Mira L'Elfa e Grugan il Nero

di
genere
pulp

Il Rito
Quando Mira l’elfa entrò nella taverna del Lupo Orbo tutti gli uomini presenti ne percepirono la presenza senza nemmeno averla scorta. Un aroma dolce e afrodisiaco la precedeva e circondava, un profumo che si insinuava nelle narici e incendiava i sensi, promettendo piaceri proibiti.
Mira non era una normale Elfa. Era un’iniziata dell’ordine di Inanna, la Dea delle Passioni umane, Signora dai due volti, Dea della Guerra e dell’Amore, della Violenza e della Lussuria, della Gloria e della Miseria. I suoi sessantacinque anni la rendevano quasi un’adolescente rispetto alle sue consorelle elfe, ma, anche se giovane, ai piedi di Mira già in molti tra guerrieri, principi e Re si erano prostrati. Alcuni sconfitti davanti alla lama della sua lancia per implorare pietà o per arrendersi al fato, altri ai piedi del suo giaciglio per adorarla ed essere accolti tra le sue braccia. C’erano voci sulle sacerdotesse di Inanna, alcune più che fondate: esse erano feroci e formidabili guerriere e al contempo amanti insaziabili. In entrambi i casi, morire per mano di una di esse o essere accolti nel loro letto era un onore pari a pochi. In entrambi i casi, che conducesse alla morte o a un appassionato atto carnale, si definiva Benedizione.
Nonostante fosse bassa di statura persino per gli standard umani, la ragazza era uno splendore di fanciulla. Il taverniere, il vecchio Olaf, che di belle donne ne aveva viste molte in vita sua – mercante di schiave quale era stato – stabilì che non dovesse pesare più di 50/55 chili e che in certi mercati il prezzo di quella ragazza avrebbe valso quello di un piccolo regno. Le linee del suo corpo e del suo viso dichiaravano una leggerezza degna di un’elfa dal lignaggio regale a cui apparteneva. Sembrava fosse fatta d’aria eppure, se riuscivi a sfiorarla, sentivi il calore del suo corpo, la consistenza morbida delle sue curve. Il pallore della sua pelle d'alabastro risultava liscio come intessuto con la più pregiata delle sete. I suoi capelli erano di oro zecchino, lunghi e fluenti, e gli occhi di uno smeraldo acceso che penetravano gli uomini fin dentro l’anima. L’anima di Olaf, quando incontrò il suo sguardo, venne trafitta da parte a parte.
Mira sedette in un angolo isolato della locanda. Nessuno, per quanto in pochi tra gli uomini e le donne, pieni di desiderio, fossero riusciti a distogliere lo sguardo da lei, si era permesso di importunarla. Solo un uomo del Nord, dall’aspetto rude e trasandato, un omone barbuto di 120 kg, le si era parato davanti per poi desistere appena i loro sguardi si erano incrociati per una frazione di secondo. La saggezza istintiva lo aveva avvertito: non era una preda.
L’elfa era lì per uno scopo. Da settimane, da cinque settimane, non compiva il rito a cui ogni devota ad Inanna era chiamata a fare. La Dea era avida e pretendeva che le sue sacerdotesse pagassero un tributo ad ogni luna nuova, un tributo che poteva essere fatto solo dalle due cose che la Dea adorava: non oro o preziosi, ma qualcosa che rappresentasse a pieno le passioni umane. Sangue o Sperma. Appesa alla sua cinta, un’ampolla rituale di cristallo scuro aspettava di essere riempita. In entrambi i casi, essi dovevano essere di un valido candidato maschile, che esso fosse avversario o un amante. Siccome erano settimane che non incrociava la sua lama con un valido avversario, sperava, entrando in quella taverna affollata, di trovare almeno un valido amante che le scaldasse il letto e le donasse il suo seme.
Non cercava la bellezza, o la ricchezza; cercava la forza. Una forza che potesse confrontarsi con la sua, sia nel fragore di un duello che nell'intimità di un letto. I suoi occhi smeraldo scorrevano tra le figure assorte, i loro volti accesi da un desiderio palese, ma raramente accompagnato dalla scintilla che lei cercava. La maggior parte erano deboli, troppo presi dal loro mero istinto animale, incapaci di elevare il piacere a un atto di devozione. Non avrebbero saputo resistere, non avrebbero saputo dare. Il tempo stringeva, la luna nuova si avvicinava.
Poi, il suo sguardo si posò su un uomo in disparte, al bancone, intento a scolarsi una brocca di idromele come se fosse acqua. Era un guerriero, lo si capiva dalle spalle larghe e dai muscoli scolpiti che si indovinavano sotto la semplice tunica. Non era giovane, i suoi capelli brizzolati e la barba folta e le cicatrici sul viso e sulle porzioni di pelle scoperta, tradivano anni di battaglia, ma il suo sguardo era quello di un lupo, attento e selvaggio. Un'energia contenuta, una promessa di fiamme sotto la cenere, emanava da lui. Era il tipo d'uomo che non si sarebbe prostrato facilmente, che avrebbe combattuto o amato con la stessa intensità. I suoi occhi, quando incontrarono quelli di Mira per un fugace istante, non si abbassarono. Erano carichi di esperienza, di una stanchezza che non era debolezza, ma la consapevolezza di chi aveva affrontato e superato innumerevoli pericoli. Un sorriso sottile si dipinse sulle labbra di Mira. Quello, forse, era il valido candidato che Inanna le inviava.
Olaf, prese coraggio, lasciò il bancone per fare il suo dovere di oste. Le si avvicinò timoroso. C’era stata una sola donna in tutta la sua vita che lo aveva intimorito così tanto ed era nonna Pruda la madre di sua madre, l’unica in tutta la sua vita che era riuscita a tenerlo a bada. Le si avvicinò guardingo come un cucciolo ad una lupa famelica o un peccatore ad un angelo divino. Restò ammirato da ciò che il suo unico occhio era in grado di sostenere.
L'abbigliamento di Mira era un'ode alla sua divinità bifronte. Non un'armatura pesante che avrebbe ostacolato la sua leggiadria, ma un intrico seducente di protezione e tentazione. Indossava una tunica di seta pregiata color avorio, così sottile da sembrare una seconda pelle, che accarezzava le curve del suo corpo e ne rivelava l'armonia, senza mai esporre troppo. Le maniche, ampie e fluttuanti, erano tessute con fili d'oro e d'argento, creando un effetto cangiante che catturava la luce e la rilasciava in bagliori delicati. Sopra questa tunica, portava una cotta di maglia finissima, quasi invisibile, fatta di anelli d'argento così minuti e intrecciati da sembrare ricami. Questa non era una difesa ingombrante, ma un velo di lucentezza che scorreva con ogni suo movimento, scomparendo e riapparendo, offrendo una protezione sorprendente senza limitare in alcun modo la sua agilità. I punti vitali – spalle, petto e fianchi – erano ulteriormente rinforzati da placche sottili di oricalco, un metallo leggendario dal riflesso dorato, modellate con arte per seguire le linee del suo corpo. Queste piastre non erano fisse, ma articolate, progettate per flettersi e piegarsi con lei, rendendola un bersaglio sfuggente e letale. Alla sua vita, una cintura in seta scarlatta avvolgeva la sua figura esile, adornata con piccole borchie d'oro e un piccolo pendente a forma di mezzaluna, simbolo di Inanna. Da essa pendeva l'ampolla rituale di cristallo scuro, che tintinnava lievemente a ogni passo, un richiamo costante al suo dovere sacro. Stivali alti, di morbida pelle daino, le coprivano le gambe fino al ginocchio. Erano aderenti e flessibili, permettendole di muoversi senza rumore, e le suole erano rinforzate con intarsi di metallo per una presa salda e un'ammortizzazione perfetta. Ogni elemento del suo abbigliamento era un equilibrio precario tra la devozione alla dea guerriera e alla dea dell'amore. Era vestita per combattere, ma anche per sedurre, per essere un sogno etereo e una mortale minaccia, un connubio che confondeva e affascinava chiunque incrociasse il suo sguardo.
Per quanto ammirato, Olaf restava un ladro e un mercante, sapendo che se avesse potuto mettere la mano solo su uno di quegli elementi che ne componevano la divisa dell’elfa, avrebbe vissuto nel lusso per il resto dei suoi giorni. Mira parve intuire qualcosa nello sguardo del locandiere, un’avidità che conosceva bene. Non se ne sentiva turbata o preoccupata. Separarla dai suoi vestiti era un atto che solo lei poteva decidere di fare e di certo non era un atto ottenibile né con l’inganno né con la violenza. Si limitò a spingere il suo sguardo in quello del suo ospite e a sorridergli, sapendo che un eventuale scontro sarebbe stato impari e che il corpo pesante dell’oste, se solo avesse provato a dar corpo ai suoi pensieri, sarebbe stramazzato al suolo in una pozza del suo stesso sangue. O almeno, questo pensò il povero Olaf, che abbassando lo sguardo, incapace di sostenere quello dell’elfa ancora a lungo, si limitò a chiederle come poteva servirla.
Mira si guardò intorno, non amava il cibo né le bevande degli umani, ma l’arrosto, presumibilmente di maiale dall’odore, e l’idromele avevano un buon profumo. Era affamata, il pan di via con cui si era sfamata nelle ultime settimane saziava ma non appagava i sensi. Così ordinò quello, poi, prima che l’oste sgattaiolasse via intimidito, aggiunse che avrebbe gradito dividere il suo tavolo con l’avventuriero seduto al suo bancone.
Olaf trasalì. “Gurgan il Nero?” borbottò tra i denti rivolto alla sua ospite. Gurgan era un avventuriero, un ladro, un mercenario e un assassino; nemmeno era sicuro che quello fosse il suo vero nome, ma quando vide lo sguardo sicuro di Mira capì che lei non cercava né consiglio né giudizio e così si limitò a obbedire rivolgendo l’invito all’uomo.
Gurgan, ascoltate le parole dell’oste, nemmeno si voltò a guardarla. Questo non offese Mira, anzi, aumentò il suo desiderio di “confrontarsi” in un modo o nell’altro con lui. L'elfa lo osservò mentre Olaf si avvicinava al guerriero, sussurrandogli qualcosa all'orecchio. Gurgan non mosse un muscolo, finì la sua brocca, poi, con una lentezza calcolata, si alzò dalla sedia. La sua mole era imponente, un muro di muscoli e cicatrici, e il suo passo era quello di chi non ha fretta, ma è sempre pronto all'azione. Non si affrettò, non si voltò immediatamente verso Mira, ma si diresse verso il suo tavolo con la stessa calma che aveva dimostrato fino a quel momento. Era una sfida silenziosa, un preambolo al confronto che Mira tanto desiderava.
Rimasero l'uno di fronte all'altra in silenzio, una tensione palpabile si propagava nell'aria. Ai tavoli accanto, gli avventori si affrettarono a mettere più spazio possibile tra sé e i due, creando un vuoto innaturale nella locanda stracolma, come se si stesse preparando una violenta rissa. I sussurri si spensero, sostituiti solo dal crepitio del fuoco nel camino e dal tintinnio lontano di qualche boccale.
Olaf, accompagnato dal figlio Zealot, un giovane esile con occhi spaventati, portò ciò che era stato ordinato. Mira sembrò contrariata vedendo due porzioni di arrosto e idromele. "Non pagherò per il pasto di questo barbaro," affermò, la sua voce, solitamente melodiosa, ora tagliente come una lama nascosta.
Gurgan sorrise, un'espressione che non raggiunse i suoi occhi da lupo, ma che scoprì denti forti e un'ombra di divertimento. "Se non hai fame, tanto meglio," rispose con una voce roca, abituata a dar ordini e a non chiedere permessi. "È un secolo che non faccio un pasto decente e la mia fame sembra implacabile."
Mira non volle rispondergli. Lo assecondò, sperando che il suo appetito non si fosse placato con l'arrosto di maiale e l'idromele. Osservarlo nutrirsi era per lei un'esperienza educativa. Da ragazza, quando da novizia studiava al tempio, aveva osservato molti predatori in gabbia divorare le loro prede, più che altro infedeli e ladri che avevano cercato di rubare tra le mura sacre ed erano finiti per far da pasto ai lupi selvaggi di Inanna. E Gurgan glieli ricordava.
Animalesco, feroce, famelico, ma anche fiero, indomito, sicuro di sé. Ogni gesto di Gurgan nell'afferrare e squarciare la carne accendeva il desiderio dell'Elfa. Non era la brama di un compagno, ma il brivido di un'antica cacciatrice che riconosce la forza nella preda, la promessa di un confronto alla pari che avrebbe glorificato la sua Dea. La sua mente già immaginava il duello dei corpi, la lotta dei loro spiriti, e il tributo che ne sarebbe scaturito.
Gurgan finì la sua porzione con una rapidità impressionante, senza mai distogliere lo sguardo dal piatto. Poi, come un predatore che ha saziato la fame ma non la sete di dominio, alzò gli occhi su Mira. "Allora, Elfa," disse, la sua voce ora un ringhio controllato, "mi hai chiamato al tuo tavolo per osservarmi mangiare o c'è qualcos'altro che ti rode?" Sottolineò l'ultima frase, conscio del desiderio della sua controparte.
Mira incrociò il suo sguardo senza battere ciglio, i suoi occhi smeraldo brillavano di una luce insolita. "La fame non è l'unica cosa che si può placare in una taverna, Gurgan il Nero," rispose, scandendo il suo nome con una cadenza che lo rese quasi un richiamo. "La Dea che servo, Inanna, è avida. E la luna nuova si avvicina. Ha bisogno di un tributo, e io ho bisogno di un valido candidato."
Gurgan inclinò leggermente la testa, un gesto di curiosità insolita per un uomo della sua tempra. "E cosa rende un uomo un 'valido candidato' per la tua dea, Elfa? Oro? Sangue?" Una venatura di sfida era presente nel suo tono.
Mira stava per rispondergli quando la sua attenzione cadde su un dettaglio cruciale: l'uomo era disarmato. Non una lama, né un bastone pronto a difenderlo. Come doveva prendere quella sua imprudenza? Come un atto di sfida, un'offesa, o forse una suprema fiducia nelle proprie capacità? L'uomo non la considerava un'avversaria valida al punto da presentarsi a lei disarmato? Questo pensiero la fece infuriare, la riempì di desiderio e al contempo la incuriosì. Il suo volto, tuttavia, non tradì alcuna emozione.
"Con il sangue che potrei trarre dal tuo corpo con la mia lama," ammise Mira, la sua voce era più ferma, "o con la passione che ti rende un degno candidato per la mia Dea." Lo sguardo fisso nel suo, fiera eppure ammantata di un equilibrio che in poche donne avrebbero avuto in quel frangente, aggiunse, "La mia Dea esige forza, Gurgan. E tu ti presenti disarmato al mio cospetto. ora dimmi il tuo è un atto di follia o di superbia?"
"Conosco ciò che si dice di voi, Elfa," disse Gurgan, scolando l'idromele e facendo segno all'oste, che si affrettava a rifornirlo. Il suo sguardo non la abbandonava, un bagliore intelligente e disincantato nei suoi occhi da lupo. "E se ciò che so è vero, non affronteresti un uomo in una bettola come questa per tagliargli la gola." Un sorriso appena accennato deformò la sua barba folta. "E per tanto, Elfa, ciò che vuoi da me, ciò che hai sempre voluto, non è nelle mie vene ma tra le mie gambe."
Un sorriso divertito si allungò sul viso di Mira, liberando per la prima volta ben più di ciò che era abituata a mostrare delle proprie emozioni. Una risata cristallina e inaspettata echeggiò nell'aria tesa della taverna, un suono che fece voltare qualche testa curiosa. "Spudorato, fragile mortale," rise lei, senza traccia di offesa, ma con una nota di eccitazione che vibrò nella sua voce. Mira era stanca, pronta ormai a cedere a quello che non era solo un atto dovuto alla sua Dea, ma una necessità che ogni fibra del suo corpo reclamava.
"Fragile?" chiese Gurgan, la sua voce, roca e calda, quasi un sibilo, raggiunse le orecchie di Mira. "Non mi pare che tu stia tremando, Elfa. E spudorato? Forse. Ma a volte, la verità, per quanto sfacciata, è la via più diretta per ciò che si desidera." I suoi occhi scesero a indugiare sulla sua cintura, sulla piccola ampolla rituale che pendeva, poi risalirono lentamente a incontrare i suoi smeraldi. "Vedo che la tua Dea ha appetiti specifici. E tu, Sacerdotessa, sembri altrettanto affamata."
Mira non distolse lo sguardo, il cuore che le batteva con un ritmo più accelerato, un tamburo primordiale che rispondeva all'appello del predatore. "Il mio appetito non è debole, Gurgan," rispose, la voce abbassata a sua volta, quasi un sussurro complice. "La fame della mia Dea è la mia fame. E Inanna non si accontenta di briciole, né di un seme offerto con timore. Vuole la pienezza, la forza che si riversa senza riserve, una fusione di spiriti tanto quanto di corpi."
"E tu credi che io possa offrire questa pienezza, Elfa?" Il tono di Gurgan era una sfida. Le sue labbra si curvarono in un sorriso languido che fece danzare le cicatrici sul suo viso. "Non è la mia fama a precedermi? Sono un uomo di guerra, Sacerdotessa. La mia forza è nel ferro, nel sangue versato, nella rapidità con cui porto un uomo alla sua fine. Il letto è... un campo di battaglia diverso. Sei certa di voler danzare in quella polvere con me?"
Mira si sporse, la sua figura esile ma potente che si avvicinava. L'aroma afrodisiaco si intensificò, avvolgendolo. "Ogni campo di battaglia è un rito per Inanna, Gurgan," disse, i suoi occhi che ora brillavano di una passione quasi febbrile. "E ogni atto di potere, sia esso di morte o di vita, è una preghiera. La mia Dea adora la violenza e la lussuria in egual misura. Credi che le tue mani avvezze alla spada non sappiano come accendere un fuoco diverso? O che la tua forza bruta non possa essere trasformata in un altro tipo di tributo, uno che riempirà questa ampolla , il mio ventre e il tuo spirito?"
Il silenzio si fece più profondo, interrotto solo dal rumore della pioggia che cominciava a tamburellare sul tetto della taverna. Il loro respiro, si accorse Mira, era diventato più rapido, più profondo. La battaglia verbale era quasi giunta al termine.
"E sia dunque, Elfa!" esclamò Gurgan, sbattendo con violenza la pinta ormai vuota sul tavolo, il rumore echeggiò nel silenzio teso della locanda. Il suo sguardo, ardente e privo di ogni velo, si fissò su Mira. "Andiamo di sopra e mostrami ciò per cui il tuo ordine è leggendario." La invitò, porgendole la mano ferma e forte, le dita aperte in un gesto che prometteva tanto quanto chiedeva. "Accetto la tua sfida e ne pagherò il prezzo, qualunque esso sia!" Aggiunse, una nota di consapevolezza nella sua voce, quasi a voler dimostrare di essere al corrente delle voci che giravano sull'ordine di Mira, di amanti trucidati tra le lenzuola ancora calde del letto per non aver dimostrato sufficiente valore alle sacerdotesse di Inanna.
Mira non esitò. I suoi occhi smeraldo si posarono sulla mano tesa di Gurgan, un invito potente e inequivocabile. Non era il gesto di un uomo che chiede, ma di uno che pretende un incontro alla pari. La sua pelle candida quasi brillò nella penombra della taverna mentre la sua mano esile si posava nella presa forte e callosa del guerriero. Il contatto fu un'esplosione silenziosa, una scintilla che corse tra i loro corpi, elettrizzando l'aria già satura di attesa.
Gurgan non la trascinò. Si alzò con la stessa calma misurata che lo contraddistingueva, ma i suoi occhi non lasciarono mai quelli di Mira. Insieme, si mossero verso la scala che conduceva alle stanze superiori, una danza lenta e inevitabile. Gli sguardi degli avventori si appuntarono su di loro, un misto di desiderio, invidia e, per i più saggi, un brivido di timore. Nessuno osò parlare, nemmeno tossire. Olaf, dall'altra parte del bancone, li seguì con l'unico occhio valido, il suo volto un misto di preoccupazione e morbosa curiosità. Sapeva che in quella taverna si era appena consumata una promessa di fuoco, e non era certo di quale forma avrebbe assunto.
Il Taverniere trasalì, “quel tizio mi deve dell’oro…non rivedrò mai le mie monete” disse convinto che il Nero avrebbe deluso la sua amante e non sarebbe mai piu sceso dalla stanza se non in un sacco di iuta privo di vita portato via dalle guardie
“forse la bella signora pagherà il suo debito prima di andarsene” propose il figlio e ne ricevette un sonoro calcio nel didietro
“cosa dici idiota?” sbraito il padre severo “non si saldano i debiti dei morti, porta male e quella bella signora di certo non ha bisogno di malasorte!” aggiunse
Ogni gradino che salivano era un battito di un tamburo che si avvicinava al suo culmine. L'aroma di Mira si intensificava a ogni passo, accentuata dal calore crescente del suo corpo, avvolgendo Gurgan, inebriandolo con la sua dolcezza afrodisiaca. I tessuti di seta e gli anelli d'argento della sua cotta finissima frusciavano appena, un sussurro sensuale che accompagnava il loro incedere. La mano di Gurgan stringeva la sua con una forza crescente, una promessa silenziosa di ciò che sarebbe venuto.
Arrivarono alla porta della stanza più isolata, l'aria qui era più fresca, meno gravata dal fumo e dai vapori della taverna. Gurgan aprì la porta senza esitazione. La stanza era semplice, un letto grezzo, una piccola finestra che dava sulla strada bagnata dalla pioggia, la luce fioca di una lampada a olio a malapena a illuminare l'ambiente. Ma per loro due, in quel momento, era un santuario, un campo di battaglia privato dove si sarebbe consumato il Rito.
Mira scivolò dentro, i suoi occhi smeraldo che lo invitavano a seguirla. La sfida di seduzione era quasi pronta, il campo di battaglia era stato scelto. Con un gesto lento e deliberato, Gurgan chiuse la porta dietro di loro, sigillando il mondo esterno.
Il silenzio che riempì la stanza era pesante, carico di attesa. Non c'era fretta, solo la consapevolezza che ciò che stava per accadere era inevitabile, un destino tessuto dalle parole e dagli sguardi incrociati. Mira mosse per prima, non verso il letto, ma al centro della stanza. Con la grazia di una danzatrice, sciolse la cintura scarlatta, il pendente di Inanna che tintinnò dolcemente mentre l'ampolla rituale dondolava. La tunica di seta avorio scivolò via dal suo corpo, rivelando la sottile maglia d'argento e le placche d'oricalco che aderivano alla sua pelle come un respiro. Ogni anello, ogni placca era una promessa di protezione, ma anche un invito a scoprire ciò che celava.
Gurgan la osservava, immobile, i suoi occhi da lupo che la divoravano con una fame primordiale. Non c'era volgarità nel suo sguardo, ma una profonda ammirazione per la forza e la bellezza che si fondevano in lei. Quando anche la cotta di maglia cadde a terra con un tintinnio argenteo, Mira si erse davanti a lui in tutta la sua perfezione, una statua d'alabastro scolpita dalla Dea stessa. I suoi seni erano piccoli e sodi, i capezzoli rotondi e scuri, i fianchi stretti che si allargavano appena, un nido di peli dorati a ombreggiare il suo sesso. L'odore di rosa e incenso che la circondava era ora più forte, un afrodisiaco potente che le infiammava le vene.
"Spogliati, Gurgan," sussurrò Mira, la sua voce bassa e roca, un comando che era anche una supplica. "Voglio vedere la forza che prometti."
Gurgan non si fece pregare. Con la stessa calma misurata con cui aveva mangiato, si sfilò la tunica, rivelando un corpo scolpito da anni di battaglie e fatiche. Muscoli tesi e definiti si muovevano sotto una pelle segnata da cicatrici, ognuna una storia di dolore e sopravvivenza. Era la forza cruda, terrestre, che lei cercava. Quando anche l'ultima stoffa cadde ai suoi piedi, Gurgan si erse davanti a lei, il suo sesso massiccio e impudente, in piena erezione. Era la rappresentazione del caos primordiale, della potenza selvaggia e indomita.
I loro sguardi si incrociarono di nuovo, un duello silenzioso che ora non era più fatto di parole, ma di pura, inconfessata brama. Mira fece il primo passo, avvicinandosi. Non c'era timore, solo un desiderio ardente di conoscere quella forza. Le sue mani, delicate ma forti, si posarono sul petto villoso di Gurgan, esplorando la pelle tesa sui muscoli. Sentì il calore del suo corpo, il battito potente del suo cuore, la vita che pulsava sotto le sue dita.
Gurgan l'afferrò, non con violenza, ma con una decisione che non ammetteva discussioni. Le sue mani le circondarono la vita sottile, sollevandola leggermente. Mira si lasciò guidare, le sue gambe che si stringevano attorno ai fianchi dell'uomo, il suo corpo che si fondeva con il suo. Ie loro bocche si unirono in un bacio famelico, una collisione di lingue e desideri repressi. Il sapore dell'idromele sulla bocca di Gurgan si mescolava al dolce nettare dell'alito di Mira, una miscela inebriante.
Poi, l'impatto, la penetrazione. Non fu un atto gentile, ma uno scontro di due forze uguali che si cercavano. Gurgan spinse dentro di lei con un gemito strozzato, la sua virilità che riempiva ogni fibra del suo essere. Mira trattenne il respiro, un'esplosione di sensazioni che le corse lungo la spina dorsale. Era un dolore acuto e un piacere lancinante, il confine tra i due reso labile dalla forza dell'incontro. La sua carne si strinse intorno a lui, accogliendolo in un abbraccio primordiale.
Si mossero, non con ritmo, ma con la furia di un'onda che si abbatte sulla roccia. I loro corpi si scontrarono, i muscoli tesi, i loro respiri ansimanti e i gemiti che si univano in una litania di piacere. Gurgan le afferrava i fianchi con forza, spingendo più a fondo, cercando di conquistarla. Mira gli rispondeva, stringendo le gambe attorno a lui, graffiando la sua schiena, le sue unghie che lasciavano segni rossi sulla sua pelle. Era una lotta, un duello di resistenza e abbandono, dove ogni spinta era una sfida e ogni gemito una resa.
I capelli d'oro di Mira si mescolarono alla barba brizzolata di Gurgan, l'odore di incenso e miele si fondeva con quello del sudore maschile e del ferro. L'ampolla rituale, caduta dalla cintura di Mira, tintinnava sul pavimento ad ogni loro scossa, un richiamo lontano al motivo sacro del loro incontro.
In pochi sotto di loro nella taverna rimasero estranei al loro amplesso
L'orgasmo arrivò come un'esplosione, un terremoto che scosse entrambi. Le grida soffocate di Mira si unirono al ruggito gutturale di Gurgan, i loro corpi che si irrigidivano in un'unica, sublime contrazione. Il seme di Gurgan, caldo e potente, si riversò dentro di lei, e in quell'istante, Mira sentì la connessione. Era la forza, la passione, la vita stessa che ora riempiva il suo ventre, il tributo di Inanna finalmente donato.
Mira riprese le forze, proferì le parole previste per il rituale e trasse da suo ventre il seme che l’uomo le aveva donato e lo serbò nell’ampolla.
Gurgan vinto per la prima volta nella sua vita, non restò che osservarla ammirato cercando di capire se ciò che vedeva non fosse l’effetto di qualche droga miscelato a sua insaputa nell'idromele che aveva di poco bevuto.
Mira compiuto il suo rituale si accostò al suo amante e in un abbraccio feroce si addormentarono, Inanna sarebbe stata soddisfatta, a quella sua dote. penso lei.
Il risveglio di Mira non fu dolce come lo era stato il suo addormentarsi. Si ritrovò sola nella stanza che era stata testimone del loro rito, nuda e spogliata di ogni suo avere. Gurgan il Nero aveva preso tutto: le sue vesti intessute d'oro e d'argento, le sottili placche d'oricalco, persino i suoi stivali di morbida pelle di daino. L'unica cosa che aveva lasciato era la sua lancia, appoggiata contro il muro, probabilmente ritenuta troppo leggera per le sue possenti mani di guerriero. Ma la cosa più grave, la ferita che le lacerava l'anima più di ogni altra, era la scomparsa dell'ampolla rituale. Era sparita, portando con sé il prezioso seme di Gurgan, il tributo destinato a Inanna.
Come una furia, Mira balzò in piedi. Non c'era traccia di sonnolenza o del languore che solitamente seguiva un'unione così intensa. Solo una rabbia gelida e implacabile, un fuoco sacro che ardeva nelle sue vene. La Dea era stata derubata, e con essa, anche la sua sacerdotessa. Quell'uomo, Gurgan, non era solo un amante selvaggio, ma un ladro, un sacrilego. Aveva giocato con lei, sfruttando il rito per i suoi scopi meschini.
I suoi occhi smeraldo, solitamente così seducenti, ora brillavano di una luce feroce, una promessa di vendetta che avrebbe fatto impallidire anche gli dèi. La nudità non la imbarazzava; anzi, la rendeva più selvaggia, più vicina alla sua natura di predatrice. Afferrò la lancia, la sua unica fedele compagna, la sua lama lucente che sembrava vibrare della stessa furia che le incendiava l'animo. Non importava cosa avesse rubato, non importava l'oro o l'argento. Ma l'ampolla... l'ampolla doveva essere recuperata. E Gurgan, il "valido candidato" che l'aveva beffata, avrebbe pagato un prezzo ben più alto di due monete d'oro. Un prezzo che avrebbe coinvolto il suo stesso sangue.
Le sue urla squarciarono il silenzio della taverna, per lo più deserta a quell'ora del mattino. Olaf e suo figlio presagivano già un terribile pericolo per sé e per la loro vita, ma il vecchio oste non poté fare a meno di ammirarla quando lei, incarnazione di una furia leggendaria, nuda e armata di lancia, piombò sul bancone. La punta d'acciaio della sua lancia tremò minacciosamente a pochi centimetri dal naso di Olaf, i suoi occhi verdi fiammeggianti che pretendevano risposte.
Olaf, nonostante la concreta minaccia di morte, non riusciva a distogliere lo sguardo dall'elfa, praticamente nuda.
Dall'altra parte, suo figlio, vile, si era nascosto sotto un tavolo, godendo di una visuale migliore; dal basso, la prospettiva era persino più allettante di quella offerta al padre.
"Per la ninfa del lago Sussurro!" esclamò tra sé, poi, incapace di trattenere l'istinto, espose la sua virilità, abbandonandosi al piacere, fissando lo sguardo là dove l'elfa era più scoperta.
"Dove? Quando?" sibilò Mira, la voce roca e ferma, priva di ogni melodia. "Dov'è andato quel lurido topo? E quando si è dileguato?" ringhiò feroce.
Olaf, sbiancato in volto, inghiottì a fatica. La sua ammirazione , per quel corpo esposto, si mescolava a un terrore primordiale. "S-signora," balbettò, con gli occhi che evitavano lo sguardo penetrante dell'elfa, mentre il figlio, mostrando il coraggio di uno stolto, si era alzato e avvicinato il volto ai fianchi dell'elfa, fino a sentirne il calore tra le sue natiche e, non pago, muovendo febbrilmente la propria mano sulla erezione, annusava la fragranza del sesso dell'elfa, ancora gonfio e umido dall'amplesso avuto con l'uomo al piano di sopra.
"Se n'è andato... poco prima dell'alba," balbettò l'oste.
“Con chi?” lo intimò lei a proseguire, senza accorgersi che il figlio dell’oste ora era cosi vicino da avere la propria visuale occupata da ciò che c’era tra le natiche e il pube
"Da solo… Non ha detto dove andava… ha pagato il suo debito e se ne andato" rispose, invidiando il figlio che, forse, da lì a poco sarebbe morto, ma almeno avrebbe avuto il naso là dove a pochi uomini al mondo era concesso.
Mira lanciò un urlo di sorpesa quando la lingua di Zealot le si incollò all’inguine e si insinuò tra le labbra disciuse del suo sesso, assaporandone il sapore, proibito a molti.
Colta alla sprovvista, confusa e vulnerabile, perse l'equilibrio rovinando sul bancone sotto di lei. L’urto contro la superfice di quercia dura, fu violento la lancia con cui aveva minacciato l’oste gli scivolò via dalle mani, e il respiro le venne a mancare.
Percepito il vantaggio Olaf che ,seguendo l’esempio del figlio ,non voleva perdere l’occasione più unica che rara, di compiacersi con quella creatura semi-divina, mentre l’elfa boccheggiava per riprendere faito, tirò fuori il membro dai pantaloni e senza alcuna educazione, lo affondo in fondo alla gola della sacerdotessa guerriera.
Mira provò a lottare, a riprendere il controllo ma, qualcosa le scorreva nelle vene e ne rallentava le reazioni, fu allora che notà su una spalla il segno di una puntura, Gurgan Lupo Nero l’aveva drogata forse, mentre dormiva e quella droga ora la rendeva vittima dei desideri di Olaf e suo figlio e in agiunta al danno subito ,pure la beffa, visto che tra gli effetti di quella droga Mira scoprì che c’era anche quello di un potente afrodisiaco a cui, inevitabilmente si dovette arrendere.
Quella mattina, la terza settimana di autunno, Olaf e suo figlio, scoprirono quanto profonda potesse essere la gola di un Elfa, quanto elastica la sua vagina e il suo utero, quanto capiente fosse il suo ano e quanto ingorda potesse essere la lingua di una creatura dei Boschi Alti, Qualle mattina ,padre e figlio, il proprietario della taverna il Lupo Orbo e il suo stupido figlio divennero leggenda tra gli uomini e le donne della capitale.
Quando i due furono esausti Mira , nelle cui vene spariva gli effetti della droga, ritrovò il senno
“Cani, con in vostro sangue laverò il mio viso” urlò raccolse la lacia e la puntò alla gola di entrambi, ma sentendo che aveva perso gia troppo tempo
“Ti prego mia signora ti prego, risparmiaci”
“Parla, vecchio, o la tua gola sarà il primo tributo di sangue del mattino alla mia Dea!"
Il figlio, Zealot, si rannicchiò dietro il padre, tremando come una foglia gia dimenticato il piacere di cui aveva goduto. Olaf, tra l'incudine e il martello, comprese che non poteva più nascondere nulla. La furia dell'Elfa era qualcosa di ben più terribile di qualsiasi debito.
“Al porto,” borbottò un uomo che sembrava più infastidito dal trambusto che spaventato, un pescatore dai vestiti umidi di salsedine. “A quell’ora ci sono molte navi che salpano per l’est e di sicuro sarà salito su una di quelle.”
“Se non è vero, vecchio, pagherai con la vita la tua menzogna!” ringhiò Mira, rivolta a Olaf.
“Sono vecchio e da tempo pronto per morire,” disse lui, scrollando le spalle con una spavalderia inattesa. “E poi so per certo che il tuo ordine non uccide a sangue freddo, quindi… forse mi punirai ancora dando a me ciò che hai dato a lui e a mio figlio , Elfa?” aggiunse, un bagliore di brama nel suo unico occhio.
Mira ringhiò, un suono basso e gutturale, e fece per lanciarsi in strada, la lancia stretta nella mano. Ma una voce esile la fermò.
“Mia signora, ferma!” disse Zealot, mostrando un coraggio inatteso.
“Osi fermarmi, inutile, patetico uomo?” La voce di Mira era gelida, la sua furia momentaneamente deviata sul ragazzo.
“Sei nuda, mia signora,” rispose Zealot, il volto rosso ma lo sguardo fermo. “E le guardie non ti faranno fare più di un passo fuori in strada… oggi c’è il mercato.”
La rivelazione, così banale eppure così innegabile, colpì Mira come un colpo fisico. La rabbia la accecava, ma la logica di Zealot era ineccepibile. Non poteva farsi vedere in quello stato, non con le strade brulicanti di gente.
Umiliata e ferita nella sua dignità, Mira pretese qualcosa da indossare. e indossando null’altro che una cappa di lana e dei stivali logori, lasciò la taverna all’inseguimento della sua preda. Erano cenci maleodoranti e rattoppati, scartati da qualche mendicante. La sua pelle d'alabastro, abituata alla seta e all'oricalco, si sentì violata da quella stoffa ruvida e sporche.
Eppure, il suo scopo era più grande di qualsiasi umiliazione. Raccolse il suo coraggio, la sua determinazione feroce che non si piegava, e si infilò i miseri abiti. La lancia stretta nella mano, i suoi occhi smeraldo che promettevano morte, Mira corse all'inseguimento del suo malfattore.
“Buona fortuna, mia signora!” la salutò Zealot, vedendola andar via, la sua esile figura avvolta nei cenci, praticamente nuda sotto di essa visto che Gurgan persino i panni intimi di pregiatissima seta le aveva portato via, ma la sua aura di vendetta inconfondibile.
Mentre la Elfa spariva tra la folla nella via bagnata, suo padre sgattaiolava nella stanza dove era stata ospite, sperando che nella fretta avesse lasciato qualcosa di prezioso dietro di sé, il ragazzo cercò tra le sue dita l’odore che lei gli aveva lasciato in pegno.
scritto il
2025-11-29
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