La finestra

di
genere
prime esperienze

Quando frequentavo l’università, casa era poco più di un posto dove tornare a dormire.
Le giornate si riempivano da sole: lezioni, biblioteca, aperitivi che si allungavano senza accorgersene. Bastava uscire e qualcosa succedeva sempre.
Vivevo nel centro storico di una piccola città universitaria del centro Italia, uno di quei posti in cui la vita sembra scorrere tutta fuori, tra vicoli stretti e luci calde la sera.
Il palazzo in cui abitavo, invece, era l’esatto opposto: silenzioso, quasi sospeso.
Non conoscevo nessuno.
Né i nomi, né i volti.
Solo porte chiuse e qualche rumore lontano, mai abbastanza da incuriosire davvero.

Un giorno, mentre bevevo un caffè con il mio migliore amico prima di iniziare una lunga giornata di studio, lessi distrattamente un trafiletto su un giornale.
Parlava di un virus, in Cina. Qualcosa di lontano, quasi astratto. Non ci feci davvero caso, ma per qualche motivo mi rimase in testa.
Poi tutto è successo in fretta.
All’inizio di marzo ci siamo ritrovati chiusi in casa.
Le lezioni si sono spostate dietro uno schermo, gli esami sono diventati voci metalliche in cuffia, le serate con gli amici si sono ridotte a finestre su Zoom.
Quella che per me era sempre stata solo una tappa, un posto dove dormire, cambiarmi, ripartire, è diventata improvvisamente uno spazio chiuso, inevitabile.
Una presenza costante.

All’inizio ho provato ad anestetizzarmi nel modo più semplice: dormendo.
Ore su ore, senza misura.
Forse per recuperare tutto il sonno arretrato, quello dello studio matto, delle serate folli, delle notti di passione, o forse solo per non pensare troppo.
Ormai, dopo le prime settimane, avevo bisogno di stimoli.
Avevo completamente sovvertito la disposizione della stanza, spostando la scrivania sotto la finestra, per accaparrarmi quella poca luce che riusciva a filtrare tra i palazzi.

Da lì ho iniziato a guardare davvero.

Era strano accorgersi di quante cose esistessero intorno a me senza che le avessi mai notate.
Coppie di anziani che ripetevano gesti identici ogni giorno, come se il tempo si fosse fermato solo per loro.
Voci di bambini che rimbalzavano tra i muri, improvvise, disordinate, vive e genitori sempre più stanchi, sempre più tesi.
Col passare dei giorni, mi accorgevo di osservare sempre più a lungo.
Quasi senza volerlo, avevo iniziato a costruirmi piccole storie su chi avevo davanti.
Mi venne da sorridere pensando a quanto stessi diventando simile a James Stewart in La finestra sul cortile.
Solo che, a differenza di un film, lì fuori non succedeva mai niente di davvero inatteso.

Almeno, finché non la vidi.

Lei era una donna di cui non sapevo nulla.
La vidi per la prima volta mentre annaffiava le piante sul davanzale.
Era una mattina lenta, di quelle in cui il silenzio sembra più denso del solito.
Parlava al telefono, distrattamente, con qualcuno che non riuscivo a sentire.
Non era quello che diceva a colpire, ma il modo.
I gesti misurati, quasi automatici.
Il modo in cui si fermava ogni tanto, come se stesse ascoltando più di quanto parlasse.
Aveva capelli chiari, un biondo spento ma elegante, che cadeva senza sforzo lungo le spalle.
C’era qualcosa in lei che non chiedeva attenzione — e proprio per questo la tratteneva.

Nei giorni successivi iniziai a cercarla con lo sguardo, quasi senza accorgermene.
Compariva sempre negli stessi momenti, sempre da sola.
Mai nessun altro.
Quella costanza, più della sua presenza, iniziò a incuriosirmi.
Così cominciai a costruirle intorno una vita che non conoscevo.
Un nome, un lavoro, abitudini che forse non le appartenevano affatto.
E più cercavo di immaginarla, più mi rendevo conto che non stavo cercando di capirla davvero.
Stavo solo cercando un modo per riempire il tempo.
Non sembrava interessarle il resto del mondo.
Non guardava mai nella mia direzione, come se la sua casa fosse un confine sufficiente, un piccolo universo chiuso.

Col passare dei giorni iniziai a riconoscere i suoi gesti, le sue abitudini.
Piccole ripetizioni che, senza motivo apparente, finivano per catturare la mia attenzione più di qualsiasi altra cosa.
La mia finestra dava su due stanze della sua casa: il soggiorno e il bagno.
All’inizio non ci feci caso, poi iniziai a notare un dettaglio.
Le tende del bagno restavano spesso socchiuse.
Non abbastanza da vedere davvero, ma abbastanza da intuire.
C’era un gioco di riflessi, impercettibile ma costante, che restituiva frammenti del suo corpo mentre si muoveva sotto l’acqua.
Linee, ombre, movimenti appena accennati.
Niente di definito.
Ma proprio per questo impossibile da ignorare.
E mi accorsi che, senza averlo deciso davvero, avevo iniziato ad aspettare quei momenti.

Col passare dei giorni, qualcosa cambiò.
Le tende restavano aperte più a lungo.
A volte troppo.
Non era mai evidente.
Mai abbastanza da poter dire con certezza che fosse voluto.
Ma abbastanza da farmelo notare subito.
Iniziò così una discesa lenta, quasi inevitabile.
Non più semplice curiosità, ma qualcosa di più profondo, più fisico.
Quelle immagini iniziarono a restarmi addosso.
Durante il giorno tornavano senza preavviso.
La sera, nel silenzio, diventavano impossibili da ignorare.
All’inizio cercavo di distrarmi.
Poi smisi.
Chiudevo gli occhi, lasciando che quei frammenti prendessero forma nella mia mente.
E in quel buio, dove tutto diventava più semplice e più vero, il desiderio trovava finalmente uno sfogo, anche se solo per pochi istanti.
Ma non bastava.
Il giorno dopo ricominciava tutto da capo.
Più intenso, più presente.

Fu in una tiepida serata di inizio maggio, una di quelle che sembrano un’anteprima d’estate, che rimasi sveglio più del solito.
Erano quasi le tre del mattino quando decisi di andare a dormire.
Mi alzai per chiudere le imposte, ma notai che, nell’appartamento di fronte, la luce era ancora accesa.
Mi fermai.
Era in bagno.
Come sempre.
Ma quella volta non distolsi lo sguardo.
Poi successe.
Attraversò lo spazio davanti alla finestra.
Si fermò.
Indossava solo l’accappatoio.
E mi stava guardando.
Il cuore mi salì in gola.
Non c’era dubbio.
Mi aveva visto.
Rimasi immobile.
Poi, lentamente, lasciò che l’accappatoio si aprisse.
Non c’erano più equivoci.
Non era più solo osservazione.
Era diventato qualcos’altro.
Qualcosa di condiviso.

La notte fu un tormento.
Il giorno dopo, però, qualcosa era cambiato.
Le tende erano chiuse.
I giorni passarono così, sospesi.
Poi arrivò giugno.
E una sera, la rividi.
Era lì.
Diversa.
Si muoveva con una consapevolezza nuova, come se sapesse esattamente dove si trovava il mio sguardo.
Poi, a notte inoltrata, accadde.
Mi fece cenno di raggiungerla.
Non pensai.
Attraversai la strada, salii le scale, trovai la porta socchiusa.
Entrai.
Era lì.
A pochi passi.
Non dicemmo nulla.
Il desiderio accumulato trovò finalmente uno spazio, senza bisogno di parole.
E poi, così come era iniziato, tutto finì.
Pochi minuti dopo ero di nuovo fuori.
Nei giorni successivi tutto tornò alla normalità.
La vedevo come sempre, ma non guardava più fuori.
Come se nulla fosse mai accaduto.
Passai giorni ad aspettare.
Non successe più.
Col tempo iniziai a chiedermi se fosse stato tutto reale.
O solo immaginato.

Il mio tempo in quella città finì.
L’ultimo giorno mi affacciai un’ultima volta.
Guardai verso quella finestra.
Le tende erano completamente chiuse.
Come se lo fossero sempre state.
Non ho mai saputo il suo nome.
Ma so che quel ricordo è rimasto.
Sospeso.
A metà tra ciò che è stato
e ciò che forse non è mai esistito.
scritto il
2026-04-09
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