Sono andata a fare la prostituta a Parigi

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confessioni

Mi chiamo Patrizia, ho quarantasette anni e vivo a Parigi da dieci. Quando dico questa frase mi capita ancora di sorprendermi. Dieci anni. A volte mi sembrano passati in un attimo, altre volte ho la sensazione che la donna che è salita su quel treno dieci anni fa fosse un'altra persona.
Avevo trentasette anni allora. In Italia facevo quello che trovavo: pulizie soprattutto, appartamenti, scale, qualche ufficio. Ogni tanto arrivava un lavoro diverso, qualche giornata ad assistere una persona anziana, qualche sostituzione, qualcosa che mi permettesse di aggiungere un po' di soldi a quello che guadagnavo normalmente. Ero abituata a lavorare e non mi sono mai considerata una persona pigra. Il problema era che, per quanto lavorassi, la mia situazione rimaneva sempre la stessa. Arrivavo alla fine del mese, pagavo quello che dovevo pagare e ricominciavo.
Quello che mi faceva più paura non era nemmeno guadagnare poco. Era l'idea di non avere davanti nessun cambiamento. A trentasette anni mi sembrava di poter prevedere già tutta la mia vita: ancora pulizie, ancora lavori occasionali, ancora soldi contati. Mi chiedevo spesso se fosse davvero tutto lì.
Fu una conoscente a parlarmi per la prima volta seriamente di Parigi. Lei viveva già là e faceva la prostituta. Non me ne parlava con vergogna e nemmeno cercava di convincermi che fosse una cosa facile. Mi raccontava semplicemente che guadagnava molto più di quanto avessi mai guadagnato io con le pulizie e che riusciva finalmente a mettere qualcosa da parte.
Io non ero scandalizzata.
Questa è una cosa che ho capito di me soltanto dopo: l'idea della prostituzione non mi ha mai fatto schifo. Non l'ho mai considerata una cosa che mi avrebbe resa meno rispettabile ai miei stessi occhi. Sapevo che era un lavoro particolare e che avrebbe avuto delle difficoltà, ma non provavo quella repulsione che forse altre donne avrebbero provato. Ero molto più preoccupata di rimanere senza soldi e senza futuro.
Un giorno le chiesi quasi scherzando se avrei potuto raggiungerla.
Lei mi rispose di sì.
Mi disse che avrebbe potuto ospitarmi per un mese, giusto il tempo di ambientarmi, capire la città e decidere cosa fare.
Quella risposta trasformò una fantasia in un progetto.
Cominciai a preparare la partenza senza dirlo a molte persone. Non volevo spiegare troppo. Dicevo che andavo a Parigi per cercare fortuna, e in fondo era vero. Soltanto io e quella donna sapevamo che cosa significasse veramente.
Il giorno della partenza arrivai in stazione con una valigia e una borsa. Avevo scelto i vestiti uno per uno, anche se adesso mi viene da ridere a pensare a quanto fossi impreparata. Non conoscevo Parigi. Non conoscevo i quartieri. Non conoscevo la metropolitana. Non sapevo nemmeno distinguere le zone della città.
Conoscevo la Tour Eiffel, il Louvre, gli Champs-Élysées e qualche nome sentito in televisione.
Tutto qui.
Durante il viaggio guardavo fuori dal finestrino e pensavo continuamente a quello che mi aspettava. Ogni tanto mi veniva voglia di scendere e tornare indietro. Poi pensavo ai lavori che avevo lasciato in Italia e alla sensazione di essere rimasta ferma per anni.
E allora continuavo.
Quando finalmente arrivai a Parigi, la prima cosa che provai fu un'enorme sensazione di smarrimento. La stazione era piena di persone e io cercavo la mia conoscente guardandomi intorno con la valigia accanto. Quando la vidi, provai quasi sollievo fisico.
Mi abbracciò e mi disse: "Adesso sei a Parigi."
Quella sera dormii nel suo appartamento.
Per un mese quello sarebbe stato il mio punto di riferimento. Lei mi spiegò la città, mi insegnò a usare la metropolitana e mi portò nei quartieri dove lavorava. Io osservavo tutto con attenzione. Mi sembrava incredibile che quella città enorme potesse diventare, prima o poi, qualcosa di familiare.
Naturalmente non diventò familiare subito.
I primi giorni mi sentivo una turista che non aveva nemmeno il diritto di essere turista. Guardavo le strade, i negozi, le persone, ascoltavo il francese e cercavo di capire quello che dicevano. Poi cominciai a conoscere Pigalle.
Fu lì che capii veramente perché ero venuta.
La prima volta che ci andai di sera rimasi colpita dalle luci e dal movimento. Era tutto più rumoroso e vivace di quanto avessi immaginato. C'erano turisti, locali, taxi, persone che passeggiavano senza una destinazione precisa e donne che lavoravano.
La mia conoscente non mi spinse a fare nulla.
Mi disse soltanto di osservare.
Ed è quello che feci.
Osservai gli uomini, il modo in cui si avvicinavano, il modo in cui parlavano. Imparai lentamente a riconoscere le persone con cui non volevo avere a che fare e quelle che invece cercavano semplicemente compagnia.
Quando arrivò il momento di cominciare, mi accorsi che non ero terrorizzata.
Avevo immaginato che avrei provato vergogna, che mi sarei sentita diversa, magari sporca.
Non accadde.
Mi sembrava semplicemente di avere iniziato un lavoro.
E più passava il tempo, più mi rendevo conto che, per qualche strana ragione, ero portata per quel mondo. Non soltanto per il lato economico. Mi veniva naturale parlare con le persone, soprattutto con gli uomini. Avevo pazienza, sapevo ascoltare e non mi imbarazzavo facilmente.
Mi piaceva anche il fatto di sentirmi desiderata.
Non lo dico per vantarmi. È semplicemente la verità.
Dopo anni passati a sentirmi invisibile mentre pulivo le case degli altri, a Parigi mi accorgevo continuamente degli sguardi su di me. Il mio aspetto contribuiva, naturalmente. Sono sempre stata piccola, appena un metro e cinquantacinque, abbastanza magra, con i fianchi larghi e il sedere pieno. Ho i capelli nerissimi e molto folti. Non ho mai avuto un viso particolarmente raffinato: il mio è ovale, piuttosto semplice, con lineamenti che appartengono più a una donna comune che a una bellezza elegante.
Eppure proprio quella semplicità sembrava piacere.
A Pigalle incontravo soprattutto una clientela internazionale. Turisti, stranieri, uomini che erano venuti a Parigi proprio perché cercavano l'immagine della città notturna che avevano in testa. Alcuni erano rumorosi, altri timidi. Alcuni volevano parlare continuamente, altri quasi non parlavano affatto.
Dopo qualche anno cominciai a lavorare anche a Montparnasse.
Lì sembrava tutto più tranquillo. La clientela era più adulta e spesso più discreta. C'erano professionisti, uomini d'affari, stranieri residenti a Parigi. Mi accorsi che il lavoro cambiava molto a seconda del quartiere.
A Montparnasse imparai soprattutto ad ascoltare.
C'erano uomini che arrivavano con una storia da raccontare. Matrimonio, separazione, solitudine, problemi sul lavoro. Alcuni avevano soldi ma nessuno con cui parlare veramente. Io ascoltavo e basta. Non cercavo di risolvere la loro vita.
Montmartre fu ancora diverso.
Quello è il quartiere che ricordo con maggiore affetto. Mi sembrava di camminare dentro una vecchia fotografia. Le strade in salita, i pittori, i locali, i turisti, gli edifici antichi. Era una Parigi molto diversa da quella di Pigalle.
Fu proprio a Montmartre che incontrai il ragazzo straniero di diciotto anni che ancora oggi ricordo.
Era appena maggiorenne e mi raccontò che studiava storia e che era particolarmente interessato alla Belle Époque. La cosa mi incuriosì perché io, della Belle Époque, sapevo pochissimo. Per me era semplicemente un periodo storico che avevo incontrato sui libri di scuola.
Lui invece ne parlava con entusiasmo.
Mi raccontava della trasformazione di Parigi, dei boulevard, dei caffè, dei teatri, degli artisti e della vita notturna. Parlava anche della prostituzione dell'epoca e delle differenze tra le donne dei quartieri popolari e quelle che frequentavano ambienti più eleganti.
A un certo punto si fermò a guardarmi.
Non era uno sguardo volgare. Sembrava piuttosto che stesse confrontando la persona che aveva davanti con un'immagine che aveva nella testa.
Poi mi disse che gli ricordavo una prostituta parigina di basso livello della fine dell'Ottocento.
Io rimasi sorpresa e gli chiesi perché.
Mi spiegò che era soprattutto una questione di fisionomia e di presenza. La mia statura molto bassa, il metro e cinquantacinque, il viso ovale ma poco raffinato, quasi popolare, e soprattutto i capelli neri e folti raccolti dietro la testa gli ricordavano alcune fotografie e illustrazioni delle donne dei quartieri poveri di quella Parigi.
Mi venne da ridere.
Gli dissi che non sapevo se considerarlo un complimento.
Lui si affrettò a spiegare che non voleva essere offensivo. Anzi, secondo lui era proprio il contrasto con le donne eleganti dell'alta società a rendere interessante la somiglianza. Diceva che non sembravo una signora borghese dell'epoca, ma una donna comune che avrebbe potuto appartenere alla vita quotidiana dei quartieri popolari.
La cosa mi rimase impressa perché nessuno mi aveva mai descritta in quel modo.
Per tutta la vita ero stata semplicemente Patrizia.
Una donna piccola, con i capelli neri, un viso comune e un corpo che attirava l'attenzione.
Quel ragazzo invece aveva dato un senso al mio aspetto.
Mi disse che gli venne anche un nomignolo"la vieille salope",che veniva usato in modo volgare e lo è ancora ma l ho accettato perchè rappresenta il mio aspetto e il mio lavoro.
scritto il
2026-09-24
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