Odi et Amo, me miserum

Scritto da , il 2022-03-10, genere etero

Roma, gennaio '19

Sì, lo ammetto, la tua assenza oggi pervade le mie membra.
Arde la mente e implora nella mia bocca.
Ti voglio qui, addosso... come l’ultima volta.
In questa stanza annaspo nel pensiero morboso di un ricordo.
Aggredisce la mia mente il tuo sudicio spettro.
È insistente.
È spregiudicato.
È ossessivo.
Nel silenzio di una supplica, il mio respiro muta, ti rivedo su di me. Strisci graffiando la mia pelle affamato e perverso.
I tuoi occhi sono velati di desiderio, la lingua immobile tra le tue labbra socchiuse.
Quell’espressione da maniaco mi fa precipitare nel nostro inferno, dove il tempo pare scandito dal ritmo del mio respiro.
Il mio inferno ha il tuo nome, maledetto figlio di puttana. E il tuo?
E lo sussurro risvegliandomi da un sonno non del tutto ristoratore, per nulla oserei dire, ripensando alle tue labbra dannate, investite dai miei gemiti.
La mia mente torna all’alba di quel giorno.
Torna alle tue dita ingorde dei miei ansimi, al mio respiro ansante, alla tua sudicia lingua.
Indifesa affondo in me, in questa maledetta liquida voglia, nell’inutile intento di zittire l’avaro piacere, che il solo pensarti, mi scatena.
E ancora mi ritrovo lontana, in quel letto sporco di noi.
Il tuo corpo imponente su di me.
Il tuo cazzo tra i miei seni, le tue dita a stringere la mia carne fino a farmi vibrare.
Usata per il tuo piacere.
Come io ora uso me stessa.
Si incendia il mio corpo, che oggi non può essere tuo, e con questa disperata consapevolezza mi tendo sotto il peso di un desiderio folle, alla ricerca di una frenesia che plachi la mia foga di te.
In mente immagini di noi si fondono, fanno male sulla pelle.
Mi marchiano, mi segnano.
Mi inarco al tocco delle tue mani. Le sento, le voglio ancora addosso. Dentro, e su di me.
Gemo rivedendoti a lato del mio viso, in ginocchio... maestoso e superbo.
Un ologramma che ha il tuo stesso turpe odore.
Sono così piena di te. Imperterrite le mie dita scivolano come fossero le tue a violare ogni mio buco.
Mi contorco ansimando, come fossi un serpente ferito. Ripensandoti stringere, tra le dita, quel cazzo meraviglioso, che ti ritrovi.
In quella impudica mano che, lenta ha strisciato sulla mia pelle, portando il mio essere a leccare i miei limiti pur di compiacere la tua mente.
La tua mano, lenta ma decisa, uno spettacolo ipnotico per il mio sguardo, mentre i tuoi occhi serrati, come quelle maledette labbra mi inducevano in tentazione.
Tu, il mio peccato carnale.
Non so che darei ora per sapere quali pensieri mutavano forma e consistenza nella tua mente, in quel momento.
Il mio pensiero, vuoi sapere qual è stato?
Ammirandoti, ho considerato quanto è perverso vedere il proprio uomo darsi piacere, come un egoista fottuto, mentre la propria donna giace nuda, e bagnata, sotto di lui.
È una follia.
Una follia, che ha rimbombato nella mia mente per mesi, prima di allora.
E vederti lì, spogliato di ogni inibizione, perso nel tuo piacere, ad ammirare le tue dita scorrere sulla tua carne, mi ha fatto sentire una puttana, la tua puttana.
E tu, Bastardo che non sei altro, lo sai.
Mi fermo qualche istante, non voglio godere ancora.
Voglio lo stesso dolore appagante sulla pelle.
Lo stesso infimo dolore che mi hanno donato i tuoi schiaffi, intimandomi un brutale:
«Apri gli occhi».
Lo sai che sono pazza di te, eppure quelle meravigliose calamite mi hanno fatto vergognare. Imbarazzare.
il tuo sguardo è troppo immenso. Tu sei troppo immenso, per poterlo sostenere come esigi.
Ma riesco a portarlo nelle mie più volgari fantasie, come ora, che fradicia di voglia, violo, con esasperante lentezza, l’oggetto dei tuoi più sporchi desideri.
« Ti prego, inculami » . Cos’hai provato sentendomi gemere queste parole?
Ti ho guardato negli occhi in quell’istante.
Tu, su di me. Quel senso di perverso smarrimento, mi ha inchiodato ad essi.
È stato meravigliosamente squallido leggerci il tuo: “no”.
Sei un dannato, stronzo, psicopatico.
Ancora una volta fermo il suono osceno del mio piacere, non voglio godere ancora.
Voglio portarmi a supplicare l’immagine di te, che ho in testa.
Te l’ho già confessato, bramo quelle tre lettere come acqua per gli assetati.
E anche ora ho sete.
Ho sete di te.
Ho la gola arsa dal mio respiro, come quell’ultima mattina.
Affondo in me lentissima, il mio corpo brama l’apice, glielo negheró ancora.
Come tu l’hai fatto a me.
Le tue mani le sento addosso, ovunque. Mi costringono da ore, da giorni.
Mi costringe la tua mano aperta sul collo, maledetto Bastardo, mi tieni inchiodata al letto. Come in quel letto.
Sei un animale, immorale e impietoso. Nessun scrupolo, mentre mi sfiori le labbra con il cazzo, per poi allontanarlo da esse non appena le apro.
Gemo e impreco contro di te, in silenzio, perché?
Lo sai perché. Perché mi fai sentire così vergognosamente laida. Costretta a cercare con la lingua di sfiorarti, pur di saggiare il profumo del tuo cazzo.
Lo sai che lo voglio.
Lo voglio in gola.
Voglio accarezzarlo con la lingua, con le labbra.
Voglio succhiarlo avida e impaziente.
Voglio sentirlo pulsarmi sul palato. Voglio che mi invadi, mi soffochi.
Ansimo forte pensando a quanto ti desidero, mentre sfinisco il mio corpo, portandomi ancora una volta talmente vicino da imprecare, mentre lotto contro il desiderio di deflagrare, in un ostinato orgasmo.
E ancora tu, davanti ai miei occhi.
A sporcarmi le labbra di te. Di quella voglia viscida che ti tradisce.
Spogliata fino all’anima dai tuoi occhi: “non solo lo sguardo languido e perso. O le gote arrossate. O il respiro lievemente accelerato” hai rubato al mio viso, ti ho permesso di vedere il mio essere.
Gemo buttando la testa all’indietro, ripendando a quegli interminabili minuti... sai quant’è difficile scrivere di come mi hai portato a quell’indelebile momento?
Il momento nel quale ti sei preso tutto. Pure il mio respiro. Spezzandomelo in gola, forzando la mia bocca con quel palo di carne turgida, ma delicata.
Hai spinto in profondità, violento e amorevole nello stesso tempo. Lasciandomi vuota subito dopo, per poi
infierire ancora, e ancora.
Insinuandoti, facendo scivolare il tuo cazzo fino a spezzarmi il fiato.
Mi hai condotta nel tuo piacere dal primo istante.
Abusando del tuo potere.
Mi hai usata, come io ora sto abusando di me, per te.
Perché lo sono... e lo sussurro mordendomi il labbro.
Lo stesso che mi hai morso tu.
Lo sono mentre esplodo in un agognato orgasmo.
Lo sono inarcandomi come posseduta.
Lo sono ringhiando come un animale.
Lo sono mentre annaspo per riprender fiato.
Lo sono mentre lecco le mie dita sporche di me.
Lo sono diventata, a quel tuo ultimo affondo. Rendendo materia il mio desiderio.
Quando mi hai lasciato, come sospesa.
In quell’istante eterno con la tua calda e vischiosa essenza in bocca, e la mia feroce voglia di ingoiare.
Lo sono, vittima della mia stessa preda.
Preda, che accasciandosi al mio fianco, sfinito mi investe le labbra con le sue.
Sei un maledetto depravato.
L'ho pensato mentre ti baciavo.
Quando ho sporcato del tuo sapore, la tua bocca.
Non hai potuto resistere, hai ceduto, sopraffatto dallo sgretolarsi di quell’utopia... l’hai ammesso tu
stesso...
“ma soprattutto quella goccia sul mento catalizza la mia attenzione, una goccia testimone di devota indecenza".










(...Mica Insulsi Artifici...)


Questo racconto di è stato letto 1 9 5 6 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.