Sull'isola deserta
scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 3 min
di
Cazzoeretto
genere
etero
cura
A+
Era il mese di gennaio quando arrivai in Oceania. Lì era piena estate: un caldo umido e soffocante che penetrava nelle ossa fin dalle prime ore del mattino. Mi chiamo Elena, ho diciannove anni e una corporatura snella e tonica, frutto di anni dedicati all'attività fisica. Con i miei capelli castani e lisci che ricadono appena sotto le spalle, affrontavo quella prima vera esperienza di lavoro sul campo con un misto di entusiasmo e inguaribile curiosità.
Quell'estate fui mandata, insieme a un collega, su un'isola sperduta nel Pacifico per una campagna di ricerche naturalistiche prevista per la durata di una sola settimana. Tuttavia, a causa di un grave guasto tecnico ai sistemi di radiocomunicazione e al conseguente ritardo dei soccorsi navali, fummo costretti a rimanere per due mesi interi completamente isolati dal resto del mondo.
Il mio unico compagno di sventura si chiamava Marco: un uomo maturo di circa quarant'anni, dallo sguardo penetrante e carismatico. Con il suo fisico prestante temprato dal lavoro e dal sole, e un atteggiamento disinvolto da chi sa sempre il fatto suo, esercitava un fascino magnetico. Ogni volta che il suo sguardo si soffermava su di me, avvertivo una sottile scossa lungo la schiena.
Il punto di svolta arrivò in un pomeriggio particolarmente torrido. Eravamo entrambi occupati a risistemare il capanno in legno che ci faceva da alloggio e laboratorio improvised. Mossa da un gesto distratto, mi piegai per raccogliere un foglio di appunti che mi era scivolato di mano. In quel momento, sentii una pacca decisa sul retro delle mie gambe.
Sussultai, rimanendo per un istante immobile con il foglio tra le dita. Il calore del suo palmo sembrava rimasto impresso sulla mia pelle. Mi rialzai lentamente, voltandomi verso di lui.
Marco era appoggiato all'intelaiatura della porta, le braccia incrociate e un sorriso provocatorio stampato sulle labbra. I suoi occhi scuri mi fissavano senza alcuna esitazione.
«Attenta a dove metti i piedi, Elena,» disse con voce bassa e calda. «Con questo caldo si rischia di perdere la testa.»
«Non mi sembrava un incidente,» risposi, cercando di mantenere il tono fermo mentre mi sistemavo una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Il cuore mi batteva forte e l'aria all'interno del capanno sembrava essersi fatta improvvisamente densa.
Si staccò dalla parete e fece qualche passo verso di me. L'altezza e la presenza del suo corpo riempirono lo spazio che ci separava. «Due mesi da soli qui sono lunghi per chiunque,» mormorò, riducendo la distanza al minimo. «Soprattutto quando l'unica compagnia è la tua.»
Non mi tirai indietro. La differenza d'età e la sua sfrontatezza, anziché intimorirmi, non fecero altro che alimentare l'attrazione taciuta fino a quel momento.
Marco allungò una mano, facendola scivolare lungo il mio fianco fino a cingermi la vita con presa salda e decisa, annullando ogni margine tra noi. Sentii la frequenza del suo respiro farsi più affrettata prima che si chinasse per cercare le mie labbra in un bacio travolgente e profondo. La timidezza iniziale lasciò il posto a un impulso spontaneo: le mie mani salirono verso le sue spalle, aggrappandosi a lui mentre la stanza sembrava scomparire.
Senza interrompere quel contatto, Marco mi sollevò di peso con disinvoltura, mettendomi a sedere sul bordo del solido tavolo da lavoro al centro della stanza. La vicinanza divenne totale, guidata dal desiderio accumulato durante le settimane di isolamento. La passione prese il sopravvento, spazzando via ogni riserva mentre ci abbandonavamo all'istinto nel silenzio profondo della giungla tropicale.
Quell'estate fui mandata, insieme a un collega, su un'isola sperduta nel Pacifico per una campagna di ricerche naturalistiche prevista per la durata di una sola settimana. Tuttavia, a causa di un grave guasto tecnico ai sistemi di radiocomunicazione e al conseguente ritardo dei soccorsi navali, fummo costretti a rimanere per due mesi interi completamente isolati dal resto del mondo.
Il mio unico compagno di sventura si chiamava Marco: un uomo maturo di circa quarant'anni, dallo sguardo penetrante e carismatico. Con il suo fisico prestante temprato dal lavoro e dal sole, e un atteggiamento disinvolto da chi sa sempre il fatto suo, esercitava un fascino magnetico. Ogni volta che il suo sguardo si soffermava su di me, avvertivo una sottile scossa lungo la schiena.
Il punto di svolta arrivò in un pomeriggio particolarmente torrido. Eravamo entrambi occupati a risistemare il capanno in legno che ci faceva da alloggio e laboratorio improvised. Mossa da un gesto distratto, mi piegai per raccogliere un foglio di appunti che mi era scivolato di mano. In quel momento, sentii una pacca decisa sul retro delle mie gambe.
Sussultai, rimanendo per un istante immobile con il foglio tra le dita. Il calore del suo palmo sembrava rimasto impresso sulla mia pelle. Mi rialzai lentamente, voltandomi verso di lui.
Marco era appoggiato all'intelaiatura della porta, le braccia incrociate e un sorriso provocatorio stampato sulle labbra. I suoi occhi scuri mi fissavano senza alcuna esitazione.
«Attenta a dove metti i piedi, Elena,» disse con voce bassa e calda. «Con questo caldo si rischia di perdere la testa.»
«Non mi sembrava un incidente,» risposi, cercando di mantenere il tono fermo mentre mi sistemavo una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Il cuore mi batteva forte e l'aria all'interno del capanno sembrava essersi fatta improvvisamente densa.
Si staccò dalla parete e fece qualche passo verso di me. L'altezza e la presenza del suo corpo riempirono lo spazio che ci separava. «Due mesi da soli qui sono lunghi per chiunque,» mormorò, riducendo la distanza al minimo. «Soprattutto quando l'unica compagnia è la tua.»
Non mi tirai indietro. La differenza d'età e la sua sfrontatezza, anziché intimorirmi, non fecero altro che alimentare l'attrazione taciuta fino a quel momento.
Marco allungò una mano, facendola scivolare lungo il mio fianco fino a cingermi la vita con presa salda e decisa, annullando ogni margine tra noi. Sentii la frequenza del suo respiro farsi più affrettata prima che si chinasse per cercare le mie labbra in un bacio travolgente e profondo. La timidezza iniziale lasciò il posto a un impulso spontaneo: le mie mani salirono verso le sue spalle, aggrappandosi a lui mentre la stanza sembrava scomparire.
Senza interrompere quel contatto, Marco mi sollevò di peso con disinvoltura, mettendomi a sedere sul bordo del solido tavolo da lavoro al centro della stanza. La vicinanza divenne totale, guidata dal desiderio accumulato durante le settimane di isolamento. La passione prese il sopravvento, spazzando via ogni riserva mentre ci abbandonavamo all'istinto nel silenzio profondo della giungla tropicale.
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