Nel mare di Aida
scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 7 min
di
Blackbrain
genere
confessioni
cura
B
La prima volta che la vidi mi mandò a quel paese. "Cominciamo bene pensai". Indossava un vestito lungo a costine, sul verdognolo che la fasciava tutta. Avemmo un dissapore, la rincorsi per chiarire e lei per tutta risposta inforcò gli occhiali da sole ingranando la marcia e sfumò alla mia vista dallo stradone del lungomare. Successivamente la attesi all'uscita di scuola. Sapevo mi pensasse ma il suo becero orgoglio inizialmente prevaleva sulla voglia che aveva nei confronti del "sottoscritto"; quella voglia che definiva "insaziabile". La maestra Aida. Una terza che io vedevo sempre abbondante. E non mi riferivo di certo alla sua classe di plesso dove sgattaiolavano i suoi marmocchi bensì a quel seno abbastanza roseo da sprigionare voglie ancestrali e abbastanza diafano da farvisi trapassare da tutta la luce del sole. Perché ovunque andasse, anzi, ovunque vada, lei è luce. E per non farmi abbagliar troppo indossai anch'io gli occhiali da sole. La campanella era suonata da tempo ma di lei nessuna traccia, nonostante la sua auto fosse parcheggiata al solito posto. Non poteva essersi camaleontizzata. Era impossibile. Qualcosa non mi suonava come avrebbe dovuto. L'avrei riconosciuta tra mille, impossibile non vederla, anche se si fosse infilata nell'auto di qualche collega per andare a pranzo. Stavo per alzarmi dalla panchina borbottando verso una pietra che con un calcio indirizzai verso il selciato quando sentii echeggiare in lontananza:
- "Allora ciao Teresa, grazie per avermi aspettata e non avermi chiusa dentro ma avevo necessità di cambiarmi per non fare tardi in palestra."
E giù una fragorosa risata.
- "Ciao Aida a domani e non far girare la testa a qualche bambolotto cresciuto earrapato...sono tutti uguali".
- "Non c'è pericolo, al corso siamo tutte donne, scappo."
Era andata a cambiarsi in bagno ma si era persa più del dovuto in qualche pensiero non certo scolastico. Lo specchio non era tanto grande ma riusciva a rifletterne metà della sua figura. E Aida era felice per come stavano andando le cose. Aveva perso qualche chilo ma ciò che la rendeva serena era nuovamente ripensare a lui sotto la luce di un tempo. Un'eternità o forse solo un minuto. Chissà quanto tempo era trascorso nel contemplarsi allo specchio e si ritrovò con un leggerissimo affanno, le gote più rosse del solito e la mano che faceva capolino tra le labbra del suo sesso, con le dita impregnate di umori. "Sei sempre la solita Aida", pensò tra sé. "E soprattutto sei in ritardissimo".
Mi girai di scatto e la rividi. I lunghi capelli rossi e ondulati facevano a gara con il vento su chi dovesse arrivare prima alla macchina e fuggire via chissà dove. Aveva un giubbino di jeans sbottonato ma sotto non c'era quello che può dirsi un classico outfit da maestra elementare. Era inguainata in una tutina nera. Quel giubbino forse serviva a non dare tanto nell'occhio ed evitare che qualche papà ancora intento ad intrattenersi con gli altri genitori e prole al seguito nei pressi della scuola "sbattesse" letteralmente contro un lampione. Sì, Aida era da mozzare il fiato e creare gli sbandamenti giusti. A me era già sbandato nel costume che indossavo sotto i jeans e mi venne duro. Il pantalone sembrava scoppiare e il cazzo chiedeva pietà quando Aida si accorse di me ma fece finta di nulla. Si tolse il giubbino che lasciò tutta la schiena scoperta fasciata ai fianchi dal tessuto della tuta che in quel punto si faceva velato. Ebbene sì. Il cazzo chiedeva proprio pietà. Lei capì che l'avevo vista e io capii che aveva capito.
Non mi venne incontro, né lo feci io come l'ultima volta, visti i risultati ma avevo voglia di vederla e assaporare il suo corpo. Anche solo con lo sguardo. Più tardi mi confessò che in tutti quei giorni ogni qualvolta usciva da scuola il suo desiderio più recondito era che fossi lì. E la accontentai. Nessun avvicinamento, nessuna parola ma il suo sguardo faceva intendere che avrei dovuto seguirla. D'altronde è sempre stata piena di sorprese. E risorse. Entrai nella mia auto sollevato, mentre un soffio di vento caldo si insinuava sul mio petto, dove la camicia bianca aperta mi permetteva ancora di gustare il tepore di un finale di settembre decisamente estivo. Indossavo degli slip a costume e ad ogni buon conto prescindendo da come sarebbe stato l'esito della visita ad Aida, avevo deciso da tempo che avrei fatto una capatina in spiaggia. Ed era verso il mare che Aida mi stava conducendo. Le nostre auto marciavano non molto vicine ma si desideravano anche loro. Ogni curva, ogni dosso conquistato accorciava il tempo che ci separava da quella spuma di mare che tantissime volte ci aveva visti protagonisti. Il viale, la pineta. Poi l'auto di Aida arrestò la sua corsa. La vidi scendere, sfilarsi i sandali, prendere la borsa e dirigersi a piedi nudi ancheggiando verso la passerella di cemento che portava alla spiaggia libera. Non un cenno, né una parola. Afferrai lo zaino che portavo sempre con me, lanciai le scarpe nel bagagliaio e dopo aver arrotolato i pantaloni sino alle ginocchia la seguii. Di spalle Aida era abbacinata dal sole. Ogni tanto si voltava con la coda dell'occhio stagliandosi sulla sabbia. Sembrava una testa di Medusa pronta a ricongiungersi con la sua acqua, con la salinità, con le sue insondabili voglie. Come la figura della mitologia greca anche lei aveva avuto il potere di rendere di pietra tutto ciò che incrociava il suo sguardo. Aveva pietrificato il mio cazzo. La vidi bagnarsi i piedi e credetti che lì si sarebbe fermata perché non aveva il costume. Fu lì che si voltò. Iniziò a carezzarsi la fica da sopra la tutina aderente, ogni suo gesto era intenso ed ogni suo spasmo voluttuoso. Fu Mi fece cenno per la prima volta di avvicinarmi per rendermi degno protagonista del suo piacere. Quale non fu il mio stupore quando cominciò ad entrare in acqua con la tuta immergendosi tutta. Mi spogliai interamente e decisi di lasciare sulla sabbia anche il mio costume. Aveva bagnato anche i capelli. La mia cappella era in tiro e sbatteva contro i flutti. Aida riuscì a liberarsi della tutta aderente e a mo' di corda con entrambe le mani mi avvinghiò a sè. Sentivo sul mio volto il profumo dei suoi umori che avevano ridotto la tuta ad un'oasi di piacere. Ci guardammo. Aida si masturbò nell'acqua e dopo essersi impiastricciata la bocca con le dita si assaporò. Dopo qualche secondo mi offri il suo sapore da quelle dita. La assaggiai. Ne feci contezza con i miei sensi. Il suo sesso e la salsedine. Il riflesso del sole accecava i suoi occhi chiari e mentre abbassava le palpebre chiudendole sulla mia bocca la sentii ansimare. Cercava disperatamente di lottare con un equilibrio precario intrecciando le sue gambe ai miei fianchi. Poi uno "miagolio" di stupore quasi strozzato nella sua voce quando cominciò a segarmi e strusciare il mio membro contro la sua coscia. Mi bramava, la desideravo. Le composi i capelli formando una sorta di coda e diedi una strattonata affinché inarcasse la schiena. Fui dentro di lei. La penetrai con colpi secchi ma dolci inebriando i miei sensi. La feci danzare sul mio cazzo schiumando umori e sale mentre le sue pareti mi avvolgevano. Il suo respiro era cadenzato dal movimento dei capezzoli che facevano su e giù forsennatamenre mentre il mio membro veniva trattenuto e calamitato dagli spasmi degli anfratti della sua vagina. Come nel più profondo degli abissi. In uno dei suoi ennesimi restringimenti mentre con foga la scuotevilo con i miei colpi le sussurrai in maniera decisa: - "è quando ti imputtanisci così che ti riconosco".
Mi urlò un "ohhhhh..." e ci lasciammo andare. Venni copiosamente in lei e fece altrettanto. Poi riaprendo gli occhi mi sussurrò: - "Mi sei mancato."
E ricominciammo.
- "Allora ciao Teresa, grazie per avermi aspettata e non avermi chiusa dentro ma avevo necessità di cambiarmi per non fare tardi in palestra."
E giù una fragorosa risata.
- "Ciao Aida a domani e non far girare la testa a qualche bambolotto cresciuto earrapato...sono tutti uguali".
- "Non c'è pericolo, al corso siamo tutte donne, scappo."
Era andata a cambiarsi in bagno ma si era persa più del dovuto in qualche pensiero non certo scolastico. Lo specchio non era tanto grande ma riusciva a rifletterne metà della sua figura. E Aida era felice per come stavano andando le cose. Aveva perso qualche chilo ma ciò che la rendeva serena era nuovamente ripensare a lui sotto la luce di un tempo. Un'eternità o forse solo un minuto. Chissà quanto tempo era trascorso nel contemplarsi allo specchio e si ritrovò con un leggerissimo affanno, le gote più rosse del solito e la mano che faceva capolino tra le labbra del suo sesso, con le dita impregnate di umori. "Sei sempre la solita Aida", pensò tra sé. "E soprattutto sei in ritardissimo".
Mi girai di scatto e la rividi. I lunghi capelli rossi e ondulati facevano a gara con il vento su chi dovesse arrivare prima alla macchina e fuggire via chissà dove. Aveva un giubbino di jeans sbottonato ma sotto non c'era quello che può dirsi un classico outfit da maestra elementare. Era inguainata in una tutina nera. Quel giubbino forse serviva a non dare tanto nell'occhio ed evitare che qualche papà ancora intento ad intrattenersi con gli altri genitori e prole al seguito nei pressi della scuola "sbattesse" letteralmente contro un lampione. Sì, Aida era da mozzare il fiato e creare gli sbandamenti giusti. A me era già sbandato nel costume che indossavo sotto i jeans e mi venne duro. Il pantalone sembrava scoppiare e il cazzo chiedeva pietà quando Aida si accorse di me ma fece finta di nulla. Si tolse il giubbino che lasciò tutta la schiena scoperta fasciata ai fianchi dal tessuto della tuta che in quel punto si faceva velato. Ebbene sì. Il cazzo chiedeva proprio pietà. Lei capì che l'avevo vista e io capii che aveva capito.
Non mi venne incontro, né lo feci io come l'ultima volta, visti i risultati ma avevo voglia di vederla e assaporare il suo corpo. Anche solo con lo sguardo. Più tardi mi confessò che in tutti quei giorni ogni qualvolta usciva da scuola il suo desiderio più recondito era che fossi lì. E la accontentai. Nessun avvicinamento, nessuna parola ma il suo sguardo faceva intendere che avrei dovuto seguirla. D'altronde è sempre stata piena di sorprese. E risorse. Entrai nella mia auto sollevato, mentre un soffio di vento caldo si insinuava sul mio petto, dove la camicia bianca aperta mi permetteva ancora di gustare il tepore di un finale di settembre decisamente estivo. Indossavo degli slip a costume e ad ogni buon conto prescindendo da come sarebbe stato l'esito della visita ad Aida, avevo deciso da tempo che avrei fatto una capatina in spiaggia. Ed era verso il mare che Aida mi stava conducendo. Le nostre auto marciavano non molto vicine ma si desideravano anche loro. Ogni curva, ogni dosso conquistato accorciava il tempo che ci separava da quella spuma di mare che tantissime volte ci aveva visti protagonisti. Il viale, la pineta. Poi l'auto di Aida arrestò la sua corsa. La vidi scendere, sfilarsi i sandali, prendere la borsa e dirigersi a piedi nudi ancheggiando verso la passerella di cemento che portava alla spiaggia libera. Non un cenno, né una parola. Afferrai lo zaino che portavo sempre con me, lanciai le scarpe nel bagagliaio e dopo aver arrotolato i pantaloni sino alle ginocchia la seguii. Di spalle Aida era abbacinata dal sole. Ogni tanto si voltava con la coda dell'occhio stagliandosi sulla sabbia. Sembrava una testa di Medusa pronta a ricongiungersi con la sua acqua, con la salinità, con le sue insondabili voglie. Come la figura della mitologia greca anche lei aveva avuto il potere di rendere di pietra tutto ciò che incrociava il suo sguardo. Aveva pietrificato il mio cazzo. La vidi bagnarsi i piedi e credetti che lì si sarebbe fermata perché non aveva il costume. Fu lì che si voltò. Iniziò a carezzarsi la fica da sopra la tutina aderente, ogni suo gesto era intenso ed ogni suo spasmo voluttuoso. Fu Mi fece cenno per la prima volta di avvicinarmi per rendermi degno protagonista del suo piacere. Quale non fu il mio stupore quando cominciò ad entrare in acqua con la tuta immergendosi tutta. Mi spogliai interamente e decisi di lasciare sulla sabbia anche il mio costume. Aveva bagnato anche i capelli. La mia cappella era in tiro e sbatteva contro i flutti. Aida riuscì a liberarsi della tutta aderente e a mo' di corda con entrambe le mani mi avvinghiò a sè. Sentivo sul mio volto il profumo dei suoi umori che avevano ridotto la tuta ad un'oasi di piacere. Ci guardammo. Aida si masturbò nell'acqua e dopo essersi impiastricciata la bocca con le dita si assaporò. Dopo qualche secondo mi offri il suo sapore da quelle dita. La assaggiai. Ne feci contezza con i miei sensi. Il suo sesso e la salsedine. Il riflesso del sole accecava i suoi occhi chiari e mentre abbassava le palpebre chiudendole sulla mia bocca la sentii ansimare. Cercava disperatamente di lottare con un equilibrio precario intrecciando le sue gambe ai miei fianchi. Poi uno "miagolio" di stupore quasi strozzato nella sua voce quando cominciò a segarmi e strusciare il mio membro contro la sua coscia. Mi bramava, la desideravo. Le composi i capelli formando una sorta di coda e diedi una strattonata affinché inarcasse la schiena. Fui dentro di lei. La penetrai con colpi secchi ma dolci inebriando i miei sensi. La feci danzare sul mio cazzo schiumando umori e sale mentre le sue pareti mi avvolgevano. Il suo respiro era cadenzato dal movimento dei capezzoli che facevano su e giù forsennatamenre mentre il mio membro veniva trattenuto e calamitato dagli spasmi degli anfratti della sua vagina. Come nel più profondo degli abissi. In uno dei suoi ennesimi restringimenti mentre con foga la scuotevilo con i miei colpi le sussurrai in maniera decisa: - "è quando ti imputtanisci così che ti riconosco".
Mi urlò un "ohhhhh..." e ci lasciammo andare. Venni copiosamente in lei e fece altrettanto. Poi riaprendo gli occhi mi sussurrò: - "Mi sei mancato."
E ricominciammo.
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Blackbrain
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