La figlia dell’imprenditore dal culo rotto
di
Alessandro2026
genere
corna
Era cresciuta in un paese dove i cognomi contano più delle persone.
Figlia dell’imprenditore, maestra per mestiere, osservata da sempre come si osservano le anomalie: con curiosità e sospetto. Non aveva mai fatto nulla per essere invisibile. E questo, in un posto così, è già una colpa.
La voce aveva cominciato a girare presto.
Non in modo netto, mai con prove. Mezze frasi, sguardi che si incrociano, silenzi che pesano più delle accuse. Lei lo sapeva. E aveva imparato una cosa semplice: difendersi è inutile. Più cerchi di spiegarti, più diventi colpevole.
Sua madre era stata l’unica a non usare giri di parole chiamandola puttana.
Prima di morire glielo aveva detto come si dice una verità stanca, senza rabbia:…che era fatta così, che non sarebbe cambiata. Lei non aveva risposto. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva già smesso di cercare assoluzioni e sapeva che in fondo il cazzo a lei non poteva mancare.
Gli uomini erano passati , catalogati in un diario segreto, senza lasciare ordine.
Voleva illudersi che fossero l’amore ma erano stati esperienze, prove, confronti. Cercava sensazioni precise, non legami, essere desiderata e dominata come una cavalla. E ogni volta che qualcosa finiva, non sentiva mancanza ma sentiva solo il vuoto lasciato da ciò che non sarebbe tornato.
Molto prima del matrimonio, molto prima che tutto si complicasse, c’era stato un episodio lontano con un africano, in incontro fuori contesto, in un luogo dove nulla le apparteneva davvero. Non ne conservava immagini nitide, un cazzo enorme che dopo averla sodomizzata le causò un emorroide che ancor oggi porta come ricordo. Conserva una sensazione: la sproporzione, piacere misto a dolore. L’idea di essere stata messa davanti a qualcosa che non chiedeva misura, che non cercava equilibrio, di enorme viene smesso ricordato e crea smarrimento, quello che aveva riscritto i parametri.
Da allora, tutto il resto le era sembrato ridotto, contenuto ed addomesticato. Quel ricordo , trasformato col tempo in mito, aveva lavorato in silenzio, diventando un metro di confronto impossibile. Non lo raccontava quasi mai. E quando lo faceva, lo rendeva più grande.
Il matrimonio arrivò come arrivano certe scelte razionali.
Non per salvezza, ma per stabilità. Quando si incrinò, non lo fece con un’esplosione: cedette lentamente con figli a seguito. Per rimettere ordine, o almeno per farlo credere, pagò un viaggio lontano. Un paradiso artificiale, costruito per cancellare.
Lì capì che la colpa può diventare una forma di disciplina.
Di notte lasciava che le cose seguissero un copione rigido, senza partecipazione. Non provava dolore né piacere. Provava distanza. Come se stesse verificando fino a che punto fosse ancora capace di restare in una gabbia scelta.
Il cinismo arrivò quando tornò.
Il paese era identico. Le voci pure. E in mezzo a quella immobilità riapparve un volto del passato. Un vecchio amore, mai davvero chiuso. Tra loro non ci fu nostalgia, solo riconoscimento. Non servivano spiegazioni.
Quello che accadde non fu una scoperta, fu continuità. Una naturalezza che non appartiene alle prime volte. A un certo punto fece una richiesta che uscì con troppa facilità per sembrare nuova, un rapporto anale profondo. Lui capì, non disse nulla visto che non serviva. Certe confidenze del corpo non nascono dal caso.
Lei se ne accorse nello sguardo che seguì, provo a coprirlo con una battuta, con una versione più comoda di sé. Disse qualcosa che suonava falsa già mentre usciva. Non perché qualcuno la stesse giudicando, ma perché il suo buco del culo non collabora più quando la menzogna è troppo evidente.
La parte più disturbante non fu essere smascherata.
Fu rendersi conto che non le importava.
Capì allora che non stava cercando il limite.
Stava inseguendo l’illusione del cazzo enorme. Un mito costruito anni prima, che aveva deformato ogni aspettativa successiva. Non desiderio, ma confronto. Non trasgressione, ma conferma.
Quando si rivestì, non provò rimorso.
Provò chiarezza. Non era caduta. Non era stata trascinata. Era tornata in un luogo che il corpo conosceva già, anche se la mente aveva finto a lungo di no.
Il paese avrebbe continuato a parlare.
E andava bene così.
Perché ormai sapeva una cosa con lucidità definitiva:
non cercava redenzione,
non cercava giustificazioni,
non cercava di essere capita.
Cercava solo di non raccontarsi più
una storia più pulita di tutte
quelle trasgressioni che aveva davvero vissuto. Oggi rinnega il suo passato …
Figlia dell’imprenditore, maestra per mestiere, osservata da sempre come si osservano le anomalie: con curiosità e sospetto. Non aveva mai fatto nulla per essere invisibile. E questo, in un posto così, è già una colpa.
La voce aveva cominciato a girare presto.
Non in modo netto, mai con prove. Mezze frasi, sguardi che si incrociano, silenzi che pesano più delle accuse. Lei lo sapeva. E aveva imparato una cosa semplice: difendersi è inutile. Più cerchi di spiegarti, più diventi colpevole.
Sua madre era stata l’unica a non usare giri di parole chiamandola puttana.
Prima di morire glielo aveva detto come si dice una verità stanca, senza rabbia:…che era fatta così, che non sarebbe cambiata. Lei non aveva risposto. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva già smesso di cercare assoluzioni e sapeva che in fondo il cazzo a lei non poteva mancare.
Gli uomini erano passati , catalogati in un diario segreto, senza lasciare ordine.
Voleva illudersi che fossero l’amore ma erano stati esperienze, prove, confronti. Cercava sensazioni precise, non legami, essere desiderata e dominata come una cavalla. E ogni volta che qualcosa finiva, non sentiva mancanza ma sentiva solo il vuoto lasciato da ciò che non sarebbe tornato.
Molto prima del matrimonio, molto prima che tutto si complicasse, c’era stato un episodio lontano con un africano, in incontro fuori contesto, in un luogo dove nulla le apparteneva davvero. Non ne conservava immagini nitide, un cazzo enorme che dopo averla sodomizzata le causò un emorroide che ancor oggi porta come ricordo. Conserva una sensazione: la sproporzione, piacere misto a dolore. L’idea di essere stata messa davanti a qualcosa che non chiedeva misura, che non cercava equilibrio, di enorme viene smesso ricordato e crea smarrimento, quello che aveva riscritto i parametri.
Da allora, tutto il resto le era sembrato ridotto, contenuto ed addomesticato. Quel ricordo , trasformato col tempo in mito, aveva lavorato in silenzio, diventando un metro di confronto impossibile. Non lo raccontava quasi mai. E quando lo faceva, lo rendeva più grande.
Il matrimonio arrivò come arrivano certe scelte razionali.
Non per salvezza, ma per stabilità. Quando si incrinò, non lo fece con un’esplosione: cedette lentamente con figli a seguito. Per rimettere ordine, o almeno per farlo credere, pagò un viaggio lontano. Un paradiso artificiale, costruito per cancellare.
Lì capì che la colpa può diventare una forma di disciplina.
Di notte lasciava che le cose seguissero un copione rigido, senza partecipazione. Non provava dolore né piacere. Provava distanza. Come se stesse verificando fino a che punto fosse ancora capace di restare in una gabbia scelta.
Il cinismo arrivò quando tornò.
Il paese era identico. Le voci pure. E in mezzo a quella immobilità riapparve un volto del passato. Un vecchio amore, mai davvero chiuso. Tra loro non ci fu nostalgia, solo riconoscimento. Non servivano spiegazioni.
Quello che accadde non fu una scoperta, fu continuità. Una naturalezza che non appartiene alle prime volte. A un certo punto fece una richiesta che uscì con troppa facilità per sembrare nuova, un rapporto anale profondo. Lui capì, non disse nulla visto che non serviva. Certe confidenze del corpo non nascono dal caso.
Lei se ne accorse nello sguardo che seguì, provo a coprirlo con una battuta, con una versione più comoda di sé. Disse qualcosa che suonava falsa già mentre usciva. Non perché qualcuno la stesse giudicando, ma perché il suo buco del culo non collabora più quando la menzogna è troppo evidente.
La parte più disturbante non fu essere smascherata.
Fu rendersi conto che non le importava.
Capì allora che non stava cercando il limite.
Stava inseguendo l’illusione del cazzo enorme. Un mito costruito anni prima, che aveva deformato ogni aspettativa successiva. Non desiderio, ma confronto. Non trasgressione, ma conferma.
Quando si rivestì, non provò rimorso.
Provò chiarezza. Non era caduta. Non era stata trascinata. Era tornata in un luogo che il corpo conosceva già, anche se la mente aveva finto a lungo di no.
Il paese avrebbe continuato a parlare.
E andava bene così.
Perché ormai sapeva una cosa con lucidità definitiva:
non cercava redenzione,
non cercava giustificazioni,
non cercava di essere capita.
Cercava solo di non raccontarsi più
una storia più pulita di tutte
quelle trasgressioni che aveva davvero vissuto. Oggi rinnega il suo passato …
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