Accompagnocollega dopo una cena di lavoro
scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 7 min
di
CorvoSex
genere
etero
cura
A−
Accostai in un parcheggio,il motore si spense con un sussulto. Lui si voltò verso di lei, la mano ancora stretta sul volante, le nocche bianche nella penombra dell'abitacolo.
«Stai bene? Ti senti male?»
Lei non rispose. Aprì la portiera e scese nell'aria fredda della notte, gli stivali neri che risuonarono sull'asfalto. I fari accesi le disegnavano la silhouette contro il buio del parcheggio deserto.
Lui la guardò attraverso il parabrezza, immobile. Lei si fermò davanti al cofano, si voltò lentamente, e con un gesto fluido fece scivolare la gonna lungo i fianchi. Il tessuto cadde sull'asfalto con un fruscio leggero.
Restò in piedi sotto la luce bianca dei fari: le calze velate che le fasciavano le cosce, il reggicalze scuro contro la pelle, le mutandine di pizzo, il reggiseno che le conteneva appena il seno. E quegli stivali neri, lucidi, con il tacco che la slanciava mentre si appoggiava al cofano, le gambe tese, la punta degli stivali puntata dritta verso l'abitacolo aperto.
Lui non riusciva a staccare gli occhi da lei. La mano gli scivolò dal volante, il collo improvvisamente caldo.
Lei si mordicchiò il labbro inferiore, le pupille dilatate dalla penombra e dall'eccitazione.
«Allora?» disse, la voce bassa e sicura. «Ti va di giocare e divertirci un po'?»
La portiera si aprì con uno scatto secco. Lui scese dall'auto, le gambe che gli tremavano appena, il respiro corto che gli usciva in nuvolette bianche nell'aria fredda. I fari gli illuminavano la schiena mentre girava attorno al cofano, gli occhi fissi su di lei — su quelle cosce fasciate dalle calze velate, sul reggicalze scuro che segnava il confine tra il tessuto e la pelle nuda.
Lei non si mosse. Appoggiata al cofano, le braccia distese all'indietro, gli stivali neri ben piantati sull'asfalto, lo guardava avvicinarsi con un sorriso appena accennato, il labbro inferiore stretto tra i denti.
Lui si fermò a un passo da lei. L'aria sapeva di benzina e di notte, ma sotto c'era il profumo di lei, dolce e caldo. Allungò le mani. Le posò sulle cosce, i palmi aperti, le dita che affondavano nel nylon delle calze. Sentì il calore della pelle sotto il tessuto sottile, la tensione dei muscoli, il bordo del reggicalze che gli sfiorava i pollici. Le strinse. I pollici premettero sull'interno coscia, affondando nella carne morbida, e lei emise un sospiro, la testa che le cadeva leggermente all'indietro.
«Finalmente,» mormorò.
Lui non rispose. Le mani gli salirono lungo i fianchi, seguendo la curva dei reggicalze, le dita che tracciavano il contorno del pizzo delle mutandine. Poi lei gli afferrò la nuca, le unghie che gli graffiavano la pelle, e lo tirò a sé con una forza che non gli lasciò scelta.
La bocca di lei gli premette contro le labbra, calda, umida, la lingua che spingeva per entrare. Lui aprì la bocca e la lasciò fare. La lingua di lei gli riempì la bocca, esplorandolo, e il gemito che le sfuggì gli vibrò contro il palato. Le sue mani risalirono lungo la schiena di lei, trovando la pelle nuda sopra la gonna che non c'era più, le scapole, la colonna vertebrale, fino al gancio del reggiseno.
Lei gli mordeva il labbro inferiore, il respiro accelerato, le pupille dilatate che riflettevano la luce bianca dei fari. Lui fece scattare il gancio con un gesto secco, le dita che conoscevano il movimento senza bisogno di guardare. Il reggiseno si allentò, le spalline le scivolarono dalle spalle, e il tessuto cadde, scoprendo i seni pieni, i capezzoli duri nell'aria fredda.
Lei si staccò dal bacio quel tanto che bastava per lasciarlo guardare. I seni nudi premevano contro la camicia di lui, il cotone bianco che sfiorava la pelle, e lui sentiva il calore, la morbidezza, il battito accelerato del cuore di lei. Le mani gli coprirono i seni, i palmi pieni, i pollici che sfioravano i capezzoli tesi.
Il reggiseno scivolò a terra accanto alla gonna, un altro pezzo di stoffa sull'asfalto freddo sotto la luce dei fari.
Lei si tirò indietro, gli occhi verdi che lo fissavano con una sfida muta. Si girò, appoggiò i palmi sul cofano ancora tiepido, e si issò. La pelle nuda delle cosce sfiorò la lamiera, le calze nere che fasciavano le gambe fino a metà coscia, i lacci del reggicalze tesi. Gli stivali neri penzolavano, i tacchi che sfioravano il paraurti. Allargò le gambe, lenta, deliberata. Le dita afferrarono l'elastico delle mutandine e lo tirò di lato, scoprendo la fica. Era bagnata, le grandi labbra gonfie e lucide sotto la luce bianca dei fari. Lui la guardò, il respiro bloccato in gola. Le mani gli corsero alla cintura, la fibbia che si aprì con uno scatto metallico, i pantaloni che caddero sui fianchi. Il cazzo era duro, teso contro il tessuto dei boxer, e quando li abbassò scattò in fuori, la punta già umida. Lei lo osservava, il labbro inferiore stretto tra i denti. Lui fece un passo avanti, il cazzo che premeva contro l'interno coscia di lei, caldo sulla pelle scoperta. La punta trovò l'apertura bagnata, scivolò tra le pieghe, e lei emise un sospiro rotto. Lui spinse. Un colpo secco, il cazzo che affondò tutto dentro la fica stretta e calda. Lei urlò, un grido acuto che rimbalzò sull'asfalto vuoto. La testa le cadde all'indietro, i capelli castani sparsi sul cofano. Lui non aspettò. Le afferrò i fianchi e ricominciò a spingere, duro, veloce. Le anche sbattevano contro le cosce di lei, il metallo del cofano rimbombava a ogni colpo, un ritmo sordo che riempiva il parcheggio. I fari accesi proiettavano le loro ombre tremanti sull'asfalto. Lei gemeva, le mani aggrappate al bordo del cofano, le nocche bianche. Le calze le fasciavano le gambe che tremavano, gli stivali neri che sbattevano contro la carrozzeria. Lui la scopava senza respiro, il cazzo che entrava e usciva dalla fica bagnata, i fluidi di lei che gli colavano sull'inguine, caldi e viscidi. Lei inarcò la schiena, un gemito lungo e strozzato le uscì dalla gola. La fica le si contrasse attorno al cazzo, una morsa calda e pulsante che lo strinse fino alla radice. Lui sentì l'orgasmo di lei propagarsi lungo l'asta, le pareti che spasimavano, il corpo di lei scosso da tremiti violenti. Spinse ancora, tre colpi duri, profondi, e il cazzo gli esplose. Lo sperma caldo le riempì la fica, pompato dentro con rantoli a denti stretti. Lui rimase immobile, il cazzo ancora dentro di lei, il respiro affannato. Lo sperma colava lento lungo le sue cosce coperte di calze.
Si staccò da lei con un gemito soffocato, il cazzo che scivolava fuori dalla fica ancora calda e viscida di sperma. Si risistemò i pantaloni con gesti lenti, le dita che tremavano sulla cerniera. Lei scese dal cofano, gli stivali neri che scricchiolarono sul ghiaione mentre si chinava a raccogliere la gonna dall’asfalto. Risalirono in auto in silenzio. I fari tagliavano il parcheggio vuoto, due lame bianche sull’asfalto nero. Lui rimise in moto, il rombo del motore che riempiva l’abitacolo. Lei gli posò la mano sulla coscia, le dita ferme, e con un tono di voce sensualmente voluttuosa,mi disse : "E' stato meraviglioso era da un po' che non godevo cosi',e sentirmi crescere un orgasmo tremolante in breve tempo è stato appagante,anche se la fame di te non placherà.Ora tu sei mio" Lui,ingranò la marcia e uscì dal parcheggio, il confine professionale ormai inesistente sotto il palmo caldo di lei.Che disse,ho ancora voglia di te.
«Stai bene? Ti senti male?»
Lei non rispose. Aprì la portiera e scese nell'aria fredda della notte, gli stivali neri che risuonarono sull'asfalto. I fari accesi le disegnavano la silhouette contro il buio del parcheggio deserto.
Lui la guardò attraverso il parabrezza, immobile. Lei si fermò davanti al cofano, si voltò lentamente, e con un gesto fluido fece scivolare la gonna lungo i fianchi. Il tessuto cadde sull'asfalto con un fruscio leggero.
Restò in piedi sotto la luce bianca dei fari: le calze velate che le fasciavano le cosce, il reggicalze scuro contro la pelle, le mutandine di pizzo, il reggiseno che le conteneva appena il seno. E quegli stivali neri, lucidi, con il tacco che la slanciava mentre si appoggiava al cofano, le gambe tese, la punta degli stivali puntata dritta verso l'abitacolo aperto.
Lui non riusciva a staccare gli occhi da lei. La mano gli scivolò dal volante, il collo improvvisamente caldo.
Lei si mordicchiò il labbro inferiore, le pupille dilatate dalla penombra e dall'eccitazione.
«Allora?» disse, la voce bassa e sicura. «Ti va di giocare e divertirci un po'?»
La portiera si aprì con uno scatto secco. Lui scese dall'auto, le gambe che gli tremavano appena, il respiro corto che gli usciva in nuvolette bianche nell'aria fredda. I fari gli illuminavano la schiena mentre girava attorno al cofano, gli occhi fissi su di lei — su quelle cosce fasciate dalle calze velate, sul reggicalze scuro che segnava il confine tra il tessuto e la pelle nuda.
Lei non si mosse. Appoggiata al cofano, le braccia distese all'indietro, gli stivali neri ben piantati sull'asfalto, lo guardava avvicinarsi con un sorriso appena accennato, il labbro inferiore stretto tra i denti.
Lui si fermò a un passo da lei. L'aria sapeva di benzina e di notte, ma sotto c'era il profumo di lei, dolce e caldo. Allungò le mani. Le posò sulle cosce, i palmi aperti, le dita che affondavano nel nylon delle calze. Sentì il calore della pelle sotto il tessuto sottile, la tensione dei muscoli, il bordo del reggicalze che gli sfiorava i pollici. Le strinse. I pollici premettero sull'interno coscia, affondando nella carne morbida, e lei emise un sospiro, la testa che le cadeva leggermente all'indietro.
«Finalmente,» mormorò.
Lui non rispose. Le mani gli salirono lungo i fianchi, seguendo la curva dei reggicalze, le dita che tracciavano il contorno del pizzo delle mutandine. Poi lei gli afferrò la nuca, le unghie che gli graffiavano la pelle, e lo tirò a sé con una forza che non gli lasciò scelta.
La bocca di lei gli premette contro le labbra, calda, umida, la lingua che spingeva per entrare. Lui aprì la bocca e la lasciò fare. La lingua di lei gli riempì la bocca, esplorandolo, e il gemito che le sfuggì gli vibrò contro il palato. Le sue mani risalirono lungo la schiena di lei, trovando la pelle nuda sopra la gonna che non c'era più, le scapole, la colonna vertebrale, fino al gancio del reggiseno.
Lei gli mordeva il labbro inferiore, il respiro accelerato, le pupille dilatate che riflettevano la luce bianca dei fari. Lui fece scattare il gancio con un gesto secco, le dita che conoscevano il movimento senza bisogno di guardare. Il reggiseno si allentò, le spalline le scivolarono dalle spalle, e il tessuto cadde, scoprendo i seni pieni, i capezzoli duri nell'aria fredda.
Lei si staccò dal bacio quel tanto che bastava per lasciarlo guardare. I seni nudi premevano contro la camicia di lui, il cotone bianco che sfiorava la pelle, e lui sentiva il calore, la morbidezza, il battito accelerato del cuore di lei. Le mani gli coprirono i seni, i palmi pieni, i pollici che sfioravano i capezzoli tesi.
Il reggiseno scivolò a terra accanto alla gonna, un altro pezzo di stoffa sull'asfalto freddo sotto la luce dei fari.
Lei si tirò indietro, gli occhi verdi che lo fissavano con una sfida muta. Si girò, appoggiò i palmi sul cofano ancora tiepido, e si issò. La pelle nuda delle cosce sfiorò la lamiera, le calze nere che fasciavano le gambe fino a metà coscia, i lacci del reggicalze tesi. Gli stivali neri penzolavano, i tacchi che sfioravano il paraurti. Allargò le gambe, lenta, deliberata. Le dita afferrarono l'elastico delle mutandine e lo tirò di lato, scoprendo la fica. Era bagnata, le grandi labbra gonfie e lucide sotto la luce bianca dei fari. Lui la guardò, il respiro bloccato in gola. Le mani gli corsero alla cintura, la fibbia che si aprì con uno scatto metallico, i pantaloni che caddero sui fianchi. Il cazzo era duro, teso contro il tessuto dei boxer, e quando li abbassò scattò in fuori, la punta già umida. Lei lo osservava, il labbro inferiore stretto tra i denti. Lui fece un passo avanti, il cazzo che premeva contro l'interno coscia di lei, caldo sulla pelle scoperta. La punta trovò l'apertura bagnata, scivolò tra le pieghe, e lei emise un sospiro rotto. Lui spinse. Un colpo secco, il cazzo che affondò tutto dentro la fica stretta e calda. Lei urlò, un grido acuto che rimbalzò sull'asfalto vuoto. La testa le cadde all'indietro, i capelli castani sparsi sul cofano. Lui non aspettò. Le afferrò i fianchi e ricominciò a spingere, duro, veloce. Le anche sbattevano contro le cosce di lei, il metallo del cofano rimbombava a ogni colpo, un ritmo sordo che riempiva il parcheggio. I fari accesi proiettavano le loro ombre tremanti sull'asfalto. Lei gemeva, le mani aggrappate al bordo del cofano, le nocche bianche. Le calze le fasciavano le gambe che tremavano, gli stivali neri che sbattevano contro la carrozzeria. Lui la scopava senza respiro, il cazzo che entrava e usciva dalla fica bagnata, i fluidi di lei che gli colavano sull'inguine, caldi e viscidi. Lei inarcò la schiena, un gemito lungo e strozzato le uscì dalla gola. La fica le si contrasse attorno al cazzo, una morsa calda e pulsante che lo strinse fino alla radice. Lui sentì l'orgasmo di lei propagarsi lungo l'asta, le pareti che spasimavano, il corpo di lei scosso da tremiti violenti. Spinse ancora, tre colpi duri, profondi, e il cazzo gli esplose. Lo sperma caldo le riempì la fica, pompato dentro con rantoli a denti stretti. Lui rimase immobile, il cazzo ancora dentro di lei, il respiro affannato. Lo sperma colava lento lungo le sue cosce coperte di calze.
Si staccò da lei con un gemito soffocato, il cazzo che scivolava fuori dalla fica ancora calda e viscida di sperma. Si risistemò i pantaloni con gesti lenti, le dita che tremavano sulla cerniera. Lei scese dal cofano, gli stivali neri che scricchiolarono sul ghiaione mentre si chinava a raccogliere la gonna dall’asfalto. Risalirono in auto in silenzio. I fari tagliavano il parcheggio vuoto, due lame bianche sull’asfalto nero. Lui rimise in moto, il rombo del motore che riempiva l’abitacolo. Lei gli posò la mano sulla coscia, le dita ferme, e con un tono di voce sensualmente voluttuosa,mi disse : "E' stato meraviglioso era da un po' che non godevo cosi',e sentirmi crescere un orgasmo tremolante in breve tempo è stato appagante,anche se la fame di te non placherà.Ora tu sei mio" Lui,ingranò la marcia e uscì dal parcheggio, il confine professionale ormai inesistente sotto il palmo caldo di lei.Che disse,ho ancora voglia di te.
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CorvoSex
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