Languida

Scritto da , il 2022-03-21, genere etero


27 febbraio 2020

... e mentre l’acqua batte sulle spalle, sottraendo ogni residuo di schiuma, un lungo sospiro striscia dalle labbra.
Mi inarco appena, a contatto con il freddo della ceramica.
Resto così, immobile, a godere di quella languida carezza che, insistente, picchia al centro della schiena, lambendo per intero il mio corpo.
Mi voglio concedere solo qualche altro minuto, prima di lasciare spazio a te, attendendoti, non appena avrai finito, a letto.
Il vapore, intanto, ha invaso la stanza da bagno, e con sé l’aroma speziato del bagnoschiuma.
Con le dita scorro contro la parete fino a portarle oltre la nuca.
Chiedendomi che tu stia facendo nell’attesa, quando i soliti, indecenti, pensieri mi si materializzano in testa.
Ma, in sottofondo il vociare della tv accesa, anche se attutito dallo scrosciare dell’acqua, scagiona ogni dubbio. E immaginarti sdraiato sul letto, come ti ho lasciato, mi dona un brivido che quasi feroce risale lungo la colonna vertebrale.
L’ immagine del tuo corpo nudo mi distrae, e mi rivedo con le tue mani addosso.
Avvinghiati in un bacio che non lascia scampo.
Ansimo ancora una volta, buttando la testa all’indietro, e dando così opportunità all’acqua di battermi sulle labbra, senza smettere di pensare alle tue.
Così impertinenti, irresistibili.
Bollenti e morbide.
Sfioro le mie, in un riflesso incondizionato, con la punta delle dita, indugiando forse, qualche istante di troppo.
Un gesto dettato dall’inconscio, qualche secondo prima di chiudere il miscelatore e muovermi ad uscire da quella gabbia di vetro smerigliato.
«Ferma lì»
«Ferma lì, un cazzo. Mi vuoi far pigliar un infarto?».
Ti grido in faccia per lo spavento come un’oca selvatica, scoppiando in una risata isterica l’attimo dopo.
Di rimando sfoderi un sorriso malizioso, e l’espressione innocente che ti si dipinge in viso mi fa quasi vergognare.
«Ma sei pazzo?» continuo con un tono di voce stridulo.
Imponendomi di fronte a te per uscire da quello spazio angusto.
«Dove vuoi andare?» mi chiedi con tono vagamente sarcastico che tende ad risultarmi minatorio.
Aprendo le braccia per impedirmi di muovermi.
Paonazza in viso, il sorriso isterico ricompare sulle mie labbra.
Non stai giocando. Ora l’ho percepito.
L’espressione seria con la quale mi inchiodi al tuo volto, mi fa deglutire a fatica.
«Che vuoi fare?» domando cercando di usare un tono di voce seducente, questa volta.
Ben lontano dal mio essere. Ma, ho constatato esser intrigante, se usato al momento giusto, con te.
Raccogli la mia domanda con il tuo solito fare cinico.
«Un cazzo» rispondi quasi ridendo.
Ed è in questi momenti che più ti detesto, quando mi obblighi, per aver ciò che entrambi vogliamo, a fare il primo passo.
Ma questa volta non voglio dartela vinta.
«Un cazzo!» ripeto.
«Sì, è esattamente ciò che temevo».
Siamo nudi, uno di fronte all’altra, in uno spazio ristretto, e l’unica via d’uscita è chiusa dal tuo metro e novanta che mi si para davanti.
Mi vergogno, e lo sai.
Ma questo pare donarti adrenalina.
Te lo leggo negli occhi.
«Ti lascio fare la doccia in pace» sussurro accorciando lo spazio già irrisorio tra i nostri corpi. Alludendo nuovamente ad andarmene.
«Non è quello che mi hai confidato qualche mese fa» ribatti, falsamente stizzito.
Amo questo tuo modo di fare.
E maledetto, tu ne sei ben conscio.
«No, non lo è. E quindi?» incalzo abbassando sensibilmente il tono della voce.
Terribilmente vicini adesso, posso sentire il tuo respiro battermi sul viso.
Guardarti negli occhi è ancora così dannatamente difficile per me. Mi fai sentire così nuda, il che è paradossale dal momento in cui lo sono realmente, in questo istante.
«Voltati» sibili avvicinando il tuo viso quasi a sfiorare il mio.
Abbassando lo sguardo, teatralmente, sospiro.
Non so quali, e quante, emozioni mi stiano aggredendo adesso, so solo che la sfumatura della tua voce riesce sempre a farmi cedere.
Mi ritrovo come in un limbo.
E senza proferir altre parole, ti dò le spalle.
L’emozione di esser squadrata da capo a piedi, dall'animale che sei, mi dona un brivido che, in passato, ho già vissuto.
E ci ripenso, nel silenzio che sto accusando come un macigno sul petto.
E mi rivedo sul tuo letto, tu alle mie spalle, una bestia a fiutare l’odore della propria femmina.
Vorrei aver parole per ribattere adesso, ma non sono brava come te. O forse non so essere stronza, quanto te.
Sto scivolando in un dirupo, nel quale non so quantificare cosa prevalga di più tra il desiderio, e la vergogna.
Il silenzio, che mi sta martellando in testa, viene rotto dall’acqua, fattasi nel frattempo gelata, quando mi investe.
Grido dimenandomi, cercando calore dal tuo corpo.
Con le braccia mi cingi, finché la cascata non si intiepidisce.
E solo allora scosti le mani dal mio ventre, allontanandoti nuovamente da me.
Impreco, ma lo faccio sottovoce.
So che stai sorridendo, forse perché il “Bastardo” che ho solo sussurrato, è l’unica parola che sai aver detto.
E subito dopo mi chiedo dove stiano indugiando i tuoi occhi, ed immaginarli fissi sulle forme morbide del mio fondoschiena mi fa sentire così, stranamente, desiderabile.
Fermano i pensieri, un istante più tardi, le tue dita che dolci, fai scivolare tra i miei capelli. Delicate. Fino a raccoglierli in una coda, che usi per guidarmi a ruotare leggermente il capo, di lato.
Spero in una clemente dimostrazione d’affetto. Ma ciò che solo mi doni è ancora un martellante silenzio.
E questo mi piace.
Gemo, a occhi chiusi, l’acqua ancora picchia sulle mie spalle.
Non so fino a che punto ti vuoi spingere ma è quello che più amo di te. Il tuo tenermi in costante conflitto tra ciò che vorrei essere e ciò che vorrei avere.
Senza darmi tregua liberi i miei capelli, e porti le mani sulle spalle, premendo appena, forse per darmi il tempo di abituarmi, a un contatto che, non mi aspettavo fino a qualche minuto prima, e che sai non bastarmi.
Continui in quella ricerca di sensazioni, scivolando lungo la mia schiena, lambendone ogni centimetro.
Il tuo respiro è impercettibile. Eppure mi smuove da dentro, quando con calma disarmante ripercorri ogni mio brivido. Più e più volte.
Cerco di trattenermi, ma è difficile, se non impossibile chiederti di smettere quella che pare, una piacevole tortura.
Avvicino il corpo al tuo, voglio aderirvi, ma inteso il mio desiderio arresti quella languida carezza.
«Al diavolo» sussurro appena, portando la fronte e le dita aperte sul muro davanti a me.
Mi arrendo.
Essere in balìa dei tuoi pensieri è diventata, con il tempo, un’esigenza.
Percepisco il tuo sorriso beffardo deformarti quel muso da schiaffi che ti ritrovi.
Vorrei voltarmi e toglierti il respiro, adesso. Vorrei investire le tue labbra con un bacio.
Un bacio di bruciante follia.
Ma il solo presupporre quale sarà la tua prossima mossa, mi eccita. Nonostante tutto.
E soccombo carnefice del piacere al quale non so resistere.
Con le dita mi aggrappo alla parete liscia e fredda, mentre le tue mani tornano a sfiorare il mio corpo.
Con esse disegni il perimetro dei miei fianchi, fino a raggiungere la carne più morbida, ma passi oltre, senza
soffermarti troppo. E scivoli quasi rude sul mio ventre.
L’istinto mi porta a sussultare, sei troppo vicino ai punti più sensibili, non posso tacere.
Ma mi trattengo, parlo attraverso il mio corpo, che ora è tuo.
Con infinita calma mi accarezzi appena, con la punta delle dita, disegnando piccoli cerchi che man mano aumentano di volume, come il mio respiro.
Come la mia voglia. Sempre più liquida.
Con le dita graffio le mattonelle bianche fermando i miei ansimi su di esse, mentre le tue sprofondano tra le mie cosce, divaricandomele appena.
Curandoti di non toccare il perimetro del mio desiderio.
Mi inarco, nell’inutile tentativo di intrappolarle. Il mio corpo ti vuole, come la mia anima.
E ne disponi, ora amorevole ora brutale, lasciando che sia l’istinto a guidarti.
«Ti prego» sussurro.
Una preghiera che suona più come un ammissione di colpevolezza.
Con il corpo aderisco al tuo, non posso resistere oltre.
E ti tiro a me, fino a soffocare il tuo ghigno strafottente sulla mia spalla.
L’acqua zampilla sui miei seni che in un brusco impeto diventano prede, delle tue mani.
Gemo, quasi guaisco quando il piacere si irradia fino a esplodermi nel cervello.
Sei rude, eppure così attento a toccarmi come sai piacermi.
La risposta del mio corpo è quella di strusciarsi contro il tuo.
Mordi la mia pelle, adesso. Rovente è il contatto, un brivido mi trapassa come colpita da un fulmine, mentre, quasi
senza grazia, fai tuo ogni mio gemito.
Stringo le gambe allora, nel tentativo di darmi piacere finché la voglia animale di girarmi e baciarti scava prepotente dentro.
La reprimo. Le mie dita, sono morbide ora, tra i tuoi capelli, morbide come le natiche che muovo in una danza sensuale, contro la tua figura.
S’infiammano i nostri corpi, a giacere scomposti l’uno sull’altro. La tua carne dura scivola tra le mie cosce.
La cullo con il mio corpo. Vittima, sempre più, della tua bocca e delle tue ingorde mani.
Prendiamo fuoco nello stesso intenso attimo, quando all’unisono, complici dello stesso desiderio, ci stringiamo l’uno sull’altra.
I nostri sguardi si cercano fino a incontrarsi.
Apparteniamo allo stesso istante ora.
Immobili. A scavare negli occhi.
Quell’istante. Quello che culmina in un bacio che, altro non è, che il preludio all'avida bramosia di appartenerci.

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