Il Passaggio

di
genere
sentimentali

Da molto tempo la mia amica L pianificava di venire in visita nella città dove abito. Lo scambio di messaggi era discontinuo e inconsistente, così che le varie esortazioni ad organizzare una riunione tra noi non avevano costruito in me alcuna attesa.

Quando mi chiamò per avvertirmi che era in città con la madre mi colsero insieme la sorpresa per l'estemporaneità dell'occasione e il fastidio per la mancanza di lealtà nei suoi modi.

"è una giornata splendida." mi disse L quando ci incontrammo. "la mia benefattrice mi aveva detto che avrei trovato una temperatura insolita, fresca e mite."

L era vestita con eleganza: portava un cappello verde con una tesa larga, con un nastro di una tonalità più scura dello stesso colore. Il vestito rosso esaltava il garrito del nastro, che si agitava inquieto nel vento come la coda di una gazza.

Era venuta per visitare la persona che aveva istituito la borsa di studio che le era stata assegnata. "Mila avrebbe potuto fare qualsiasi cosa con quel denaro, ma ha deciso di donarlo perché qualcuno potesse studiare con più agio. Non trovi sia un gesto generoso?" Mentre camminava il vestito le aderiva alle gambe, che premevano sul morbido tessuto con l'agile impazienza del suo passo, come un attore che si appoggiasse ala tenda troppo sottile che lo nasconde dal pubblico, suggerendo al pubblico la sagoma della propria mano.

"devo prepararmi per stasera, mi perdoni?" disse L per concludere la passeggiata. Era calata la sera. Sul viale grigio i lampioni si erano accesi, ed i locali cominciavano ad affollarsi di intenti e di schiamazzi.

"Posso chiederti di accompagnare Mila da me? Così potrei tornare in albergo un momento e cambiarmi."

L'indirizzo di Mila non era lontano e di solito le strade per arrivarvi non erano congestionate dal traffico a quell'ora.

Ci sono diversi modi di essere estranei. Qual è il modo in cui io e Mila eravamo estranei? Avevamo una sola amicizia in comune, così entrambi avevamo interesse a fare una buona impressione l'uno con l'altra. Avevamo soltanto una lingua in comune, quella che non era la più familiare, quella che era più incerta e meno articolata in ciascuno di noi: così avevamo interesse e fretta di capirci, oppure parlare una lingua più elementare. Qual è la lingua più elementare di cui dispone la maturità salubre di un essere umano? Il corpo. E quali sono le espressioni più semplici del corpo? I desideri.

Mi sentivo molto calmo quando incontrai Mila. Scesi dalla macchina e vidi che era bella. Doveva avere almeno vent'anni più di me. Aveva un corpo minuto e magro, la voce che si interrompeva, come se i suoi sentimenti si muovessero su una corda sospesa nel vuoto, incerti se procedere avanti, indietro o nell'abisso. "Piacere di conoscerti, molto piacere."

Quando ci abbracciammo mi abbassai lievemente, perché il suo seno fricasse sul mio petto. Lei alzò il mento per accomodare il viso in modo che non fosse spinto contro la mia spalla, ma nel farlo il suo orecchio sinistro passò sulle mie labbra. La certezza nervosa dell'abbraccio, il lieve contatto della bocca con il lobo e l'elice dell'orecchio ci aveva uniti con la falsa confidenza di chi compie azioni sconvenienti nell'atto stesso di evitarle. Così, per ritrarci l'uno dall'altro da questo gesto eccessivamente intimo, lei aveva abbassato le braccia con rapidità, ma lungo le mie: quando io provai a spostare il suo corpo, per istinto le misi le mani sui fianchi. Scostai rapidamente le mani. Dissi: "La accompagno volentieri."

Salimmo in macchina. Mi sedetti prima di lei per potere sentire il lieve suono del suo peso affondare nel sedile. Quando lei si sedette, un lieve effluvio di profumo floreale si sperse nell'aria, mescolandosi con il mio. Mila disse: "è tuo questo profumo?" Lei avvertiva il mio, io il suo, ma le due fragranze si stavano combinando in un rituale di sparizione: da scia ad atmosfera.

Mentre guidavo parlammo. Capii che lei aveva bevuto qualcosa. Disse: "Perdonami se ti racconto queste cose. Sono sentimentale." Al semaforo brillava la luce rossa. Dissi:"Va bene essere sentimentali. Anche io lo sono. Soltanto, devo guidare, quindi non puoi vederlo." Lei si appoggiò al mio braccio e chiuse per un momento gli occhi. Fu un istante. Li riaprì mentre mi ero girato verso di lei e mi guardò fissamente per qualche secondo, come se guardasse un metronomo. Notai che i suoi occhi erano verdi, truccati in modo che al di sotto delle ciglia inferiori le loro ombre avevano assunto una sfumatura di un bianco niveo. Lei rise e allontanò il volto, ma mi trattenne il braccio e vi riavvicinò il volto. Avvicinai il mio, così che le mie labbra premerono contro la sua fronte. Aveva un accenno di lentiggini e i capelli puliti, con un vago odore di miele.

In quel momento colpii di sbieco una persona che era sconsideratamente scesa dal marciapiede. Mi irrigidii per un secondo, lei aprì di lieve la bocca, ma la richiuse per guardarmi con severità, con tristezza, con allegria in rapida successione: "Ti amo, ma devi stare attento." Mi disse. La formula mescolò le lingue che lei conosceva in vari gradi di precisione, ma la prima parte la disse nella sua lingua madre.

Mi fermai poco più avanti, in una strada fiancheggiata da nobili pini. "Che succede?" Le presi il volto e la baciai. Sentii che aveva portato le mani all'altezza della vita, le teneva in posizione di spinta ma le oscillava inermi in un simulacro di repulsione, mentre col volto si abbandonava all'effusione.

Le mani di lei mi guidarono al di sotto delle sue vesti: lei mi donava di intromettere le dita a quelle fonti a cui volli rubare soltanto un fruscio. Diceva: "Anche...anche.." e respirava in modo irregolare, come se in lei baluginassero aurore di estasi. Quando raggiunsi il meridione di questa domanda ansimata, l'indice inumidito indicava confusamente luoghi nascosti, indugiandovi ritmi precisi. Tra i gemiti lei farfugliava in varie lingue: "Casa..casa..la mia casa.." Appoggiò una mano sul mio braccio, fino a che non lo riportai al volante. Incominciai a guidare verso casa sua, mentre lei apriva il varco che separava la decenza dal turgore. La sua bocca abiurò il regno delle parole per accogliere lo scettro seminale.

Quando fermai la macchina in un posto legittimo, il bivio della differenza di età si ripresentò con tutta la lucidità della situazione. Lei avrebbe potuto simulare confidenza, oppure esercitarne la prepotenza. Avrebbe potuto nascondere la propria abitudine a quelle indulgenze, oppure riemergere con disgusto da questa violenta fantasia che l'aveva trascinata finora. Ma divenne timida senza deformare la brama, come qualcuno che fosse colto in flagrante a bere, affondando il volto nel recipiente di una bevanda spumeggiante, qualcuno che sospendesse un momento la sua concupiscenza, mostrando i segni della sua foga incompiuta, in attesa di riannegarsi nella stessa sventata frenesia. "Le chiavi." Disse. "Prendi le chiavi." La presi per mano.

Superate le zone pubbliche dell'albergo, attraversati i corridoi, entrammo nella sua stanza. Ho amato le luci soffuse, l'abbandono dei tuoi occhi e i tuoi sospiri. Quando le nostre nudità si riconciliarono assalendosi dimenticai la pace e la salvezza. Abbiamo attinto i segreti della tempesta, riesumato il delirio dell'antichità senza nome, avvinto la distruzione alla gioia. Quando rividi i tuoi occhi il giorno che venne, mi rivelarono una bellezza indifferente ai nostri desideri. Vidi la carne, l'inchiostro dei versi della passione. Non si può declamare e comporre senza che la poesia diventi retorica. E allora tu mi vedesti ingenuo e io ti vidi innocente, e questo desiderammo l'uno dell'altro. L'impossibilità di questo nuovo desiderio e la sua evidenza ci rivelarono l'unicità di quella volta. Ed è per questo che l'ultima volta che ci siamo visti, tu hai terso una lacrima dai tuoi occhi e io non ho potuto prendere la tua mano.

scritto il
2026-04-20
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