L'anno della maturità

scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 26 min

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A

Ciao, voglio raccontarvi una mia esperienza di qualche mese fa, la storia è

Mi chiamo Matteo (nome inventato), ho diciannove anni e questo è l’anno della mia maturità. Un traguardo che fino a qualche tempo fa sembrava un punto lontanissimo all'orizzonte, ma che ora è qui, pronto a bussare alla porta prima ancora che io abbia capito davvero come affrontarlo.
Giro per le stanze di casa con la sensazione strana di chi sta vivendo un capitolo di passaggio: non sono più del tutto un ragazzo, ma la definizione di "adulto" mi sta ancora decisamente stretta.

Tra tutto questo caos di ripassi e pensieri sul futuro, c'è una presenza fissa che ha reso questi ultimi tre anni decisamente più leggeri. Essendo molto timido e impacciato nelle relazioni, ho stretto l'amicizia solo con un ragazzo della classe, nonne proprio un amicizia ma mi trattava bene, aveva rispetto di mez cosa che glia ltri compagnia non avevano. Poi con lui non mi sentivo l'unico strano, eravamo in 2, inclassici sfigati della classe. Ha diciannove anni come me, è originario del Senegal e ha un'energia che riempie la stanza prima ancora che ci metta piede.
A vederci vicini facciamo quasi ridere. Io sono uno spilungone di 190 cm e magrissimo, lui è basso, magro, con quella corporatura snella di chi sembra non ingrassare mai e una cascata di treccine fitte che gli oscillano a ogni movimento della testa. Ma la differenza vera sta nell'atteggiamento. Mentre io tendo a overthinkare ogni singolo problema, lui affronta la vita con una calma disarmante e un sorriso largo che gli si accende in faccia alla prima battuta.
Ci siamo conosciuti all'inizio del terzo anno, quando si è trasferito nella nostra classe. È originario del Senegal ed è arrivato un Italia 5 anni fa. All'inizio se ne stava un po' sulle sue, con le cuffie perennemente al collo e quello sguardo curioso di chi sta prendendo le misure. Poi, non ricordo neanche per quale motivo assurdo, ci siamo trovati a fare coppia per un lavoro di gruppo. Nel giro di un'ora avevamo combinato poco e niente sul progetto, ma avevamo riso così tanto che da quel momento siamo diventati inseparabili.
In questi tre anni Mamadou è diventato l'ancora di salvataggio delle mie giornate.

Se per tre anni le nostre giornate sono scorse via tra risate e compiti copiati all'ultimo secondo, nell'ultimo periodo l'aria in classe è diventata decisamente più pesante. X, d'ora in poi lo chiamerò così, dato che non posso dire il suo vero nome, ne quello di altri personaggi, semplicemente per privacy. X ha continuato a essere il solito ragazzo solare di sempre, ma qualcuno ha iniziato a puntare gli occhi su di lui. Un gruppo di compagni, e in particolare uno di loro, Stefano (nome inventato) ha cominciato a prenderlo di mira.
All'inizio erano solo battute da idioti, lanciate a mezza voce dal fondo dell'aula per far ridere il solito capannello di adulatori. Roba squallida sul suo accento quando veniva interrogato, o frecciatine stupide sul colore della sua pelle camuffate da "ironia". X, con la sua solita pazienza, all'inizio faceva finta di niente. Incassava con un sorriso tirato, scuoteva la testa farfugliando qualcosa tra le treccine e tornava a guardare il quaderno. Me lo diceva sempre quando vedeva che mi si stringevano i pugni sotto il banco: "Lasciali stare, Matteo, non ne vale la pena, perdono tempo loro".
Ma la verità è che il limite tra la solita goliardia e la cattiveria pura era stato ampiamente superato. E Stefano non si accontentava più delle battutine: la sua era diventata un'ossessione, un continuo cercare di provocarlo per farlo sbottonare, per vederlo cedere.
Quei mesi di provocazioni continuate avevano scavato un solco più profondo di quanto X volesse dare a vedere. Poi, una mezza giornata di primavera, all'uscita da scuola, le cose hanno preso una piega completamente inaspettata.
Camminavamo verso la fermata dell'autobus e X era strano, più silenzioso del solito. A un certo punto si è girato verso di me e, col suo italiano ancora un po' claudicante ma con un'espressione stampata in faccia che non ammetteva repliche, mi ha guardato negli occhi: voleva vendicarsi di Stefano. Ma dimenticatevi i soliti spintoni o le risse fuori dai cancelli; X aveva in mente qualcosa di perversamente geniale.
Voleva andare a letto con la madre di Stefano.
Lì per lì ho fatto una risata nervosa, convinto che stesse scherzando. Ma non stava scherzando affatto. La madre di Stefano la conoscevamo tutti: una donna di quarantacinque anni tenuta benissimo, oggettivamente bellissima e sexy, una vera e propria MILF che faceva girare la testa a metà istituto ogni volta che si presentava ai colloqui con i professori. La cosa che colpiva di più era si il fisco tenuto benissimo, ma i seni erano un qualcosa di esagerato, una sesta di seno che per il suo fisico strabordavamo. Era ancora ufficialmente sposata con il padre di Stefano, ma in giro circolava la voce insistente che vivessero ormai da separati in casa.
Da un lato la cosa mi sembrava una follia totale. Pensavo: "Ma figurati, come fa anche solo a sperarci? Ha quarantacinque anni, è fuori dalla nostra portata ed è bellissima, e noi siamo due sfigati di diciannove anni". Ma dall'altro lato, dentro di me, sapevo benissimo che X ne sarebbe stato capacissimo.
A differenza mia, che davanti a una ragazza andavo totalmente in blocco per l'ansia e non sapevo manco da dove iniziare a provarci, X non si vergognava di niente. Aveva una faccia tosta e un coraggio fuori dal comune. Prendeva una quantità industriale di pali, certo, ma ogni tanto piazzava il colpo, perché quando voleva sapeva esserci dentro alla grande. Poco importava che fosse basso, che parli male l'italiano o che non avesse le sembianze di un modello: compensava tutto con un'audacia e una sicurezza che io potevo solo sognarmi.
Nei giorni successivi, il piano di X ha iniziato a prendere forma proprio sotto i miei occhi, sfruttando una routine che tutti conoscevamo benissimo. Ogni giorno, all'uscita da scuola, la madre di Stefano parcheggiava la sua macchina nella solita via traversa, a una trentina di metri dal cancello principale, in attesa che il figlio finisse di sistemare lo zaino e scendesse le scale con i suoi amici.
X ha capito subito che quella era la sua finestra d'opportunità. Ha iniziato a calcolare i tempi al millimetro: appena suonava la campanella, sgattaiolava fuori dalla classe prima di tutti, muovendosi in fretta per scendere prima di Stefano.
L'abitazione di X era proprio da quelle parti, quindi il pretesto per passare di lì a piedi era perfetto e naturale. La prima volta mi sono fermato a guardarlo da lontano, incredulo. L'ho visto camminare con quel suo passo ciondolante verso l'auto della donna. Si è avvicinato al finestrino come se niente fosse, le ha rivolto un saluto solare con un cenno della mano e ha attaccato bottone.
È stato un giro di parole brevissimo, non più di trenta secondi: i classici convenevoli, un sorriso smagliante dei suoi, un "buongiorno" educato e due frasi al volo per rompere il ghiaccio. Poi, prima che Stefano potesse anche solo spuntare dal portone della scuola, X ha salutato con garbo e ha proseguito dritto per la sua strada verso casa, lasciandola lì con un'impressione positiva e senza insospettire nessuno.
Quando l'ho raggiunto poco più avanti, non sapevo se ridergli in faccia o portargli rispetto. Ma quello era solo il primo mattoncino.
Col passare dei giorni, quello che sembrava un tentativo disperato si è trasformato in un rituale calcolato. Usciva di corsa ogni volta che suonava l'ultima campanella, anticipando Stefano di quei due o tre minuti fondamentali. E ogni volta allungava la conversazione.
Dalle frasi di rito era passato ai complimenti diretti, buttati lì con quella sua leggerezza impertinente che solo lui poteva permettersi. Un giorno le faceva notare il nuovo taglio di capelli, un altro le chiedeva se andasse in palestra per tenersi così in forma, il tutto sfoderando quel suo sorriso a trentadue denti e la solita parlata sgangherata ma incredibilmente magnetica. La madre di Stefano, che probabilmente era abituata ai soliti sguardi viscidi o al grigiore della sua situazione matrimoniale, all'inizio sembrava divertita da quel ragazzino sfacciato, ma col passare del tempo ha iniziato ad aspettarlo. Lo vedevo dal modo in cui guardava lo specchietto retrovisore prima che lui arrivasse.
Ricordo benissimo un martedì in cui era a casa con la febbre e non era venuto a scuola. Io me ne stavo lì vicino al cancello ad aspettare il mio autobus e l'ho vista: continuava a sistemarsi lo specchietto, allungava il collo cercando con lo sguardo tra la folla di studenti che uscivano, visibilmente delusa nel non veder spuntare quelle treccine.

Il punto di svolta è arrivato un venerdì. Stefano non era proprio uno studente monello, e oltre a non studiare e prendere brutti voti, trovava sempre il modo di fare casino e mettersi nei guai, e molto spesso capitava che venisse messo in punizione. Proprio come quel Venerdì... Stefano quindi rimase in classe e la macchina della madre era lì da sola, con il motore acceso. X non ci ha pensato due volte, mentre aspettavo il bus mi disse nell'orecchio: "Stai a guardare" con il suo classico accento africano. Non ci ha pensato due volte, si è avvicinato alla macchina della donna, si è appoggiato al finestrino e ha tirato fuori il suo asso nella manica. Vedevo che stava al finestrino a parlare con la donna, ci sarà stato tipo 15 minuti. Io mi feci mille domande, ma non sapevo di cosa avessero parlato. Il giorno dopo appena arrivato in classe glielo chiesi subito. Le aveva detto, con una naturalezza disarmante, che una donna affascinante come lei non doveva passare i pomeriggi ad aspettare un figlio gratificato solo da brutti voti, e le ha chiesto il numero "per avvisarla quando il professore lo lasciava andare".
Mi ha detto che ha riso, scuotendo la testa come per dire "ma guarda questo", e gli ha allungato il telefono. Lui si è segnato il numero, le ha fatto un occhiolino. Quando mi ha mostrato la schermata dei contatti con il nome di lei, ho capito che la faccenda stava diventando drammaticamente seria. Ho stampato in testa la foto profilo della donna, un selfie con lei il marito e Stefano. Non ho potuto fare a meno di notare le tette, erano davvero assurde, me eccitavo al solo pensiero, eppure X ci era riuscito. Ma come faceva. Forse il trucco era provarci ebbasta pensai. Anche perché lei non è irraggiungibile, anzi, vedo ogni tanto lo da qualche sguardo ai papà fuori scuola, ma ai ragazzi mai. Evidentemente X era diverso...
Fatto sta che il numero era finalmente sul suo telefono, ma la svolta vera è arrivata la settimana successiva, grazie all'ennesima colpo di testa di Stefano. Durante la quarta ora, Stefano è riuscito a farsi mandare in presidenza per l'ennesima cazzata, prendendosi una trattenuta d'ufficio fino a pomeriggio inoltrato.
X non ha perso un secondo. Appena è suonata la campanella delle tre, si è allontanato nei corridoi, ha aperto la chat e le ha mandato il suo primo messaggio: "Ciao, ti avviso io prima che aspetti a vuoto: tuo figlio è stato trattenuto fino alle quattro e mezzo per una punizione".
Lei gli ha risposto immediatamente, sollevata e grata: "Ma davvero!?:( Grazie mille X, mi hai evitato mezz'ora d'attesa, sei un tesoro".
E lì X, invece di chiuderla lì con un sobrio "di niente", ci si è infilato a gamba tesa con la sua solita sfacciataggine. Gli ha risposto: "adesso però voglio un caffè"
"Però adesso voglio un caffè per davvero!" le ha scritto X al volo, spingendo subito sull'acceleratore.
La risposta di lei è arrivata dopo un po', molto più misurata: "Un giorno di questi, chissà! Intanto grazie per la gentilezza".
All'inizio era proprio così. Lei manteneva una certa distanza, usava un tono formale e pacato, perfettamente nel ruolo della madre di un suo compagno di classe. Rispondeva dopo ore, con frasi brevi e ben costruite. Ma X non si è fatto scoraggiare: sapeva benissimo che la fretta gli avrebbe fatto prendere un palo clamoroso.
Ha iniziato a muoversi con calma, un messaggio alla volta, giorno dopo giorno.
Ogni tanto le mandava un vocale dei suoi, con l'italiano incerto e quell'accento accentuato che però la faceva ridere.
X: "Oggi Stefano ha preso 4 in storia... ma tranquilla, io 4.5, siamo una squadra fortissima!"
Lei: "Ah bene! Non so più cosa fare con quel ragazzo... almeno tu ci ridi sopra."
Pian piano, le conversazioni si sono spostate verso la sera tarda. In quelle ore silenziose, quando la casa si svuotava di rumori, il tono è cambiato. La facciata di donna e madre impeccabile ha cominciato a scricchiolare.
Una sera, verso le undici e mezza, è stata lei a scrivergli per prima.
Lei: "Sei ancora sveglio? Scusa l'ora, stavo solo pensando che questa casa è sempre troppo silenziosa."
X: "Sempre sveglio per te! Come mai silenziosa? Il marito?"
Lei: "Lasciamo stare... ormai ognuno fa la sua vita anche se stiamo sotto lo stesso tetto. È una situazione pesante."
X: "Mi dispiace davvero. Tu meriti una persona che ti guardi come se fossi la cosa più bella del mondo, non uno che ti ignora."
Lì le barriere sono crollate del tutto. Lei si è lasciata andare a confidenze sempre più personali, ammettendo quanto si sentisse sola e come le facesse piacere parlare con lui. X ascoltava, le faceva sentire una presenza costante e non perdeva occasione per lusingarla con una naturalezza disarmante.
La svolta decisiva è arrivata una sera di metà settimana.
Lei: "Questo weekend per fortuna avrò un po' di pace. Mio marito è fuori per lavoro da venerdì a domenica, e Stefano va a dormire da un compagno di squadra dopo la partita di venerdì."
X mi ha mostrato lo schermo in quel preciso istante. Ho visto le sue dita muoversi velocissime sulla tastiera.
X: "Allora venerdì sera passo da te a prendermi quel famoso caffè. Così non passi la serata da sola e ti faccio fare due risate."
Veder scorrere la scritta "sta scrivendo..." in cima alla chat per quasi dieci minuti ci ha fatto salire l'ansia a mille. Poi è arrivata la risposta.
Lei: "Sicuro di sè il piccoletto....va bene, facciamo verso le undici, quando la via è tranquilla e non c'è nessuno in giro."
Guardavo lo schermo pietrificato. "X, ti prego, tirati indietro! Se Stefano se ne accorge finisce malissimo, rischiamo la maturità e molto peggio!".
X ha bloccato lo schermo, si è infilato il telefono in tasca, si è sistemato una treccina con una calma olimpica e mi ha fatto quel suo solito sorriso sfacciato: "Tranquillo Matteo, non lo saprà nessuno".
Due giorni dopo, X ha tirato fuori un'ennesima mossa da maestro della psicologia al contrario: ha smesso completamente di scriverle.
Niente messaggi la mattina, niente vocale strampalato nel pomeriggio, silenzio radio totale. All'inizio io ero convinto che avesse mandato tutto all'aria per paura, ma la verità è che sapeva esattamente cosa stava facendo. Voleva vedere fino a che punto si fosse spinta.
E l'effetto è stato devastante. Abituata a quelle attenzioni quotidiane che le facevano battere di nuovo il cuore come quando era guovane, la madre di Stefano è andata totalmente in ansia da prestazione. Il ruolo si è ribaltato all'istante: ora era lei che si era attaccata morbosamente a lui e che gli scriveva per prima, controllando ogni cinque minuti se lui fosse online.
I ruoli si erano invertiti sulla chat di WhatsApp:
Lei: "Ehi...tutto bene? Oggi non ti sei fatto sentire per niente."
(Lui leggeva e lasciava il visualizzato non rispondendo per tre ore)
Lei (verso le nove di sera): "X? Ho detto qualcosa che non andava? Spero vada tutto bene a scuola..."
X gli ha risposto solo a tarda notte, con una freddezza calcolata per farla stare sulle spine: "Scusa, ero occupato con degli amici. Tutto bene."
Lei gli ha mandato subito un vocale, con la voce quasi tremante dal timore di aver perso l'occasione: "Ah... ok! Scusami, pensavo ti fossi pentito per venerdì. Guarda che io ci tengo davvero che tu venga... mi raccomando, non bucarmi!"
Quando X mi ha fatto ascoltare quel vocale, sono rimasto a bocca aperta. Una donna di quarantacinque anni, bellissima, elegante, la madre del bullo della scuola, che pregava letteralmente un diciannovenne di non bucare l'appuntamento.
Lì ho capito che il piano di X non era più solo un'idea assurda: l'aveva completamente in pugno prima ancora di varcare la soglia di casa sua.
Il venerdì sera era finalmente arrivato.
Alla fine quel venerdì sera è arrivato davvero.
Attorno alle dieci e mezza X era a casa mia per i preparativi. Nonostante la gravità della situazione, il suo stile non era certo cambiato per l'occasione: niente camicie eleganti o vestiti da gran sera. Si era infilato una maglietta semplice, un paio di pantaloni corti e le solite scarpe da ginnastica. Non sapeva decisamente come vestirsi per una serata del genere, ma a lui non importava minimamente; si era solo riempito di profumo e continuava a sistemarsi le treccine allo specchio dell'armadio canticchiando a mezza voce, spensierato come al solito.
Io, al contrario, ero un fascio di nervi. Camminavo avanti e indietro sul tappeto divorato dall'ansia: "X, ti prego, siamo ancora in tempo per tirarci indietro. Immagina se Stefano per qualche motivo torna a casa prima... o se il padre fa una sorpresa e rientra! Finisce in massacro, ci roviniamo gli esami, ci cacciano da scuola!"
X si è girato verso di me con la solita disinvoltura. Mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha guardato con una calma irrealistica: "Matteo, tu pensi troppo," mi ha detto sorridendo. "Stefano fa la voce grossa in classe solo perché si sente forte in gruppo. Stasera cambia tutto. Tu aspetta solo mie notizie."
Alle undici spaccate, lei è passata a prenderlo direttamente in macchina poco distante da casa mia, per non farsi notare dai vicini e velocizzare le cose. L'ho visto salire sul sedile del passeggero prima che l'auto sparisse nell'oscurità della strada.
Me ne sono rimasto da solo in camera, a fissare lo schermo del telefono sul comodino con il cuore a mille. Immaginavo la scena: loro due in macchina nel buio, il tragitto verso la villa, e poi l'ingresso in quella casa.
Poi, verso le undici e venti, lo schermo si è finalmente illuminato. Era un messaggio di X:
"Sono dentro."
Mentre il tempo nella mia stanza sembrava essersi fermato, io continuavo a fissare il telefono col cuore in gola. La scena che mi sarei fatto raccontare il giorno dopo da X sfiorava il limite dell'incredibile.
Quella donna, in realtà, era da mesi una bomba ad orologeria. Nonostante i quarantacinque anni, si vestiva e si muoveva con un'eleganza sfacciata, sempre in cerca di un'attenzione o di uno sguardo che le confermasse di essere ancora desiderabile. Tra scollature ben calibrate e quel modo di fare studiato e provocante, faceva girare la testa a mezza scuola. Eppure, proprio per quella sua aura da donna irraggiungibile e sexy, nessun ragazzo si era mai azzardato a fare un passo reale verso di lei. Avevano tutti troppa paura di prendersi un palo clamoroso o di fare una figura ridicola.
Tutti tranne X.
Quando l'auto era arrivata nel garage sotterraneo della villa, il silenzio era diventato pesantissimo. Lei aveva spento il motore e per un attimo erano rimasti al buio, con la tensione schizzata alle stelle. Saliti in casa attraverso la porta interna, si era tolta i tacchi all'ingresso, visibilmente agitata, raccomandandosi di fare piano. Ma più lei si mostrata nervosa e in cerca di conferme, più X si muoveva con una disinvoltura disarmante, presentandosi lì in semplice maglietta e pantaloni corti, senza alcun filtro o soggezione.
Si erano seduti sul divano in salotto, illuminati solo da una luce soffusa. Lei gli aveva versato da bere cercando di fare conversazione per rompere il ghiaccio, ma i suoi sguardi tradivano tutta la fame di attenzione che si portava dentro da anni. Guardava quel ragazzo di diciannove anni, così lontano dal mondo rigido di suo marito, pronto a darle esattamente ciò che cercava.
X ha detto che hanno parlato per un ora, lei non faceva altro che ridere, dovuto anche ai 3 calici di vino che aveva preso per sciogliere un po' la situazione. Portava i discorsi su un piano sessuale, ma le battute diceva che erano velate, quasi innoque, ma sotto si sentiva che portavano ad altro...La donna accettò questo ed inizio anche lei a lasciarsi andare, scordaneosi che lui aveva l'età del figlio, uno in meno per la precisione. Ma non sembrava inportarle...La distanza tra i due si fece sempre minore e a X gli è bastato allungare una mano, sfiorarle la coscia e guardarla negli occhi.
Quella mossa azzardata ha fatto crollare l'ultimo muro. La donna provocante che tutti guardavano solo da lontano si è lasciata andare completamente, e quello che doveva essere un incontro discreto si è trasformato in una notte travolgente. Stefano, le sue battute razziste, le risatine del fondo aula... in quelle ore tutto è stato spazzato via. X aveva ottenuto la sua rivincita nel modo più clamoroso e impensabile.
Il mattino dopo, verso le otto, la porta della mia stanza si è aperta di colpo. X è entrato con due cornetti caldi in mano, la solita maglietta spiegazzata e un'aria da vincitore assoluto.
Si è seduto sul bordo del letto, mi ha lanciato un cornetto e, prima ancora che potessi aprir bocca, mi ha guardato sfoderando quel suo sorriso sfacciato: "Matteo... Stefano non ha davvero capito niente dalla vita".

Lui l'ha baciata con decisione, prendendole il collo tra le dita per non darle scampo. Lei non solo non si è tirata indietro, ma ha aperto le labbra all'istante: i due hanno iniziato a limonare senza sosta, un bacio profondo, umido, quasi rabbioso per tutta la tensione accumulata fino a quel momento. Il contrasto tra l'eleganza di quel salotto di lusso e la foga con cui si divoravano le bocche era surreale.
Mentre la tenuto in pugno con quel bacio, X ha fatto scivolare le mani lungo la schiena di lei, sentendo la pelle calda. Poi è sceso piano piano verso il davanti. Con un gesto lento e deliberato le ha sfilato le spalline dell'abito, lasciando cadere il vestito sul divano. A quel punto le ha afferrato i seni con le mani: ha iniziato a raccontare di come erano enormi, incredibilmente sodi, perfetti, privi di qualsiasi imperfezione. Sentire tutta quella carne calda tra le dita gli ha fatto salire l'adrenalina alle stelle. Lei continuava a ripetergli: "queste adesso sono tutte tue". X aveva perso la testa, non sapeva se succhiarle, leccarle, merdergli a capezzoli stringerle sinera innamorato di quella sesta di seno.
Lei è letteralmente impazzita. Ha piegato la testa all'indietro lasciando sfuggire un gemito roco, poi si è avventata sul collo di lui: ha iniziato a leccarlo lungo la giugulare, a mordergli delicatamente la pelle, lasciando una scia di saliva tiepida mentre respirava affannosamente. Senza staccarsi un attimo, gli ha afferrato i capelli con forza e gli ha spinto la testa proprio lì in mezzo, affondando la sua faccia nel solco profondo del suo seno imponente.
X si è ritrovato sepolto tra quelle forme enormi, schiacciato contro la sua pelle morbida e inebriato dal suo profumo intenso. Lei lo stringeva forte, muovendo il bacino e continuandogli a leccare la testa e le orecchie ogni volta che lui prendeva fiato o le mordece i capezzoli rigidi. Lui ha continuato a palparla ovunque, a stringerle i fianchi e a guidare ogni suo movimento, imponendo un ritmo sempre più serrato. Lei era totalmente sottosopra, in balia di quel diciannovenne che, mentre la dominava sul divano di casa sua, sapeva di aver ridotto Stefano e tutti i suoi commenti da bar ad uno zero assoluto. Non lo sarebbe mai venuto a sapere probabilmente, ma era una vendetta silenziosa, fatta alle spalle.
«A quel punto le cose sono andate ancora oltre, nei minimi dettagli.»
X ha tirato un sorso d'acqua, si è riassestato e ha continuato a raccontare senza il minimo imbarazzo.
Lui si è alzato un secondo dal divano e si è tirato giù i pantaloni e le mutande. Lei è rimasta totalmente sbalordita: lo ha guardato a bocca aperta, quasi bloccata, fissandolo per diversi minuti senza riuscire a dire una parola, completamente ipnotizzata da quello che si trovava davanti. Poi, come rapita, si è messa in ginocchio sul divano e ha iniziato a succhiarglielo con un'avidità mai vista, facendosi travolgere dal momento.
Dopo un po', X l'ha stesa a pancia in su, si è messo sopra di lei e ha iniziato a spingere per metterglielo dentro. Appena ha provato a entrare, lei ha iniziato a lamentarsi, dicendo che era troppo grosso e che le faceva male, stringendo le lenzuola con le dita. Lui è riuscito a inserirlo solo a metà, ma per lei è stato più che sufficiente: è impazzita completamente.
Mentre lui continuava a spingere a quel ritmo, la donna ha perso del tutto la testa, venendo per ben tre volte di fila e lasciandosi andare a gemiti continui. Proprio in quel momento, il telefono di lei sul tavolino ha iniziato a squillare fortissimo: era suo figlio che la cercava. Lei ha risposto con il fiato corto, mentre X era ancora sopra di lei e continuava a muoversi senza fermarsi. Il figlio dall'altra parte del filo le parlava e la chiamava, ma lei non riusciva nemmeno a rispondergli in modo sensato o a dare spiegazioni: era troppo presa dal piacere, completamente sopraffatta da quello che stava succedendo, mentre X non staccava i suoi occhi dai suoi.

«E la parte migliore deve ancora venire,» ha aggiunto X con un sorrisetto malefico.
Subito dopo poco, senza perdersi in troppi convenevoli o coccole post-rapporto, X si è rivestito con tutta la calma del mondo, si è infilato la maglietta spiegazzata ed è andato via. Lei ci è rimasta palesemente un po' male: non si aspettava un congedo così rapido e freddo, abituata all'idea che dopo una notte del genere un ragazzo di diciannove anni le sarebbe rimasto ai piedi.
Invece, nei giorni successivi, i ruoli si sono completamente ribaltati.
Lei ha iniziato a scrivergli fisso, mandandogli messaggi continui ad ogni ora. Nei testi non faceva che ripetergli quanto fosse stato pazzesco, dicendogli chiaramente che a letto si era comportato come un vero toro e che non riusciva più a toglierselo dalla testa. Era letteralmente ossessionata da quel ragazzino.
X, dal canto suo, non le rispondeva quasi mai subito. Lasciava i messaggi in sospeso e visualizzava solo dopo ore e ore, accampando la scusa che era a scuola o impegnato con i suoi comodi. Sapere che la donna più desiderata e inavvicinabile dell'istituto stesse lì a sistemarsi il telefono in attesa di un suo cenno, mentre in classe Stefano continuava a fare battute da ignorante senza sapere nulla, era la soddisfazione più grande di tutte.
«E guarda che la situazione è diventata ancora più assurda,» ha continuato X, ridacchiando e scuotendo la testa.
Lei aveva perso totalmente il capo. Ha iniziato a chiamarlo "tesoro" in ogni messaggio, parlando come se ormai fosse roba sua, completamente sottomessa a quell'ossessione per lui. Ormai non le importava più della differenza d'età, del rischio o del marito: era finita in un vortice di dipendenza pura.
La cosa più folle succedeva proprio la mattina, mentre X era seduto al banco a scuola. Lei, chiusa in casa o in macchina, gli mandava di continuo foto spinte in chat: scatti in primo piano dei suoi seni enormi in vista, lingerie intima, dettagli provocanti inviati nel bel mezzo delle spiegazioni dei professori. Nei messaggi gli scriveva di essere eccitatissima solo al pensiero di quello che le aveva fatto sul divano, supplicandolo di vedersi di nuovo.
X guardava le notifiche arrivare sotto il banco, proprio mentre a pochi metri da lui Stefano sbraitava le sue solite idiozie, del tutto ignaro che la donna dei sogni di mezza scuola stava mandando foto intime e suppliche al ragazzo che lui cercava di deridere. X spegneva lo schermo, lasciava il messaggio in "visualizzato" e si godeva la scena con una calma olimpica.
X ha continuato a raccontare, appoggiandosi allo schienale con un'aria assolutamente distaccata.
Quel giorno, sul telefono di X stavano arrivando notifiche a raffica. Era il sesto messaggio di fila senza risposta da parte sua. Lei gli scriveva: "Tesoro mi manchi, a che ora esci da scuola?". Vedendo che dopo un'ora X non le degnava nemmeno di una spunta blu, gli ha mandato un altro testo: "Se vuoi ti vengo a prendere io da scuola così non fai la strada a piedi, tanto Stefano va diretto agli allenamenti di calcio...". Passate altre due ore di silenzio totale, la donna è andata completamente in ansia e ha rilanciato: "Tesoro ci sei??", allegando l'ennesima foto spinta.
Quel giorno X ha deciso di concederle una risposta. Un messaggio secco, di due parole: "Sì grazie".
All'uscita da scuola, X è salito in macchina con lei. Non sono nemmeno arrivati a casa: lei ha curvato verso un parcheggio isolato lì vicino, ha tirato il freno a mano e si è buttata subito su di lui. Gli ha fatto un bocchino direttamente in macchina, ingoiando tutto senza esitare e dimostrando un'ossessione ormai totale. Subito dopo si è ricomposta, gli ha dato un bacio ed è ripartita per riaccompagnarlo a casa come se nulla fosse accaduto.
Passa una settimana e arriva il giorno degli esami, che sono volati via in un attimo. Tra la tensione generale e la fine di quel percorso scolastico, X ha chiuso la pratica portandosi a casa il minimo sindacale, giusto il voto necessario per passare e togliersi la scuola di torno senza sprecare troppe energie. Per Stefano, invece, l'epilogo è stato il peggiore possibile: con la sfilza di insufficienze accumulate durante l'anno, non è stato nemmeno ammesso agli esami di maturità. L'umiliazione definitiva per il bullo che pensava di dominare il mondo.
​Con la fine della scuola, però, quella storia non si è affatto conclusa. X e la madre di Stefano hanno continuato a vedersi in gran segreto, alle spalle del marito e dello stesso Stefano, ignaro di tutto. E ancora oggi, Mercoledí 21 Ottobre, continuano a farlo.
​Oggi X sta cercando un lavoro più stabile, ma per il momento si arrangia lavorando in un piccolo bar in centro città. E lei non manca mai: passa regolarmente a trovarlo, si siede a un tavolino e, durante le sue pause, rimangono lì a parlare e parlare...
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