I Gessetti della Strega ( Gessetto Azzurro )

Scritto da , il 2021-04-12, genere etero

2.

“Hey!!! Prima regola!” mi stava dicendo Gian, vedendo che metà della mia birra si stava rovesciando.

Era Gian ma… aveva almeno venti anni in meno.

“Salva la birra…” bofonchiai, cercando di capire se sia un sogno.

Ma chi se ne frega di capirlo, se era un sogno o no!

“Quella non è la tipa che ci prova con te?”

Ale!!! C’era anche lui! Anche lui con venti anni in meno!

Guardai verso la ragazza che mi stava indicando.

“Oddio, sì!” dissi con disgusto, ricordando perfettamente cos’era successo con lei dopo quella sera.

“Ma se fino a ieri ti piaceva!”

“Son volubile!”

Sembra brutto da dire, che me la sarei ritrovata a suonare il campanello di casa mia, e l’avrei trovata a bere un caffè con mia madre il giorno seguente. Anche perché, pur se fosse un sogno, loro del giorno seguente non lo potevano sapere.

Diciamo che, rivista con il senno del poi, quella serata non aveva come errore solo la rissa, ma anche aver dato corda a quella “Glenn Close”.

Anzi, oserei dire che la rissa è stata la cosa saggia, essendo stata proprio quella a impedirmi di andare a letto con lei!

Probabilmente, senza quella rissa, mi avrebbe cucinato il cane, o tagliato la gola!

Quindi alla fine, tutto sommato, meglio la scazzottata!

“Quindi, posso provarci io?” chiese Gian.

“Io non lo farei…”

“Perché?”

“Intuito, sembra una un po’ appiccicosa.”

Mi stavano guardando tutti e due come se fossi un pazzo.

“Tu devi cambiare spacciatore!”

La vidi avvicinarsi.

Brividi orribili mi percorsero il corpo.

Il cervello mi diceva: “scappa, scappa, scappa!”

“Vado a prendere una birra che faccia meno schifo!” dissi scappando nella direzione opposta alla sua, che per fortuna era anche quella del bar.

Follia!

Porca Troia se era realistico questo sogno!!! Sentivo anche il bancone appiccicoso e bagnaticcio.

Sorrisi.

“Ceres” dissi al barista rastone che sembrava più esperto di droghe leggere che di alcolici.

“SEI UNO STRONZO!!!”

Ok, sembra un po’ snob prendere una birra in bottiglia, ma mi pare eccessivo!

“NO! SE VUOI VEDERMI MUOVI IL CULO E VIENI QUI!!!”

Ah, ok, non sta parlando con me, pensai, seguendo la voce.

A pochi centimetri da me, c’era una tipa, con degli eccentrici capelli rosa, che stava cercando di litigare al telefono.

Teneva il telefono tra la testa e la spalla, con una mano si chiudeva l’orecchio libero e con l’altra torturava una cannuccia.

“MA VAFFANCULO!!!” disse ad alta voce mentre stava già interrompendo la conversazione.

Il rasta-man mi appoggiò la bottiglia di Ceres, gli diedi i soldi.

La tipa era talmente incazzata che si girò verso la pista, probabilmente cercando qualcuno in quella bolgia infernale, e pur passando lo sguardo anche sul sottoscritto, proprio non sembrò vedermi.

Ma io l’ho vista.

Eccome se l'ho vista!

Nonostante i capelli un po’ punk, e indipendentemente dall’istinto omicida che sta covando dopo quella telefonata, aveva un viso dolcissimo.

Un paio di jeans neri e una maglietta, grigio scuro, o nero un po’ slavato, e quelle che ad un'occhiata veloce sembravano essere due tette a cui si potrebbe dedicare un monumento d’onore.

Guardare qualcuno che non ha nessuna idea d’essere osservato è come rubargli qualche dettaglio che vorrebbe tenere segreto.

Lei, per esempio, seduta su quello sgabello, non riusciva a tenere ferma la gamba, non lo faceva per tenere il tempo, ma solo per sfogare il nervosismo.

Stringeva quel telefono come fosse una bomba a mano.

Si mordeva il labbro inferiore continuando a cercare quel “qualcuno” in mezzo a tutte quelle teste.

Si passò una mano fra i capelli e soffiò, sconfortata.

Se fossi uno che scommette, avrei puntato tutto quello che avevo che stava cercando di non piangere.

Rabbia, o tristezza, non lo so. Ma quella era la possibile genesi di una crisi lacrimogena.

Forse, il me di venti anni fa non l’avrebbe capito, ma io ora lo notavo eccome.

Dovendo proprio essere precisi, il me di venti anni fa non era qui in questo momento. Anzi, se ricordo bene stavo limonando con la psicopatica, o ero in procinto di farlo.

La vidi riaprire il suo cellulare. Come se volesse controllare che la persona con cui stava parlando prima la richiamasse o le mandasse un messaggio.

“Fossi in te lo spegnerei!”

Lei si girò e mi fulminò con quei due occhi scuri, che per fortuna non erano in grado di emettere raggi laser, o sarei morto.

Dovrei decisamente imparare a farmi i cazzi miei!

Ma alla fine, chi se ne frega! È un sogno, no? Lei non esiste davvero, me la sto immaginando. (Ecco perché è così figa!)

Certo che potevo immaginarmela anche un pochino più socievole e lasciva. Niente! Mi complico la vita pure quando sogno!

“Che serata di merda!” disse, ignorandomi completamente e tornando a girarsi verso il bancone, sperando che il rasta dietro al bar s’accorgesse che era pronta ad ordinare.

La vidi infilarsi il cellulare nella tasca dietro dei pantaloni.

Stavo decidendo di lasciarla in pace quando sentii: “Aaaaaalloraaaa sei quuuiiiiiiii!!!”

No! No! Cazzo No! Lei no! Mi ha trovato!

La ragazza da cui stavo cercando di scappare mi appoggiò le tette sul braccio.

“Eh…” riuscii solo a dire, spostando il braccio. Subdola psicopatica, non mi avrai! Mi hai ingannato una volta, ma non faccio mai lo stesso errore due volte!

Vade Retro Satana!

“Cosa ci fai qui da soloooo?”

Ma perché deve tirare all’infinito le vocali finali delle parole? Che è, un morbo strano???

“Non sono da solo… stavo salutando Jerrica!” sparai il primo nome che mi venne in mente, e girandomi verso la ragazza dai capelli rosa, guardandola con gli occhi di un condannato a morte che chiede la grazia.

Lei fece uno sei sorrisi più falsi che avessi mai visto e alzò la mano per salutare “Glenn Close”.

Dio, grazie!!! Allora nel mondo c’è ancora un po’ di compassione!!!!

“Ah” tombale, la guardò con sguardo alla Clint Eastwood: “Allora non vi disturbo!”

E se ne andò via incazzata nera. Che l’equilibrio mentale non fosse la sua dote migliore lo sapevo, ma mi parve una reazione eccessiva anche per lei.

“Jerrica??? Un nome meno da mignotta non lo avevi?” mi chiese la tipa.

“Il vero nome di Jem… Jem e le Holograms?” risposi, indicandole i suoi capelli rosa.

“Sei l’unico al mondo a ricordarsi il vero nome di Jem!” sorrise.

Almeno un sorriso vero gliel’ho strappato.

“Grazie del salvataggio!”

“Di niente… non era più facile dirle che non t’interessa?” mi chiese.

“É una storia lunga.”

In realtà non era vero, è solo assurda!

Come si può dire “oh no! Non importa! tanto fra poco mi sveglio e son passati venti anni!”

“A me sembra molto corta. A voi uomini piace fare gli stronzi!”

Risi. Di sicuro non aveva peli sulla lingua!

Adoro le persone dirette. Magari un po’ meno di così, ma era scusata per l’incazzatura.

“Non ti convincerò del contrario!”

“Perché sai che è vero!” sorrise.

“No, perché non spreco energie in missioni impossibili!” sorrisi di rimando.

“Astuto… giri la frittata, così divento io la perfida!”

“Ed è proprio questo il punto” feci un cenno al rasta di avvicinarsi.

“Sarebbe?”

“Non dovresti permettere a nessuno di girare la frittata! Cosa bevi?”

Credo d’averla incuriosita, perché mi guardò e disse solo “birra”, aspettando che il barista si allontanasse.

“Per questo dovresti spegnere il telefono.”

“Ma, hai ascoltato la mia telefonata?”

“Urlavi.”

“Hai una sola possibilità per non sembrare inquietante.”

“Hai detto quello che pensavi alla persona al telefono?”

“Si.”

“Allora basta. Lascia che sia lui a bollire.”

“Se fosse una lei?”

“Penserei che come lesbica sei davvero uno spreco!”

Quanto è bello essere in un sogno e non dover pensare troppo a quello che dici!!!

“Non ci credo! Stai facendo il marpione!?!” rise.

“Marpione e stronzo… non dimenticartelo, perché ci tengo!”

“Che tipo che sei!”

Il Rasta posò la birra davanti a lei, gli allungai i soldi prima che lei potesse dargli i suoi.

Iniziammo a parlare, di niente in realtà, una conversazione improvvisata senza la minima difficoltà.

In realtà era così naturale parlare e scherzare con quella sconosciuta di cui nemmeno sapevo il nome, che nemmeno mi stupivo di quanto mi trovassi bene a farlo.

Mettendo la mano in tasca, trovai uno spinello già pronto. Mi ero dimenticato di questa bella abitudine che avevo di preparane sempre qualcuno per averlo pronto all’uso. Cazzo, ero un genio del male!!!

“Fumi?” le chiesi, mostrandoglielo.

“Si…”. Sembrava incerta. Non capivo se fosse una bugia il fatto che fumasse canne, o se fosse solo poco convinta di dividerne una con il sottoscritto.

In ogni caso uscimmo dal locale, poco distanti dall’ingresso.

La guardavo, appoggiata a quel muro, espirare il fumo e pensavo che era davvero troppo figa, ed essendo il mio sogno mi risolsi d’azzardare la figura di merda dell’attacco frontale a quelle labbra.

Mi avvicinai piuttosto lento, volevo darle il tempo di spostarsi, schiaffeggiarmi, insultarmi. Anche perché i baci a tradimento sono pericolosi, finiscono quasi sempre con delle capocciate paurose!

Mi premeva che capisse quali fossero le mie intenzioni, e avvicinarmi al rallentatore agevolava la comunicazione non verbale.

“Io non dovrei nemmeno essere qui…” mi passò la canna.

“E dove dovresti essere?” feci un tiro.

“A casa con il mio ragazzo...”

“Quello con cui stavi litigando prima?”

“Si.”

Jem mi guardava mentre le ripassavo lo spinello.

“Capisco che ti voglia tutta per lui…”

Il freddo le aveva fatto indurire i capezzoli, che premevano turgidi su quella leggera maglia di cotone, rivelandosi.

Lei non sembrava esserne accorta, la musica ovattata usciva dal locale e diversi sbronzi andavano avanti e indietro, ignorandoci, in quell’angolo semi buio.

“Che fai, lo difendi?” scherzai.

“No! Ma capisco perché ti vorrebbe a casa con lui!”

Mi soffiò il fumo dello spinello in faccia. Mi guardava seria, credo stesse cercando di studiarmi, sapeva cosa volessi da lei.

Credo stesse cercando di capire se doversi difendere o sentirsi a suo agio.

Il vero problema era che quello sguardo era ancora più eccitante di quei capezzoli turgidi.

“Jem...” le presi fra le dita una ciocca di capelli rosa.

“Non mi chiamo Jem, lo sai, vero?” sorrise.

“Questa sera si… o vuoi tornare la tipa incazzata che ho conosciuto a bancone prima?”

“No… Jem va bene” sussurrò.

Sapeva che stavo avvicinando il mio viso al suo. Ne era consapevole e non mi fermò. Non si spostava.

“Hai freddo? Vuoi tornare dentro dai tuoi amici?” le chiesi quando le mie labbra erano quasi appoggiate alle sue.

“Non ne sono sicura…” rimase immobile, appoggiata a quel muro.

Parlare la costrinse a sfiorare le mie labbra.

Le nostre bocche si toccarono appena.

Sperai di non svegliarmi da quel sogno, era così reale che riuscivo a sentire il suo respiro.

La baciai e lei non mi fermò, lasciò che assaggiassi le sue labbra e lentamente iniziò a rispondere.

Lenta e ancora incerta se lo volesse davvero, provando a staccarsi da quel bacio per poi riprenderlo.

Le sue braccia si appoggiarono sulle mie spalle mentre le nostre bocche si schiudevano, iniziando ad assaggiarsi in un bacio più profondo e meno timido.

Un bacio in cui le nostre lingue iniziarono ad accarezzarsi.

Le mie mani s’appoggiarono ai suoi fianchi, e piano risalivano sotto la sua maglia, accarezzando la pelle dei suoi fianchi, salendo fino ad incontrare quel reggiseno impalpabile.

Le mie dita sentivano i lati dei suoi seni.

Quelle due meravigliose curve morbide che, delicato, iniziai ad esplorare.

Sotto al pizzo, eccoli, due sensibili capezzoli.

Solo sentirne il profilo sotto la mano mi fece sentire un irrefrenabile calore che, come una scarica elettrica, dalle dita raggiunse il mio cazzo, che stretto nei jeans, iniziò a pulsare.

Non capivo quale incredibile magia stesse accadendo in quel momento, ma non avevo mai sentito prima un’eccitazione così prepotente con nessun’altra.

Quel bacio, iniziato quasi come se dovesse finire subito, sembrava ora impossibile da terminare.

Le mie mani accarezzavano quei seni che anche se non potevo vedere, sapevo essere perfetti.

I nostri corpi schiacciati uno contro l’altro.

Sentii il liquido preseminale uscire e bagnarmi.

Appoggiarmi su di lei e farle sentire fra le gambe l’effetto che quel bacio mi stava provocando eccitava me quanto lei.

Era bello quasi come poterla scopare.

Non avevo mai scopato solo con un bacio. Eppure mi sembrava che stesse accadendo.

Non avrei voluto smettere più.

Lei che portava una mano decisa sul mio sedere, spingendo il mio inguine di più contro al suo.

“FUORI DI QUI!!! PER VOI LA SERATA FINISCE!!!”

Le urla del buttafuori, e il rumore della porta che sbatté troppo bruscamente, interruppero quella sorta di folle ed erotico bacio.

Ci girammo, guardando cosa fosse quel trambusto e io vidi i miei due amici buttati fuori in malo modo, Gian aveva anche la maglia rotta, e il sangue che gli usciva dal naso.

La rissa!!!

Me l’ero completamente dimenticata! Io avrei dovuto essere dentro con loro, e invece in questa versione di serata, come per magia avevo trovato la ragazza perfetta!

“Dovrei tornare dentro…” balbettò Jem.

Quell’interruzione aveva rotto l’incantesimo? Bastava quello per ricordarle che aveva un ragazzo? Che non avrebbe dovuto essere lì?

Si spostò da me, mi sorrise imbarazzata.

“Io invece dovrei… quelli sono miei…” indicai quei due dementi che potevano anche aspettare a farsi buttare fuori!!!

“Vai… grazie della… chiacchierata!” disse andando via prima che potessi fermarla, prima di capire come fermarla. Mentre i miei amici, vedendomi, mi raggiunsero e iniziarono a raccontarmi cosa era successo.

Mi sentivo così rincoglionito che mi pareva stessero parlando in aramaico.

Sentii la sirena della polizia avvicinarsi.

Mi girava la testa, la strada si stava annebbiando?

Aprii gli occhi, e mi ritrovai sdraiato sul mio divano, con la tv ancora accesa e quell’assurda porta azzurra disegnata sul muro.

Che sogno assurdo!

Pensai, cercando il cellulare per controllare che ore fossero.

Era sicuramente ora di andare a proseguire il mio sonno a letto!

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