Marzio

di
genere
gay

Marzio
κάθε εραστής είναι στην ψυχή ερωμένος, αλλά κάθε ερωμένος είναι στην ψυχή εραστής


Marzio, per ottemperare alla tradizione familiare, aveva iniziato la carriera militare sino a diventare legatus di una legione che presidiava un saliente della linea fortificata istituita nella pannonia inferiore contro i barbari che vivevano che vivevano nella Dacia.
Poco amante delle guerre e non interessato a diventare console, prima di ritirarsi nelle sue tenute nella Tuscia, aveva pacificato la regione sottoscrivendo un trattato con la tribù degli Azali del popolo Alano. Il re degli Azali aveva dovuto dare in ostaggio Buran, il suo primogenito dodicenne a garanzia dell’osservanza del trattato. Marzio che stimava il re giurò che avrebbe allevato il figlio come se fosse stato suo. Non era generosità ma la pianificazione della romanizzazione dei barbari educando la loro classe dirigente.
Così Aspar crebbe assieme a Claudio il primogenito di Marzio. Assieme studiarono, assieme iniziarono il servizio militare assieme ebbero le prime iniziazioni erotiche.
I due ragazzi avevano fraternizzato e Marzio non poteva che congratularsi con sé stesso pe per avere due studiosi, ma no saccenti, curiosi, amanti della natura e delle attività sportive sempre pronti a competere, fossero le arti marziali o la poesia. A 15 anni Claudio chiese al padre il permesso di arruolarsi nell’esercito. Grazie alla buona reputazione di Marzio la richiesta fu accolta e ovviamente Buran seguì Claudio. I due erano ben preparati alla vita militare. Tutti, i colleghi e i superiori rimarcavano l’amore fraterno che legava i due giovani sempre allegri e di buon umore con Claudio più irruento e fisicamente massiccio e Buran esile e riflessivo . Li avevano soprannominati il guerriero e il filosofo. La loro amicizia era nata appena arrivati alle le tenute paterne in Tuscia. Ma l’altro sentimento, quello nascosto che li legava, l’amor era nato durante le attività fisiche che il padre aveva imposto per irrobustirli e prepararli alla vita militare.
Frequentemente gareggiavano nella corsa percorrendo veloci i boschi. Nudi lasciavano che i rami sferzassero i loro corpi non lamentandosi delle abrasioni e ferite che ricevevano. La sosta li rinfrescava e lo strofinarsi con erbe e cenere puliva la pelle. Durante una sosta sotto la cascatella i un caldo pomeriggio di luglio Buran si accorse che al massaggio sul ventre di Claudio, il membro di questi più grosso del suo tendeva ad indurirsi e alzarsi. Curioso lo prese in mano per lavarlo e si accorse che anche il suo sembrava indurirsi. Era già avvenuto quando aveva visto per le prime volte Claudio nudo frizionarsi il corpo con olio. Si era offerto di farlo lui e aveva provato come una debolezza interna, mista a desiderio come di carezze che non sapeva definire. Da allora aveva chiesto a Claudio di poterlo massaggiare dopo le gare. E ogni volta quando gli massaggiava gli addominali tesi e le tonde natiche, si sentiva preso da piacere come se leccasse del miele. La sensazione cresceva quando gli accarezzava il pene, conscio che gli piaceva sempre più tenere il membro nella mano.
Quel giorno corsero giù per la forra vicina al fiume, sino al boschetto di lecci. Esausto Buran abbraccio un giovane tronco ansimando. Sentì Claudio dietro di sé, sentì il membro di Claudi sfregarsi sulle natiche . Stupito come se avesse sempre saputo che sarebbe avvenuto, si girò e baciò il muscoloso torace di Claudio mordendogli i capezzoli scendendo agli gli addominali. Caduto in ginocchio baciò il membro di Claudi e poi sentendolo indurirsi ancora di più aprì la bocca. Claudio con le mani strinse le natiche di Buran aprendole. fu come se un fulmine lo avesse percosso e quando Claudio gli girò il viso per baciargli le labbra, inarcò le sue piccole tonde sode natiche per sentire meglio il peso della virilità di Claudio strusciarsi sul piccolo foro tra le natiche. Preso da un sentimento che non sapeva descrivere Buran si girò e come se lo avesse sempre fatto e conosciuto come fare, baciò il suo amico. Prima sulle palpebre degli occhi chiusi, poi selle guance, poi sulla bocca. Sentendolo fremere proseguì leccando di nuovo i pettorali e mordicchiandogli i capezzoli.
Preso da un desiderio che non voleva contenere, accarezzandogli i testicoli, gli riempì gli addominali, l’inguine, e la verga di baci. Inginocchiato, come se fosse giusto e naturale doverlo fare, aprì la bocca lasciando che il membro indurito di Claudio si appoggiasse sulle cosce. Buran lo lasciò fare e poi baciò il grosso glande di Claudio e fattolo stendere, gli baciò le dita dei piedi i polpacci le cosce. Si strinsero e si baciarono. Se un satiro dalla coda pelosa e zoccoli equini li avesse spiati avrebbe dedotto che erano innamorati.
Stesi sull’erba, erano immersi nel piacere. “Claudio” disse Buran, “da tempo volevo chiederlo e non ero ancora pronto e magari non mi volevi.
Senti vuoi essere Achille? E io sarò Patroclo. Tu Erastes io eromenos.”
Senza attendere la risposta, Buran si alzò e avvicinò al leccio. Lo abbracciò, divaricò leggermente le gambe e sporse in fuori il suo tondo sedere dove fra le sode natiche pulsava l’apertura crespata, come di un fiore rosa, dell’ano. “Prendimi Claudio, sii mio domino, fammi tuo, possiedimi come fossi la tua femmina perché ti amo e lo desidero, da quando siamo cresciuti assieme. Claudio non era stupito perché aveva sempre saputo che sarebbe successo. Lasciò che Buran abbracciasse l’albero facendo che si abbassasse un poco per far sporgere di più le natiche. Con la mano destra carezzò il pene di Buran e con la sinistra gli strizzo il capezzolo.
Claudio inginocchiato penetrò con la lingua l’ano di Buran che ora pulsava maggiormente e stava aprendosi. Si rialzò e appoggiò il glande sulle crespe dell’ano di Buran e iniziò a spingere. Lo sentì mugolare di piacere. Sentì anche un lamento per il dolore, e con pazienza, un poco alla volta tutto il membro entrò in Buran che tremava. Poi lentamente usci e lentamente rientrò sempre più velocemente finché sentì che aveva perso il controllo e aveva inondato Buran del suo seme. Il ragazzo gridò sii sono tuo ti sento dentro non andare via. No, rispose Claudio. Ora farò di te un maschietto. Lasciò il suo membro che non restava rigido in attesa di una seconda dominazione e prese a masturbare con metodo il pene di Buran che grazie alla mano di Claudio, al capezzolo strizzato e al rigido pene che lo penetrava, per la prima volta sparse il suo seme sulle radici del leccio.
“Mi vuoi ancora chiese” Claudio? “Si Dominus prendimi ancora, fecondami sono to , tuo per sempre.”
Marzio decise che i ragazzi che stavano finendo l’apprendimento, visto che si avvicinava l’autunno potessero arruolarsi. Una lettera di raccomandazione indirizzata a chi conosceva bene egli doveva dei favori, permise a Claudio di essere subito arruolati e dopo un breve addestramento sino alla primavera far parte dei principales. Per non separarli, Marzio nella lettera di raccomandazione aveva inserito la richiesta di dare la cittadinanza romana a Boran, visto la fedeltà a Roma della sua tribù, la adesione di Boran stesso alla cultura romana e, elemento utile in futuro la sua conoscenza degli Avari e dei ermani. Come Claudio avrebbe fatto parte dei principales , così Boran avrebbe fatto parte degli immunes come aiutante di Claudio. Come dice il proverbio Catuli venantur, sed vetus leo praedam demonstrat.
A tempo debito, avuta conferma delle loro capacità e abilità, li fece trasferire in una guarnigione che avrebbe protetto un saliente della linea fortificata istituita nella pannonia inferiore contro i barbari ,che vivevano nella Dacia e che lui Marzio aveva difeso.
La fortificazione a cui furono destinati Claudio e Boran, era in stato di abbandono. Un semplice recinto di pali aguzzi di 250 piedi di lato e con 5 costruzioni all’interno adibite a dormitori. A circa 1500 piedi di distanza dal lato sinistro sorgeva un viculus che raggruppava alcune botteghe, il maniscalco, il fabbro, un tempio di Diana e che era circondato dalle case dei contadini. La guarnigione era formata da duecento legionari , molti vicino alla età del pensionamento e da giovani poco addestrati. Come forza mobile una turma di 50 cavalieri, stazionava in un edifico al lato nord della recintazione.
Quattro anni più tardi il legato imperiale scriveva a Marzio relazionandolo sui figli.
“ Mi complimento amico Marzio per i tuoi figli che ti fanno onore. Ho saputo in quali condizioni avevano trovato la fortificazione che si trovava sul saliente formato dai fiumi ab e forse entrambi affluenti dell’Istro.
Ora le coorti sono tre e la cavalleria conta cento arcieri. Ottimo il loro addestramento Frutto della decisione di Claudio di fare settimanalmente esercitazioni di reale combattimento nei boschi e addestramento a lavorare assieme alla cavalleria. L’altro tuo figliastro Boran, ha preso su di sé l’incarico di migliorare la fortificazione. Ora le porte sono state rinforzate con due torri ciascuna e un camminamento ligneo interno alla palizzata permette di muovere velocemente i legionari. Tutto intorno alla palizzata è stato scavato un fossato e la terra usata per rinforzare la palizzata. All’interno della palizzata un ridotto di pietra alto 4 piedi, richiude i baraccamenti. Una palizzata si estende dalla fortezza al viculus e copre le stalle e il fienile. Avevano chiesto altri rinforzi, negati
viste le guerre con i Parti, così hanno formato una unità di riserva con i legionari congedati che avevano ricevuto delle terre lì vicino. E questi anziani legionari, a loro volta addestrano i giovani contadini come milizia ausiliaria.
Spero che basti a controllare i barbari d’oltre Istro che hanno aumentato le scorrerie. Tuo figlio Claudio segue i tuoi passi ed è in predicato per la futura toga senatoriale.
Un mese più tardi a Claudio arrivò una comunicazione scritta su un papiro avvolto intorno al regalo. Un gladio dalla lama in acciaio norico e impugnatura in bronzo.
La lettera di Marzio, dopo le lodi, informava il figlio che era il momento di maritarsi e che lui stava cercando la moglie adatta. Di buona famiglia , colta ma non troppo, ben dotata di dote. Vergine e sottomessa. Se lui Claudio avesse legami in loco sistemasse la questione ma con generosità Omnis femina pulcra vel foeda pretium suum habet “
Buran non lasciò in pace Claudio. Rise, irridendolo
“Povero amico mio che, disgrazia! Dovrai abbraciare una carne molliccia che si lascerà fare tutto ma pensando a gioielli e vestiti che dovrai comprarle per aver intinto la tua mazza in lei. E poi deciderà lei quando e quante volte per rimanere incinta e non penserà certo a farti godere.”
E poi cantò
“Amico mio, non mi abbandonare, lasciati guardare.
I miei occhi ghiotti ti sanno voracemente amare
Non devo dirti come le mie sensuali, esperte mani sanno con te giocare
Sui tuoi fianchi sul tuo petto sul viso sulle sode natiche baci voglio dare
Ardo dalla voglia di, con parole, gesti, sguardi il tuo sapido membro far ingrossare
Perché la mia bocca avida, possa colmare e poi il mio culetto brutalmente sfondare.
Lascia la contegnosa vergine che attende sottomessa la dovuta copula. svogliata
Prendi me , la tua epheba femina submissa, eccitata pronta a ogni tua desiderata,
Si mio maschio amo le mani che mi sculacciano sino a farmi godere per l’arrossato sedere
E come è bello quando copuli la mia bocca e strizzandomi forte i capezzoli mi fai godere.
Al fine tutto ardente mi giro e il mio fiore anale dai crespi gonfi petali tutto spalancato
Attende al canto dei capezzoli straziati di essere dal tuo poderoso duro pistillo penetrato.
Si mio vir domino, fai tutto come vuoi, dolce e brutale sii con me, montami e fottimi ora
Sono, eromenos osceno, che danzare per te, nudo e sculettante, menandosi il pene, adora
sono bramoso oggidì, di essere amanti come, ti ricordi nei boschi lo fummo allora ,
e molle di piacere, gioiosamente gustare il tuo seme che sgorgando il viso mi irrora. Buran
con un sorriso rispose alla silenziosa domanda fatta da
Marco si commosse. “ Buran, una cosa è il dovere. Altro sei tu mio amico. Vuoi il mio amore amico mio ?” Poi Lo prese tra le braccia lasciando che le mani, calmata la passione, carezzassero dolcemente le piccole natiche, il petto il membro di Buran ,baciandolo sul collo e sui capelli.
“No! No! si ribellò Buran, “Riserva le dolcezze alla tua futura sposa perché così e giusto.
Io sono il tuo erastos, la tua puttana il femmino schiavo che gode della tua brutalità. Fammi molto male, umiliami straziami e amami”
Claudio sentì potente in sé il grido della sua libidine risvegliato dalle parole del suo femmino, una mascula meretrix che doveva e voleva punire.
Bevvero del rosso Falerno, poi Claudio col membro già in erezione, fece stendere Buran sul letto al suo fianco. “No, non così femminuccia” si rivolse Claudio al compagno. “Girati Prendi in bocca la mia minchia e succhia. Con le mani allarga le tue tonde natiche che voglio baciare il tuo fiore.
IL corpo di Buran cominciò a tremare quando Marco lo bacio sui crespati petali del fiore del culetto, rigonfi per il desiderio . Dopo averlo unto con olio attico fece entrare nel culetto un dito. Poi un secondo. Fece una pausa mormorando parole di desiderio che rilassarono la pulsante corolla del buchetto fra le natiche. Poi un terzo, e infine un quarto dito, si unirono a quella tenera violenza. Dapprima Buran urlò ma poi la sua natura di femmina gli fece gridare “sii più forte, più a fondo, fottimi, sono il tuo puttano.
Quando tutta la mano lo penetrò Buran allargò la bocca cercando di ingoiare tutta la mazza del suo amore. Non riuscendoci, con le mani si strizzò i capezzoli, facendo di loro rossi lamponi che sperò Claudio volesse crudelmente mordere.
Claudio chiuse il pugno e lo affondò in Buran che sentì il duro morso delle nocche dentro l’ano. Entrando e uscendo, a volte lentamente a colte velocemente brutale riuscì a fare entrare la mano ben oltre il polso facendo piangere e tremare di godimento il ragazzo quando allargava le dita dentro lui. Di Buran anche la bocca e la lingua si agitavano freneticamente sulla virilità di Claudio che indurita e spasmodica si preparava a godere .Buran inghiotti il pene sino ai testicoli che la lingua esageratamente pendula laccava. Sentendo che stava per venire Claudio spinse il pugno il più a fondo tanto da far entrare anche una parte del suo peloso avambraccio.
. Era una cacofonia di urla gemiti richieste cantate dai corpi spasmodicamente allacciati. Poi un attimo di silenzio annunciò che la bocca di Buran si era riempita dello sperma di Claudio che con gratitudine venne ingoiato. Il gonfio pene di Buran che a volta Claudio irrideva chiamandolo gingillino, era enormemente cresciuto più cetriolo che favetta, e ora masturbato da Claudio era esploso infradiciando il letto.
Claudio lentamente estrasse il braccio dal foro di Buran che ora si era allargato alla dimensione del pugno di Claudio e sembrava aspettarsi un altro assalto del Domino. . Ma questi porse la mano che aveva penetrato l’amico a Buran perché la baciasse e leccasse. “Si mio signore con gioia”. Claudio gli rispose malevolo. Sibilò “Zitto meretrice lo hai voluto tu ora apri la tua bocca di zoccola maschia e ciuccia il mio bastone”. Cosa che Buran fece con piacere, ora che tutta la mano di Claudio era entrata e gli aveva con così maschia dominanza, fottuto il culo.
Al mattino all’apparir della rosa aurora che si rifletteva sui sazi corpi, Claudio e Buran uscirono dalla baracca. Nudi, gettandosi reciprocamente secchiate di fredda acqua si prepararono a una corsa lunga 20 stadi seguita da una ripresa di pancrazio. Vedendo i comandanti così in forma, i decurioni, atteso che Claudio e Buran, che si sforzava di camminare eretto e stringeva le natiche, andassero a lavarsi nella grande vasca di pesto coccio che fungeva da tarme ,per chiedere con lo sguardo al centurione primus pilus Minucio ragione dei rumori filtrati la notte dal loculus dei comandanti.
“ Sono buoni capi, vi rispettano e hanno cura di voi” rispose Minucio “e quello che fanno di notte sono fatti loro “. Poi, girandosi per raggiungere l’adunata mattutina, sorridendo con ironia aggiunse “Supra Romanus masculus, infra clunibus apertis pro femina servus gemit. Et hoc est quod refert.”
L’impero sembrava prosperare,la ricchezza aumentava,la pace regnava.
O lettore a cui offro questa narrazione, presta attenzione alla saggezza della tradizione:
Lo rossa lucida intatta mela non mostra il verme che larode, dice il greco. Ogni cosa bella ha un termine posto dagli dei, dice il sottomesso giudeo.
Claudio doette asssentarsi per andare a Ovilava capitale del Noricum Ripensedove il legato imperiale a capo delle legioni del Noricum lo avrebb aggiornato sulla situazobne della frontiera.
Minicio propose a Bulan unaspedizione esplorativa alle foreste che che ricoprivano le ripide sponde del fiume. Erano collinette boscose da cui si poteva controllare il Danubio. Decisero di andare loro due per non insospettire la gente. Arrivati nei boschi Minucio si fece pressante raccontando a Bulan di come gli piacessero i iuvenes animo mares, feminae quae in ore et ano coire amabant sicut meretrices.
Buran capì la minaccia. Minuccio aveva spiati e sicuramente osservando i loro giochi si era anche masturbato
“Cosa vuoi?” Chiese . Senza rispondere Minucio alto 6 piedi abbrancò Buran che come stregato lasciò fare. Minucio urlò “a quattro zampe zoccola e aprila bocca”. Buran sentì la verga di Minucio sprofondare in gola , A quattro zampe con Minucio che gli stringeva i testicoli si lasciò fare. Poi Il centurione uscì dalla bocca. Con la destra gli strinse i testicoli e con la sinistra lo sculacciò. Senza che lo volesse l’ano di Buran inizio ad aprirsi e chiudersi spasmodicamente mentre la libidine prendeva possesso della sua mente.
Il centurione con un colpo violento penetrò L’ano mentre Buran, da perfetta femmina zoccola gemeva di piacere. Quando l’abbondante sperma del centurione lo riempì colando sulle gambe Buran urlo “durius durius. anum meum disrumpe”. poi da femmino passivo aprì la bocca per leccare la verga del centurione.
Nel folto del bosco i due capirono l’errore fatto. Minucio si inginocchiò e giurò che mai avrebbe fatto parola di questo e che anche Buran tacesse. Era vergognoso che due legionari si facessero travolgere dalla passione. Minucio disse “perdonami, troppo e stato l’eccitamento di vederti amare Claudio”.
Ma Buran non si sentiva in colpa. Amava Claudio ma questo era stato sesso semplice e brutale.
Claudio ritornò con notizie pessime.
Le infiltrazioni dei barbari Alemanni , Iutungi, Marcomanni, Naristi, Vandali, Suebi, si facevano sempre più frequenti e le richieste di stanziarsi nell’impero più pressanti. L’impero non aveva per il Norico legioni disponibili. Tutto era stato destinato alle guerre contro i persiani e il Norico avrebbe dovuto defendersi da sé stesso. Le restanti truppe erano state riunite in una forza mobile per contrastare una maggior invasione. Per il momento non restava che riorganizzare le fortificazioni ed eventualmente ampliarle.
Claudio fu felice di vedere che Buran e Minucio che si erano frequentemente sfidati ora lavorassero alacremente assieme per rinforzare le difese.
Le acque sembravano calme, ma sotto la superfice malevoli correnti parlano di morte.
Mentre Claudio cercava di mantenere buoni rapporti coni barbari, sempre più messaggi raggiungevano Buran per convincerlo di abbandonare Roma e passare dalla parte delle tribù barbare. Obiettavano che lui non era romano solo un osteggio , che ora che suo padre stava morendo spettava a lui guidare il suo clan e la sua tribù e che la fedeltà doveva andare ai suoi simili e germani e non i romani che in fin dei conti erano gli invasori. E tanto fecero che lo convinsero. Con la scusa che il padre era morto e che dovevano seppellirlo nelle terre originarie della tribù vicino alla foce del fiume Volga, prese congedo da Claudio promettendogli che sarebbe tornato per la prossima estate. Sentendo approssimarsi i venti di guerra, Claudio intensificò l’addestramento dei legionari. Fece dei legionari ottimi arcieri, avendo appreso come gli arcieri a cavallo avessero in Persia sconfitto i romani. Anche la turba di cavalieri fu addestrata cime arcieri a cavallo apprese come usare nell’attacco il kontos, la lunga lancia usata dai sarmati.
Il fortilizio venne circondato sui tre lati da un fossato e un vallo di pali aguzzi, il quarto lato fu dotato di una grande torre di legno a difesa delle scuderie. La palizzata che univa il vicus al fortilizio venne rinforzata con una bassa torre costruita con pietre di fiume e dotata di feritoie che permettevano agli arcieri di scagliare frecce stando al coperto. La milizia del vicus formata da legionari anziani e giovani contadini fu rinforzata da mercenari celti che odiavano i germani. La guerra si vince mangiando bene. Così per tutto l’autunno e l’inverno e la primavera furono costituite riserve di cibi non deperibile. Per la carne nel bosco nascoste vennero create delle porcilaie. E naturalmente condutture in cocciopesto provvidero al rifornimento idrico.
Finita la mietitura di luglio con sufficienti riserve di cibo , i germani iniziarono l’invasione del Norico. Il fortino era un obiettivo secondario. Buran che era stato forzato a diventare capo delle forze di germani che dovevano conquistare il fortino e il vicus, mandò messaggi a Claudio spiegando per quali ragioni era oro suo avversario pur mantenendo intatto il sentimento che li legava. Nell’ultima missiva aveva proposto che i romani se ne andassero pacificamente portando con sé uomini armenti e beni. A voce l’incaricato di Buran spiegò che forse per giustificare il ritiro sarebbe stata necessaria una schermaglia e che Buran era pronto a far uccidere un centinaio dei suoi.
Claudio rispose “non possumus hic manebimus optime” E fu guerra.
I barbari rinforzati da un folto drappello di Sassoni alti, biondi e indisciplinati attaccarono all’alba. Incuranti degli ordini di Buran e irridendolo per aver consigliato manovre di accerchiamento, si diressero correndo verso la Porta principale, che dava sul fiume. Gli arcieri tirando dalle torri ne fecero strage e i pochi che riuscirono a superare le fortificazioni furono fatti a pezzi dai gladi dei legionari o infilzati dalle lance. Al pomeriggio i barbari esausti iniziarono a ritirarsi. Claudio dette l’ordine di attaccare, i legionari protetti da scudi dalla porta, la cavalleria e gli ausiliari caricando ai fianchi l’orda barbara. La ritirata si trasformo in fuga verso il fiume, ma qui i contadini addestrati dai veterani, ne fecero strage. Buran e un centinaio di guerrieri continuarono il combattimento per proteggere la fuga. Ma alla fine dovettero arrendersi. Buran, dignitoso nella sconfitta memore di lettura del “De bello Gallico” come Vercingetorige si presentò a Claudio denudandosi, ponendo ai suoi piedi le armi e l’armatura e piegando il ginocchio destro in segno di sottomissione.
Claudio accettò la resa e presenti i rappresentanti delle popolazioni barbare, dettò le condizioni. Come suo padre sapeva che una punizione troppo dura avrebbe provocato una nuova rivolta. Perciò cosi parlò:” voi gente barbara e stupida, siete stati indotti dai vostri capi a sfidare Roma. Ora siete pentiti e Roma, come il padre del figlio pentito non vuole infierire.
. Ritiratevi a dieci giorni di distanza dal fiume. Porterete con vo,i solo il cibo per il viaggio e un capo di bestiame per famiglia. Potete tenere il grano per la semina egli strumenti di lavoro. Ci consegnerete tutte le armi e ogni famiglia ci darà un figlio come ostaggio garante della vostra fedeltà futura. I vostri villaggi saranno assieme alle terre assegnati ai legionari veterani. Chi vorrà potrà dichiararsi schiavo e restare a servire.
Però non posso perdonare il vostro capo che ha goduto della amicizia di Roma e sotto lei ha prosperato. Riceverà la punizione che avevo riservato a voi. Siete cinquanta e per ognuno di voi Buran riceverà 10 frustate. Per 20 giorni sarà aggiogato a un carro come un bue e riceverà 25 frustate. Oggi inizierò io. Poi da domani sarà compito dei centurioni e poi dei decurioni.
Fece legare Buran al palo delle punizioni. Prima di iniziare gli sussurro “Amico questa la punizione pubblica per aver tradito Roma. Amore mio una peggiore punizione ti attende per aver tradito me.”
I venti giorni passarono le frustate furono giuste ne deboli ne così forti da fare danni permanenti. Il carretto aggiogato era pieno di sassi da usare per rinforzare le fondamenta del fortino.
Una ulteriore umiliazione per Buran, fu dover scrivere la relazione del suo tradimento, dell’attacco dei barbari, della vittoria di Claudio della sua magnanimità e il dettaglio delle punizioni inflitte.
Ad autunno iniziato i lividi e le ferite si erano rimarginati e Buran sperò che Claudio lo avesse perdonato. Però ora Claudio non lo prendeva più come si prende un amante ma lo usava come fosse una donna ferma carponi mentre lo penetrava. Ma era solo un liberarsi dello sperma n eccesso, non il canto amoroso delle mani sul suo corpo come Claudio usava in passato. La minaccia di punirlo sembrava dimenticata, ma alle Idi di ottobre,Claudio portò Buran nel bosco . Le giornate erano ancora tiepide. Legò Buran a due tronchi di giovani lecci con le gambe ben divaricate e il corpo abbassato perché le natiche sporgessero. Gli prese la testa e Buran subito aprì la bocca pronto a gustare il sapore di miele del seme di Claudio. Poi il grosso membro sprofondò ne suo ano mentre Claudio con la destra lo masturbava e con la sinistra gli tirava i testicoli. Fu particolarmente piacevole sentirlo entrare e poi uscire e fingere di entrare di nuovo e invece poi affondare tutto con un colpo forte. Buran per punizione ora dormiva nel fienile. Claudio fu brutale. Gli legò mani e piedi e poi gli legò i testicoli con diversi giri di un sottile cinturino di cuoio bagnato. “Vedrai m ascula meretrix” disse Claudio rispondendo alle proteste di Buran, “Ora ti stringono i coglioni, ma quando il cuoio si asciugherà urlerai per il dolore.”
La notte gli portò sofferenza all’insonne Buran, e al mattino gli sembrò che i testicoli si fossero gonfiati e nel contempo tutto il basso ventre fosse contratto per i crampi. All’alba dopo l’adunata Claudio venne a trovarlo. Lo slegò e gli ordino di come abitualmente lavarsi dentro e fuori. “”Mi raccomando rise “usa bene la cannula che il tuo ano non puzzi”. Poi gli lasciò prendere la colazione. Paziente attese che Buran finisse il cacio e poi gli legò una cordicella, come fosse un guinzaglio intorno ai testicoli gonfi.” Vieni andiamo nel bosco. Ti libero ma non pensare di fuggire”. Così uscirono e si diressero verso il bosco. Buran seguiva di mala voglia con Claudio che lo strattonava tirando la cordicella se rallentava. Arrivati al bosco, Buran venne di nuovo legato ai due lecci, ma questa volta, quando si aspettava che il suo culetto, come il giorno precedente fosse onorato dalla verga di Claudio e per questo lo sporgeva, si rese conto che i suoi testicoli erano stati legati a una grossa pietra immobilizzandolo perché il peso tirava i coglioni verso il basso procurandoglial minimo movimento delle fitte dolorose.
Claudio dalla sacca che aveva portato con se, estrasse il suo gladio dalla lama di acciaio damascato e un acciarino. Mentre Buran era immerso nelle sue fantasie che già gli facevano inumidire quella che il suo amante tempo addietro aveva chiamato fighetta di maschio, Claudio raccolse della legna e accese un falò.
Paziente, mentre la fiamma rendeva incandescente la lama del gladio che aveva infilato nella pira di legno, Claudio amoreggiò con l’immobilizzato Buran, baciandolo sulla bocca, mordicchiandogli i capezzoli, strizzandogli la verga che grata della mano che la teneva si era drizzata prepotente e allusiva. Alle carezze sulle natiche, seguivano degli schiaffetti sui testicoli gonfi. Buran eccitato iniziò a sospirare e incitava Claudio “Si dai picchiami voglio che tu sia il mio maschio eraste e io il sottomesso eromenos. Dai fammi male, fammi godere”.
L’eraste disse “amor vindicam non placat”, poi infilò la verga già indurita nella bocca dell’ermenos perché la lingua la indurisse anche di più. Sul falò il gladio mandava bagliori rossastri. La verga entrò con forza nel pulsante ano di Buran. Gli esperti movimenti di Claudio fecero sì che la verga toccasse tutti i punti più sensibili del forellino gonfio di Buran che preso dall’ eccitamento sentendo il seme di Claudio uscire e colare sulle gambe era venuto, malgrado i coglioni legati. E non ascoltò le parole di Claudio “Godi, godi, perché sarà l’ultima volta che godrai come mio maschio sottomesso. D’ora in poi godrai come una troia femmina e il tuo forellino crespato sarà la tua figa. Ti faccio femmina” e allungata la mano prese il gladio sferrando un colpo secco che tagliò via i testicoli di Buran castrandolo. Buran non capì vedendo il suo scroto cadere sull’erba. Poi urlò ma non sanguino perché il gladio incandescente aveva cauterizzato la ferita. Claudio rimise il gladio sulla fiamma e per la seconda vola lo appoggio di piatto sulla ferita cauterizzandola definitivamente. Buran svenne.
Nel tardo pomeriggio due figure si avvicinarono. Erano il fabbro e il gioielliere ambulante che visitava i vicus della zona. Parlò per primo il fabbro “Tu appartieni al Comandante Claudio come parte del bottino per la vittoria . Sei suo schiavo e ti marchio col suo sigillo. Accese una lucerna e sula fiamma fece scaldare un bollo di piombo con la scritta in rilievo servus Claudii e l’immagine di un fallo eretto ma senza testicoli. Poi lo appoggio alla mano destra che sfrigolò. Quando ebbe finito e tolto dalla bocca di Buran lo straccio che vi aveva ficcato perché non urlasse, si fece avanti l’orefice. Il tuo padrone il comandante Claudio vuole che ti acconci come una femmina zoccola che si prostituisce negli accampamenti militari. Per prima cosa ti metterò degli anelli d’oro alle orecchie e al naso poi ti bucherò i capezzoli facendo passare dei pesanti anelli di oro che li allungheranno come quelli di una femmina e infine, perché tu non possa più usare il cazzo una barbelletta ti attraverserà il glande. Per generosità del tuo padrone anche questa d’oro.
Vedendolo distrutto, l’orefice ebbe pietà e gli offrì un sorso di vino oppiato che usava nelle operazioni dolorose. A sera apparve il bovaro e messogli il giogo al collo lo riportò alla stalla.
Passati alcuni giorni, apparve Minucio.” Buran il comandante Claudio tuo padrone, che ti ha preso schiavo per diritto di bottino, cedendo generosamente la sua restante quota a noi fedeli legionari ci ha comunicato che avendo tu tradito e non volendo crocefiggerti, aveva deciso di castrati e degradarti ad ancilla lupanaris. Poi scherzò , “magari potrei accomodarmi anche io. In fondo ti ho salvato la vita. ma ‘ha ha’ non i coglioni. Ora vieni, il dominus vuole vedere come ti comporti da zoccola. Buran striscio carponi fino al triclinio di Claudio che attendeva di infilare il pene nella bocca di Buran che con maestria lo fece venire e bevve il suo seme.
Poi porgendo un calice di vino a Claudio disse “Dominus se ti ho soddisfatto, permettimi come la femmina zoccola che sono di offrirti la mia fighetta anale e rimessosi carponi, come fanno le troie negli infimi bordelli delle legioni attese che la verga di Claudio prontamente induritasi alle oscene parole di Buran lo penetrasse . Per tenerlo fermo sotto il suo potente assalto, Claudio tirò gli anelli che ornavano i capezzoli dello schiavo che pianse più per il dolore che per l’umiliazione. In fondo aveva sempre saputo che nel suo maschio corpo si nascondeva una lussuriosa e lasciva femmina zoccola. Claudio gradì e le permise di dormire nel fortino. Naturalmente nessun legionario tentò un approccio sapendo che era proprietà del comandante.
Claudio che voleva sfruttare la vittoria per diventare senatore e anche perché una ferita alla coscia ricevuta durante i combattimenti lo faceva zoppicare , decise di tornare alle sue tenute nella Tuscia.
Portò o se Buran perché, malgrado tutto, gli piaceva fotterlo e lui era bravo a farsi fottere come lasciva femmina quanto una volta lo era stato da sottomesso maschio. E poi Buran sapeva comporre bei testi per gli interventi al senato e alle assemblee. Così nella tenuta che nella Tuscia si estendeva per 900 iugeri, fece costruire un piccolo rustico dotato di vigneto orto e bosco per Buran che d’altra parte aveva disponibilità finanziarie dovute alla eredità come re della sua tribù e ad oculati investimenti che nei tempi della sua giovane mascolinità su consiglio di Marzio padre di Claudio aveva fatto. Claudio come richiesto dal padre e dalla sua posizione come futuro senatore aveva sposato una casta e illibata, contegnosa vergine di nobili ascendenti, ma non disdegnava almeno una volta alla settimana frequentare Buran, che grato lo adorava.
E poi Buran era pur sempre, anche se castrato, anche se umiliato, il maschio giovane amato in gioventù. E che era pronto a condividere tutte quelle pratiche anche illecita che la insulsa copula con la moglie non gli permetteva.
Col tempo l’insulsa moglie si rivelò una novella Messalina. Non poteva allontanare Buran ma si divertiva ad umiliarlo. Il suo divertimento preferito era di far mettere carponi Buran vicino al letto perché vedesse come Claudio la penetrava e raccontare a Buran le sensazioni che lei provava e di cui lui mezza donna e niente uomo, non poteva più godere. Poi gli ordinava di ripulire il membro di Claudio e di lappale la vagina inghiottendo lo sperma che colava. Se era soddisfatta congedatosi Claudio, penetrava l’ano di Buran infilando la sua piccola mano oltre il polso e toccando quei punti segreti della figa anale di Buran che gli concedevano una parvenza di piacere facendogli talvolta drizzare il pene che si era rimpicciolito e che lei chiamava irridendo “ il clitoride del castrone”. Naturalmente Buran non poteva eiaculare, ma era lo stesso grato, e una volta segretamente, perché lei voleva che Claudio non sapesse, si era fatta penetrare l’ano dalla esperta mano di Buran per capire cosa provassero gli uomini a farsi infilare nell’ano la mano dell’amico.
I successivi quattro anni non vennero influenzati negativamente dai tristi avvenimenti alle frontiere. Nella tenuta di Claudio, avevano la precedenza i problemi della Tuscia . Il modus vivendi tra Claudio, la moglie, e Buran si era imposto ora che la moglie era diventata come si auspicava, madre. E quindi si occupava del figlio e non delle pulsioni del marito. Claudio sentiva la necessità di esperienze nuove perché voleva che niente gli fosse sconosciuto. Per lui, Buran, con un duro regime, molto esercizio fisico e il discreto aiuto d lozioni fatte arrivare dall’Egitto manteneva l’aspetto dei suoi trenta anni.
Ma Ab amico riconciliato cave. Claudio affrontò, come usava quando guidava i legionari il problema. aperts verbis.
“Buran, benché tu mi dia ancora piacere, mi hai saziato. Ho deciso che tu, mio schiavo, sarai venduto e io mi sono già scelto un nuovo efebo sottomesso, che sia come eri tu. Maschio integro nel corpo e femmina lasciva nell’anima.
Buran restò stupito nel vedere chi lo sostituiva. Un giovinetto dalla pelle ambrata e dai riccioli neri. Aveva le carnose labbra e i prepotenti capezzoli tinti di rosso carmino a coronamento delle mammelle da vera femmina- La sua dritta e magra schiena finiva in due natiche tonde e sode, tra le quali un forellino, anche lui tinto di rosso carminio sembrava promettere momenti di lussuria. Ma la sorpresa più grande fu il suo membro, che in contrasto col corpo gracile, a occhio aveva un palmo di lunghezza a riposo e 12 pollici di circonferenza.
Claudio rise del viso sorpreso di Buran. “Sai mi sono chiesto se il piacere che provavo a essere da te posseduto, fosse frutto della mia mente o libido. Ora che sono adulto sento il desiderio di essere brutalmente fottuto da una grossa verga. Forse sono anche io una zoccola nell’anima. Tu invece, perché la mia sete di vendetta non è ancora placata , sarai venduto a un bordello per pervertiti”. Detto questo se ne andò con l’efebo lasciando Buran in lacrime.
Nei giorni seguenti, Buran rifletté se accettare il suo destino e visto cosa lo avevano fatto diventare, ricavare ancora un poco di piacere oppure se more romano, darsi la morte per finire la sua vita con dignità.
Per ripicca visto che Claudio si dedicava alle corse nei boschi con l’efebo, Buran fece accomodare nella sua dimora ,semplice capanno dal tetto di tegole rosse, ma con una spettacolare cubicolo affrescato con scene erotiche e un grande letto il centurione Minucio. E volenterosamente, gli dette tutto quanto lui desiderava, piegandosi a ogni suo desiderio e agendo come la migliore troia puttana che si potesse trovare in un lupanare per legionari. Minucio le fece tutto, e grato promise se vi fosse stata necessità, il suo aiuto. Fermo restando che quanto avvenuto , come la volta precedente doveva rimanere un segreto.
Non lontano dalla tenuta in una grotta scavata in una boscosa collina tufacea viveva
La stryx Oniris, una egiziana. Già una volta Buran la aveva visitata per avere una pozione che placasse il suo terrore di invecchiare.
Spiegò alla stryx qual fosse il problema e la soluzione che voleva adottare. Due monete di oro e per il giorno seguente il rimedio fu pronto. “Attendo bel castrato, lo irrise la strega. Vedi questo cilindro in cera non più grande di un pollice? Si, è pieno di quanto mi hai chiesto. Nel caldo del corpo la cera si scioglie e dopo una breve copula il rimedio si sparge. In questa ampolla lo stesso rimedio da versare nella coppa di vino. Vale e non farti più vedere.
Vestitosi con ricercatezza e profumato il corpo con spezie si recò nello studiolo di Claudio.
“ Domine, ho riflettuto. Tu hai tutto il diritto, essendo io tuo schiavo, di vendermi. Ma, ti chiedo per l’amore che ti ho portato e per averti, giovane vergine, donato il mio corpo, di concedermi una notte d’amore. Mi piegherò con gioia a tutti i tuoi desideri e poi ti dirò addio”. “Sia” rispose Claudio. “Poiché so che te lo stai chiedendo, sì l’efebo mi ha preso, infilandomi nell’ano quella enorme verga. Poi è venuto dentro di me più volte e copiosamente. Ho capito cosa prova una donna e poi mi è venuto ancora una volta in bocca e ho capito quello che tu dicevi quando affermavi che il mio seme era dolce. Ma non temere non sono diventato una femminuccia- La mia verga è dura e ritta come un gladio e domani sera la proverai. Al tramonto sarò da te.
Per quella occasione Buran si fece bellissima o forse meglio bellissimo. Lavato, profumato, e accuratamente rasato. Come a Claudio piaceva, si era lavato gli intestini. Per farlo usò uno strumento riportato da Claudio da un viaggio a Capua. Era una cannula in argento che ad una estremità aveva legato un piccolo otre. Questi conteneva acqua calda ed essenze. Premuto, faceva penetrare il getto d’acqua nell’ano . Uscendo, l’acqua trascinava con sé tutte le sozzezze degli intestini, lasciando una profumata e umida grotta d’amore in cui far riposare la verga di Claudio.
Buran fu la perfetta lupa che ogni uomo sogna. Lasciò che Claudio giocasse ad libitum col suo corpo; dall’ invitarlo a penetrargli l’ano con la mano, a lasciarsi mordere i capezzoli inanellati. Gli sorrise “domino se avessi ancora i coglioni sai quanto mi sarebbe piaciuto incularti, ma non importa. Si stese sul letto girandosi sul fianco con la gamba destra tra quelle di Claudio e la sinistra appoggiata alla sua spalla. In quella posizione la verga di Claudio non frenata dai testicoli di Buran penetro nella fighetta anale del suo amante con un colpo solo, sprofondando sino all’intestino. Buran gemé di piacere e allacciato al corpo di Claudio gli porse la coppa da cui bevvero entrambi. Buran sorrise ancora e mormoro “Claudio mio unico vero amore”. Improvvisamente come se le parole avessero attuato una magia, Claudio senti la sua verga crescere a dismisura dentro l’ano di Buran, tanto da non riuscire a fotterlo. Poi guardò il viso di Buran e lo trovò strano la bocca e gli occhi non erano al posto giusto e poi tutto si oscurò e la nera ala del nulla lo inghiottì.
Li scoperse al mattino Minucio, che non vedendo apparire Claudio sempre puntuale per gli esercizi mattutini di ginnastica, si recò da Buran e sbirciò dentro il cubicolo. Vide i corpi immobili nel letto e corse a chiamare il medico di casa che sovraintendeva alla salute di tutta la tenuta. Minucio fece giurare al medico che non avrebbe rivelato cosa avrebbe visto. Per la gente Claudio era morto per un colpo apoplettico. All’alba mentre si recava a fare gli esercizi ginnici.
Il medico, un siriano che aveva curato Marzio, il padre di Claudio e poi Claudio,
cercò di districare i corpi attanagliati in un spasmodico abbraccio. Ma la verga di Claudio e norme e
violacea, aveva così dilatato l’ano di Buran che solo incidendo la verga e salassandola fu possibile
farla uscire. La verga sembrava ricoperta da una mucosa giallastra. Il medico, con la spatola
raccolse una striscetta della mucosa e la annusò, toccò con la lingua la spatola e subito si risciacquò
la bocca con il vino che si era portato. Poi annusò la coppa.
“Ah,” disse “questo è veleno. Sento cantaride, oppio. belladonna, aconito, mandragora, cicuta.
Vedi Minucio, il veleno è stato messo in un contenitore di cera e questo infilato nell’ano di Buran,
col calore della copula si è sciolto e ha avvelenato la verga di Caudio e le viscere di Buran. Per
sicurezza i due hanno bevuto il veleno versato nella coppa di vino. Ma deve essere stata una morte
felice perché hai visto, si abbracciavano e il viso dell’uno si specchiava nel viso dell’altro. Una
morte veloce e indolore perché usavo la stessa mistura per permettere ai legionari feriti agonizzanti
di morire con dignità.
scritto il
2026-04-06
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