esplose mentre venivo sulla sua faccia, dentro la sua bocca.
Mentre mi riprendevo, lui ha iniziato a strofinare la punta del suo enorme cazzo contro la mia figa, ormai molto bagnata (quando si è tolto i pantaloni?).
Leone continuò a strofinarmi la figa con il suo cazzo. Avevo intuito dai minuti precedenti che fosse decisamente grosso, ma vederlo mi rivelò una bestia che non avevo compreso. Lungo quasi come il mio avambraccio e spesso come una Red Bull, quell’enorme bastone venoso stava strofinando la sua punta sulla mia figa colante. Con qualche colpo, mentre scivolava indietro e avanzava, la sua cappella mi aprì brevemente le labbra prima di risalire lungo la parte esterna della mia figa. La mia testa era sul divano, le gambe divaricate e le braccia distese mentre ansimavo.
Quando la sua cappella mi aprì le labbra, una scossa elettrica mi attraversò dalla figa fino alla punta degli alluci. Non so se lo facesse intenzionalmente, ma lui si tirò indietro un po' e mi stuzzicò di nuovo la figa con il suo membro duro ed enorme.
La mia mente mi urlava di fermarmi, ma il mio corpo mi tradì.
Ho guardato Daniela e ho visto Valerio e Brando che le succhiavano i capezzoli con violenza, ipnotizzata dalla vista della mia amica che veniva demolita da quei giovani stalloni.
Ho sentito il cazzo di Leone scivolare indietro sulla mia fessura e potevo sentire il suo calore accanto alla mia figa mentre lui era lì in davanti a me. Il mio corpo ne voleva ancora, quasi urlava, ma la mia mente si perse quando l'ultimo pensiero razionale della serata mi uscì dalla testa.
La mano di Leone mi accarezzò lo stomaco e lui grugnì prima di afferrarmi i fianchi.
"Godi puttana!" ruggì.
Detto questo, mi tirò per i fianchi e si spinse in avanti. Ansimai quando il suo grosso cazzo oltrepassò le mie labbra e mi penetrò agilmente. Allungai la mano, afferrando le mani di Daniela e ansimando mentre lui pompava il suo cazzo pienamente dentro di me.
Il mio corpo esplose quando lo sentii riempirmi e la mia mente razionale morì definitivamente, lasciando che i miei impulsi primordiali prendessero il sopravvento. Non so chi iniziò a muoversi per primo, se io o lui, ma presto i nostri fianchi si mossero e Leone mi stava scopando brutalmente e io mi stavo strusciando contro di lui.
Stringendo forte le mani di Daniela, gridai: "Oh merda!" mentre un nuovo orgasmo iniziava a scuotermi. Daniela avvicinò il suo viso al mio e mi chiese se stessi bene. Riuscii solo a gemere: "Oh sì!" mentre Leone mi stantuffava il suo enorme cazzo nella figa.
Mentre guardavo Daniela, il suo sorriso si trasformò in un sussulto e i suoi occhi si spalancarono. "Oh, merda Selene! Chi è? Oh no, chi è??" Il suo corpo iniziò a dondolarsi avanti e indietro sul divano e capii che anche lei si stava facendo montare. Lo vidi nei suoi occhi mentre il suo corpo prendeva il sopravvento, lasciando anche la sua mente razionale libera per il resto della serata.
Sollevai la testa e vidi Enrico dietro di lei. Le aveva spostato il perizoma di lato e stava infilando il suo cazzo dentro di lei quando i nostri sguardi si incontrarono. Incrociò i miei occhi e le afferrò i fianchi prima di tirarla con forza sul suo cazzo.
Lei gemette, quasi mi urlò nell'orecchio mentre lui mi fissava iniziando a spingere avanti ed indietro in lei. Mi voltai a guardarla e vidi i suoi occhi vitrei per la beatitudine pre-orgasmica mentre le dicevo che Enrico la stava scopando.
A questo punto mi resi conto che avevo preso solo due terzi del lungo e spesso tronco di Leone.
Presto divenne ancora più profondo, con ogni spinta del suo cazzo che spingeva la punta sempre più dentro la mia figa. Presto fu così tanto profondo quanto mio marito non era mai stato.
Poco dopo, eravamo proprio in territorio vergine. Gli avvolsi le braccia intorno alla schiena. Le mie mani bianche e pallide strinsero la sua schiena possente mentre gli avvolgevo le gambe intorno alla vita.
"Aarghhh!!" ansimai per il dolore e il piacere quando la sua enorme cappella mi colpì la cervice. L'ingresso del mio utero sembrava una debole barriera contro il possente ariete che era il suo cazzo durissimo. “Prendilo tutto cagna!!” mi ringhiò.
Il dolore aumentò mentre il suo enorme glande sembrava aprirsi una strada nel mio grembo, poi scomparve quando raggiunsi un altro orgasmo. Da quel momento in poi, ci fu solo piacere. “lo senti,il cazzo, troia? Lo senti?” Per tutta risposta chinai la testa e gli baciai il petto, con sottomissione.
Leone mosse i fianchi con forza, sbattendo il suo cazzo rapidamente nella mia figa a un ritmo che avrebbe fatto venire molti uomini nel giro di un minuto. C'era un forte e costante suono umido ogni volta che affondava con colpi possenti il suo cazzo nella mia figa. Lo scopai a mia volta meglio che potevo, aggrappandomi al suo corpo e sollevando i fianchi a ogni spinta del suo cazzo. Mi martellò fino a farmi raggiungere altri due orgasmi. Volevo dirgli di non venire dentro di me, ma la mia bocca si rifiutava di assecondare i miei pensieri. Lo sentii gonfiarsi ed esplodere dentro di me, sparandomi dentro un getto dopo l'altro di sperma caldo. "Nooooo." urlò la mia mente.
La prima volta in più di dieci anni che qualcuno diverso da mio marito veniva dentro di me. La mia figa reagì nell'unico modo possibile. Ebbi un orgasmo enorme su di lui, la mia figa lo stringeva e spremeva ogni goccia di sborra possibile dal suo cazzo. Prendevo la pillola, ma la mia mente annebbiata stava giocando a testa o croce con le malattie veneree.
Ho sentito qualcuno annunciare che stava venendo e ho guardato nell’altro lato del divano dove Brando, Valerio ed Enrico avevano portato Daniela.
Lei era sul divano con le gambe in aria, avvolta intorno a Enrico mentre lui la scopava. Aveva la testa girata di lato mentre succhiava il cazzo di Brando. Valerio le succhiava il capezzolo mentre lei gli accarezzava il cazzo. Brando le afferrò la testa per i capelli e gemette mentre iniziava a venire. Daniela provò a tirarsi indietro e soffocò mentre lui le sparava la prima sborrata in bocca.
Enrico la girò e la mise a smorzacandela con un ghigno malvagio sul volto. Vidi Valerio girarle dietro mentre un po’ della sborra di Brando le colava lungo il mento. Dopo cominciò a spalmarle quello che sembrava lubrificante sull’ano, e sul proprio cazzo. "No, fermati", disse Daniela, cercando con poca convinzione di respingerlo mentre lui spingeva il suo cazzo dentro. Un momento di lucidità mi fece realizzare che la mia amica si sarebbe fatta penetrare contemporaneamente da due giovani stalloni che avevamo appena incontrato e che avevamo stupidamente seguito fino al loro appartamento. Molto rapidamente il suo dolore si trasformò, evidentemente, in grida di piacere.
Leone si alzò e tirandomi per la testa mi fece inginocchiare davanti al divano e si mise dietro di me. La mia faccia era proprio vicino al ginocchio di Enrico e poco dietro al culo di Daniela che prendeva due cazzi contemporaneamente. Il tronco di Leone era meraviglioso dentro di me. La mia figa ancora colante della precedente sborrata accoglieva il suo membro con gioia. Mi pompava il suo enorme bastone dentro con una foga animalesca, percuotendo abbondantemente il mio culo con le mani. Immaginai che avesse tirato di nuovo per rimettersi in sesto così in fretta dopo avermi riempito con quelli che mi erano sembrati due litri di sperma.
Spingeva forte e veloce in profondità alternando lunghe e lenti affondi. Girai la testa e guardai Enrico e Valerio fare più o meno lo stesso con la figa e il culo di Daniela, a pochi centimetri dal mio viso. I loro odori mescolati, i rumori degli umori che colavano sulle cosce di Daniela e sul divano mi inebriavano.
“Cazzo, sfondiamole queste troie!!” è stato il commento più delicato che ricevemmo quella sera, purtroppo invece di offendermi mi infoiai ancora di più.
Stavo per venire di nuovo, e sarebbe stato un orgasmo abbondante. Le dita dei piedi si arricciarono mentre la pressione aumentava. Leone improvvisamente mi infilò il suo grosso pollice nell’ano facendomi partire una scossa elettrica che dal buco del culo mi arrivò al cervello; avevo fatto sesso anale 2 o 3 volte nella mia vita, e non mi era piaciuto un granché. Quel momento, quella situazione avevano però sovvertito tutte le mie certezze. Cominciai a muovere il culo su quel dito e su quel pilone; ondeggiavo, scodinzolavo, lo roteavo. “guarda questa cagna in calore come scopa il cazzo, che troia!” ne volevo di più, ne volevo ancora, volevo tutto.
Sentì Leone che affondò il suo cazzo, lo sentii vibrare e, fortunatamente questa volta cercai di anticiparlo “non venirmi dentro, ti prego!”
Mi prese di nuovo per i capelli e mi mise in ginocchio; avevo la sua enorme cappella che premeva sulla mia bocca e la agguantai.
Il primo potente getto del suo sperma centrò la mia lingua mentre stavo ancora cercando di infilare in bocca quel bastone ma quando il suo cazzo schizzò una seconda volta ed una terza, ed una altra ancora mi sentii talmente piena che la sborra cominciò a colarmi dai lati della bocca, ed ebbi la sensazione che qualcosa mi colasse anche dal naso, mescolandosi alle lacrime che mi rigavano la faccia, per lo sforzo di trattenere i conati ed ingoiare tutta quella carne.
Dopo essere stato sepolto dentro di me per un'eternità, quell’ enorme ragazzino superdotato finalmente ha iniziato a sfilare il suo cazzo dalla mia bocca, mentre io, oramai senza più un briciolo di dignità, cercavo di mungere ogni centimetro del suo grosso membro per ottenere più sperma mentre lo ritirava.
Daniela ha trascorso il resto della notte a prendere diverse dosi di sborra nella figa e nel culo, mentre Leone ha montato me per quasi tutta la notte. Il suo cazzo ha usato e dilatato la mia figa più in quella notte che forse in tutta la mia vita. I miei capezzoli erano rossissimi per tutti quei continui morsi, per non parlare del mio culo, dove erano evidenti le cinque dita stampate di Leone.
Daniela e io siamo rientrate alla macchina quando il sole era già abbondantemente sorto, giurando di portarci questo segreto nella tomba, non avendo idea di cosa inventare che servisse da alibi ai rispettivi marito e compagno.

Continua...
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2026-02-06
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