Il sangue e l'acqua

scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 10 min

di
genere
bisex
cura
A

Il sangue e l'acqua
I
Era successo in pochi secondi, e a Marco sembrò che il tempo si fosse piegato per lasciare spazio a quella cosa.
Prima le parole, secche, un'offesa lanciata nel cortile della loro scuola, dove ancora si ritrovavano la sera, un anno dopo il diploma. Poi i colpi. Marco non aveva avuto paura. Aveva avuto qualcosa di più oscuro e più dolce: la sensazione di assistere a una verità. Luca picchiava con inusitata rabbia. La faccia nuda, senza difese, come chi non teme la morte e per questo ne ha il diritto. L'altro era caduto, si era rialzato, era caduto ancora. Quando tutto finì, e portarono via quell’uomo di circa trent’anni, strappandolo alle sue mani di diciannovenne, Luca rimase in piedi col respiro lungo, un filo di sangue che gli scendeva dal labbro spaccato fino al mento.
Marco lo guardò e capì, con la lentezza di un veleno: quello che conosceva, l’amico che ammirava e che parlava di donne come si parla di una fame, era stato soltanto una superficie. Sotto c'era questo: un animale lucido e splendido, con le nocche scorticate e gli occhi accesi. Un corpo compatto, che esplodeva di rabbia e vita. E e quel baricentro basso, solido, denso di una virilità animale ed esibita senza cura. Marco lo osservò con uno sguardo per un attimo sfrontato e sentì nel ventre un calore che non aveva nome in nessuna delle lingue che conosceva.
Camminarono fino a casa di Luca senza parlare. Marco teneva lo sguardo sulla sua nuca, sulla linea del collo, sulla camicia strappata a una spalla. Ogni passo era un piccolo supplizio. Avrebbe voluto fermarlo, prendergli il viso tra le mani, posare la bocca su quel labbro ferito e bere. Ma sapeva. Sapeva che Luca amava le donne con una devozione feroce, e che in quel mondo di sguardi e di conquiste non c'era una porta, nemmeno socchiusa, per lui.
«Mi faccio una doccia» disse Luca, entrando. «Aspettami, c'è la birra in frigo.»
Non chiuse la porta del bagno. Forse per abitudine, forse perché tra uomini il pudore è una cosa che non si usa, una convenzione di fratellanza. Marco restò sulla soglia, con la bottiglia ghiacciata in mano, e non riuscì a distogliere lo sguardo.
Mentre Marco ricostruiva l’accaduto di un’ora prima, la lite con quell buzzurro per un’occhiataccia di troppo, Luca si spogliò come si spoglia chi non si è mai guardato allo specchio con inquietudine. La camicia, poi i jeans, senza fretta. La schiena larga si apriva in ombre e rilievi, ogni muscolo disegnato dalla natura, non dalla vanità. Sulla pelle, qua e là, i segni della lite cominciavano a fiorire, viola e rossi, come petali. Quando entrò sotto il getto, il vapore lo avvolse piano, e l'acqua prese a scivolargli lungo le spalle, sulla colonna della spina dorsale, sui fianchi stretti, perdendosi dove gli occhi di Marco non osavano più seguirla e invece la seguivano, golosi e disperati.
Luca rovesciò la testa all'indietro. L'acqua gli lavò via il sangue dal mento e il rosa si sciolse nel bianco dello scarico. Un sospiro gli uscì dalle labbra, il sospiro stanco e soddisfatto di chi ha vinto. Marco lo sentì fin dentro le ossa.
Pensò: è bellissimo, ed è come guardare il fuoco: più lo desideri, più sai che ti brucerà. E nondimeno restava lì, immobile, la bottiglia che gli sudava tra le dita, gli occhi ipnotizzati dall’enorme fiore di carne dell’amico, a custodire un segreto che nessuno gli aveva chiesto di avere e che ormai nessuno avrebbe potuto togliergli.
II
Qualche giorno dopo, nella sua casa del Vomero, sua madre aveva apparecchiato per tre, mentre Marco e Luca erano rintanati nella stanzetta ad ascoltare musica rap.
Aveva messo un filo di rossetto, come sempre, Rosa. Ora però indossava anche una canottiera stretta senza reggiseno.
«Luca, ti piace la pasta col pesto?» chiedeva, e gli posava il piatto davanti sfiorandogli la spalla.
Luca annuiva. Poi sorrideva, il labbro ancora gonfio, un livido color prugna sullo zigomo che a lei era stato raccontato come l’effetto di una caduta dal motorino. Era un altro, in quella cucina: un ragazzo selvatico ma educato, gioviale e pieno di vitalità. Marco lo guardava recitare quella parte e pensava: non sai chi hai a tavola. Non sai cosa ho visto io, l’altro giorno.
Fu allora che se ne accorse.
Era un dettaglio minuscolo: lo sguardo di lei, la sua mamma, quarant’anni compiuti da qualche settimana, che scivolava dal viso di Luca al collo, dal collo alle braccia nude fino al gomito, e lì si fermava un istante più del lecito. Non era lo sguardo di una madre che accoglie un amico del figlio. Era quello di una femmina che misura. Marco lo riconobbe perché non lo aveva mai ricevuto. Sua madre lo aveva guardato in tutti i modi possibili, con ansia, con rimprovero, con tenerezza, ma mai così, mai come si guarda un maschio.
Qualcosa gli si torse nello stomaco. Era una gelosia strana, senza una direzione precisa.
Avrebbe voluto gridarglielo, sul tavolo, tra i bicchieri: non è questo, mamma, non è questo il ragazzo che ridacchia. È un animale. L'ho visto. Ha il sangue di un altro sulle mani e non ha chiuso gli occhi. Poi la vide inclinare la testa, la vide sorridere a Luca con la bocca socchiusa, e capì.
Lei lo sapeva già.
Lo sapeva meglio di lui. Una donna come Rosa fiutava la virilità dove c'era, la riconosceva sotto le buone maniere come si riconosce l'odore della pioggia prima che cada. Era proprio quella durezza, quella sicurezza arrogante di chi non chiede il permesso, a farla civettare, a farle sistemare i capelli dietro l'orecchio. Luca non la ingannava affatto. Lei lo voleva esattamente per quello che nascondeva.
Marco sentì la disperazione montargli dentro, perché in quel gioco di sguardi lui non aveva posto, né come figlio né come altro. Era seduto lì, a un angolo del tavolo, invisibile, e guardava la persona che desiderava diventare l'oggetto del desiderio di un'altra.
Fu Luca ad alzarsi per primo.
Lo fece come faceva tutto, senza accorgersi di essere guardato, oppure no, ma appariva disinvolto lo stesso: spinse indietro la sedia, si stirò un attimo, con le braccia sollevate e la camicia che saliva a scoprire un lembo di ventre scuro e mostrando i marcati addominali. «Posso fumare?» chiese. «Sì, tranquillo, Luca.» rispose Rosa.
Si voltò verso la porta, e fu allora che Marco vide i jeans.
Li aveva già visti mille volte, e ogni volta era come la prima. Erano stretti, di quel blu consumato che prende la forma di chi lo porta, e in quel momento modellavano ogni cosa: le cosce lunghe e dure, il taglio dei fianchi, e davanti, quando Luca si girò di tre quarti per prendere il giubbino dallo schienale ed estrarne il pacchetto di sigarette, il rilievo pesante e senza pudore di ciò che il tessuto custodiva.
E Marco vide sua madre fissure il suo sguardo proprio su quella protuberanza oscena.
Marco smise di respirare.
Gli sembrò che la stanza si capovolgesse. Non c'erano più il suo amico e la donna che lo aveva messo al mondo, non c'erano più i ruoli, i nomi, la tovaglia buona, la pasta col pesto: c'erano un maschio e una femmina, e tra loro l'aria vibrava di una tensione che non aveva bisogno di parole. Lei lo desiderava. Lo desiderava, senza vergogna. le si leggeva in volto ciò che pensava, ciò che sentiva, il lago in cui quel desiderio nuotava. E Luca si muoveva in quella luce come si muove un animale che sente di essere desiderato: più lento, più largo nei gesti, più suo.
Dentro Marco la gelosia e il desiderio si strinsero in un nodo solo, impossibile da sciogliere. Gli bruciava il petto. Gli tremavano le mani. Avrebbe voluto alzarsi, urlare, rovesciare il tavolo, e insieme avrebbe voluto restare lì per sempre, fermo in quell'angolo d'ombra, a guardare il ragazzo che amava essere voluto così, fino in fondo, da qualcuno che non aveva paura di mostrarlo. Era sgomento, e lo sgomento aveva il sapore dolce e sporco del piacere. Sentì il sangue scorrere in lui caldo, vergognoso, inarrestabile, e non seppe più dire se stesse morendo di dolore o di desiderio, o se, come accade sempre a chi ama senza speranza, fossero ormai la stessa cosa.
Luca tirò una sigaretta dal pacchetto e la offrì a Rosa che, rossa in volto come suo figlio non l’aveva mai vista, la prese tra le dita e se la fece accendere, sfiorando la mano di Luca mentre lo fissava, ora seria e come sotto ipnosi. E Marco, seduto all’altro lato del tavolo, con il tovagliolo ridotto a uno straccio tra le dita, capì che quella sera non sarebbe successo niente, e che proprio per questo non sarebbe finita mai.
Luca se ne andò poco dopo, il pacchetto in tasca e un cenno distratto dalla porta, e il rumore del motorino si spense giù per la discesa fino a non essere più niente.
Rosa restò ferma un momento, la sigaretta consumata a metà tra le dita. Poi andò alla finestra, la aprì, e lasciò che l’aria della sera le portasse via il fumo dal viso. Aveva le guance accese. Non guardava Marco. Guardava la strada ormai vuota, come chi aspetta ancora qualcosa che sa già che non tornerà.
«Che bel ragazzo, Luca» disse.
Marco non rispose. Stava sparecchiando, piano, un piatto alla volta, per avere qualcosa da fare con le mani.
«Educato, poi. Si vede subito. Si vede che è figlio di una buona donna.» Si voltò, e per la prima volta da quando Luca era entrato in cucina lo guardò davvero, con quel sorriso materno e ordinario che le era tornato sul viso come un vestito rimesso in fretta. «Dovresti frequentarlo di più, sai? Uno così ti fa bene. Esci, conosci gente. Magari grazie a lui ti trovi finalmente una ragazza, una che ti piaccia. Alla tua età è ora, no? Hai sempre quella faccia chiusa.»
Gli sfiorò i capelli, di passaggio, come si fa con un bambino. Poi spense la sigaretta nel posacenere e uscì dalla cucina, canticchiando qualcosa di troppo leggero per quella casa.
Marco rimase solo, con un piatto in mano. Davanti a lui c’era ancora il posto di Luca, la sedia spostata, un filo di cenere sulla tovaglia.
Dunque era questo che gli restava: farsi condurre da lui, un passo indietro, verso le ragazze; essere l’amico fidato, quello da sistemare, quello che ancora non l’ha fatto e conviene si dia una mossa. Sua madre, il cui sguardo su di lui si rivelava superficiale, l’opposto di quello su Luca, gli aveva consegnato la sua pena con un sorriso e un consiglio, senza sapere di averlo fatto.
Ma lui non voleva andargli dietro per cercarne una. Non voleva restare in disparte a guardare Luca scegliere, ridere, portarsi via qualcuna dalle luci di un locale, magari una donna insoddisfatta e arrapata di quarant’anni come gli era apparsa la madre pochi minuti prima. Voleva essere lui, la ragazza. Voleva essere quella che Luca avrebbe desiderato piegare su un tavolo e prendere da dietro, quella a cui avrebbe posato le labbra sul collo con la stessa sicurezza arrogante con cui faceva tutto: la fidanzata di Luca, ma anche la puttana di Luca. Lo sapeva dal giorno del cortile, dal sangue sul mento, e sapeva anche che non sarebbe mai successo, che nessun mondo e nessuna notte avrebbero mai aperto per lui quella porta.
Posò il piatto nel lavandino. L’acqua scrosciò sulla ceramica, sciolse il pesto, portò via ogni traccia. Marco la guardò scorrere a lungo, senza chiuderla, con le mani aperte sotto il getto, e non riuscì a piangere.
57
visite
1
voti
valutazione
3
il tuo voto

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.