Non toglierti il casco
scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 9 min
di
_V_
genere
etero
cura
B
Una via trafficata. Auto, motorini, gente che passa senza voltarsi. Un uomo tiene il telefono sollevato davanti a sé e inquadra una donna: — Chi sei?
— Lady D.
— E cosa ci fai qui, col casco e la moto, davanti a una telecamera?
— Niente di che. Cerco di sentirmi leggera.
— In che senso?
Lady D è in piedi accanto alla moto: casco, giacca pesante da motociclista, pantaloni aderenti, stivali.
— Quando mi vesto così e mi metto il casco posso essere tante cose. Ma per poco. Avvicinati.
L’inquadratura si stringe. Lei si volta di spalle.
— Mi stanno bene? — Sì.
Si piega in avanti sul manubrio, la schiena inarcata.
— Solo bene? Guarda meglio.
Una lieve contrazione dei glutei, e i pantaloni si tendono.
— Molto bene.
— Guarda i pantaloni.
Allarga appena le gambe, si mette in punta di piedi, poi si gira ridendo.
— Davanti a una telecamera, con un pubblico silenzioso e un casco, posso essere chi voglio. Anche una gatta. — Perché una gatta?
— Le gatte si fanno venire dentro da diversi maschi.
— E fai anche le fusa?
— Solo quando ho fame.
— Chi ti immagini dall’altra parte?
— Una folla di occhi.
— Occhi belli?
— Belli e brutti. Tutti.
— Solo uomini? E se fossero occhi di donna?
— Anche meglio.
— E cosa ti immagini che facciano, queste persone?
— Non me lo immagino. Però sento un calore. Hai mai pensato ai sacrifici umani?
— Non in relazione al sesso.
— Io adesso vorrei sdraiarmi sulla moto come su un altare, e lasciarmi sacrificare, in qualche modo, a questi desideri.
— Come li senti?
— Come un fluido denso e caldo che mi scivola addosso.
— E non ti spogli?
— No. Quello è il sacrificio estremo. Per ora mi basta sentirlo attraverso i vestiti.
— Cosa facciamo oggi?
— Non lo so ancora. Sono un tuo personaggio, non ho una vita mia: facciamo quello che vuoi.
— Col carattere che hai, non sarà facile.
— Infatti facciamo quello che voglio io. Conosci le regole?
— No.
— Prima regola: io non mi tolgo il casco e tu non mi inquadri il volto.
— Ok.
— Seconda regola: guido io.
— Ok.
— Bene, andiamo.
Lady D monta in sella e accende la moto, una Harley enorme. L’uomo sale dietro di lei: con un braccio le cinge la vita, con l’altra mano continua a riprendere.
— Mettila qui — gli prende la mano e, con naturalezza, la guida sull’interno della coscia — e tieniti forte. Questa moto corre.
— Lo senti il calore, attraverso i pantaloni?
— No.
— Meglio così, mi avrebbe imbarazzata.
Con un colpo di gas si buttano nel traffico. Lei guida veloce: qualche semaforo lo rispetta, qualche altro no.
— Sai cosa mi piace?
— Cosa?
Su un rettilineo apre il gas e la moto comincia a vibrare forte. Lei spinge il bacino in avanti, contro il serbatoio, poi indietro, contro di lui. Ripete il movimento più volte, lentamente, a tempo con l’acceleratore. Poi si volta e lo fissa attraverso la visiera.
— Smettila di fare il porco.
In poco tempo la città si fa periferia, e la periferia si fa campi. Lady D imbocca una strada sterrata e rallenta. Si fermano accanto a un filare di alberi, sul bordo di un fosso in secca.
Lui fa per scendere, ma lei lo trattiene stringendogli la mano tra le cosce.
— Adesso sono un personaggio senza pubblico, e pure in mezzo al nulla. Prima mi parlavi delle donne.
— Sì. Di sicuro ci sono donne che guardano i tuoi video. Che ne pensi?
— Mi imbarazza dirlo ad alta voce. Ho guidato fin qui per poterlo dire.
— Cosa?
— Che mi eccita terribilmente.
— Cosa ti eccita?
— Stai filmando ancora, vero?
— Sì.
Lui alza il telefono davanti a loro in modalità selfie: nello schermo si vedono tutti e due, riflessi. Lo tiene all’altezza del petto, i caschi tagliati a metà dall’inquadratura.
— Ecco, tienilo così. E guarda.
Lady D si apre la giacca. Sotto ha un top da sera aderente, niente reggiseno; attraverso il tessuto si vedono i capezzoli intirizziti e turgidi.
— Mi eccita l’idea di queste tette che sfiorano altre tette.
La mano di lui, quasi senza volerlo, le stringe la gamba.
— Forse volevi fare questo? — Si afferra con entrambe le mani i seni ed emette un gemito.
— Ti ho detto di smetterla di eccitarti.
— Non posso farci nulla. Ma l’hai mai fatto?
— Cosa?
— Con una donna?
— Non come Lady D.
A un segnale invisibile scendono entrambi dalla moto; lei mette il cavalletto e si appoggia con la schiena all’albero, le mani intrecciate dietro, all’altezza dei fianchi. La giacca è ancora aperta e la postura, a spalle larghe, amplia il petto esponendo il seno. Lui, di fronte, la inquadra a mezzo busto.
— Così sembra che stia offrendo le tette ai passanti.
— Ma non passa nessuno.
— Passi tu, vuoi succhiare?
— …
— Scherzo.
— Se qualcuno di quelli che ci guardano ti pagasse, ti venderesti?
— Io mai. Lady D, però, è volubile… potrebbe. Non per i soldi, ma per sapere che qualcuno è disposto a pagare. E non sarebbe economico.
— Neanche per un ragazzino giovane e atletico?
— Dipende. Se mi viene dentro potrei pagarlo io.
— Non ti togli mai il casco?
— No, fa parte del personaggio.
— Neanche per fare i pompini?
— Io non faccio pompini.
— Non ci credo.
— Lo sperma non va sprecato.
— Quindi solo sesso per procreare?
— Assolutamente no.
— Spiegati.
— Lo sperma va usato per riempire. Puoi riempirmi la pancia se vuoi farmi sentire donna.
— E se non volessi riempirti la pancia?
— Puoi riempirmi il culo per farmi sentire una troia.
— Perché non la gola?
— Perché non mangio i bambini.
Lady D si stacca dall’albero con un colpo di reni avvicinandosi a lui.
Il telefono ora riprende l’albero e la campagna dietro di loro, mentre si guardano negli occhi.
Lei allunga una mano verso i suoi pantaloni.
— Ti ho sentito eccitato prima mentre eravamo in moto.
— Sì.
— Anche ora si vede che sei eccitato.
— Scusami.
— Non dispiacerti. Mi fa piacere. E poi finora ho parlato solo io.
— Io sono qua per guardarti. E per farti guardare.
— Se fossi libero di scegliere dove venire sul corpo di una donna, dove verresti?
— In gola.
— Che stronzo. Stai ancora riprendendo, vero?
— Sì.
— Adesso mi tolgo il casco. Non riprendere mai il mio volto.
— Perché te lo togli?
— Perché così puoi venirmi in gola.
— Ma tu non fai pompini.
— Tu non devi credere a quello che dice un personaggio. Lady D è una fantasia. Io sono una donna, e a forza di parlare mi è venuta fame.
— Come faccio a non riprenderti la faccia?
— Tieni il telefono puntato verso la campagna. Mentre io mi slaccio i pantaloni. Anzi fallo tu con la mano che hai libera.
Lui obbedisce. Intanto lei slaccia il cinturino, si sfila il casco e lo fa cadere a terra con un gesto noncurante. Lui incrocia lo sguardo di lei libero dalla visiera. Si guardano teneramente, complici.
Sotto i pantaloni aderenti Lady D porta delle mutande di lino bianche dalla forma leggermente arcuata sui fianchi. Per un attimo lei rimane immobile davanti a lui quasi in attesa, poi riprende a parlare: — Prendi le mutande da dietro, tira lentamente verso l’alto, fammele sentire tra le gambe.
— Più forte — sussurra con un gemito a metà tra il piacere e il dolore.
Il respiro di lei si fa più affannoso.
— Ora abbassami i pantaloni fino alle caviglie, sono un po’ aderenti, farai fatica. È meglio se ti inginocchi… voglio che tu abbia la testa all’altezza della mia…
— Ti imbarazzi a dirlo?
— Sì.
— Comunque ho capito — dice, chinandosi fino a toccare terra con un ginocchio.
— Mi desideri?
— Sì.
— Gira lentamente il telefono e inquadrami il culo.
— Fatto.
— Bene, ora torna quassù, è il mio turno di andare giù. Si devono vedere solo i capelli e il culo, io starò in ginocchio sulla ghiaia… mi farò male.
— E questo ti piace?
— Sì, questo mi piace, se tutto andrà come deve mi uscirà sangue dalle ginocchia.
— Sì.
— E voglio che si sentano i suoni mentre mi strozzo.
— Va bene.
— Cominciamo.
Lady D si mette in ginocchio, gambe strette quasi in preghiera. Afferra con due mani la tuta di lui e la tira giù con uno strattone rivelando un grosso membro già eretto.
— Ora io starò ferma e tu me lo metterai: prima sulle labbra, poi in bocca e infine in gola… lentamente.
— Così?
Lei annuisce leggermente con la testa.
— Ancora?
— Sì, spingi di più. — Le parole di lei escono biascicate e impedite.
— Ok.
— Non avere paura se mi fai male, entra tutto.
— Sicura?
— Continua.
Vedendolo esitare, Lady D mette le mani sulle natiche di lui e si spinge a fondo il membro in gola. Per qualche secondo rimane immobile trattenendo i conati, senza respirare.
— Chhh.— Tossendo e sbavando Lady D si allontana.
— Voglio soffocare, riproviamo, posso durare di più.
— Ok.
Di nuovo, stavolta più velocemente, il membro di lui sparisce dentro la sua bocca. Poi lei inizia a muovere il collo avanti e indietro sfruttando gli attimi tra un colpo e l’altro per prendere brevi respiri. Lui inizia a gemere. Dopo poco lei si allontana: —Stai ancora filmando?
— Sì, certo.
— Si è sentito tutto?
— Sì.
— Bene, ora ti faccio semplicemente godere.
— Va bene.
Lady D alza leggermente gli occhi per incrociare lo sguardo di lui e comincia a leccare, succhiare e mugugnare mentre lui geme di piacere. Di colpo si ferma.
— Basta, non voglio che tu venga.
— Non dovevo venirti in gola?
— Ho cambiato idea… sono fradicia, lo sai?
— In che senso?
— Lo sai in che senso.
— Ma voglio che tu lo dica ad alta voce perché so che ti imbarazza.
— Sono fradicia tra le gambe, la mia figa pulsa ed è bagnata…va bene?
Lui annuisce con un sorriso.
— Ora gira il telefono, voglio alzarmi e parlarti ancora.
Lui lo gira, diligente, un po’ nervoso per la tensione rimasta in sospeso. Lei si alza: le ginocchia sbucciate, il rossetto sbavato, dalla bocca cola saliva e liquido prostatico.
— Non riesco a trattenermi. Ho un altro desiderio.
— Quale?
— Vorrei che questo tuo orgasmo con tutti i liquidi che mi vuoi dare… che sento che vuoi darmi, tu me lo vuoi dare, vero?
— Sì.
— Ecco, questo deve riempirmi dietro.
— Va bene.
— Voglio avere un orgasmo anale e voglio venire mentre vieni tu.
Lui annuisce.
— Devi fare come ti dico e devi venire abbondantemente, devo percepirlo, capisci?
— Sì.
— Pensi di farcela?
— Sì.
Lei gli strappa il telefono dalle mani e quasi inciampa nei pantaloni dirigendosi verso la moto.
Lady D è in piedi accanto alla moto: casco, giacca pesante da motociclista, pantaloni aderenti, stivali.
— Quando mi vesto così e mi metto il casco posso essere tante cose. Ma per poco. Avvicinati.
L’inquadratura si stringe. Lei si volta di spalle.
— Mi stanno bene? — Sì.
Si piega in avanti sul manubrio, la schiena inarcata.
— Solo bene? Guarda meglio.
Una lieve contrazione dei glutei, e i pantaloni si tendono.
— Molto bene.
— Guarda i pantaloni.
Allarga appena le gambe, si mette in punta di piedi, poi si gira ridendo.
— Davanti a una telecamera, con un pubblico silenzioso e un casco, posso essere chi voglio. Anche una gatta. — Perché una gatta?
— Le gatte si fanno venire dentro da diversi maschi.
— E fai anche le fusa?
— Solo quando ho fame.
— Chi ti immagini dall’altra parte?
— Una folla di occhi.
— Occhi belli?
— Belli e brutti. Tutti.
— Solo uomini? E se fossero occhi di donna?
— Anche meglio.
— E cosa ti immagini che facciano, queste persone?
— Non me lo immagino. Però sento un calore. Hai mai pensato ai sacrifici umani?
— Non in relazione al sesso.
— Io adesso vorrei sdraiarmi sulla moto come su un altare, e lasciarmi sacrificare, in qualche modo, a questi desideri.
— Come li senti?
— Come un fluido denso e caldo che mi scivola addosso.
— E non ti spogli?
— No. Quello è il sacrificio estremo. Per ora mi basta sentirlo attraverso i vestiti.
— Cosa facciamo oggi?
— Non lo so ancora. Sono un tuo personaggio, non ho una vita mia: facciamo quello che vuoi.
— Col carattere che hai, non sarà facile.
— Infatti facciamo quello che voglio io. Conosci le regole?
— No.
— Prima regola: io non mi tolgo il casco e tu non mi inquadri il volto.
— Ok.
— Seconda regola: guido io.
— Ok.
— Bene, andiamo.
Lady D monta in sella e accende la moto, una Harley enorme. L’uomo sale dietro di lei: con un braccio le cinge la vita, con l’altra mano continua a riprendere.
— Mettila qui — gli prende la mano e, con naturalezza, la guida sull’interno della coscia — e tieniti forte. Questa moto corre.
— Lo senti il calore, attraverso i pantaloni?
— No.
— Meglio così, mi avrebbe imbarazzata.
Con un colpo di gas si buttano nel traffico. Lei guida veloce: qualche semaforo lo rispetta, qualche altro no.
— Sai cosa mi piace?
— Cosa?
Su un rettilineo apre il gas e la moto comincia a vibrare forte. Lei spinge il bacino in avanti, contro il serbatoio, poi indietro, contro di lui. Ripete il movimento più volte, lentamente, a tempo con l’acceleratore. Poi si volta e lo fissa attraverso la visiera.
— Smettila di fare il porco.
In poco tempo la città si fa periferia, e la periferia si fa campi. Lady D imbocca una strada sterrata e rallenta. Si fermano accanto a un filare di alberi, sul bordo di un fosso in secca.
Lui fa per scendere, ma lei lo trattiene stringendogli la mano tra le cosce.
— Adesso sono un personaggio senza pubblico, e pure in mezzo al nulla. Prima mi parlavi delle donne.
— Sì. Di sicuro ci sono donne che guardano i tuoi video. Che ne pensi?
— Mi imbarazza dirlo ad alta voce. Ho guidato fin qui per poterlo dire.
— Cosa?
— Che mi eccita terribilmente.
— Cosa ti eccita?
— Stai filmando ancora, vero?
— Sì.
Lui alza il telefono davanti a loro in modalità selfie: nello schermo si vedono tutti e due, riflessi. Lo tiene all’altezza del petto, i caschi tagliati a metà dall’inquadratura.
— Ecco, tienilo così. E guarda.
Lady D si apre la giacca. Sotto ha un top da sera aderente, niente reggiseno; attraverso il tessuto si vedono i capezzoli intirizziti e turgidi.
— Mi eccita l’idea di queste tette che sfiorano altre tette.
La mano di lui, quasi senza volerlo, le stringe la gamba.
— Forse volevi fare questo? — Si afferra con entrambe le mani i seni ed emette un gemito.
— Ti ho detto di smetterla di eccitarti.
— Non posso farci nulla. Ma l’hai mai fatto?
— Cosa?
— Con una donna?
— Non come Lady D.
A un segnale invisibile scendono entrambi dalla moto; lei mette il cavalletto e si appoggia con la schiena all’albero, le mani intrecciate dietro, all’altezza dei fianchi. La giacca è ancora aperta e la postura, a spalle larghe, amplia il petto esponendo il seno. Lui, di fronte, la inquadra a mezzo busto.
— Così sembra che stia offrendo le tette ai passanti.
— Ma non passa nessuno.
— Passi tu, vuoi succhiare?
— …
— Scherzo.
— Se qualcuno di quelli che ci guardano ti pagasse, ti venderesti?
— Io mai. Lady D, però, è volubile… potrebbe. Non per i soldi, ma per sapere che qualcuno è disposto a pagare. E non sarebbe economico.
— Neanche per un ragazzino giovane e atletico?
— Dipende. Se mi viene dentro potrei pagarlo io.
— Non ti togli mai il casco?
— No, fa parte del personaggio.
— Neanche per fare i pompini?
— Io non faccio pompini.
— Non ci credo.
— Lo sperma non va sprecato.
— Quindi solo sesso per procreare?
— Assolutamente no.
— Spiegati.
— Lo sperma va usato per riempire. Puoi riempirmi la pancia se vuoi farmi sentire donna.
— E se non volessi riempirti la pancia?
— Puoi riempirmi il culo per farmi sentire una troia.
— Perché non la gola?
— Perché non mangio i bambini.
Lady D si stacca dall’albero con un colpo di reni avvicinandosi a lui.
Il telefono ora riprende l’albero e la campagna dietro di loro, mentre si guardano negli occhi.
Lei allunga una mano verso i suoi pantaloni.
— Ti ho sentito eccitato prima mentre eravamo in moto.
— Sì.
— Anche ora si vede che sei eccitato.
— Scusami.
— Non dispiacerti. Mi fa piacere. E poi finora ho parlato solo io.
— Io sono qua per guardarti. E per farti guardare.
— Se fossi libero di scegliere dove venire sul corpo di una donna, dove verresti?
— In gola.
— Che stronzo. Stai ancora riprendendo, vero?
— Sì.
— Adesso mi tolgo il casco. Non riprendere mai il mio volto.
— Perché te lo togli?
— Perché così puoi venirmi in gola.
— Ma tu non fai pompini.
— Tu non devi credere a quello che dice un personaggio. Lady D è una fantasia. Io sono una donna, e a forza di parlare mi è venuta fame.
— Come faccio a non riprenderti la faccia?
— Tieni il telefono puntato verso la campagna. Mentre io mi slaccio i pantaloni. Anzi fallo tu con la mano che hai libera.
Lui obbedisce. Intanto lei slaccia il cinturino, si sfila il casco e lo fa cadere a terra con un gesto noncurante. Lui incrocia lo sguardo di lei libero dalla visiera. Si guardano teneramente, complici.
Sotto i pantaloni aderenti Lady D porta delle mutande di lino bianche dalla forma leggermente arcuata sui fianchi. Per un attimo lei rimane immobile davanti a lui quasi in attesa, poi riprende a parlare: — Prendi le mutande da dietro, tira lentamente verso l’alto, fammele sentire tra le gambe.
— Più forte — sussurra con un gemito a metà tra il piacere e il dolore.
Il respiro di lei si fa più affannoso.
— Ora abbassami i pantaloni fino alle caviglie, sono un po’ aderenti, farai fatica. È meglio se ti inginocchi… voglio che tu abbia la testa all’altezza della mia…
— Ti imbarazzi a dirlo?
— Sì.
— Comunque ho capito — dice, chinandosi fino a toccare terra con un ginocchio.
— Mi desideri?
— Sì.
— Gira lentamente il telefono e inquadrami il culo.
— Fatto.
— Bene, ora torna quassù, è il mio turno di andare giù. Si devono vedere solo i capelli e il culo, io starò in ginocchio sulla ghiaia… mi farò male.
— E questo ti piace?
— Sì, questo mi piace, se tutto andrà come deve mi uscirà sangue dalle ginocchia.
— Sì.
— E voglio che si sentano i suoni mentre mi strozzo.
— Va bene.
— Cominciamo.
Lady D si mette in ginocchio, gambe strette quasi in preghiera. Afferra con due mani la tuta di lui e la tira giù con uno strattone rivelando un grosso membro già eretto.
— Ora io starò ferma e tu me lo metterai: prima sulle labbra, poi in bocca e infine in gola… lentamente.
— Così?
Lei annuisce leggermente con la testa.
— Ancora?
— Sì, spingi di più. — Le parole di lei escono biascicate e impedite.
— Ok.
— Non avere paura se mi fai male, entra tutto.
— Sicura?
— Continua.
Vedendolo esitare, Lady D mette le mani sulle natiche di lui e si spinge a fondo il membro in gola. Per qualche secondo rimane immobile trattenendo i conati, senza respirare.
— Chhh.— Tossendo e sbavando Lady D si allontana.
— Voglio soffocare, riproviamo, posso durare di più.
— Ok.
Di nuovo, stavolta più velocemente, il membro di lui sparisce dentro la sua bocca. Poi lei inizia a muovere il collo avanti e indietro sfruttando gli attimi tra un colpo e l’altro per prendere brevi respiri. Lui inizia a gemere. Dopo poco lei si allontana: —Stai ancora filmando?
— Sì, certo.
— Si è sentito tutto?
— Sì.
— Bene, ora ti faccio semplicemente godere.
— Va bene.
Lady D alza leggermente gli occhi per incrociare lo sguardo di lui e comincia a leccare, succhiare e mugugnare mentre lui geme di piacere. Di colpo si ferma.
— Basta, non voglio che tu venga.
— Non dovevo venirti in gola?
— Ho cambiato idea… sono fradicia, lo sai?
— In che senso?
— Lo sai in che senso.
— Ma voglio che tu lo dica ad alta voce perché so che ti imbarazza.
— Sono fradicia tra le gambe, la mia figa pulsa ed è bagnata…va bene?
Lui annuisce con un sorriso.
— Ora gira il telefono, voglio alzarmi e parlarti ancora.
Lui lo gira, diligente, un po’ nervoso per la tensione rimasta in sospeso. Lei si alza: le ginocchia sbucciate, il rossetto sbavato, dalla bocca cola saliva e liquido prostatico.
— Non riesco a trattenermi. Ho un altro desiderio.
— Quale?
— Vorrei che questo tuo orgasmo con tutti i liquidi che mi vuoi dare… che sento che vuoi darmi, tu me lo vuoi dare, vero?
— Sì.
— Ecco, questo deve riempirmi dietro.
— Va bene.
— Voglio avere un orgasmo anale e voglio venire mentre vieni tu.
Lui annuisce.
— Devi fare come ti dico e devi venire abbondantemente, devo percepirlo, capisci?
— Sì.
— Pensi di farcela?
— Sì.
Lei gli strappa il telefono dalle mani e quasi inciampa nei pantaloni dirigendosi verso la moto.
di
_V_
_V_
98
visite
visite
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Commenti dei lettori al racconto erotico