Io sono Renata. Questa è la mia storia 4
di
Renata 1975
genere
prime esperienze
Ero piegata sul tavolo, con le gambe che tremavano e il respiro che mi tagliava in gola. Riccardo mi aveva già fatta venire due, tre volte, non lo so nemmeno io. Ogni colpo era stato un boato dentro la mia pancia, ogni spinta un’esplosione che mi aveva fatta urlare come una pazza. Mi colava dalle cosce, le mie stesse gambe luccicavano della mia sborra femminile, e lui ancora mi teneva stretta, ancora non mollava.
Sentii che usciva, piano, il cazzo che mi scivolava fuori lento, vischioso, madido dei miei umori. Pensai fosse finita, pensai che finalmente avrei potuto respirare. Ma sbagliavo.
Lo sentii, duro all’inverosimile, la cappella gonfia che premeva contro la mia figa già devastata, che scivolava appena più in basso, e poi più in alto. Finché non si fermò lì. Sulla rosellina. Sul mio culo che non vedeva un cazzo da una vita.
Mi irrigidii tutta. Le mani aggrappate al tavolo.
«No…» sussurrai. Ma era un no che non significava niente, che non aveva forza. Era un no che voleva dire sì, cazzo sì, spaccami anche lì.
Riccardo non parlò. Non chiese. Non domandò. Spingeva. Il cappellone lucido mi premeva contro l’anello stretto, e io già sentivo il fuoco. Mi mordevo il labbro, gemendo come una cagna.
«Cazzo…» rantolai. «Lo vuoi davvero?»
Mi prese i capelli, me li tirò indietro, il viso premuto contro il legno del tavolo. «Stai zitta», mi ringhiò all’orecchio.
E spinse.
Il mio culo urlò, io urlai con lui. Mi strappava, mi incendiava, e più mi faceva male, più godevo. Mi sentivo squarciare, eppure il piacere saliva come una marea nera.
«Ahhh! Cristo! Sfonda… sfonda tutto, Riccardo!»
La cappella passò l’anello, e io tremavo, inarcata, con le lacrime agli occhi. Ma non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di goduria sporca, marcia, quella che ti prende la testa e la stomaco.
Lui non ebbe pietà. Mi entrava piano, ma con una forza bestiale. Il cazzo si faceva strada, centimetro dopo centimetro, e io ansimavo, bestemmio dopo bestemmia.
«Sì! Sì, dentro il culo! Sfonda questa troia, fammela a pezzi!»
Il rumore era osceno: il mio buco che si apriva, la pelle che cedeva, il mio respiro che si rompeva in gemiti strozzati. Mi teneva ferma, una mano sul collo, l’altra stretta sul fianco. Io non ero più una donna, ero solo un buco, un pezzo di carne da riempire.
Quando fu tutto dentro, quando lo sentii arrivare fino in fondo, urlai come non avevo mai urlato in vita mia. Un urlo lungo, sgraziato, da puttana che viene presa come voleva da anni. Il mio culo bruciava, mi sentivo dilaniata, eppure il piacere mi squarciava ancora più forte.
Lui si fermò un attimo, il cazzo piantato dentro di me, pulsante. Io tremavo, grondante di sudore e di voglia. Poi iniziò a muoversi. Lento, cattivo, con colpi che mi facevano sobbalzare. Ogni spinta era un tuono, ogni uscita un coltello.
«Ohhh… sì… così… più forte, più forte, Riccardo! Fammi tua puttana!»
E lui accelerò. Mi apriva come un ariete, le sue palle che sbattevano forte, il mio culo che gemeva sotto i colpi. Il tavolo scricchiolava, io mi aggrappavo come a una zattera mentre mi scopava l’anima.
Sentivo la mia figa gocciolare ancora, come se il piacere uscisse da tutte le parti. Le gambe molli, il cuore impazzito. Non ero più io, ero solo carne che si offriva. Ero la troia che avevo sempre nascosto. Quella che nessuno aveva mai visto.
«Non fermarti… non fermarti mai…» gridavo. «Rompimi! Sfonda il culo di questa vedova! Fallo! Cazzo, fallo!»
E lui non si fermava. Sempre più forte, sempre più profondo. Il mio culo urlava, ma la mia testa godeva. Ogni colpo era un orgasmo che mi squarciava in due.
Sentii che usciva, piano, il cazzo che mi scivolava fuori lento, vischioso, madido dei miei umori. Pensai fosse finita, pensai che finalmente avrei potuto respirare. Ma sbagliavo.
Lo sentii, duro all’inverosimile, la cappella gonfia che premeva contro la mia figa già devastata, che scivolava appena più in basso, e poi più in alto. Finché non si fermò lì. Sulla rosellina. Sul mio culo che non vedeva un cazzo da una vita.
Mi irrigidii tutta. Le mani aggrappate al tavolo.
«No…» sussurrai. Ma era un no che non significava niente, che non aveva forza. Era un no che voleva dire sì, cazzo sì, spaccami anche lì.
Riccardo non parlò. Non chiese. Non domandò. Spingeva. Il cappellone lucido mi premeva contro l’anello stretto, e io già sentivo il fuoco. Mi mordevo il labbro, gemendo come una cagna.
«Cazzo…» rantolai. «Lo vuoi davvero?»
Mi prese i capelli, me li tirò indietro, il viso premuto contro il legno del tavolo. «Stai zitta», mi ringhiò all’orecchio.
E spinse.
Il mio culo urlò, io urlai con lui. Mi strappava, mi incendiava, e più mi faceva male, più godevo. Mi sentivo squarciare, eppure il piacere saliva come una marea nera.
«Ahhh! Cristo! Sfonda… sfonda tutto, Riccardo!»
La cappella passò l’anello, e io tremavo, inarcata, con le lacrime agli occhi. Ma non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di goduria sporca, marcia, quella che ti prende la testa e la stomaco.
Lui non ebbe pietà. Mi entrava piano, ma con una forza bestiale. Il cazzo si faceva strada, centimetro dopo centimetro, e io ansimavo, bestemmio dopo bestemmia.
«Sì! Sì, dentro il culo! Sfonda questa troia, fammela a pezzi!»
Il rumore era osceno: il mio buco che si apriva, la pelle che cedeva, il mio respiro che si rompeva in gemiti strozzati. Mi teneva ferma, una mano sul collo, l’altra stretta sul fianco. Io non ero più una donna, ero solo un buco, un pezzo di carne da riempire.
Quando fu tutto dentro, quando lo sentii arrivare fino in fondo, urlai come non avevo mai urlato in vita mia. Un urlo lungo, sgraziato, da puttana che viene presa come voleva da anni. Il mio culo bruciava, mi sentivo dilaniata, eppure il piacere mi squarciava ancora più forte.
Lui si fermò un attimo, il cazzo piantato dentro di me, pulsante. Io tremavo, grondante di sudore e di voglia. Poi iniziò a muoversi. Lento, cattivo, con colpi che mi facevano sobbalzare. Ogni spinta era un tuono, ogni uscita un coltello.
«Ohhh… sì… così… più forte, più forte, Riccardo! Fammi tua puttana!»
E lui accelerò. Mi apriva come un ariete, le sue palle che sbattevano forte, il mio culo che gemeva sotto i colpi. Il tavolo scricchiolava, io mi aggrappavo come a una zattera mentre mi scopava l’anima.
Sentivo la mia figa gocciolare ancora, come se il piacere uscisse da tutte le parti. Le gambe molli, il cuore impazzito. Non ero più io, ero solo carne che si offriva. Ero la troia che avevo sempre nascosto. Quella che nessuno aveva mai visto.
«Non fermarti… non fermarti mai…» gridavo. «Rompimi! Sfonda il culo di questa vedova! Fallo! Cazzo, fallo!»
E lui non si fermava. Sempre più forte, sempre più profondo. Il mio culo urlava, ma la mia testa godeva. Ogni colpo era un orgasmo che mi squarciava in due.
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