Le regole di Livia
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 13 min
di
Livia Rox
genere
etero
cura
A+
Un incontro nel mondo di Livia
Riccardo aveva aspettato tre settimane prima di ottenere un appuntamento. Non era stato un problema di prezzo: Livia gli aveva comunicato la tariffa al primo messaggio, insieme alla durata prevista, e lui aveva accettato senza discutere. Il problema era il calendario. Lei non spostava un cliente per favorirne un altro, non riceveva sconosciuti all’ultimo momento e non cambiava programma perché qualcuno insisteva.
Il primo messaggio di Riccardo era stato breve: «Mi hanno parlato di te. Vorrei prenotare». Livia aveva chiesto soltanto ciò che le serviva: nome, disponibilità e conferma delle condizioni. Quando lui le aveva proposto di incontrarsi in albergo, la risposta era arrivata in meno di un minuto: «Ricevo a casa mia. Se non ti va bene, non fissiamo». Riccardo aveva smesso di proporre alternative.
La riservatezza funzionava in entrambe le direzioni. Niente fotografie, niente registrazioni, niente domande sulla sua vita privata. Le condizioni si stabilivano prima dell’incontro, non quando si era già dentro casa. Livia non faceva promesse miracolose e non accettava richieste formulate come ordini. Quell’appuntamento sarebbe stato dedicato a ciò che avevano concordato. Se Riccardo avesse voluto cambiare qualcosa, avrebbe dovuto chiederlo; lei avrebbe deciso se accettare oppure no. Ciascuno poteva interrompere l’incontro in qualsiasi momento.
Riccardo aveva sentito parlare di lei da due uomini che non si conoscevano fra loro. Uno non gli aveva raccontato quasi niente. L’altro gli aveva descritto la puntualità, il modo di parlare e soprattutto la capacità di Livia di mantenere il controllo della situazione dal primo minuto all’ultimo. Nessuno dei due aveva avuto il suo numero diretto: lo aveva ricevuto soltanto dopo essere stato presentato.
La sera fissata, Riccardo arrivò con cinque minuti di anticipo e aspettò fuori dal portone. All’ora concordata suonò il citofono. Salì, lasciò il cappotto dove Livia gli indicò e mise il telefono in modalità silenziosa. Lei controllò l’orario senza commentarlo. Indossava un vestito nero attillato appena sopra il ginocchio e scarpe con il tacco basso. Aveva capelli scuri, occhi castani e un’espressione che non invitava a cercare confidenza.
L’appartamento era ordinato e preparato per l’incontro. Il soggiorno aveva il divano che usava abitualmente con i clienti, ma per quella prenotazione aveva predisposto una stanza più raccolta: un letto matrimoniale con lenzuola pulite, una poltrona, luce calda e il bagno a pochi passi. Sul ripiano erano già pronti acqua e asciugamani. Non c’erano fotografie personali in vista. Riccardo diede un’occhiata alla stanza, poi a lei, come in attesa di un’indicazione.
Livia gli spiegò dove lasciare le scarpe e dove appoggiare gli effetti personali. Gli ricordò che non doveva prendere iniziative e che le sue istruzioni non erano suggerimenti. Riccardo confermò di aver capito. Solo allora lei lo fece sedere sul bordo del letto e prese posto sulla poltrona di fronte a lui. Accavallò le gambe e lo guardò senza sorridere. Non sembrava interessata a impressionarlo. Voleva soltanto vedere se sapeva ascoltare.
«Quanto tempo hai?» chiese.
«Due ore.»
«Bene. Togliti i pantaloni e i boxer. Resta seduto sul bordo del letto. Non toccarmi la testa se non te lo dico io. Se senti che stai per venire, avvertimi. Io decido quando.»
Riccardo ubbidì. Livia si alzò, si avvicinò e si inginocchiò tra le sue gambe con un movimento lento, preciso. Non si sfilò il vestito. Si limitò a tirare su un poco la gonna, così che le cosce restassero libere. Poi appoggiò le mani sulle cosce di lui, le dita calde, e rimase ferma per alcuni secondi, guardando il cazzo ancora morbido.
Non lo toccò subito. Si chinò e respirò. Un soffio lungo, caldo, che gli sfiorò la pelle dalla base alla punta. Ripeté il gesto tre volte. Riccardo sentì il sangue cominciare a muoversi. Livia avvicinò il viso ancora di più, le labbra a pochi millimetri, e soffiò di nuovo, più forte, proprio sulla testa. Il cazzo ebbe un piccolo spasmo. Lei lo osservò, soddisfatta, poi aprì la bocca e tirò fuori la lingua. La tenne piatta, larga, e la posò sotto la testa, senza chiudere le labbra. La lasciò lì, immobile, per dieci secondi buoni. Solo il calore e l’umidità della lingua. Poi, molto lentamente, la fece scorrere verso l’alto, raccogliendo la prima goccia di liquido che era uscita. La assaggiò, chiuse gli occhi un attimo, e deglutì.
«Sei già salato», disse a bassa voce. «Bene.»
Tornò a posare la lingua, questa volta più in basso, e cominciò a leccare la parte inferiore dell’asta con colpi lunghi, lenti, dalla base fino alla corona e ritorno. Non usava la punta della lingua. Usava tutta la superficie, piatta e morbida. Ogni leccata lasciava una striscia lucida di saliva. Dopo cinque o sei passaggi, il cazzo era completamente eretto, duro, le vene in rilievo. Livia lo prese alla base con la mano sinistra, lo tenne fermo e verticale, e ricominciò a leccare. Ora partiva dalle palle. Le leccò una alla volta, con calma, le sollevò con la lingua, le succhiò piano, senza denti, tenendole in bocca per qualche secondo prima di lasciarle. Poi risalì, sempre con la lingua piatta, fino alla punta.
Solo allora aprì la bocca e la chiuse intorno alla testa. Non succhiò. La tenne lì, le labbra morbide che formavano un anello stretto sotto la corona, la lingua ferma contro la fessura. Riccardo sentì il battito del proprio cuore pulsare contro quella lingua. Livia rimase immobile per quasi mezzo minuto. Poi, molto lentamente, cominciò a muovere solo la lingua, piccoli cerchi umidi sulla punta, senza staccare le labbra. La saliva si accumulò. Una goccia scese lungo l’asta e finì sulle palle. Lei la raccolse con il pollice e la spalmò di nuovo sulla pelle.
Quando finalmente iniziò a succhiare, lo fece con una pressione minima. Le guance si incavarono appena. La testa del cazzo scivolò un centimetro più dentro, poi un altro. Livia non usava le mani per spingere. Usava solo la bocca e la gola. Scendeva di un centimetro, si fermava, succhiava piano, saliva di mezzo centimetro, e ridiscendeva un centimetro e mezzo. Era un movimento quasi impercettibile, ma costante. Il cazzo si bagnava sempre di più. Dopo due minuti era lucido dalla base alla punta, e un filo di saliva pendeva dal mento di Livia fino alle palle di Riccardo.
Lei non aveva ancora preso più della metà. Continuava a lavorare solo sulla parte superiore, con una precisione chirurgica. Ogni tanto staccava le labbra, lasciava il cazzo esposto all’aria per tre secondi, e lo osservava pulsare. Poi lo riprendeva esattamente nello stesso punto, come se non si fosse mai fermata. La mano sinistra restava ferma alla base, senza muoversi. Serviva solo a tenerlo dritto.
Quando decise di andare più a fondo, lo fece senza preavviso. Aprì di più la gola, rilassò la mandibola e scese fino a sentire la punta premere contro la parete posteriore. Non tossì. Respirò dal naso, tenne il cazzo lì per cinque secondi, poi risalì di un paio di centimetri e ridiscese. Questa volta arrivò un po’ più in fondo. Il naso le sfiorò i peli del pube. Riccardo sentì la gola di lei stringersi intorno alla testa, una pressione calda e umida che lo avvolgeva completamente. Livia rimase ferma, deglutì una volta (il movimento della gola gli fece tremare le cosce), poi risalì lentamente, le labbra che strisciavano lungo tutta l’asta, raccogliendo la saliva.
Si fermò di nuovo sulla testa. Ora succhiava più forte. Le guance si incavavano visibilmente. La lingua premeva contro la parte inferiore, proprio dove passava la vena più sensibile, e la strofinava con movimenti rapidi e corti mentre la bocca tirava. Riccardo gemette. Livia alzò gli occhi, lo guardò, e continuò senza cambiare ritmo. La mano sinistra si mosse per la prima volta: un movimento lento, dalla base verso l’alto, che incontrava le labbra a metà strada e poi ridiscendeva. Non pompava. Accarezzava. La pelle del cazzo scivolava sotto le dita bagnate.
Passarono altri cinque minuti così. Livia alternava momenti in cui lo prendeva quasi tutto, la gola che si apriva e si chiudeva intorno a lui, a momenti in cui si limitava a leccare la punta con la lingua arrotolata, come se stesse bevendo da una cannuccia. Ogni tanto si fermava del tutto, teneva il cazzo in bocca senza succhiare, e respirava. Il calore della sua bocca, il peso della lingua, il battito del cuore di lei che Riccardo sentiva attraverso le labbra: tutto rimaneva fermo, sospeso. Poi ricominciava, sempre dallo stesso punto, con la stessa lentezza.
A un certo punto si staccò completamente. Il cazzo era scuro, gonfio, lucido di saliva. Livia lo osservò per qualche secondo, poi si chinò e lo leccò dalla base alla punta con un unico colpo lungo e piatto. Ripeté il gesto tre volte, sempre più lente. Alla quarta, quando arrivò alla punta, aprì la bocca e lo riprese, questa volta andando subito a fondo. Non si fermò. Continuò a scendere e a salire con un ritmo costante, la testa che si muoveva su e giù, la gola che lo prendeva a ogni discesa. I suoni erano umidi, profondi. La saliva colava copiosa, le cadeva sulle cosce, sul pavimento. Livia non si preoccupava di asciugarsi.
Riccardo sentiva l’orgasmo avvicinarsi. Le palle si erano ritirate, il respiro si era fatto corto. Livia se ne accorse dal modo in cui il cazzo pulsava contro la sua lingua. Rallentò immediatamente. Tornò a lavorare solo sulla testa, con succhiate leggere e lente. La mano sinistra strinse la base, non per pompare, ma per tenere fermo il sangue. Riccardo gemette di frustrazione. Livia alzò gli occhi, lo guardò, e continuò a succhiare piano, quasi distrattamente, finché il picco non si allontanò.
«Non ancora», disse, staccandosi appena. La voce era calma. «Abbiamo tempo.»
Riprese. Questa volta usò entrambe le mani. La sinistra stringeva la base, la destra accarezzava le palle, le faceva rotolare tra le dita, le tirava piano. La bocca lavorava a metà asta, succhiando e leccando allo stesso tempo. Ogni tanto scendeva fino in fondo, restava ferma, deglutiva, e risaliva. Il movimento della gola era preciso, controllato. Non c’era fretta. Livia sapeva esattamente quanto tempo poteva tenere il cazzo in gola senza dover respirare, e lo usava fino all’ultimo secondo.
Passò quasi mezz’ora prima che decidesse di accelerare. Anche allora non fu un’accelerazione vera. Fu solo un ritmo più costante. La testa si muoveva su e giù con regolarità, le labbra scivolavano sulla pelle bagnata, la lingua premeva sempre nello stesso punto. La mano sinistra pompava ora in sincronia, ma lentamente. Livia teneva gli occhi aperti, fissi su quelli di Riccardo. Ogni tanto si staccava per un secondo, leccava la punta con colpi rapidi della lingua, e lo riprendeva. La saliva era ovunque. Le colava dal mento, le bagnava il petto sotto il vestito, le gocciolava sulle cosce.
Riccardo non riusciva più a stare fermo. Le mani gli tremavano. Livia gli aveva detto di non toccarle la testa, e lui obbediva, ma le dita stringevano le lenzuola fino a sbiancare. Sentiva ogni centimetro della bocca di lei, ogni contrazione della gola, ogni passaggio della lingua. Non aveva mai provato niente di simile. Non c’era violenza, non c’era fretta. C’era solo una precisione assoluta, una conoscenza del corpo maschile che sembrava istintiva e insieme studiata in ogni dettaglio.
Quando finalmente Livia decise che poteva venire, non cambiò ritmo all’improvviso. Continuò a succhiare nello stesso modo lento e profondo, ma strinse di più le labbra e aumentò la pressione della lingua. La mano sinistra pompava ora un po’ più veloce, sempre in sincronia con la bocca. Riccardo sentì l’orgasmo salire dalle palle, attraversargli il cazzo, arrivare alla punta. Avvertì Livia, come lei gli aveva chiesto. Lei non si staccò. Anzi, scese fino in fondo e rimase lì, la gola aperta, mentre il primo schizzo gli usciva direttamente nella sua gola. Deglutì. Un altro schizzo, e un altro. Continuò a succhiare piano mentre lui veniva, raccogliendo tutto, senza lasciare che ne uscisse una sola goccia. Le contrazioni della gola accompagnavano ogni getto. Riccardo gemette forte, le cosce che tremavano, la schiena inarcata. Livia non si mosse finché l’ultimo spasmo non passò. Solo allora risalì lentamente, le labbra che strisciavano lungo l’asta ormai ipersensibile, e si fermò sulla punta per succhiarla ancora una volta, piano, per pulirla.
Quando si staccò, il cazzo di Riccardo era ancora duro, ma pulito, lucido solo di saliva. Livia si passò la lingua sulle labbra, raccolse una goccia che le era rimasta sul mento, e la ingoiò. Rimase inginocchiata, le mani appoggiate sulle cosce di lui, e lo guardò.
«La prossima volta», disse, «se vuoi, posso farlo durare di più. Oggi sei venuto troppo in fretta.»
Riccardo non riuscì a rispondere. Livia si alzò, si sistemò la gonna, e andò in bagno a sciacquarsi la bocca. Quando tornò, si sedette di nuovo sulla poltrona, accavallò le gambe, e guardò l’orologio.
«Ti restano ancora quarantacinque minuti», disse. «Se vuoi, posso ricominciare. Ma questa volta non ti farò venire finché non te lo dico io.»
Riccardo annuì. Livia si alzò, tornò tra le sue gambe, e si inginocchiò di nuovo. Il cazzo era ancora semi-eretto. Lei lo prese in mano, lo osservò, e cominciò a leccarlo dalla base, con la stessa lentezza di prima, come se il tempo non esistesse.
L’appuntamento terminò all’orario concordato. Quando Riccardo fu pronto a uscire, Livia gli indicò il bagno e gli lasciò il tempo di sistemarsi. Il pagamento era stato definito prima; non ci furono trattative, aggiunte improvvise o richieste di prolungare la serata. Lei controllò che non avesse dimenticato nulla e aprì la porta.
«Posso tornare?» chiese Riccardo, con una mano già sulla maniglia della borsa da lavoro.
«Puoi scrivermi», rispose Livia. «Se ho un posto libero e le condizioni ti vanno bene, ne parliamo.»
«E se volessi scegliere io come deve andare?»
Livia gli rivolse uno sguardo fermo. «Allora hai sbagliato indirizzo.»
Riccardo annuì. Lei attese che scendesse le scale, richiuse e rimise l’appartamento in ordine. Sistemò gli asciugamani, controllò il calendario sul telefono di lavoro e archiviò la conversazione sotto il nome che aveva scelto per riconoscere quel cliente. Nessuna nota personale, soltanto le informazioni utili al prossimo appuntamento.
C’erano altri nomi, altre richieste e altre situazioni che non avrebbero seguito lo stesso copione. Un uomo convinto di sapere già tutto. Un altro incapace di rispettare un orario. Una coppia arrivata per una lezione. Una donna che aveva chiesto di provare qualcosa di diverso. Livia non affrontava mai due incontri allo stesso modo, perché non erano mai uguali le persone che le sedevano davanti.
Spense la luce della stanza, poi il telefono di lavoro. Per quella sera non aveva altro da fare. Il giorno dopo avrebbe letto i nuovi messaggi e deciso a chi rispondere. Come sempre, alle proprie condizioni.
————————————————————————————————
Questa era una sola porta del mio mondo. Le altre non si aprono tutte allo stesso modo.
Nel Manuale del Pompino Perfetto racconto dieci incontri diversi: persone, richieste, regole e dettagli che cambiano ogni volta. Se vuoi osservare come conduco le situazioni e cosa succede quando qualcuno entra nel mio appartamento, sai dove trovarmi.
Livia
IL MANUALE DEL POMPINO PERFETTO
I segreti di Livia. Tecniche, esperienze e confessioni senza filtri.
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Riccardo aveva aspettato tre settimane prima di ottenere un appuntamento. Non era stato un problema di prezzo: Livia gli aveva comunicato la tariffa al primo messaggio, insieme alla durata prevista, e lui aveva accettato senza discutere. Il problema era il calendario. Lei non spostava un cliente per favorirne un altro, non riceveva sconosciuti all’ultimo momento e non cambiava programma perché qualcuno insisteva.
Il primo messaggio di Riccardo era stato breve: «Mi hanno parlato di te. Vorrei prenotare». Livia aveva chiesto soltanto ciò che le serviva: nome, disponibilità e conferma delle condizioni. Quando lui le aveva proposto di incontrarsi in albergo, la risposta era arrivata in meno di un minuto: «Ricevo a casa mia. Se non ti va bene, non fissiamo». Riccardo aveva smesso di proporre alternative.
La riservatezza funzionava in entrambe le direzioni. Niente fotografie, niente registrazioni, niente domande sulla sua vita privata. Le condizioni si stabilivano prima dell’incontro, non quando si era già dentro casa. Livia non faceva promesse miracolose e non accettava richieste formulate come ordini. Quell’appuntamento sarebbe stato dedicato a ciò che avevano concordato. Se Riccardo avesse voluto cambiare qualcosa, avrebbe dovuto chiederlo; lei avrebbe deciso se accettare oppure no. Ciascuno poteva interrompere l’incontro in qualsiasi momento.
Riccardo aveva sentito parlare di lei da due uomini che non si conoscevano fra loro. Uno non gli aveva raccontato quasi niente. L’altro gli aveva descritto la puntualità, il modo di parlare e soprattutto la capacità di Livia di mantenere il controllo della situazione dal primo minuto all’ultimo. Nessuno dei due aveva avuto il suo numero diretto: lo aveva ricevuto soltanto dopo essere stato presentato.
La sera fissata, Riccardo arrivò con cinque minuti di anticipo e aspettò fuori dal portone. All’ora concordata suonò il citofono. Salì, lasciò il cappotto dove Livia gli indicò e mise il telefono in modalità silenziosa. Lei controllò l’orario senza commentarlo. Indossava un vestito nero attillato appena sopra il ginocchio e scarpe con il tacco basso. Aveva capelli scuri, occhi castani e un’espressione che non invitava a cercare confidenza.
L’appartamento era ordinato e preparato per l’incontro. Il soggiorno aveva il divano che usava abitualmente con i clienti, ma per quella prenotazione aveva predisposto una stanza più raccolta: un letto matrimoniale con lenzuola pulite, una poltrona, luce calda e il bagno a pochi passi. Sul ripiano erano già pronti acqua e asciugamani. Non c’erano fotografie personali in vista. Riccardo diede un’occhiata alla stanza, poi a lei, come in attesa di un’indicazione.
Livia gli spiegò dove lasciare le scarpe e dove appoggiare gli effetti personali. Gli ricordò che non doveva prendere iniziative e che le sue istruzioni non erano suggerimenti. Riccardo confermò di aver capito. Solo allora lei lo fece sedere sul bordo del letto e prese posto sulla poltrona di fronte a lui. Accavallò le gambe e lo guardò senza sorridere. Non sembrava interessata a impressionarlo. Voleva soltanto vedere se sapeva ascoltare.
«Quanto tempo hai?» chiese.
«Due ore.»
«Bene. Togliti i pantaloni e i boxer. Resta seduto sul bordo del letto. Non toccarmi la testa se non te lo dico io. Se senti che stai per venire, avvertimi. Io decido quando.»
Riccardo ubbidì. Livia si alzò, si avvicinò e si inginocchiò tra le sue gambe con un movimento lento, preciso. Non si sfilò il vestito. Si limitò a tirare su un poco la gonna, così che le cosce restassero libere. Poi appoggiò le mani sulle cosce di lui, le dita calde, e rimase ferma per alcuni secondi, guardando il cazzo ancora morbido.
Non lo toccò subito. Si chinò e respirò. Un soffio lungo, caldo, che gli sfiorò la pelle dalla base alla punta. Ripeté il gesto tre volte. Riccardo sentì il sangue cominciare a muoversi. Livia avvicinò il viso ancora di più, le labbra a pochi millimetri, e soffiò di nuovo, più forte, proprio sulla testa. Il cazzo ebbe un piccolo spasmo. Lei lo osservò, soddisfatta, poi aprì la bocca e tirò fuori la lingua. La tenne piatta, larga, e la posò sotto la testa, senza chiudere le labbra. La lasciò lì, immobile, per dieci secondi buoni. Solo il calore e l’umidità della lingua. Poi, molto lentamente, la fece scorrere verso l’alto, raccogliendo la prima goccia di liquido che era uscita. La assaggiò, chiuse gli occhi un attimo, e deglutì.
«Sei già salato», disse a bassa voce. «Bene.»
Tornò a posare la lingua, questa volta più in basso, e cominciò a leccare la parte inferiore dell’asta con colpi lunghi, lenti, dalla base fino alla corona e ritorno. Non usava la punta della lingua. Usava tutta la superficie, piatta e morbida. Ogni leccata lasciava una striscia lucida di saliva. Dopo cinque o sei passaggi, il cazzo era completamente eretto, duro, le vene in rilievo. Livia lo prese alla base con la mano sinistra, lo tenne fermo e verticale, e ricominciò a leccare. Ora partiva dalle palle. Le leccò una alla volta, con calma, le sollevò con la lingua, le succhiò piano, senza denti, tenendole in bocca per qualche secondo prima di lasciarle. Poi risalì, sempre con la lingua piatta, fino alla punta.
Solo allora aprì la bocca e la chiuse intorno alla testa. Non succhiò. La tenne lì, le labbra morbide che formavano un anello stretto sotto la corona, la lingua ferma contro la fessura. Riccardo sentì il battito del proprio cuore pulsare contro quella lingua. Livia rimase immobile per quasi mezzo minuto. Poi, molto lentamente, cominciò a muovere solo la lingua, piccoli cerchi umidi sulla punta, senza staccare le labbra. La saliva si accumulò. Una goccia scese lungo l’asta e finì sulle palle. Lei la raccolse con il pollice e la spalmò di nuovo sulla pelle.
Quando finalmente iniziò a succhiare, lo fece con una pressione minima. Le guance si incavarono appena. La testa del cazzo scivolò un centimetro più dentro, poi un altro. Livia non usava le mani per spingere. Usava solo la bocca e la gola. Scendeva di un centimetro, si fermava, succhiava piano, saliva di mezzo centimetro, e ridiscendeva un centimetro e mezzo. Era un movimento quasi impercettibile, ma costante. Il cazzo si bagnava sempre di più. Dopo due minuti era lucido dalla base alla punta, e un filo di saliva pendeva dal mento di Livia fino alle palle di Riccardo.
Lei non aveva ancora preso più della metà. Continuava a lavorare solo sulla parte superiore, con una precisione chirurgica. Ogni tanto staccava le labbra, lasciava il cazzo esposto all’aria per tre secondi, e lo osservava pulsare. Poi lo riprendeva esattamente nello stesso punto, come se non si fosse mai fermata. La mano sinistra restava ferma alla base, senza muoversi. Serviva solo a tenerlo dritto.
Quando decise di andare più a fondo, lo fece senza preavviso. Aprì di più la gola, rilassò la mandibola e scese fino a sentire la punta premere contro la parete posteriore. Non tossì. Respirò dal naso, tenne il cazzo lì per cinque secondi, poi risalì di un paio di centimetri e ridiscese. Questa volta arrivò un po’ più in fondo. Il naso le sfiorò i peli del pube. Riccardo sentì la gola di lei stringersi intorno alla testa, una pressione calda e umida che lo avvolgeva completamente. Livia rimase ferma, deglutì una volta (il movimento della gola gli fece tremare le cosce), poi risalì lentamente, le labbra che strisciavano lungo tutta l’asta, raccogliendo la saliva.
Si fermò di nuovo sulla testa. Ora succhiava più forte. Le guance si incavavano visibilmente. La lingua premeva contro la parte inferiore, proprio dove passava la vena più sensibile, e la strofinava con movimenti rapidi e corti mentre la bocca tirava. Riccardo gemette. Livia alzò gli occhi, lo guardò, e continuò senza cambiare ritmo. La mano sinistra si mosse per la prima volta: un movimento lento, dalla base verso l’alto, che incontrava le labbra a metà strada e poi ridiscendeva. Non pompava. Accarezzava. La pelle del cazzo scivolava sotto le dita bagnate.
Passarono altri cinque minuti così. Livia alternava momenti in cui lo prendeva quasi tutto, la gola che si apriva e si chiudeva intorno a lui, a momenti in cui si limitava a leccare la punta con la lingua arrotolata, come se stesse bevendo da una cannuccia. Ogni tanto si fermava del tutto, teneva il cazzo in bocca senza succhiare, e respirava. Il calore della sua bocca, il peso della lingua, il battito del cuore di lei che Riccardo sentiva attraverso le labbra: tutto rimaneva fermo, sospeso. Poi ricominciava, sempre dallo stesso punto, con la stessa lentezza.
A un certo punto si staccò completamente. Il cazzo era scuro, gonfio, lucido di saliva. Livia lo osservò per qualche secondo, poi si chinò e lo leccò dalla base alla punta con un unico colpo lungo e piatto. Ripeté il gesto tre volte, sempre più lente. Alla quarta, quando arrivò alla punta, aprì la bocca e lo riprese, questa volta andando subito a fondo. Non si fermò. Continuò a scendere e a salire con un ritmo costante, la testa che si muoveva su e giù, la gola che lo prendeva a ogni discesa. I suoni erano umidi, profondi. La saliva colava copiosa, le cadeva sulle cosce, sul pavimento. Livia non si preoccupava di asciugarsi.
Riccardo sentiva l’orgasmo avvicinarsi. Le palle si erano ritirate, il respiro si era fatto corto. Livia se ne accorse dal modo in cui il cazzo pulsava contro la sua lingua. Rallentò immediatamente. Tornò a lavorare solo sulla testa, con succhiate leggere e lente. La mano sinistra strinse la base, non per pompare, ma per tenere fermo il sangue. Riccardo gemette di frustrazione. Livia alzò gli occhi, lo guardò, e continuò a succhiare piano, quasi distrattamente, finché il picco non si allontanò.
«Non ancora», disse, staccandosi appena. La voce era calma. «Abbiamo tempo.»
Riprese. Questa volta usò entrambe le mani. La sinistra stringeva la base, la destra accarezzava le palle, le faceva rotolare tra le dita, le tirava piano. La bocca lavorava a metà asta, succhiando e leccando allo stesso tempo. Ogni tanto scendeva fino in fondo, restava ferma, deglutiva, e risaliva. Il movimento della gola era preciso, controllato. Non c’era fretta. Livia sapeva esattamente quanto tempo poteva tenere il cazzo in gola senza dover respirare, e lo usava fino all’ultimo secondo.
Passò quasi mezz’ora prima che decidesse di accelerare. Anche allora non fu un’accelerazione vera. Fu solo un ritmo più costante. La testa si muoveva su e giù con regolarità, le labbra scivolavano sulla pelle bagnata, la lingua premeva sempre nello stesso punto. La mano sinistra pompava ora in sincronia, ma lentamente. Livia teneva gli occhi aperti, fissi su quelli di Riccardo. Ogni tanto si staccava per un secondo, leccava la punta con colpi rapidi della lingua, e lo riprendeva. La saliva era ovunque. Le colava dal mento, le bagnava il petto sotto il vestito, le gocciolava sulle cosce.
Riccardo non riusciva più a stare fermo. Le mani gli tremavano. Livia gli aveva detto di non toccarle la testa, e lui obbediva, ma le dita stringevano le lenzuola fino a sbiancare. Sentiva ogni centimetro della bocca di lei, ogni contrazione della gola, ogni passaggio della lingua. Non aveva mai provato niente di simile. Non c’era violenza, non c’era fretta. C’era solo una precisione assoluta, una conoscenza del corpo maschile che sembrava istintiva e insieme studiata in ogni dettaglio.
Quando finalmente Livia decise che poteva venire, non cambiò ritmo all’improvviso. Continuò a succhiare nello stesso modo lento e profondo, ma strinse di più le labbra e aumentò la pressione della lingua. La mano sinistra pompava ora un po’ più veloce, sempre in sincronia con la bocca. Riccardo sentì l’orgasmo salire dalle palle, attraversargli il cazzo, arrivare alla punta. Avvertì Livia, come lei gli aveva chiesto. Lei non si staccò. Anzi, scese fino in fondo e rimase lì, la gola aperta, mentre il primo schizzo gli usciva direttamente nella sua gola. Deglutì. Un altro schizzo, e un altro. Continuò a succhiare piano mentre lui veniva, raccogliendo tutto, senza lasciare che ne uscisse una sola goccia. Le contrazioni della gola accompagnavano ogni getto. Riccardo gemette forte, le cosce che tremavano, la schiena inarcata. Livia non si mosse finché l’ultimo spasmo non passò. Solo allora risalì lentamente, le labbra che strisciavano lungo l’asta ormai ipersensibile, e si fermò sulla punta per succhiarla ancora una volta, piano, per pulirla.
Quando si staccò, il cazzo di Riccardo era ancora duro, ma pulito, lucido solo di saliva. Livia si passò la lingua sulle labbra, raccolse una goccia che le era rimasta sul mento, e la ingoiò. Rimase inginocchiata, le mani appoggiate sulle cosce di lui, e lo guardò.
«La prossima volta», disse, «se vuoi, posso farlo durare di più. Oggi sei venuto troppo in fretta.»
Riccardo non riuscì a rispondere. Livia si alzò, si sistemò la gonna, e andò in bagno a sciacquarsi la bocca. Quando tornò, si sedette di nuovo sulla poltrona, accavallò le gambe, e guardò l’orologio.
«Ti restano ancora quarantacinque minuti», disse. «Se vuoi, posso ricominciare. Ma questa volta non ti farò venire finché non te lo dico io.»
Riccardo annuì. Livia si alzò, tornò tra le sue gambe, e si inginocchiò di nuovo. Il cazzo era ancora semi-eretto. Lei lo prese in mano, lo osservò, e cominciò a leccarlo dalla base, con la stessa lentezza di prima, come se il tempo non esistesse.
L’appuntamento terminò all’orario concordato. Quando Riccardo fu pronto a uscire, Livia gli indicò il bagno e gli lasciò il tempo di sistemarsi. Il pagamento era stato definito prima; non ci furono trattative, aggiunte improvvise o richieste di prolungare la serata. Lei controllò che non avesse dimenticato nulla e aprì la porta.
«Posso tornare?» chiese Riccardo, con una mano già sulla maniglia della borsa da lavoro.
«Puoi scrivermi», rispose Livia. «Se ho un posto libero e le condizioni ti vanno bene, ne parliamo.»
«E se volessi scegliere io come deve andare?»
Livia gli rivolse uno sguardo fermo. «Allora hai sbagliato indirizzo.»
Riccardo annuì. Lei attese che scendesse le scale, richiuse e rimise l’appartamento in ordine. Sistemò gli asciugamani, controllò il calendario sul telefono di lavoro e archiviò la conversazione sotto il nome che aveva scelto per riconoscere quel cliente. Nessuna nota personale, soltanto le informazioni utili al prossimo appuntamento.
C’erano altri nomi, altre richieste e altre situazioni che non avrebbero seguito lo stesso copione. Un uomo convinto di sapere già tutto. Un altro incapace di rispettare un orario. Una coppia arrivata per una lezione. Una donna che aveva chiesto di provare qualcosa di diverso. Livia non affrontava mai due incontri allo stesso modo, perché non erano mai uguali le persone che le sedevano davanti.
Spense la luce della stanza, poi il telefono di lavoro. Per quella sera non aveva altro da fare. Il giorno dopo avrebbe letto i nuovi messaggi e deciso a chi rispondere. Come sempre, alle proprie condizioni.
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Questa era una sola porta del mio mondo. Le altre non si aprono tutte allo stesso modo.
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Livia
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