Cuckold di mamma Lea

di
genere
incesti

La casa era ancora calda del pomeriggio, le persiane socchiuse, l’odore di bucato mescolato a quello più acre che Lea portava addosso da quando era rientrata. Dario la sentì prima di vederla: i tacchi sul pavimento del corridoio, il fruscio della gonna che le saliva sulle cosce. Si fermò sulla soglia del soggiorno e lo guardò con quella faccia che faceva quando non aveva più niente da nascondere. Le labbra un po’ gonfie. Un livido piccolo, scuro, appena sopra il seno sinistro.

«Sono ancora aperta», disse, voce bassa. «Se vuoi sentire.»

Dario si alzò. Le infilò due dita sotto la gonna senza chiedere. Non c’era biancheria. La fessura era larga, calda, viscida di qualcosa che non era suo. Lo sperma le colava lento sull’interno coscia. Lui spinse più a fondo. Lea chiuse gli occhi e appoggiò la fronte alla sua spalla.

«Tre», mormorò. «Il più grosso è venuto due volte. Dentro. Gli altri mi hanno usata in bocca e sul culo. Ho ancora il sapore.»

Gli aprì la bocca con le dita, gli fece assaggiare la lingua. Sale, sperma, il retrogusto di chi non aveva voluto il preservativo. Dario la leccò, ingoiò. Lei gli sorrise contro le labbra.

«Bravo. Così. Pulisci.»

Lo spinse in ginocchio. Si alzò la gonna fino alla vita, una coscia sulla sua spalla, e gli schiacciò la fica sulla faccia. Dario leccò. Lo sperma gli riempì la bocca, caldo, amaro, mescolato al suo. Lea gli teneva la testa con entrambe le mani, muoveva i fianchi lenti.

«Ti piace di più così, vero? Quando torno piena. Quando mi scopi dopo e senti che non sei il primo. Che non sei il più grosso.»

Lui annuì contro di lei. Lea venne poco, un tremito secco, e gli venne in faccia un altro fiotto. Poi lo tirò su per i capelli.

«Stasera tornano. Il più grosso ha detto che porta un amico. Tu stai in camera, o sulla soglia. Ti tocchi. Se sei bravo ti lascio leccare dopo, e mi baci quando sono ancora sporca. Se vieni troppo presto, resti a guardare e basta.»

Dario aveva appena finito di asciugare il lenzuolo quando il citofono suonò. Due colpi secchi. Lea era ancora nuda, seduta sul bordo del letto, una sigaretta spenta tra le dita. Non si coprì.

«Apri. E non fare quella faccia. Sai chi è.»

Sul pianerottolo c’erano due uomini. Il più alto lo superava di una testa, spalle larghe, maglietta bianca tesa sul petto. L’altro era più basso, più massiccio, un orecchino d’oro, lo sguardo già oltre Dario, verso il corridoio.

«Tua madre è in casa?»

Dario annuì. Si scansò. Loro entrarono come se l’appartamento fosse già loro. Lea comparve sulla soglia della camera, i seni pesanti, le cosce lucide di quello che non si era lavata.

«Siete in anticipo. Non ho nemmeno fatto la doccia.»

Il più alto le andò incontro, le mise una mano tra le gambe e la sollevò un po’ sulle punte.

«Meglio. Così sentiamo ieri. Sei ancora larga.»

Lea chiuse gli occhi un secondo. Poi li riaprì e guardò Dario, fermo in corridoio.

«Resta lì. Voglio che senta tutto.» Si voltò verso l’uomo che la teneva. «Chiamatemi come vi pare. Ma davanti a lui usate la parola giusta. Voglio che la senta uscire dalla mia bocca.»

Il più basso si era già seduto sul divano, le gambe aperte, la patta aperta. Tirò fuori il cazzo, grosso, scuro, già mezzo duro, e se lo appoggiò sulla coscia.

«Allora vieni qui, Lea. Fai vedere a tuo figlio quanto ti piace il negro.»

Lei camminò lenta. Si inginocchiò tra le sue ginocchia, gli prese il cazzo con entrambe le mani e lo guardò un momento. Poi alzò la voce, chiara.

«Guarda, Dario. Guarda che negro ho in bocca.»

Lo leccò dalla base alla punta, lenta, la lingua piatta. Il cazzo le riempì le labbra. Lei non distolse gli occhi dal figlio.

«È più grosso del tuo. Lo senti anche da lì, vero? Senti il rumore.»

Succhiò. Il suono era umido, la gola che si apriva. L’uomo le mise una mano sulla nuca e spinse. Quando si staccò, un filo di saliva le pendeva dal mento.

«Dillo anche tu. Dì che tua madre sta succhiando un negro.»

Dario aveva la gola secca. La mano gli era già scesa nei pantaloni.

«Mia madre sta succhiando un negro.»

«Più forte.»

«Mia madre sta succhiando un negro.»

Lea sorrise e tornò giù. Il secondo uomo si era avvicinato alle sue spalle. Le allargò le natiche, le sputò tra le gambe e le infilò due dita nella fica.

«Ancora piena di ieri. Ti piace tornare a casa così, eh? Col negro ancora dentro.»

«Sì», rispose lei, la bocca occupata. Si staccò un attimo. «Mi piace quando mio figlio mi lecca dopo. Quando sente che non è lui. Dario, avvicinati. Voglio che guardi da vicino. E toccati. Fammelo vedere.»

Lui fece tre passi, si fermò a un metro, i pantaloni calati. La mano gli andava lenta sul cazzo. Lea aveva il negro fino in gola, gli occhi lucidi. L’altro le aveva messo il cazzo contro la fica e spingeva piano, aprendola.

«Entra», disse lei, staccandosi. «Entra e digli cosa stai facendo.»

L’uomo spinse. Lea aprì la bocca in un gemito corto.

«Tuo figlio sta guardando un negro che mi scopa. Dillo, Dario. Dillo mentre mi entra. E non smettere di toccarti.»

«Un negro ti sta scopando.»

«Più sporco.»

«Un negro ti sta scopando la fica. Ti sta riempiendo. Io guardo. Mi masturbo.»

Lea rise, un suono spezzato, e spinse indietro i fianchi per prenderlo tutto. Il cazzo scomparve. Lei tremò, felice, gli occhi fissi sulla mano del figlio.

«Bravo. Così. Guardami mentre il negro mi apre e tu ti fai una sega. Ti piace vedere tua madre ridotta così. Dillo.»

«Mi piace vederti scopata. Mi piace vederti scopata dai negri.»

L’uomo dietro le diede uno schiaffo sulla natica.

«Tua madre è contenta. Senti come si stringe quando parli.»

«Sono contenta», confermò lei, e tornò a succhiare per qualche colpo, poi si staccò di nuovo. «Dario, più veloce. Voglio sentirti ansimare mentre questo negro mi viene dentro. Non chiudere gli occhi.»

Dario obbedì. La mano accelerò. Lea lo fissava, la bocca aperta, i seni che dondolavano. Quando l’uomo dietro spinse fino in fondo e restò fermo, grugnendo, lei chiuse gli occhi un secondo solo e sorrise.

«È venuto. Sento il negro che mi riempie. Resta duro. Non venire ancora.»

L’altro le venne in bocca poco dopo. Lea non ingoiò tutto. Si girò, si sedette sul bordo del letto, le cosce aperte, la fica che colava lenta sul lenzuolo, e fece cenno al figlio.

«Vieni qui.»

Dario si avvicinò, il cazzo in mano, ancora duro. Lea gli prese il viso con le due mani sporche e lo baciò. La bocca sapeva di sperma, salata, densa. Lui non si tirò indietro. Lea gli leccò le labbra, gli infilò la lingua in bocca, gli fece assaggiare tutto, e intanto gli guidò la mano libera tra le proprie gambe.

«Senti. È del negro. E tu mi baci lo stesso. Perché ti piace la tua mamma così. Sporca. Usata. Felice.»

Dario annuì contro la sua bocca. Continuò a masturbarsi, le dita di lei che gli stringevano il polso per tenerlo al ritmo. Lea gli parlava tra un bacio e l’altro, piano, soddisfatta.

«Ti eccito io quando torno con loro addosso. Quando mi apri la bocca e trovi il negro. Quando mi scopi dopo e senti che non chiudo. Vieni adesso. Vienimi sulla pancia. Voglio il tuo sopra il loro.»

Lui venne così, in ginocchio tra le sue cosce, lo sperma che le cadeva sul ventre già segnato. Lea lo guardò finire, gli tenne la faccia vicina, e lo baciò ancora, lenta, la lingua che puliva il sapore che lei stessa gli aveva messo in bocca.

Poi si sdraiò, gambe aperte, una mano pigra sulla fica che colava ancora, e chiuse gli occhi un momento. I due uomini si stavano già rivestendo in soggiorno, voci basse, risate. Lea riaprì gli occhi e guardò il figlio ancora in ginocchio.

«Ora pulisci il letto. E prepara da bere, se restano. Quando escono, tu mi lecchi. Poi mi baci un’altra volta. Domani ne porto un altro. Tu ti metti lì e ti tocchi. E quando ho finito mi baci. Solo me.»

Gli passò il pollice sul labbro inferiore, lento, e sorrise.

«Bravo figlio mio.»
scritto il
2026-10-03
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