Il ferro caldo - Capitolo 1 - Lupa

scritto il 2026-10-12 tempo di lettura 8 min

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etero
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Il ferro da stiro scivolava sulla stoffa con un sibilo basso, costante. Eva spinse la punta verso il colletto, lisciò la piega con il palmo della mano sinistra e ripeté il movimento. Lo assestò sulla stampella di metallo già pronta accanto all'asse da stiro. Indossava una maglietta mimetica a maniche corte, larga abbastanza da lasciarle scoperte le spalle, e un paio di pantaloncini neri che le arrivavano a metà coscia. I capelli li aveva raccolti in una coda disordinata, con qualche ciocca che le ricadeva lungo le tempie. Il ventilatore sul tavolo oscillava da sinistra a destra, muovendo l'aria calda del piano.

Il campanello suonò due volte, breve e netto.

Eva posò il ferro in verticale sulla piazzola, staccò la spina e attraversò il corridoio fino alla porta d'ingresso. Girò la serratura e tirò verso di sé.

Il ragazzo era sulla soglia, vestito con la giacca gialla della ditta di spedizioni. Era robusto, le spalle larghe riempivano la giacca in modo evidente, e il collo spesso spuntava dal colletto aperto. Aveva gli occhi marroni, quasi neri, che la fissavano diretti. Sopra il labbro superiore aveva un accenno di baffi sottili, curati. La mascella era squadrata, la pelle abbronzata. Teneva un pacco sotto il braccio sinistro e un lettore nero nella mano destra.

«Buongiorno, ho una consegna per Marchetti Eva.»

La voce era bassa, con un accento romano marcato. Le porse il pacco e il lettore contemporaneamente, poi si corresse. Ritirò il lettore, lo tenne nell'altra mano e si tastò la tasca posteriore dei pantaloni. Ne estrasse una penna.

«Mi serve una firma qui.» Indicò lo schermo del dispositivo con l'indice della mano libera. «E poi un'altra qui, sul modulo cartaceo.»

Eva prese il pacco con entrambe le mani. Era più pesante di quanto sembrasse, e le costrinse a stringere le braccia al petto. Il cartone le premeva contro i seni, schiacciandoli sotto la stoffa della maglietta. Guardò la penna che il ragazzo le porgeva, poi guardò le proprie mani occupate. Fece un mezzo sorriso di scusa, le labbra tirate in una linea breve.

«Un attimo, devo appoggiare questo.»

Si girò e fece pochi passi nel corridoio dietro di lei. Il mobile d'ingresso era un cassettone basso di legno scuro, con sopra un vaso di ceramica vuoto e una pila di bollette. Eva posò il pacco al centro del ripiano, e il mobile scricchiolò appena sotto il peso. Le sue dita restarono sul cartone per un secondo, i polpastrelli che premevano sul nastro di chiusura.

Non fece in tempo a voltarsi.

Le mani del ragazzo le afferrarono i fianchi da dietro, le dita che si chiudevano sulla stoffa dei pantaloncini neri e sulla pelle nuda subito sotto l'orlo. Il suo petto le premeva contro la schiena, solido e caldo anche attraverso la giacca. La bocca le cadde sul collo, a destra, e le labbra si schiusero sulla pelle in un bacio aperto, umido. Il pube si appoggiò al suo sedere, spinto in avanti, e attraverso la stoffa lei sentì la durezza di un'erezione che le premeva tra le natiche.

La porta d'ingresso si chiuse sbattendo alle loro spalle. Il rumore del legno che colpiva lo stipite rimbalzò nel corridoio vuoto.

«Hai il culo di una ragazzina.» La voce le arrivò all'orecchio, bassa e roca, il respiro che le sfiorava il lobo. «Ti voglio.»

Le mani scesero dai fianchi. Le dita della destra le agganciarono l'elastico dei pantaloncini e tirarono verso il basso. Il tessuto scivolò sulle cosce, si fermò a metà gamba. Le sue mutandine erano nere, sottili, e il ragazzo le spostò con uno strappo laterale. Il pollice le scivolò tra le gambe, trovò la fessura già umida e la separò. Eva appoggiò entrambe le mani sul mobile, le dita che artigliavano il legno. La sua testa cadde in avanti, i capelli che le coprivano il viso.

Per un istante, un solo istante, il pensiero di urlare le attraversò la mente, ma la sua natura prese il sopravvento sulla razionalità, e lascio che ciò che stava succedendo avvenisse e il piacere la portasse via da lì. Poi il pollice del ragazzo le trovò il clitoride e lo premette. Eva aprì la bocca, ma non ne uscì nessun grido. Solo un respiro lungo, tremante. Le ginocchia le cedettero di un centimetro.

Il ragazzo si sbottonò i pantaloni. Li abbassò insieme ai boxer, e il suo cazzo le premette contro la fessura, scivolando in avanti e indietro tra le labbra bagnate. Era duro, spesso, la punta le sfregava il clitoride a ogni passaggio. Eva gemette, un suono basso che le uscì dalla gola senza controllo.

Lui la prese per i fianchi e la inclinò in avanti. Il cazzo si posizionò all'ingresso della fica e spinse. Entrò con un colpo solo, fino in fondo. Eva gridò, le unghie che graffiavano il legno del mobile. Il sesso de ragazzo la riempiva, la allargava, e lui non le diede tempo di abituarsi. Iniziò a muoversi, colpi sodi e regolari, il pube che le sbatteva contro il sedere a ogni spinta. Il suono della pelle contro la pelle riempì il corridoio.

«Prendilo tutto.» La voce di lui era roca, spezzata dai respiri. Le mani le stringevano i fianchi, le dita che le affondavano nella carne. «tutto, tuo»

Eva non rispose. Non poteva. La bocca era aperta, i respiri corti e affannati, i gemiti che le uscivano a ogni colpo. Il membro entrava e usciva, la sua rosa bagnata che lo risucchiava a ogni ritorno. Il mobile oscillava sotto le sue mani, le gambe che scricchiolavano sul pavimento.

Il ragazzo accelerò. I colpi divennero più duri, più rapidi. Il pube le sbatteva contro il sedere con forza, le natiche che tremavano a ogni impatto. Eva inarcò la schiena, il viso sollevato verso il soffitto. Il piacere le montò dentro, partendo dal basso ventre e diffondendosi in tutto il corpo. Le gambe le tremavano, le mani stringevano il legno così forte che le nocche divennero bianche.

L'orgasmo la travolse. Gridò, il corpo che si irrigidiva e poi si abbandonava, la fica che pulsava attorno al cazzo ancora dentro di lei. Lui non si fermò. Continuò a scoparla, i colpi che rallentavano appena, il cazzo che affondava con spinte lunghe e profonde.

Eva ansimava, il viso appoggiato sul mobile, i capelli che le coprivano gli occhi. La sua “femminilità” era ancora aperta, bagnata, il ragazzo che scivolava dentro e fuori con facilità. Lei sollevò la testa, lo guardò da sopra la spalla. Gli occhi erano socchiusi, le labbra aperte.

«Inculami.»

La parola uscì bassa, roca, quasi un sussurro. Il ragazzo la guardò per un istante, gli occhi neri che la fissavano. Poi sorrise, un sorriso breve e tirato. Estrasse il cazzo dalla fica, bagnato dei suoi umori, e lo posizionò contro il buco del culo. La punta premette, poi spinse.

Eva gemette, le dita che artigliavano il legno. Il cazzo entrava lentamente, allargandola, riempiendola in un modo diverso, più profondo, più intenso. Lei respirò a fondo, si rilassò, e lui affondò fino in fondo.

«Cristo.» La voce del ragazzo era spezzata. «Che bel culo.»

Iniziò a muoversi, più lentamente questa volta, ma con spinte profonde e decise. Eva gemeva a ogni colpo, il viso contro il legno del mobile, le mani che stringevano il bordo. Il piacere e il dolore si mescolavano, si confondevano, e il suo corpo tremava a ogni affondo.

Il corridoio era pieno dei loro respiri, dei gemiti, del suono della pelle contro la pelle. Il mobile oscillava, il vaso di ceramica tintinnava, le bollette scivolarono sul ripiano e caddero a terra. Nessuno dei due le guardò.

Il ragazzo accelerò ancora, le spinte che diventavano più corte, più urgenti. Il respiro gli si spezzò in gola, un verso roco che gli usciva a ogni affondo. Le dita le affondarono nei fianchi, stringendo forte, e con un'ultima spinta profonda si tirò indietro. Il cazzo uscì dal suo culo con un suono umido, e lui lo prese nella mano destra, muovendolo due, tre volte. Venne con un gemito lungo, rotto, il seme che schizzava caldo sul culo di Eva, sulle natiche, sulla base della schiena. Copioso, denso, le colò tra le gambe e lungo l'interno coscia.

Eva restò ferma, le mani ancora aggrappate al mobile, il respiro che le sollevava le spalle. Sentì il calore del seme sulla pelle, lo sentì scivolare lentamente verso il basso. Il ragazzo fece un passo indietro. Si tirò su i boxer e i pantaloni, si allacciò il bottone con le dita ancora tremanti. Si aggiustò la giacca gialla, si passò una mano sulla faccia. Raccolse il lettore nero e la penna da terra, dove erano caduti, e li infilò nella tasca della giacca. Si guardò intorno per un secondo, come se si fosse appena svegliato.

Poi si avvicinò. Si chinò su Eva, che era ancora piegata sul mobile, e le posò un bacio leggero sul collo, a destra, dove prima l'aveva baciata. Le labbra indugiarono un istante sulla pelle sudata.

«Sei bellissima.»

Si raddrizzò, attraversò il corridoio e aprì la porta d'ingresso. La richiuse alle sue spalle con uno scatto della serratura. I suoi passi risuonarono sul pianerottolo, poi sulle scale, poi più nulla.
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