La bambola - Parte 1: La gatta e la volpe
scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 15 min
di
Andromaga
genere
saffico
cura
C−
Margherita camminava ben bardata per l'autostrada deserta. Dellilah si era offerta di accompagnarla, ma lei aveva minacciato di tramortirla e mollarla ad un branco di predoni: questa cosa doveva farla da sola.
Con l'avvicinarsi di mezzogiorno l'asfalto si fece via via bollente; la ragazza saltò giù e se la fece di corsa su un pilone spezzato, fino al prato sottostante. Proseguì tranquilla. Solo verso le tre ci fu un attacco, nel mezzo di una grande risaia ormai divenuta laguna. Ankh di tipo acquatico provarono a tirarla giù in acqua e affogarla. Un paio di minuti e Margherita saltò fuori, seguita da qualche scarica ambientale residua. Si svestì, incurante dei cadaveri anneriti e fumanti che la circondavano. Appese vestiti e scarponi ad asciugare su un bastone che prese a spalla, e proseguì in silenzio attraverso la nebbia.
«E' un bel po' di strada da fare, lo so, ma potrebbe valer la pena, capo. Io non sono arrivata fino in fondo, mi dicono che lei accetta solo chi le piace o la incuriosisce... e dicono anche che è un po' matta.»
«Lei chi, metti un soggetto!»
«Una strega, capo! E una bella potente, al pari di Magda se non più sgrava!»
«E io che ti prendo pure sul serio, Delly.»
«Capo io ci credo. Vedi, mesi fa per poco non mi catturavano. Umani, ma ben armati, probabilmente al servizio di qualche nido ankh. Ero spacciata, ma poi mi hanno salvata: delle succube come me, Margherita! Mi sono svegliata in una foresta, l'aria pulita, pregna di magia e loro... non c'erano solo loro: fate, kappa serpenti alati, gatti e volpi antropomorfe, mi sembrava di essere tipo a Narnia!»
«Ok, calmati.»
«No, davvero. Non solo ankh primordiali, quelle che voi chiamate creature fantastiche. Non un umano in giro, ne ankh moderni. C'erano tutti quelli come noi, acqua, aria così pure che all'inizio faticavo a respirare, perché respiravo troppo! Mi hanno spiegato che è stata la strega a farlo. Una sorta di serra, immensa, creata dei suoi poteri che filtra tutti i fattori nocivi e respinge le minacce. Il centro è accessibile solo ai più fidati e ai visitatori che mettono curiosità alla strega. Le ragazze mi hanno spiegato che molti di loro sono andati via cambiati da così a così: la strega ha concesso loro un desiderio in cambio di un favore.»
«Un favore eh? Vedremo.» mormorò Margherita, seduta all'ombra della strada interrotta. Ai suoi piedi si apriva un'enorme depressione. Strinse le labbra. Un cratere, dei tempi della guerra tra umani e ankh. Si estendeva per chilometri, almeno cinque o sei di diametro. Completamente inghiottito dalla selva e chissà da quanto tempo: verso il centro gli alberi superavano il bordo del cratere e svettavano.
«Un nido? No.» Delly non l'avrebbe mai spinta verso un nido. Non odiava i suoi simili a tal punto.
Girando un po' lungo il limite dello strapiombo scoprì una stradina scoscesa e muschiosa. Tastò i vestiti: ancora umidi. Scrollò le spalle nere di sole, raggruppò un po' di boccoli selvaggi in una coda malfatta e prese il sentiero.
L'aria andava effettivamente migliorando: era ancora calda, ma più scendeva, meno era secca. Le riempiva i polmoni di niente. Niente microparticelle. Radiazioni sulla sua pelle erano quasi nulle. Nemmeno un nido ankh era così puro e incontaminato. Il muschio sotto i suoi piedi era soffice, umido, nulla a che vedere con quello indurito e secco della superficie. La natura, di sopra lottava furiosa per riprendersi tutto. Qui era quieta.
Si fermò. Senza che se ne accorgesse era giunta alla bocca di una grotta. Il sentiero doveva essere il letto di un vecchio torrente in secca che sprofondava sottoterra: ne aveva visti tanti tuffarsi a strapiombo e scivolare nella depressione. Si fermò, ritta in piedi, e fu scossa da un brivido che non era paura. Fece un respiro profondo, i capelli ritti e gonfi, i capezzoli turgidi, il corpo formicolante. Chiuse gli occhi e annusò l'aria. C'era indubbiamente energia magica e un miscuglio vago di vari odori che non riconobbe. L'aria spingeva alle sue spalle, verso il buco. Non c'era molta scelta: Margherita aprì gli occhi ed entrò. Il muschio proseguiva, ricoprendo anche pareti e soffitto. Margherita camminò al buio una decina di minuti, orientandosi soprattutto grazie a vibrazioni e odori. Passò varie diramazioni, seguendo la corrente che le accarezzava la pelle nuda. Percepiva altre presenze, ma nessuna l'attaccò ne parve considerarla. Alla fine, raggiunse un muro. Piatto, liscio, nero, pareva fatto di pietra vulcanica. Poggiò la mano sulla superficie: calda, appena vibrante.
«Vuoi farmi compagnia?» sussurrò il muro, facendola sussultare. La voce giungeva indubbiamente dalla superficie, femminile, appena acuta, arrochita.
Margherita aggrottò le sopracciglia, poi rispose: «Ho bisogno di te, credo. Sei la strega?» il muro rispose con una risata nasale strascicata. Poi scomparve e la luce accecò la ragazza. Aria fresca, e tanto buona che le lacrime cominciarono a scorrere da sole, la sommerse. Aveva la pelle che sfrigolava, polmoni in fiamme, come un neonato che veniva al modo. Svenne sul posto.
Si svegliò immersa nel verde... la testa che poggiava su qualcosa di morbido e caldo. Troppa luce: richiuse subito gli occhi.
È umana? Però emana così tanto potere!»
«Già, ma non come Vero, e poi guarda che muscoli, pare un ragazzo!»
«A me non pare per niente un ragazzo».
Qualcuno le afferrò i seni e strinse con delicatezza.
«Magari è un ragazzo con le zinne»
«Quanto sei stupida... e non giocarci!»
«È un crimine non giocare con delle belle tette!»
In effetti, a lei non dava alcun fastidio. Mani calde a stringerle i seni, un corpo caldo contro la schiena, braccia che la sostenevano con dolcezza. Aria calda sul capezzolo destro e poi... qualcosa di ruvido, caldo e umido le scivolò sull'areola. Mugolò debolmente. Qualcuno rise: una voce calda, trai suoi capelli.
«YU, NON SI LECCA, STA DORMENDO! NON- NON MORDERE!»
E invece Yu morse. Margherita gemette: era questo il paradiso?
Tentò di nuovo di alzare le palpebre. La luce era sempre fastidiosa, ma non così forte alla fine. Filtrava, verdognola e gialla tra le fronde e le accarezzava il corpo pulito e leggero.
«Oh, si sta svegliando. Visto: le hai fatto male!»
«A me non sembrava dolore quello. Ciao ragazza.» Un naso sfiorò appena il suo. Occhi nocciola, a fessura... Vibrisse. Il viso si allontanò un poco, e rivelò una ragazza androgina. Il corpo nudo e scuro era un fascio di muscoli sottili da corridore e arrampicatore, umanoide eccetto per i tratti felini: peli ocra, bianchi e neri su gambe e braccia, artigli ricurvi e retrattili, sottili baffi da gatto e... Le orecchie. Da gatta. Irte tra i capelli tricolore. Triangolari e pelose. Margherita non ce la fece. Ancora mezza addormentata (e lievemente eccitata) allungò le braccia e mise le mani a coppa su quelle montagne di dolcezza. La gatta strabuzzò gli occhi... poi arrossì quando Margherita prese a strofinare la base. Chiuse gli occhi e le premette il corpo caldo addosso. Aveva due code e le agitava, placida e contenta. E faceva le fusa. FUSA.
«No, non mi hai fatto male... e adesso sei mia.» Le fusa raggiunserò l'intensità di un piccolo motore
Di nuovo la risata calda.
«Ma che brava la nostra ospite, zittire Yu... ci sa fare.»
Senza smettere con le coccole (la ragazza gatto calicò si era avvinghiata addosso a lei, gambe braccia e code e leccava languida la sua guancia, facendo fusa a più non posso) Margherita si alzò e guardò attorno. Seduto accanto loro c'era un ragazzo con la parte inferiore del corpo da cavallo, dal manto ed i capelli biondo paglia. Osservava la scena ammirato, le guance rosse. Sedute sul ramo basso di un albero poco più in là c'erano due succube dalla pelle lilla come Delly, ma maculata. Si tenevano le mani e avevano le code attorcigliate. In piedi, appoggiato al tronco, un ragazzo viola scuro che guardava Margherita negli occhi, lo sguardo avido, ma pacato. Tutto attorno si muovevano delle minuscole figurine, grandi quanto una mela e vestite di petali e fiori. Dalla superficie di un torrentello sbucava una creatura verdastra e umanoide, la testa coperta da un piatto verde, o forse una ninfea, e seduto accanto c'era un essere grande poco più di un bambino e interamente coperto da un saio da monaco frate. Gli si vedevano solo gli occhi, d'argento come monete.
«Fate, incubi, centauri...» quindi Delly non aveva mangiato funghi allucinogeni (era capitato): le aveva detto la verità. L'oasi, la "serra" esisteva.
«Questo è un piccolo ritrovo per noi scappati di casa, sai? La nostra Vero ci protegge.» mormorò la voce calda, e Margherita abbassò lo sguardo. Seduta ai suoi pedi c'era una donna volpe. Mostrava non più di trent'anni, ma gli occhi d'ambra intelligenti e sottili, erano molto, molto più vecchi, splendida. Aveva la pelle color pesca coperta da una veste verde iridescente che non faceva nulla per nasconderne le curve, capelli fulvi ondulati e folti, un seno che faceva venir voglia di tuffarci la faccia, il viso dipinto di pittura rossastra a raggi e spirali. Tre code volpine, soffici e gonfie, ondeggiavano pigre alle spalle della creatura.
«Attenta, ragazzina. Stai sbavando. Vuoi tornare in braccio?» rise la donna, ma senza scherno, genuina, la voce che pareva una canzone. Margherita valutò l'ipotesi di gettarsi tra quelle braccia e chiedere la poppa. Ma era lì con uno scopo. Respirò. Dio, si stava bagnando e poteva vederlo chiunque. E nemmeno le dispiaceva. Carezzo i capelli della gatta calicò tra le sue braccia, e si sedette.
«Mi chiamo Margherita Edevane» chinò la testa. La volpe strinse gli occhi e sorrise, deliziata. Chinò il capo allo stesso modo, le orecchie appuntite e alte puntate verso Margherita.
«Aisling» poi scandì «Aash-liing. Ma chiamami pure Ash, come tutti. E la cucciola che stringi è Yu. Ci siamo prese cura di te, dormigliona: vedi, appena uscita dalla grotta l'impatto sensoriale ti ha fatta svenire. Hai dormito tre orette e io ti ho lavata con l'aiuto delle nereidi e dei folletti e... poi ti ho coccolata un po'. Non ho resistito. Puoi perdonarmi?»
Quel maledetto sorriso. Margherita pensò che dopo tutto era venuta per diventare proprietà di Aisling. Era quello il suo destino: addio mondo crudele, benvenute kemono-tette. Inspirò: «Ti ringrazio per le premure: sei una brava mammi... Padro... PERSONA! Persona. Uh, uhm, grazie davvero. Spero di non disturbare. Sto cercando qualcuno. Mi è stato detto che protegge questo posto e lo rende possibile».
Attorno, gli altri osservavano in silenzio lo scambio. Margherita non percepì minacce. Curiosità e forse una certa tensione, quelle sì.
Aisling, senza smettere di sorridere, si alzò. Era alta, baciata dal sole ed emanava un lieve bagliore arancio. Portava bracciali di fiori intrecciati e cuoio attorno a braccia e caviglie. Delle fiammelle dorate, appena visibili, le fluttuavano attorno.
«Sei la benvenuta, Margherita. Questo è un luogo di pace quindi ti chiedo soltanto di mantenerla... ma permettimi una domanda:» accostò il bel viso a quello della ragazza «perché sei qui? Intendo: cosa sei venuta a chiedere? Non sei obbligata a rispondere».
Silenzio. Margherita sospirò e affondò il viso tra i capelli della calicò. Poi alzò lo sguardo. Eriko la fissava, serena e tranquilla.
«Cerco di ottenere un po' di pace, ma dentro di me.»
La volpe annuì, il sorriso morbido, materno: «Ho capito perché le piaci. Vai pure: ti aspetta al lago.» Detto questo puntò una coda alla sua destra e l'intrico fitto di arbusti che c'era un secondo prima sparì rivelando un sentiero.
Margherita deglutì, poi si alzò e toccò delicata la schiena della gatta.
«Posso metterti giù tesoro? Prometto che ti farò ancora le coccole appena torno.» La gatta fece una mugolio-miagolio stizzito ma allentò la presa. Si fece mettere giù e fissò Margherita imbronciata. Poi le prese la bocca. Mezzo bacio, mezzo morso. La lingua ruvida faceva stranissimo e le puzzava un po' l'alito, eppure non era male.
«Hai un buon sapore» bisbigliò Yu. Le morse le labbra, poi le leccò.
«Me lo dicono in tanti, sarà ve... ROH?!»
Senza aspettare la risposta di Margherita, Yu si accovacciò veloce e le leccò le labbra umide. Il corpo della ragazza si irrigidì. Guizzo di lingua. Gemette, forte, buttando la testa all'indietro. Era una sensazione forte. Un piacere ruvido che sfiorava il dolore. Yu le cinse le caviglie con le code, e i fianchi con le braccia forti. Leccò piano, dolcemente forse consapevole che altrimenti le avrebbe fatto male. Margherita, la vista annebbiata per il piacere, vide Aisling, tutta contenta, scoprirsi il petto florido, venirle incontro e cingerle la testa con le braccia. Lei cercò di fare la faccia più dura e impassibile che poteva... ma alla fine riuscì solo a far ridere la volpe. Non oppose resistenza e sprofondò trai seni caldi della donna, mentre la lingua di Yu le scivolava nella vagina. Venne. Così forte che per un secondo credette di perdere i sensi. Un piacere lungo, fatto di onde che non si fermavano e le toglievano ogni freno e controllo. Urlò a pieni polmoni. Nel buio, per un istante, vide l'altra lei. Sorrideva, quieta.
«Lo vedi che puoi?» Bisbigliò.
Il mondo reale la sommerse di nuovo con un bacio, soffice e delicato sulla clitoride. Poi una lunga, incandescente leccata. Dita che la tenevano aperta. Che la penetravano. E quella lingua che non smetteva che non smetteva che non smetteva che era troppo meravigliosa. Che era troppo, non doveva fermarsi mai mai mai e che... tutto divenne bianco. Spasmi, e infine un secondo, monumentale, orgasmo. Liquido caldo che le sgorgava. Poi nulla.
Non seppe quanto tempo passò prima che potesse tornare a sentire. La sua voce era vergognosa: mugolava e singhiozzava senza controllo, non l'era mai successo. Aveva il viso fradicio di lacrime. Le labbra strette attorno al capezzolo turgido della donna volpe. Succhiava come una bambina. Aisling le carezzava la testa con dolcezza infinita, una mano attorno alle sue spalle, le tre code, come nuvole, a cingerle la schiena sudata. Yu le abbracciava la vita, sorreggendola e baciandole la pancia a ogni spasmo. Margherita non si era mai sentita così debole, e nemmeno così contenta di esserlo. Scivolò, accolta tra le braccia delle due donne.
«Ora tu, mi appartieni» sussurrò Yu al suo orecchio. Aisling rise, dall'altra parte e Margherita sorrise a sua volta: «Solo un pochino»
La gatta sbuffò e le morse l'orecchio. La fece sanguinare, ma Margherita non si oppose. Quando il morso venne meno le baciò le labbra.
«Visto che sono tua accompagnami, non so se le gambe mi reggono»
Yu annuì, solenne e l'aiutò ad alzarsi. Gli altri, eccetto le succube e l'incubo che fecero loro un applauso, commossi, se n'erano andati. Margherita si stupì a scorgere alcuni rami e dell'erba bruciacchiati attorno a lei. Dovevano esserle scappate delle scariche mentre veniva.
Aisling sfiorò con dolcezza le guance della ragazza e le baciò la fronte, riempendola di un tepore che le fece sentire le gambe più salde.
«Non vestirti: puoi lavarti, di nuovo...» risatina «... al lago. A lei non darà fastidio, tranquilla. Torna pure da me quando hai fame, o se vuoi altre coccole cucciola: ne avrò sempre per te».
Margherita si fece rossa come un pomodoro.
«G-grazie Ash. Di tutto.» S'incamminò, le guance bollenti, con Yu a tenerle la mano e guidarla.
«Comunque, non sono una cucciola. Ho tipo vent'anni, circa...» borbottò dopo un po', quando ormai erano sole.
Una delle code della calicò le passò sulla schiena.
«In termini umani, ma Eri è bicentenaria»
«Oh.»
Camminarono in silenzio per un po'. Iniziarono a comparire ovunque canali e ruscelli di acqua limpida e presto si ritrovarono a passeggiare di isoletta in isoletta, superandole su ponticelli di legno o semplicemente a salti. Su di una collina, al centro di un'isoletta particolarmente grande, in parte ricoperta di rampicanti e arboscelli, c'era una casa alta un paio di piani. Non era una di quelle catapecchie delle favole e non sembrava fatta di marzapane. Tolti gli alberi, pareva di quelle cascine solitarie che a volte si trovano tra i campi o in montagna. Tetto spiovente, un murales senza fine su ogni parete, che a Margherita ricordò le copertine dei cd di sua sorella maggiore.
«Margherita...» mormorò Yu, prendendole il braccio con entrambe le mani, per poi fissarla con solennità «... mi piaci: perciò non mi importa cosa vuoi chiederle. Ma sii gentile, con la nostra Veronica. E non chiamarla strega. Lei è fatta strana, quando la chiamano così ride e dice che le piace ma dentro sta male. Io me ne accorgo».
Margherita fissò la ragazza, stupita. Poi annuì. Yu fece lo stesso, e senza aggiungere altro le prese di nuovo la mano e proseguì oltre la casetta. Passarono accanto ad un fiumiciattolo placido. Dopo un po' la gatta si fermò e le disse di proseguire da sola lungo il corso. Presto i canali presero ad allargarsi, fino a confluire, assieme al fiume in un'ampia depressione che ospitava un lago. Poco più avanti rispetto alla ragazza c'erano delle scale in legno che conducevano a un pontile. Qualcuno laggiù cantava. La voce di prima, del muro. Margherita prese un lungo respiro e scese, da lei.
Con l'avvicinarsi di mezzogiorno l'asfalto si fece via via bollente; la ragazza saltò giù e se la fece di corsa su un pilone spezzato, fino al prato sottostante. Proseguì tranquilla. Solo verso le tre ci fu un attacco, nel mezzo di una grande risaia ormai divenuta laguna. Ankh di tipo acquatico provarono a tirarla giù in acqua e affogarla. Un paio di minuti e Margherita saltò fuori, seguita da qualche scarica ambientale residua. Si svestì, incurante dei cadaveri anneriti e fumanti che la circondavano. Appese vestiti e scarponi ad asciugare su un bastone che prese a spalla, e proseguì in silenzio attraverso la nebbia.
«E' un bel po' di strada da fare, lo so, ma potrebbe valer la pena, capo. Io non sono arrivata fino in fondo, mi dicono che lei accetta solo chi le piace o la incuriosisce... e dicono anche che è un po' matta.»
«Lei chi, metti un soggetto!»
«Una strega, capo! E una bella potente, al pari di Magda se non più sgrava!»
«E io che ti prendo pure sul serio, Delly.»
«Capo io ci credo. Vedi, mesi fa per poco non mi catturavano. Umani, ma ben armati, probabilmente al servizio di qualche nido ankh. Ero spacciata, ma poi mi hanno salvata: delle succube come me, Margherita! Mi sono svegliata in una foresta, l'aria pulita, pregna di magia e loro... non c'erano solo loro: fate, kappa serpenti alati, gatti e volpi antropomorfe, mi sembrava di essere tipo a Narnia!»
«Ok, calmati.»
«No, davvero. Non solo ankh primordiali, quelle che voi chiamate creature fantastiche. Non un umano in giro, ne ankh moderni. C'erano tutti quelli come noi, acqua, aria così pure che all'inizio faticavo a respirare, perché respiravo troppo! Mi hanno spiegato che è stata la strega a farlo. Una sorta di serra, immensa, creata dei suoi poteri che filtra tutti i fattori nocivi e respinge le minacce. Il centro è accessibile solo ai più fidati e ai visitatori che mettono curiosità alla strega. Le ragazze mi hanno spiegato che molti di loro sono andati via cambiati da così a così: la strega ha concesso loro un desiderio in cambio di un favore.»
«Un favore eh? Vedremo.» mormorò Margherita, seduta all'ombra della strada interrotta. Ai suoi piedi si apriva un'enorme depressione. Strinse le labbra. Un cratere, dei tempi della guerra tra umani e ankh. Si estendeva per chilometri, almeno cinque o sei di diametro. Completamente inghiottito dalla selva e chissà da quanto tempo: verso il centro gli alberi superavano il bordo del cratere e svettavano.
«Un nido? No.» Delly non l'avrebbe mai spinta verso un nido. Non odiava i suoi simili a tal punto.
Girando un po' lungo il limite dello strapiombo scoprì una stradina scoscesa e muschiosa. Tastò i vestiti: ancora umidi. Scrollò le spalle nere di sole, raggruppò un po' di boccoli selvaggi in una coda malfatta e prese il sentiero.
L'aria andava effettivamente migliorando: era ancora calda, ma più scendeva, meno era secca. Le riempiva i polmoni di niente. Niente microparticelle. Radiazioni sulla sua pelle erano quasi nulle. Nemmeno un nido ankh era così puro e incontaminato. Il muschio sotto i suoi piedi era soffice, umido, nulla a che vedere con quello indurito e secco della superficie. La natura, di sopra lottava furiosa per riprendersi tutto. Qui era quieta.
Si fermò. Senza che se ne accorgesse era giunta alla bocca di una grotta. Il sentiero doveva essere il letto di un vecchio torrente in secca che sprofondava sottoterra: ne aveva visti tanti tuffarsi a strapiombo e scivolare nella depressione. Si fermò, ritta in piedi, e fu scossa da un brivido che non era paura. Fece un respiro profondo, i capelli ritti e gonfi, i capezzoli turgidi, il corpo formicolante. Chiuse gli occhi e annusò l'aria. C'era indubbiamente energia magica e un miscuglio vago di vari odori che non riconobbe. L'aria spingeva alle sue spalle, verso il buco. Non c'era molta scelta: Margherita aprì gli occhi ed entrò. Il muschio proseguiva, ricoprendo anche pareti e soffitto. Margherita camminò al buio una decina di minuti, orientandosi soprattutto grazie a vibrazioni e odori. Passò varie diramazioni, seguendo la corrente che le accarezzava la pelle nuda. Percepiva altre presenze, ma nessuna l'attaccò ne parve considerarla. Alla fine, raggiunse un muro. Piatto, liscio, nero, pareva fatto di pietra vulcanica. Poggiò la mano sulla superficie: calda, appena vibrante.
«Vuoi farmi compagnia?» sussurrò il muro, facendola sussultare. La voce giungeva indubbiamente dalla superficie, femminile, appena acuta, arrochita.
Margherita aggrottò le sopracciglia, poi rispose: «Ho bisogno di te, credo. Sei la strega?» il muro rispose con una risata nasale strascicata. Poi scomparve e la luce accecò la ragazza. Aria fresca, e tanto buona che le lacrime cominciarono a scorrere da sole, la sommerse. Aveva la pelle che sfrigolava, polmoni in fiamme, come un neonato che veniva al modo. Svenne sul posto.
Si svegliò immersa nel verde... la testa che poggiava su qualcosa di morbido e caldo. Troppa luce: richiuse subito gli occhi.
È umana? Però emana così tanto potere!»
«Già, ma non come Vero, e poi guarda che muscoli, pare un ragazzo!»
«A me non pare per niente un ragazzo».
Qualcuno le afferrò i seni e strinse con delicatezza.
«Magari è un ragazzo con le zinne»
«Quanto sei stupida... e non giocarci!»
«È un crimine non giocare con delle belle tette!»
In effetti, a lei non dava alcun fastidio. Mani calde a stringerle i seni, un corpo caldo contro la schiena, braccia che la sostenevano con dolcezza. Aria calda sul capezzolo destro e poi... qualcosa di ruvido, caldo e umido le scivolò sull'areola. Mugolò debolmente. Qualcuno rise: una voce calda, trai suoi capelli.
«YU, NON SI LECCA, STA DORMENDO! NON- NON MORDERE!»
E invece Yu morse. Margherita gemette: era questo il paradiso?
Tentò di nuovo di alzare le palpebre. La luce era sempre fastidiosa, ma non così forte alla fine. Filtrava, verdognola e gialla tra le fronde e le accarezzava il corpo pulito e leggero.
«Oh, si sta svegliando. Visto: le hai fatto male!»
«A me non sembrava dolore quello. Ciao ragazza.» Un naso sfiorò appena il suo. Occhi nocciola, a fessura... Vibrisse. Il viso si allontanò un poco, e rivelò una ragazza androgina. Il corpo nudo e scuro era un fascio di muscoli sottili da corridore e arrampicatore, umanoide eccetto per i tratti felini: peli ocra, bianchi e neri su gambe e braccia, artigli ricurvi e retrattili, sottili baffi da gatto e... Le orecchie. Da gatta. Irte tra i capelli tricolore. Triangolari e pelose. Margherita non ce la fece. Ancora mezza addormentata (e lievemente eccitata) allungò le braccia e mise le mani a coppa su quelle montagne di dolcezza. La gatta strabuzzò gli occhi... poi arrossì quando Margherita prese a strofinare la base. Chiuse gli occhi e le premette il corpo caldo addosso. Aveva due code e le agitava, placida e contenta. E faceva le fusa. FUSA.
«No, non mi hai fatto male... e adesso sei mia.» Le fusa raggiunserò l'intensità di un piccolo motore
Di nuovo la risata calda.
«Ma che brava la nostra ospite, zittire Yu... ci sa fare.»
Senza smettere con le coccole (la ragazza gatto calicò si era avvinghiata addosso a lei, gambe braccia e code e leccava languida la sua guancia, facendo fusa a più non posso) Margherita si alzò e guardò attorno. Seduto accanto loro c'era un ragazzo con la parte inferiore del corpo da cavallo, dal manto ed i capelli biondo paglia. Osservava la scena ammirato, le guance rosse. Sedute sul ramo basso di un albero poco più in là c'erano due succube dalla pelle lilla come Delly, ma maculata. Si tenevano le mani e avevano le code attorcigliate. In piedi, appoggiato al tronco, un ragazzo viola scuro che guardava Margherita negli occhi, lo sguardo avido, ma pacato. Tutto attorno si muovevano delle minuscole figurine, grandi quanto una mela e vestite di petali e fiori. Dalla superficie di un torrentello sbucava una creatura verdastra e umanoide, la testa coperta da un piatto verde, o forse una ninfea, e seduto accanto c'era un essere grande poco più di un bambino e interamente coperto da un saio da monaco frate. Gli si vedevano solo gli occhi, d'argento come monete.
«Fate, incubi, centauri...» quindi Delly non aveva mangiato funghi allucinogeni (era capitato): le aveva detto la verità. L'oasi, la "serra" esisteva.
«Questo è un piccolo ritrovo per noi scappati di casa, sai? La nostra Vero ci protegge.» mormorò la voce calda, e Margherita abbassò lo sguardo. Seduta ai suoi pedi c'era una donna volpe. Mostrava non più di trent'anni, ma gli occhi d'ambra intelligenti e sottili, erano molto, molto più vecchi, splendida. Aveva la pelle color pesca coperta da una veste verde iridescente che non faceva nulla per nasconderne le curve, capelli fulvi ondulati e folti, un seno che faceva venir voglia di tuffarci la faccia, il viso dipinto di pittura rossastra a raggi e spirali. Tre code volpine, soffici e gonfie, ondeggiavano pigre alle spalle della creatura.
«Attenta, ragazzina. Stai sbavando. Vuoi tornare in braccio?» rise la donna, ma senza scherno, genuina, la voce che pareva una canzone. Margherita valutò l'ipotesi di gettarsi tra quelle braccia e chiedere la poppa. Ma era lì con uno scopo. Respirò. Dio, si stava bagnando e poteva vederlo chiunque. E nemmeno le dispiaceva. Carezzo i capelli della gatta calicò tra le sue braccia, e si sedette.
«Mi chiamo Margherita Edevane» chinò la testa. La volpe strinse gli occhi e sorrise, deliziata. Chinò il capo allo stesso modo, le orecchie appuntite e alte puntate verso Margherita.
«Aisling» poi scandì «Aash-liing. Ma chiamami pure Ash, come tutti. E la cucciola che stringi è Yu. Ci siamo prese cura di te, dormigliona: vedi, appena uscita dalla grotta l'impatto sensoriale ti ha fatta svenire. Hai dormito tre orette e io ti ho lavata con l'aiuto delle nereidi e dei folletti e... poi ti ho coccolata un po'. Non ho resistito. Puoi perdonarmi?»
Quel maledetto sorriso. Margherita pensò che dopo tutto era venuta per diventare proprietà di Aisling. Era quello il suo destino: addio mondo crudele, benvenute kemono-tette. Inspirò: «Ti ringrazio per le premure: sei una brava mammi... Padro... PERSONA! Persona. Uh, uhm, grazie davvero. Spero di non disturbare. Sto cercando qualcuno. Mi è stato detto che protegge questo posto e lo rende possibile».
Attorno, gli altri osservavano in silenzio lo scambio. Margherita non percepì minacce. Curiosità e forse una certa tensione, quelle sì.
Aisling, senza smettere di sorridere, si alzò. Era alta, baciata dal sole ed emanava un lieve bagliore arancio. Portava bracciali di fiori intrecciati e cuoio attorno a braccia e caviglie. Delle fiammelle dorate, appena visibili, le fluttuavano attorno.
«Sei la benvenuta, Margherita. Questo è un luogo di pace quindi ti chiedo soltanto di mantenerla... ma permettimi una domanda:» accostò il bel viso a quello della ragazza «perché sei qui? Intendo: cosa sei venuta a chiedere? Non sei obbligata a rispondere».
Silenzio. Margherita sospirò e affondò il viso tra i capelli della calicò. Poi alzò lo sguardo. Eriko la fissava, serena e tranquilla.
«Cerco di ottenere un po' di pace, ma dentro di me.»
La volpe annuì, il sorriso morbido, materno: «Ho capito perché le piaci. Vai pure: ti aspetta al lago.» Detto questo puntò una coda alla sua destra e l'intrico fitto di arbusti che c'era un secondo prima sparì rivelando un sentiero.
Margherita deglutì, poi si alzò e toccò delicata la schiena della gatta.
«Posso metterti giù tesoro? Prometto che ti farò ancora le coccole appena torno.» La gatta fece una mugolio-miagolio stizzito ma allentò la presa. Si fece mettere giù e fissò Margherita imbronciata. Poi le prese la bocca. Mezzo bacio, mezzo morso. La lingua ruvida faceva stranissimo e le puzzava un po' l'alito, eppure non era male.
«Hai un buon sapore» bisbigliò Yu. Le morse le labbra, poi le leccò.
«Me lo dicono in tanti, sarà ve... ROH?!»
Senza aspettare la risposta di Margherita, Yu si accovacciò veloce e le leccò le labbra umide. Il corpo della ragazza si irrigidì. Guizzo di lingua. Gemette, forte, buttando la testa all'indietro. Era una sensazione forte. Un piacere ruvido che sfiorava il dolore. Yu le cinse le caviglie con le code, e i fianchi con le braccia forti. Leccò piano, dolcemente forse consapevole che altrimenti le avrebbe fatto male. Margherita, la vista annebbiata per il piacere, vide Aisling, tutta contenta, scoprirsi il petto florido, venirle incontro e cingerle la testa con le braccia. Lei cercò di fare la faccia più dura e impassibile che poteva... ma alla fine riuscì solo a far ridere la volpe. Non oppose resistenza e sprofondò trai seni caldi della donna, mentre la lingua di Yu le scivolava nella vagina. Venne. Così forte che per un secondo credette di perdere i sensi. Un piacere lungo, fatto di onde che non si fermavano e le toglievano ogni freno e controllo. Urlò a pieni polmoni. Nel buio, per un istante, vide l'altra lei. Sorrideva, quieta.
«Lo vedi che puoi?» Bisbigliò.
Il mondo reale la sommerse di nuovo con un bacio, soffice e delicato sulla clitoride. Poi una lunga, incandescente leccata. Dita che la tenevano aperta. Che la penetravano. E quella lingua che non smetteva che non smetteva che non smetteva che era troppo meravigliosa. Che era troppo, non doveva fermarsi mai mai mai e che... tutto divenne bianco. Spasmi, e infine un secondo, monumentale, orgasmo. Liquido caldo che le sgorgava. Poi nulla.
Non seppe quanto tempo passò prima che potesse tornare a sentire. La sua voce era vergognosa: mugolava e singhiozzava senza controllo, non l'era mai successo. Aveva il viso fradicio di lacrime. Le labbra strette attorno al capezzolo turgido della donna volpe. Succhiava come una bambina. Aisling le carezzava la testa con dolcezza infinita, una mano attorno alle sue spalle, le tre code, come nuvole, a cingerle la schiena sudata. Yu le abbracciava la vita, sorreggendola e baciandole la pancia a ogni spasmo. Margherita non si era mai sentita così debole, e nemmeno così contenta di esserlo. Scivolò, accolta tra le braccia delle due donne.
«Ora tu, mi appartieni» sussurrò Yu al suo orecchio. Aisling rise, dall'altra parte e Margherita sorrise a sua volta: «Solo un pochino»
La gatta sbuffò e le morse l'orecchio. La fece sanguinare, ma Margherita non si oppose. Quando il morso venne meno le baciò le labbra.
«Visto che sono tua accompagnami, non so se le gambe mi reggono»
Yu annuì, solenne e l'aiutò ad alzarsi. Gli altri, eccetto le succube e l'incubo che fecero loro un applauso, commossi, se n'erano andati. Margherita si stupì a scorgere alcuni rami e dell'erba bruciacchiati attorno a lei. Dovevano esserle scappate delle scariche mentre veniva.
Aisling sfiorò con dolcezza le guance della ragazza e le baciò la fronte, riempendola di un tepore che le fece sentire le gambe più salde.
«Non vestirti: puoi lavarti, di nuovo...» risatina «... al lago. A lei non darà fastidio, tranquilla. Torna pure da me quando hai fame, o se vuoi altre coccole cucciola: ne avrò sempre per te».
Margherita si fece rossa come un pomodoro.
«G-grazie Ash. Di tutto.» S'incamminò, le guance bollenti, con Yu a tenerle la mano e guidarla.
«Comunque, non sono una cucciola. Ho tipo vent'anni, circa...» borbottò dopo un po', quando ormai erano sole.
Una delle code della calicò le passò sulla schiena.
«In termini umani, ma Eri è bicentenaria»
«Oh.»
Camminarono in silenzio per un po'. Iniziarono a comparire ovunque canali e ruscelli di acqua limpida e presto si ritrovarono a passeggiare di isoletta in isoletta, superandole su ponticelli di legno o semplicemente a salti. Su di una collina, al centro di un'isoletta particolarmente grande, in parte ricoperta di rampicanti e arboscelli, c'era una casa alta un paio di piani. Non era una di quelle catapecchie delle favole e non sembrava fatta di marzapane. Tolti gli alberi, pareva di quelle cascine solitarie che a volte si trovano tra i campi o in montagna. Tetto spiovente, un murales senza fine su ogni parete, che a Margherita ricordò le copertine dei cd di sua sorella maggiore.
«Margherita...» mormorò Yu, prendendole il braccio con entrambe le mani, per poi fissarla con solennità «... mi piaci: perciò non mi importa cosa vuoi chiederle. Ma sii gentile, con la nostra Veronica. E non chiamarla strega. Lei è fatta strana, quando la chiamano così ride e dice che le piace ma dentro sta male. Io me ne accorgo».
Margherita fissò la ragazza, stupita. Poi annuì. Yu fece lo stesso, e senza aggiungere altro le prese di nuovo la mano e proseguì oltre la casetta. Passarono accanto ad un fiumiciattolo placido. Dopo un po' la gatta si fermò e le disse di proseguire da sola lungo il corso. Presto i canali presero ad allargarsi, fino a confluire, assieme al fiume in un'ampia depressione che ospitava un lago. Poco più avanti rispetto alla ragazza c'erano delle scale in legno che conducevano a un pontile. Qualcuno laggiù cantava. La voce di prima, del muro. Margherita prese un lungo respiro e scese, da lei.
di
Andromaga
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