Ritmo delle molle

scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 11 min

di
genere
corna
cura
A+

Lorenzo ascolta dal corridoio i sussurri di Giorgia e Manu sul divano, il cigolio delle molle e i
respiri che si intrecciano. Ogni 'piano' è un filo teso tra il desiderio e la scoperta, mentre il
silenzio della casa si riempie di un tradimento che non ha bisogno di parole.







Il caffè gorgogliava nella moka posata sul fornello spento, e l'odore di arabica tostata si spandeva per la cucina
mescolandosi al residuo di cena nell'aria. Lorenzo versò il liquido scuro nelle tre tazzine spaiate che Giorgia
aveva allineato sul piano di lavoro. Lei prese la sua senza alzarsi dallo sgabello, soffiando sulla superficie con un
soffio leggero che le sollevò una ciocca di capelli castani dal viso. Manu, stravaccato sulla sedia con le gambe
aperte e le braccia incrociate dietro la testa, afferrò la tazzina con una mano sola e la svuotò in due sorsi, come
fosse un bicchierino di tequila.
«Niente zucchero?» chiese Giorgia, inarcando un sopracciglio verso di lui.
«Il caffè è amaro o non è caffè» rispose Manu, e si batté due volte il petto con il pugno chiuso, un gesto che a
Lorenzo sembrò sempre un po' teatrale ma che Manu faceva con naturalezza, come respirare.
Lorenzo sorseggiò il suo in silenzio, osservando i due sopra l'orlo della tazzina. Giorgia aveva i piedi nudi
penzoloni dallo sgabello, le unghie laccate di un rosso scuro che sembrava bordeaux, e ogni tanto urtavano la
gamba del mobile con un toc leggero. Manu indossava una maglietta grigia aderente che gli disegnava le spalle
e i pettorali con una precisione quasi imbarazzante, e i bicipiti gli gonfiavano le maniche ogni volta che si
muoveva.
«Andiamo sul balcone?» propose Giorgia, scivolando giù dallo sgabello. I suoi talloni colpirono le mattonelle
fredde con un colpo secco.
Il balcone era stretto, tre persone ci stavano appena, gomito contro gomito. Giorgia si infilò tra i due uomini,
accendendosi una sigaretta con un Bic arancione che le tremò leggermente tra le dita. Manu rollò una
cannetta con foglie che teneva in un portachiavi di pelle, leccando la cartina con un movimento lento della
lingua che fece schioccare la colla. Lorenzo si appoggiò alla ringhiera arrugginita, sentendo il metallo freddo
premere contro i lombari.
Sotto, la strada era vuota. Un lampione ronzava con una luce gialla che tremolava ogni tre secondi, e l'asfalto
bagnato dall'acqua di un irrigatore vicino rifletteva i contorni delle auto parcheggiate in lunghe strisce
deformate. Da un balcone due piani sopra arrivava il suono di una televisione, voci concitate di un telegiornale
che si mescolavano al ronzio del condizionatore del vicino.
Giorgia soffiò il fumo verso l'alto, il polso piegato all'indietro in un gesto che le tese il tendine sul collo.
«Domani piove» disse, indicando con la punta della sigaretta una striscia di nuvole basse che tagliava i tetti.
«Speriamo» rispose Manu, passandole la cannetta. Le loro dita si sfiorarono nello scambio, e Giorgia trattenne
il fumo nei polmoni un momento più del necessario, le guance che le si incavavano leggermente.
Lorenzo notò che Manu, quando espirava, inclinava la testa all'indietro e il fumo gli usciva dalle labbra in un
cono denso che si disfaceva contro il soffitto del balcone. Aveva un modo di occupare lo spazio che non era
aggressivo ma era totale, come se l'aria intorno a lui si disponesse naturalmente secondo la sua geometria.
Rientrarono quando la sigaretta di Giorgia era un filtro consumato e la cannetta di Manu un mozzicone spento
nel portacenere di latta sul davanzale. L'aria del soggiorno sembrò densa dopo la frescura del balcone, e l'odore
del fumo li seguì dentro come un ospite non invitato.
Si sedettero. Giorgia sul divano, con le gambe ripiegate sotto di sé, i piedi nudi che facevano capolino dal
bordo dei pantaloni corti di cotone. Manu sulla poltrona a sacco che si modellò sotto il suo peso con un
fruscio di polistirene. Lorenzo sulla sedia della cucina, trascinata vicino al tavolino.
Parlarono del più e del meno. Manu raccontò di un lavoro che stava facendo in un appartamento al quarto
piano, un impianto elettrico da rifare completamente, e mimò il gesto di tirare i cavi con entrambe le braccia, i
muscoli dell'avambraccio che gli si tendevano sotto la pelle abbronzata. Giorgia commentò con domande
tecniche che sembravano genuine, inclinandosi in avanti con i gomiti sulle ginocchia, e ogni tanto si portava
una mano dietro il collo a massaggiarsi la nuca, dove i capelli le si arricciavano in piccole spirali per il vapore
della cucina.
Lorenzo ascoltava, annuiva, inseriva una battuta ogni tanto. Guardava Manu quando parlava, poi guardava
Giorgia che guardava Manu. Era un dettaglio piccolo, quasi invisibile: il modo in cui lei orientava il mento verso
di lui quando non parlava, come un fiore che segue il sole. Non era un gesto consapevole. Era un fatto
meccanico, muscolare, come la gravità.
Dopo una ventina di minuti, Lorenzo si alzò. «Io vado in camera» disse, stirandosi con le braccia sopra la testa.
«Sono cotto.»
Giorgia si voltò sul divano, il braccio appoggiato allo schienale. «Notte» disse, e la sua voce aveva una
morbidezza che Lorenzo riconobbe come il tono che usava quando era rilassata, quando la guardia era
abbassata.
«Notte, fra» aggiunse Manu, alzando un pugno chiuso. Lorenzo lo sfiorò con le nocche, un contatto secco, la
pelle di Manu asciutta e calda.
Si avviò verso il corridoio. Sentì dietro di sé il suono del telecomando, il clic del play, e poi il jingle iniziale della
serie che Giorgia e Manu stavano guardando, qualcosa con una colonna sonora di archi e un piano ripetitivo.
Chiuse la porta della camera. Si sedette sul bordo del letto senza accendere la luce, le mani sulle ginocchia, e
ascoltò.
I minuti passavano. Sentiva il mormorio della serie, le voci degli attori che si rincorrevano in dialoghi che non
riusciva a distinguere, la risata bassa di Manu ogni tanto, un commento di Giorgia che filtrava attraverso la
porta come un sussurro senza parole. Il materasso sotto di lui era freddo, e l'oscurità della stanza aveva la
consistenza dell'acqua ferma.
Poi, il clic del tasto pausa.
Il silenzio che seguì fu diverso. Non il silenzio di una stanza vuota, ma quello di due persone che smettono di
guardare uno schermo e si guardano. Lorenzo lo riconobbe come si riconosce un odore: la qualità dell'aria
cambia, la densità aumenta, il tempo rallenta.
Un fruscio. Un movimento sul divano, il cigolio leggero di una molla che si comprime sotto un peso che si
sposta. Poi la voce di Giorgia, bassa, un soffio che attraversò il corridoio e arrivò alla porta della camera come
un'onda.
«Fai piano» disse. Solo quello. Due parole che contenevano un intero universo di consapevolezza.
«Tranquilla» rispose Manu, e la sua voce era un sussurro rauco, il tipo di sussurro che non cerca di essere
silenzioso ma di essere intimo, come se il volume basso fosse una carezza e non un nascondiglio.
Lorenzo smise di respirare. Non per scelta: i polmoni si fermarono da soli, come un animale che fiuta il pericolo.
O l'attesa.
Un altro cigolio del divano, più lungo, il suono di due corpi che si avvicinano sullo stesso cuscino. Poi un suono
che non era un suono ma un'assenza di suono: il momento esatto in cui due bocche si trovano e il mondo
trattiene il respiro. Un bacio che comincia con il contatto delle labbra, leggero, esplorativo, e poi si
approfondisce con un ritmo che Lorenzo poteva intuire dalla sequenza dei piccoli rumori: uno schiocco, una
pausa, un respiro trattenuto, un altro schiocco più lungo.
La mano di Giorgia trovò qualcosa, forse lo schienale del divano, forse la spalla di Manu, e le sue unghie
produssero un graffio leggero sul tessuto o sulla pelle, un suono di carta vetrata fine che durò un secondo.
«Aspetta» mormorò Giorgia, e ci fu un movimento, il rumore di un corpo che si gira, che si ridispone. Il divano
protestò con un gemito delle molle, un lamento metallico che sembrò troppo forte nel silenzio della casa.
«Piano, piano» ripeté Giorgia, e questa volta la sua voce aveva un'urgenza che non c'era prima, un filo di
tensione che vibrava sotto la superficie come la corda di un violino pizzicata ma non rilasciata.
«Sì, sì, faccio piano» rispose Manu, e la sua voce era più bassa di prima, più densa, come se le parole gli
uscissero dal petto invece che dalla gola.
Lorenzo chiuse gli occhi. L'oscurità dietro le palpebre era totale, e in quell'oscurità i suoni diventavano
immagini. Il respiro di Giorgia che accelerava, un ansimo che cercava di restare chiuso tra i denti ma che le
sfuggiva dal naso in un sibilo corto. Il suono di un tessuto che scivola sulla pelle, forse una maglietta che viene sollevata, forse un pantalone che viene abbassato. Il contatto di una mano su qualcosa di morbido, un suono di
palmo contro carne che poteva essere una coscia, un fianco, un seno.
«Manu...» disse Giorgia, e il nome uscì dalla sua bocca come se fosse la prima volta che lo pronunciava, come
se le lettere le scaldassero le labbra. Non era un richiamo, non era un invito: era un'affermazione, la
constatazione di un fatto che stava accadendo e non poteva essere fermato.
Il divano ricominciò a scricchiolare, e questa volta il ritmo era diverso. Non era il movimento di due persone
che si cercano: era il movimento di due persone che si trovano. Un cigolio regolare, una molla che si comprime
e si rilascia con una cadenza che Lorenzo riconobbe nel corpo prima ancora che nella mente, perché era un
ritmo antico, inscritto nella memoria muscolare della specie.
«Piano, ti ho detto piano» sussurrò Giorgia, ma la sua voce adesso aveva un tremito che smentiva il comando,
come se il piano fosse una richiesta che il suo corpo non voleva rispettare.
«Sto facendo piano» rispose Manu, e il suo respiro era pesante, un mantice che si alza e si abbassa, e tra
un'espirazione e l'altra c'era il suono della pelle di lui che incontrava la pelle di lei con un colpo soffocato,
attutito dalla posizione, dal divano, dalla notte.
Lorenzo non si mosse. Le mani sulle ginocchia, i palmi aperti, i polpastrelli che affondavano nel tessuto dei
pantaloni della tuta. Il cuore gli batteva nelle orecchie con un ritmo che non corrispondeva a quello del divano,
era più veloce, più disperato, come un tamburo che suona in una stanza vuota.
Un ansimo di Giorgia, più lungo degli altri, le uscì dalla gola come un lamento che si trasforma in canto, e poi si
spezzò in due parti quando il ritmo del divano accelerò di mezzo battito. Lo scricchiolio diventò più rapido, più
insistente, e le molle presero a gemere con una voce che non era più un sussurro ma un coro di metallo sotto
stress.
«Cazzo» disse Giorgia, e la parola le uscì strozzata, mezzo aria e mezzo voce, come se le fosse stata strappata
dal diaframma. «Cazzo, piano, piano, piano...» ma lo ripeteva come un mantra, non come un comando, e ogni
piano era più alto del precedente, più un mugolio che un sussurro.
Manu non rispose. I suoi respiri erano diventati grugniti corti, un suono da sforzo fisico, come quando tirava i
cavi dell'impianto elettrico e i muscoli degli avambracci gli si tendevano sotto la pelle. Il divano gemeva sotto
di lui, e il ritmo era quello di qualcuno che non sta più facendo piano ma non riesce a fermarsi, come un'onda
che cresce verso la riva.
Lorenzo aprì gli occhi. La stanza era buia, la porta chiusa, e attraverso il legno sottile arrivava tutto: il respiro di
lei che si spezzava in frammenti, il gemito di lui che si raccoglieva in fondo alla gola, il cigolio del divano che
adesso era continuo, un lamento metallico che non aveva pause, solo variazioni di intensità.
Giorgia emise un suono che Lorenzo non le aveva mai sentito fare, un suono che iniziava come un singhiozzo e
finiva come un canto, qualcosa che le saliva dal centro del corpo e le usciva dalla bocca aperta, e il divano
smise di scricchiolare per un istante, un istante che durò un battito di cuore, e poi ricominciò più piano, più
lento, come una marea che si ritira.
Il silenzio che seguì non era silenzio. Era il suono di due respiri che si cercano, che si sovrappongono, che
trovano un ritmo comune. Il divano non scricchiolava più. Solo il respiro di Giorgia, ancora accelerato, che
tornava verso la superficie da qualche profondità che Lorenzo non poteva raggiungere. E il respiro di Manu,
pesante, soddisfatto, il respiro di qualcuno che ha finito un lavoro e si sdraia sulla schiena a guardare il soffitto.
Lorenzo rimase seduto sul bordo del letto, le mani ancora sulle ginocchia, i palmi umidi, e ascoltò il silenzio che
si riempiva di tutto quello che era appena successo.


Grazie mille per la lettura e ditemi con un mi piace o un commento se vi è piaciuto e volete vedere altro, accetto consigli 😊😊😊
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Commenti dei lettori al racconto erotico

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